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mercoledì 5 febbraio 2014

JANINA BUIVIT INTERNATA A UDINE E PETRIOLO 1943

Siamo nel 1943, primavera inoltrata. Le truppe italiane rientrano dalla disfatta russa. Con loro 42 sovietici, alcuni giovanissimi. Tra questi, Janina, nonna Janka, mia nonna.

















mercoledì 8 gennaio 2014

KATYN 2. OVVERO QUANDO MANCA IL COMPLOTTO

Di Davide Denti (EAST JOURNAL)

Nessun complotto dietro l'incidente aereo che nel 1943 costò la vita al generale Wladyslaw Sikorski, capo di governo in esilio della Polonia. E' la conclusione dell'Istituto Nazionale sulla Memoria (IPN) polacco, ente storico ma anche inquirente, dopo cinque anni di indagini. Gli storici dell'istituto hanno esaminato i corpi di Sikorski e di altri tre polacchi uccisi nello schianto, interrogato testimoni e esaminato i vecchi documenti. Andrzej Arseniuk, portavoce dell'istituto, ha detto che non e' stata trovata alcuna prova di reato ed ha di fatto confermato le conclusioni dell'inchiesta britannica, che aveva attribuito il disastro ad un blocco al timone d'altitudine. Tuttavia Arseniuk ha anche detto che l'inchiesta polacca potrebbe essere riaperta se emergessero nuove prove. Salta così, per ora, un'altra delle diverse ipotesi di complotto, tanto care ad una certa storiografia e pubblicistica polacca.
Sikorski era primo ministro del governo in esilio della Polonia a Londra, quando morì in un misterioso incidente aereo poco dopo il decollo da Gibilterra. Era sulla via del ritorno da un'ispezione delle truppe polacche in Africa, in un momento in cui il suo paese era sotto occupazione nazista e sovietica.
Tuttavia Sikorski era in quel momento ai ferri corti col leader sovietico Stalin, per via del massacro di Katyn, in cui avevano trovato la morte più di 20.000 ufficiali polacchi che erano stati fatti prigionieri dalle truppe sovietiche. Secondo la vulgata, smentita ora anche dall'IPN, tale disputa sarebbe stata alla base di una macchinazione sovietica volta a sbarazzarsi dell'ingombrante Sikorski.
Secondo un'altra interpretazione, sarebbero stati gli Alleati a volersi levare di torno Sikorsi, irritati dalla controversia russo-polacca su Katyn che rischiava di mettere i bastoni tra le ruote della collaborazione coi sovietici contro i nazisti. Tale tesi venne popolarizzata nella pièce teatrale del 1967 di Rolf Hochhuth intitolata Soldaten. Nekrolog auf Genf in cui Winston Churchill emergeva come responsabile dell'assassinio di Sikorski (il pilota cecoslovacco del velivolo, Eduard Prchal, portò causa per diffamazione contro Hochhuth, vincendola).
Katyn e' uno dei temi caldi della memoria storica della Polonia, portato avanti soprattutto dai partiti conservatori di destra, e che periodicamente infiamma il dibattito politico interno e le relazioni russo-polacche.
Marconista
Smontato così una nuova ipotesi di complotto, resta da sciogliere adesso il nodo del disastro di Smolensk, che il 10 aprile 2010 costò la vita all'allora presidente polacco Kaczyński, quello della Banca Nazionale Skrzypek, il presidente dell'Istituto della Memoria Nazionale Kurtyka e altri rappresentati dello Stato. L'aereo si schiantò proprio a Smolensk, alla cui periferia sorge la zona di Katyn. L'alta delegazione si recava all'annuale commemorazione. La Russia ha sempre sostenuto che il pilota polacco tentò un atterraggio nonostante la torre di controllo dell'aeroporto di Smolensk l'avesse sconsigliato a causa del maltempo, consigliando di scendere in un altro luogo. Fu Kaczynski, secondo la versione ufficiale russa, a volerlo, convinto che i Russi volevano impedire la commemorazione degli ufficiali assassinati nel 1941. 





martedì 16 luglio 2013

IL "GIORNALE" SCRIVE

Marconista ringrazia

Di Mario Cervi
Il libro di Marco Clementi Camicie nere sull'Acropoli (DeriveApprodi editore, pagg. 365, euro 23) rievoca l'occupazione italiana della Grecia dopo la guerra che Mussolini aveva scatenato e che s'era messa male a tal punto da richiedere il risolutivo intervento tedesco. Il racconto di Clementi, sorretto da una documentazione impeccabile, prende le mosse dai mesi in cui il Duce, angustiato e inebriato insieme dalle vittorie hitleriane, cercava un nemico che potesse consentirgli di rivaleggiare, in glorie militari, con l'invasato di Berlino. La sensatezza avrebbe richiesto che lo sforzo italiano fosse esercitato in un nostro territorio e contro un avversario importante, ossia in Africa settentrionale. Ma quell'operazione non appariva «utile e facile» come invece apparve, nell'avventata diagnosi di Ciano, l'attacco alla Grecia. Scagliato, paradossalmente, contro un Paese retto dalla dittatura del generale Ioannis Metaxas che dal fascismo aveva mutuato ideologia e rituali. Ma non c'era nessun altro obbiettivo che avesse una comoda contiguità territoriale come quella tra l'Albania - proconsolato di Ciano - e appunto la Grecia.
Anche un'avventura futile e tragica come quella greca, che ci costò quasi 14mila morti e 25mila dispersi - da ritenere morti - assume, se rivista nelle carte, un'ombra di logica. Compito e merito degli storici è di chinarsi su quelle carte. Ma le mosse di Mussolini, che aspirava ad essere ricordato come condottiero - dovendo scegliere un predecessore preferì Cesare ad Augusto - hanno secondo me piena spiegazione in un calcolo e in una smargiassata, l'uno e l'altra clamorosamente sbagliati. Il calcolo fu quello di entrare nel conflitto mondiale, mentre la Wehrmacht irrompeva verso Parigi, nella convinzione che le sorti del conflitto stesso fossero già decise. La smargiassata fu quella d'assalire uno Stato ritenuto debole per acquisire facili allori. Lo smargiasso fu umiliato.
Spettò principalmente agli italiani - i tedeschi avevano il comando effettivo ma per le basse incombenze si tenevano in disparte - il compito di gestire il Paese occupato. Non avevano la capacità di gestirlo, e il risultato fu il terribile inverno 1941-1942 durante il quale in tutta la Grecia, ma in particolare nelle grandi città come Atene e Salonicco, la gente moriva di fame per strada. Furono particolarmente colpiti, com'era logico, gli anziani e i bambini, ad Atene la mortalità infantile passò dal 7 al 35-40 per cento. Ma il ministro degli Scambi e Valute, Oreste Bonomi, lamentava che i tedeschi procedessero a una metodica spoliazione della Grecia, mentre «noi relativamente quasi nulla».
Clementi si occupa largamente della resistenza greca - divisa tra filo-occidentali e filo-sovietici, con tremende lotte fratricide - e indugia, giustamente, su una rappresaglia italiana che assunse connotazioni non lontane da quelle di Marzabotto o di Sant'Anna di Stazzema. Il nome di Domenikon, un villaggio della Tessaglia, ci dice poco. Ma fu teatro di un evento spaventoso. Una formazione partigiana attaccò, il 16 febbraio 1943, un'autocolonna militare italiana. I caduti furono 9, i feriti 26. Il generale Cesare Benelli ordinò al tenente colonnello Antonio De Paola dei lancieri «Milano» di procedere alla ritorsione. Il villaggio fu raso al suolo dall'aviazione, 20 ostaggi vennero abbattuti immediatamente, 118 abitanti di Domenikon, oltre a 17 di Damasios e Mesochorio, furono abbattuti poco dopo. Qualche ferito riuscì a salvarsi fingendosi morto. Al tenente colonnello De Paola fu conferito un encomio solenne per avere «con calma, implacabile energia e intelligente azione di comando assolto perfettamente e completamente i compiti che gli erano stati affidati».
Mi rendo conto della crudeltà che una guerra inevitabilmente comporta. Ma tra Domenikon e le Fosse Ardeatine non vedo molta differenza, anche se Kappler è ricordato come un mostro. Poi da occupanti e rastrellatori che erano, gli italiani divennero rastrellati a opera dei tedeschi, la divisione Acqui fu sacrificata, chi volle unirsi agli andartes (partigiani greci) salvò talvolta la vita ma patì sofferenze disumane. Non fummo «buoni», e gli altri non furono buoni con noi.

giovedì 4 luglio 2013

DA MANIFESTO A MARCONISTA


che ringrazia

SAGGI - «CAMICIE NERE SULL'ACROPOLI» DELLO STORICO MARCO CLEMENTI, PUBBLICATO DA DERIVE APPRODI
Atene, diario della fame e delle azioni efferate
APERTURA - ALDO GARZIA

L'aviazione italiana è assente, l'artiglieria impantanata, atroci le condizioni di vita di occupanti e occupati
Un libro molto documentato e di agevole lettura si aggiunge finalmente alla scarna bibliografia a disposizione sull'occupazione italiana della Grecia negli anni del tramonto fascista 1941-1943. Si tratta di Camicie nere sull'Acropoli (Derive Approdi, pp.368, euro 23) di Marco Clementi, ricercatore di Storia moderna presso il Dipartimento di scienze politiche e sociali dell'università della Calabria, da quest'anno conservatore presso l'Archivio di stato di Rodi su nomina del ministero della cultura di Atene.
Chi si è occupato di quel periodo sa che sono molti i volumi di memorialistica individuale su quegli anni a differenza degli studi storici più complessi. Come è accaduto su altri passaggi della storia del fascismo, si è preferito non usare il bisturi della ricerca per evitare di riaprire ferite nella memoria nazionale finendo così per rimuovere molte atrocità connesse al Ventennio. Il che ha prodotto - lo scrive Clementi nella sua introduzione - singolari episodi, come quello clamoroso che ha avuto nel 1953 protagonisti il regista Renzo Renzi e il docente di storia del cinema Guido Aristarco. Il primo scrisse un soggetto ispirato a un racconto di Renzo Biason dedicato all'occupazione italiana della Grecia: si narrava di decine di ragazze greche indotte alla prostituzione dai militari occupanti. Aristarco pubblicò il soggetto sulla rivista Cinema Nuovo. Renzi e Aristarco furono arrestati e detenuti per 45 giorni nel carcere militare di Peschiera. Annota Clementi: «Processati dal tribunale militare di Milano per vilipendio delle forze armate e condannati rispettivamente a 8 e 4 mesi e mezzo di carcere». Guai, già negli anni cinquanta a toccare argomenti scottanti della storia fascista.
Nel primo capitolo del libro si ricostruisce «la guerra». Benito Mussolini aveva da tempo maturato la decisione di aggredire la Grecia per migliorare le posizioni italiane nel Mediterraneo attraverso il controllo delle isole Ioniche, Cicladi e del porto di Salonicco (preziosa la documentazione sulle tensioni che avevano caratterizzato i rapporti tra Italia e Grecia fin dal 1923). Dalle citazioni dei Diari di Galeazzo Ciano, ministro degli Esteri e genero di Mussolini, si deduce che quest'ultimo era indignato per l'occupazione germanica senza preavviso della Romania, da qui la probabile accelerazione dei preparativi di occupazione della Grecia per ristabilire nuovi rapporti di forza nei Balcani con l'alleato tedesco.
L'occupazione militare italiana entra in crisi ventiquattr'ore dopo il suo avvio: l'aviazione è assente, l'artiglieria è impantanata. Clementi ricostruisce in parallelo cosa accade sul fronte del governo di Atene. Il 28 ottobre 1940, ad esempio, tuttora festa nazionale, l'esecutivo greco decide di rispondere «no» alle richieste italiane. Il compito di trattare con italiani e tedeschi è affidato all'alto ufficiale Georgios Tsolakoglou. Scrive l'autore: «La resa dell'esercito greco fu onorevole. Gli ufficiali conservarono le armi e l'esercito fu riorganizzato sotto il comando delle forze d'occupazione, ma secondo le leggi greche». Da segnalare che la Croce rossa internazionale inoltra a Roma una immediata protesta: le truppe italiane avevano bombardato villaggi e paesi della Grecia uccidendo 757 civili nei tre mesi che andavano dall'ottobre 1940 al gennaio 1941.
Il secondo capitolo ricostruisce «l'occupazione». In poco tempo svanisce l'ipotesi di usare a proprio favore le risorse economiche della Grecia. La situazione economica del paese occupato è disastrosa. Il terzo capitolo - «Diario della fame» - descrive la situazione economica a cui si aggiunge la carestia dell'inverno 1941-1942. La documentazione offerta al lettore dà un quadro atroce delle condizioni di sopravvivenza di occupati e occupanti.
Il quarto capitolo del volume affronta l'analisi della resistenza agli occupanti, il quinto e il sesto - in conclusione - raccontano «la fine dell'occupazione italiana» e il «dopoguerra». Basti una cifra citata da Clementi per dare la dimensione del problema seguito alla fine delle ostilità: «alla vigilia dell'8 settembre erano presenti in Grecia 235mila militari italiani». Non tutti scelsero di seguire gli ordini del nuovo governo del maresciallo Pietro Badoglio. Il noto eccidio di Cefalonia fu opera di reparti dell'esercito tedesco contro i soldati italiani dopo l'annuncio dell'armistizio dell'8 settembre 1943 che siglava la fine delle ostilità tra Italia e anglo-americani.
Per quanto riguarda la Grecia, la fine del conflitto sarà particolarmente tormentata fino alla conclusione della guerra civile (1946-1949). Il 27 aprile 1944 Georgios Papandreou forma un governo di unità nazionale. Dall'1 novembre 1945 al giugno 1949 - sottolinea Clementi - si formano 11 governi centrali e 3 a direzione comunista nelle zone sotto il controllo degli insorti. Tormentate furono pure le trattative per un accordo di pace con l'Italia. La Grecia, esclusa da alcune conferenze internazionali post conflitto, chiese il pagamento dei danni di guerra che nel 1946 venivano fissati in 10.528.000.000 dollari. Il governo di Atene disponeva inoltre della lista dei danni subiti dal patrimonio archeologico e artistico, in qualche caso addirittura dei nomi degli italiani autori dei furti di opere particolarmente pregiate.
Clementi fornisce materiale abbondante su queste trattative e sul tema del destino dei criminali di guerra di nazionalità italiana (nel 1946 il governo di Atene aveva reso pubblico un libro bianco sulla questione): i casi identificati riguardavano 151 italiani. Le pagine finali del volume si soffermano su indagini e processi, mentre il 6 maggio 1946 il Ministero della guerra italiano istituiva una propria Commissione «incaricata di esaminare il comportamento dei comandanti e dei gregari italiani nei territori d'occupazione». Quella Commissione individuò alcuni responsabili di azioni particolarmente efferate ma manifestò quasi subito l'intenzione di non consegnarli ai paesi che le avevano subite (i documenti trascritti nel libro rendono chiare le intenzioni italiane). Da quel momento in poi è un succedersi di trattative e negoziati, fino al «Trattato di amicizia, commercio e navigazione» del 1947. L'11 agosto dello stesso anno venne inoltrata da Roma ad Atene la richiesta di poter traslatare in Italia i resti dei soldati sepolti in Grecia. «L'operazione - scrive Clementi - si concluse solo negli anni sessanta e i resti dei soldati furono composti a Bari, nel Sacrario dei caduti d'oltremare inaugurato nel 1967». Alcune salme furono poi spostate nei luoghi d'origine dei caduti, tra loro c'era quella di Marco Clementi, nonno dell'autore, morto a 27 anni sul fronte greco-albanese il 17 febbraio 1941.
Questo cenno biografico sul nonno contribuisce a spiegare la passione che trasuda dalle oltre 300 pagine del volume, dove la meticolosa precisione dello studioso si unisce alla voglia di fare i conti con eventi troppo rimossi dalla storiografia e dalla memoria made in Italy.

domenica 12 maggio 2013

9 MAGGIO 1945. ARMATA ROSSA

Comincio a pubblicare una parte dell'archivio di Marconista. Ci saranno documenti riguardanti la Russia, l'Unione Sovietica e l'Italia degli anni Settanta.
Parto con queste foto inedite tratte da ormai rari album della vittoria nella Seconda guerra mondiale













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giovedì 9 maggio 2013

ERA DI MAGGIO

9 maggio nella storia: 1945: la Germania firma la resa senza condizioni nelle mani dell'Armata Rossa. 1976. La militante della Rote Armee Fraktion Ulriche Meinhof viene trovata morta nel carcere di sicurezza di Stammheim, Germania Occidentale. 1978. Peppino Impastato, militante di Democrazia Proletaria, viene ucciso dalla mafia. Le Brigate Rosse concludono l'operazione Moro con l'uccisione dell'ostaggio dopo che per 55 giorni lo Stato ha rifiutato di aprire una trattativa per la sua liberazione



venerdì 19 aprile 2013

PENTCHO

In questa foto il monumento al "Pentcho", un battello fluviale che nel corso della Seconda guerra mondiale fece naufragio in acque territoriali italiane a qualche decina di miglia da Rodi. I naufraghi, circa 500 ebrei dell'Europa Centrale fuggiti da Bratislava nel maggio 1940, furono salvati dalla marina italiana. Dopo più di un anno di permanenza a Rodi, giunsero a Bari e da qui furono rinchiusi nel campo di Ferramonti, in provincia di Cosenza. Dopo la caduta del regime fascista e l'occupazione anglo-americana dell'Italia meridionale, vennero liberati e molti di loro poterono raggiungere la Palestina. La storia è in realtà molto più articolata di questa breve descrizione perché ricca di implicazioni internazionali che riguardano moltissimi paesi. A questo argomento sarà dedicato un intervento alla XI Conferenza internazionale "Diritto al nome. Biografica del XX secolo" che comincia domani a San Pietroburgo nei locali di Memorial. 
In Italia hanno pubblicato documenti provenienti dall'archivio di Rodi Luca Pignataro e Gianfranco Moscati, di cui si segnala il video sotto tratto da Uno mattina, che però presenta dei problemi tecnici su You Tube (invece qui è visibile. http://www.veengle.com/s/pentcho.html).
Certo se i conduttori del programma lo avessero lasciato parlare di più non avrebbero fatto danno. Il fatto è che non sapevano proprio chi avessero in studio. Inoltre, lo hanno invitato solo per fare un parallelo con la storia di Schettino. Così stiamo.





venerdì 5 aprile 2013

FOIBE 2.0

Oggi la Gazzetta dello Sport si scusa (con chi non si capisce) per aver inserito lo striscione fascista della curva laziale sulle Foibe tra quelli violenti. Dimentica che qualche anno fa la questione è stata causa di un incidente diplomatico tra Italia e Slovenia per le dichiarazioni dell'onnipresidente Napolitano.



giovedì 4 aprile 2013

CROCE DI LEGNO

Il 17 febbraio 1941 Marco Clementi di Clementino veniva ucciso sul fronte albanese nel corso della guerra di Grecia. Tra qualche settimana uscirà un libro su quelle vicende e l'occupazione del paese.

Alcune fotografie dell'epoca.

Sbagliarono il cognome. Accade ancora oggi









mercoledì 3 aprile 2013

LA VISITA DELL'INGEGNER KALK AL CAMPO FERRAMONTI

Così, tanto per ricordare a quelli di Casa Pound con chi stiamo.


Il primo e il due aprile 1942 l'ingegner Israel Kalk fece visita al campo di concentramento di Ferramonti, vicino a Tarsia, in provincia Cosenza, che ospitava centinaia di ebrei provenienti dall'Italia e da altri paesi europei, tra cui la Grecia (erano circa 180).
Kalk, che a Milano aveva organizzato una famosa mensa per bambini durante la guerra, portò ai bambini bauli pieni di giochi, che furono distribuiti dopo una serie di prove che dovettero compiere i ragazzi divisi per fasce di età.

Alfredo Meyer, di 14 anni, scrive che il primo e il 2 aprile 1942 non sarebbero svaniti tanto presto dalla loro memoria, perché “in quei giorni venne a farci visita il nostro gran benefattore, l’Ing. Kalk di Milano. Il pomeriggio, dopo i giochi, “ci fu una magnifica merenda per i bambini”. Il 2 aprile, pasqua ebraica, si svolse una grande funzione religiosa nel tempio. Kalk lesse un discorso sul tema “Ubi bene, Ubi Patria”: “Spiegò che era facile chiamare patria un luogo dove si sta bene ma in questi tempi, la patria deve essere il luogo dove si può sollevare gli oppressi e aiutare i poveri”.
Un paio di settimane dopo la sua partenza, alcuni ragazzi ricevettero scarpe e vestiario.
Ecco alcuni dei disegni ritrovati nel campo e conservati a Milano presso il Centro di documentazione ebraica.



sabato 9 febbraio 2013

VIENI AVANTI CRETINO

SU QUESTO BLOG il giorno del ricordo del 10 febbraio è stato ampiamente analizzato e criticato.
Non fosse altro perché cade, del tutto non casualmente, nel giorno in cui nel 1947 l'Italia firmò il trattato di pace con le Potenze vincitrici.
Ma l'arte, a volte, riesce ad andare oltre l'immaginabile. In alcuni casi, in senso davvero sconcertante.
Vieni avanti, cretino. Ne sentivamo la mancanza.

Il Cretino si chiama Cristicchi. Che ha rilasciato la seguente intervista.


“Quello delle foibe e dell’esodo dall’Istria e dalla Dalmazia è una ferita ancora aperta nella storia del nostro Paese, non capisco la strumentalizzazione che ne fanno alcuni esponenti della sinistra”.
Parole che non ti aspetti se non al di dentro di polemiche politiche alle quali da anni siamo abituati. A pronunciarle, invece, è Simone Cristicchi. Il cantautore romano, dopo la vittoria del 2007, si appresta nuovamente a partecipare al Festival di Sanremo.
E nel suo disco, in uscita il 14 febbraio, ci sarà una canzone che affronta di petto il tema della diaspora giuliana: Magazzino 18. Lo stesso titolo del primo spettacolo teatrale sul tema, che debutterà il 22 ottobre al teatro Stabile di Trieste, scritto a quattro mani con Jan Bernas, autore del libro “Ci chiamavano fascisti, eravamo italiani”.
Cristicchi si è avvicinato ad un controverso capitolo della storia italiana “guardando un video su Youtube e leggendo il volume di Bernas”, arrivando a scoprire il silos che, alle porte di Trieste, raccoglie le masserizie depositate frettolosamente e mai recuperate dagli esuli istriano-dalmati nel secondo dopoguerra.
“Quando entri nel magazzino hai la stessa sensazione di quando entri ad Auschwitz, respiri l’aria che si sente alle Fosse Ardeatine”. Parole che sono destinare a far discutere, anche perché pronunciate in prossimità del 10 febbraio, durante il quale lo stato italiano celebra il “Giorno del ricordo”.
Così come a far discutere sarà il testo della canzone, che parla esplicitamente di una vicenda colpevolmente dimenticata dalla narrazione pubblica: “Ci chiamavano fascisti, eravamo solo italiani, italiani dimenticati in qualche angolo della memoria, come una pagina strappata dal grande libro della storia”.
Lo sa che il suo spettacolo e la sua canzone presteranno il fianco ad aspre polemiche politiche?
Ci sono abituato. Dopo le polemiche scoppiate con Ti regalerò una rosa (sul tema degli ospedali psichiatrici n.d.r.) mi aspetto di tutto. Sono stato attaccato da psichiatri di fama internazionale... L’importante è raccontare la storia in maniera imparziale, e per questo ho utilizzato il testo di Bernas, che non è schierato politicamente.
A chi le dirà che lei è di destra?
Risponderò che la politica non mi interessa, mi interessano le storie.
Però lo stesso desterà scalpore.
E che le devo dire. Significherà che al prossimo concerto verranno i ragazzi di Forza Nuova (ride).
Perché ha deciso di occuparsi di questa storia?
Ci sono arrivato dal teatro. Tutti i miei spettacoli di questi anni sono incentrati sul tema della memoria e delle storie troppo a lungo dimenticate. Sin dal primo, che vedeva come protagoniste una serie di lettere mai spedite e dimenticate da un ospite di un manicomio, mi sono prefissato di portarle in superfice. Poi ho iniziato ad occuparmi della Seconda guerra mondiale, ed è così che ho scoperto il Magazzino 18 e il libro di Bernas. Prima non sapevo quasi nulla di questa vicenda.
Uno dei temi che spesso affiorano quando si parla di esodo e di foibe è proprio lo scarso spazio che hanno
trovato sui libri di testo, sia nelle scuole superiori che all’università.

Trovo che sia grave che a scuola non si insegni questa parte di storia. La mia generazione non sa nulla delle foibe, ma soprattutto non sa niente delle persone che se ne sono andate da quei territori e che sono morte di umiliazioni e di malinconia. Tutto questo va raccontato, e con lo spettacolo teatrale cercherò di farlo con un linguaggio che arrivi anche ai più giovani.
Nello specifico di cosa parlerà?
Sarà un monologo che interpreterò per la regia di Antonio Calenda. Parlerà di un funzionario del ministero dell’Interno che è stato incaricato di catalogare i beni del silos, e nel suo lavoro inizierà a ricostruire le storie dei proprietari delle masserizie. Spero che ci siano tutti i presupposti per rendere omaggio sia agli esuli, sia a chi è rimasto dall’altra parte dell’Adriatico.
Le istituzioni lo fanno in questo periodo celebrando il “Giorno del ricordo”.
Lo so, è stato un riconoscimento dovuto ma tardivo, che forse è servito a lenire qualche ferita. Per un giudizio più preciso bisognerebbe interrogare uno storico. Ma alcuni capitoli, come quelli del treno di Bologna rappresentano ferite ancora aperte (qui una breve sintesi dell’episodio n.d.r ). E non capisco la voglia di strumentalizzazione della politica, l’atteggiamento di alcuni esponenti della sinistra che si impegnano in guerre di numeri, nella minimizzazione della vicenda.
Qual è l’episodio che più l’ha colpita?
La scoperta del Magazzino 18. Ne vidi alcune immagini su Youtube, e decisi di visitarlo, riuscendoci grazie all’aiuto di una giornalista del Piccolo di Trieste che mi indirizzò a chi ne possiede le chiavi, visto che non è accessibile a tutti. Quando ci metti piede, sembra di entrare ad Auschwitz nel vedere tutti questi mobili catalogati con numeri e con i nomi di vecchi proprietari.

venerdì 21 dicembre 2012

STALIN



Oggi, 21 dicembre, è anche l'anniversario della nascita di Josif Dzhugazhvili (in georgiano, per chi lo sa leggere - non io - იოსებ ბესარიონის ძე ჯუღაშვილი), noto con il nome di battaglia di Stalin (dal russo Stal', acciaio).

Di Stalin si può, ed è stato detto tutto. Dall'ammirazione sperticata che di lui avevano i comunisti di tutto il mondo negli anni 30-50 del '900, alle ricusazioni di Chruscev durante il XX Congresso del Pcus (1956), fino al paragone lanciato dalla storiografia revisionista tedesca, che lo ha posto sullo stesso piano di Hitler. Oggi è quasi unanimemente collocato tra i peggiori uomini politici del XX secolo, con Mao, Pol Pot, lo stesso Hitler e un'altra schiera di dittatori di ogni risma. In questa speciale classifica (che ha tutto tranne lo spirito critico dello storico) il nostro duce si trova un gradino sotto.

Ma il problema non è fare una tabella o comporre classifiche, bensì inquadrare un avvenimento, un fatto, l'azione politica di un uomo all'interno del contesto in cui ha operato. Più lo si fa, più si incontrano difficoltà di ogni genere. Il terreno diventa scivoloso, la critica pronta a farti le penne. Così ci si rifugia nelle classifiche o nel sondaggio: "Lei è d'accordo o no che fu un dittatore sanguinario?"

Inutile aggiungere altro. Utile mi appare, altresì, un elenco di libri che trovo interessanti. Evito di inserirci i miei, avvertendo che i testi sono stati scritti da persone che la pensano in modo molto diverso tra loro.



Elena Aga-Rossi, Viktor Zaslavskij, ''Togliatti e Stalin. Il PCI e la politica estera staliniana negli archivi di Mosca'', Bologna, Il mulino, 1997. ISBN 88-15-06199-1

Svetlana Alliluieva (la figlia di Stalin), ''Soltanto un anno'', Milano, A. Mondadori, 1970.

Anna Applebaum, GULAG, Milano, A. Mondadori, 2006.

Abdurachman Avtorchanov, ''La tecnologia del potere. Il potere nell'URSS da Stalin a Breznev'', Milano, La casa di Matriona, 1980.

Oleg V. Chlevnjuk, Storia del Gulag, Torino, Einaudi, 2006.

Robert Conquest, ''Il grande terrore. Le purghe di Stalin negli anni Trenta'', Milano, A. Mondadori, 1970.

Felix Cuev, Conversazioni con Molotov, La nostra lotta, 2004

Isaac Deutscher, ''Stalin'', Milano, Longanesi, 1951.

Elena Dundovich, Tra Esilio e Castigo, Roma, Carocci, 1998

Milovan Gilas, ''Conversazioni con Stalin'', Milano, Feltrinelli, 1962.

Moshe Lewin, Storia Sociale dello stalinismo, Torino, Einaudi, 1985.

Domenico Losurdo, ''Stalin. Storia e critica di una leggenda nera'', Roma, Carocci, 2008. ISBN 88-430-4293-7

Franz Marek, ''Che cosa ha veramente detto Stalin'', Roma, Ubaldini, 1970.

Ludo Martens, ''Stalin. Un altro punto di vista'', Verona, Zambon, 2005. ISBN 88-87826-28-5.

Roj Aleksandrovic Medvedev, ''Riabilitare Stalin?'', Roma, Tindalo, 1970.

[Roj Aleksandrovic Medvedev, ''Stalin sconosciuto'', Roma, Editori Riuniti, 1983; Milano, Feltrinelli, 2006. ISBN 88-07-17120-1

I. M. Nekric, ''Stalin apri le porte a Hitler?'', Roma, Tindalo, 1968.

Vojtech Mastny, Il dittatore insicuro: Stalin e la guerra fredda, TEA, Milano, 1998

Donald Rayfield, ''Stalin e i suoi boia. Una analisi del regime e della psicologia stalinisti'', Milano, Garzanti, 2005. ISBN 88-11-69386-1.

Jean-Paul Sartre, ''Il fantasma di Stalin'', Milano, A. Mondadori, 1957.

Simon Sebag Montefiore, ''Gli uomini di Stalin. Un tiranno, i suoi complici e le sue vittime'', Milano, Rizzoli, 2005. ISBN 88-17-00319-0

Giulio Seniga, ''Togliatti e Stalin. Contributo alla biografia del segretario del PCI'', Milano, Sugar, 1961.

Victor Serge, ''Ritratto di Stalin'', Venezia, Erre, 1944.

Victor Shalashinza, ''Togliatti fedelissimo di Stalin'', Roma-Milano, Oltrecortina, 1964.

Boris Souvarine, ''Stalin'', Milano, Adelphi, 1983.

Leone Trotzkij, ''I crimini di Stalin'', Roma, Casini, 1966.

Adam B. Ulam, ''Stalin. L'uomo e la sua epoca'', Milano, Garzanti, 1975.

Il Dossier Hitler, UTET, Torino, 2005


giovedì 18 ottobre 2012

L'ASSEDIO DI LENINGRADO





Lena Muchina, …Sochrani moju pečal’nuju istoriju… Blokadnyj dnevnik Leny Muchinoj [Custodisci la mia triste storia. Il diario dell’assedio di Leningrado di Lena Muchina], San Pietroburgo, Azbuka, 2011, 363 pp.

Il diario di Lena Muchina, in uscita a gennaio per Mondadori, ha rappresentato una grande novità per l’editoria russa, così come per quella europea più in generale. Si tratta della viva testimonianza di una persona qualunque, una sedicenne leningradese, di uno degli avvenimenti più importanti – forse il più sconvolgente – della “Grande guerra patriottica”, come i russi chiamano la Seconda guerra mondiale: l’assedio di Leningrado, durato circa 900 giorni – dal settembre 1941 al gennaio 1944.
In Russia il tema dell’assedio è stato molto studiato. A San Pietroburgo esiste un museo, sono noti i ricordi e i diari di tante persone, tra cui quelli del grande filologo Dmitrij Lichačev, di L. Ja. Ginzburg, e due brevi scritti di adolescenti: quelli di Jurij Rjabinkin e di Tat’jana Savičeva (9 pagine in tutto). Quello di Lena, però, è qualcosa di nuovo e come tale è stato accolto in Russia nel 2011, quando è stato pubblicato dalla casa editrice Azbuka di San Pietroburgo. Il diario fu rinvenuto nel 1962 e depositato presso l’Archivio del Partito comunista di Leningrado (oggi Archivio Statale Centrale della documentazione storico-politica di San Pietroburgo). Per lunghi anni nulla si seppe dell’autrice e del suo destino alla fine della guerra e solo in tempi recenti si scoprì che si era salvata e che era vissuta presso alcuni parenti a Mosca fino al 1991, anno della morte. Con loro non aveva mai parlato del diario, e solo grazie al lavoro dell’Accademia delle Scienze di San Pietroburgo lo scritto è stato preparato per la pubblicazione. Sergej Jarov, ricercatore dell’Accademia, ha scritto che leggendo il diario ci si trova di fronte alla continua analisi del mondo che circonda la protagonista. È come trovarsi sopra un vulcano di emozioni: talmente forti che una volta finita la guerra, Lena – praticamente – non sarebbe più tornata a Leningrado. Né avrebbe tentato di ritrovare il suo diario, il libro che voleva scrivere e che sarebbe stato pubblicato solo venti anni dopo la sua morte. Al contrario degli altri diari finora noti, ha aggiunto, gli avvenimenti come i bombardamenti, la guerra, il lavoro in ospedale tra i feriti o la scuola fanno solo da sfondo al vero protagonista del testo: il mondo interiore di Lena.
Nata il 21 novembre 1924 a Ufa, nella regione degli Urali, alla vigilia dell’invasione tedesca Lena vive nel centro di Leningrado assieme alla zia, Elena Nikolaevnaja (Muchina, ma Bernackaja da sposata) e Aka (Rosalia Karlovna Krums-Shtrauss, di origine inglese), in quanto la madre Marija, sorella di Elena, soffre di una grave malattia e non se ne può occupare. Verso la fine dell’ottava classe, nel maggio del 1941, mentre sta per sostenere gli esami di fine anno, decide di cominciare un diario. Nelle sue intenzioni si tratta di un diario come ce ne sono tanti: lo stress per le notti passate sui libri, il primo amore, le amiche, il rapporto con la zia-madre Elena, quello con Aka, la casa in comune dove le tre donne vivono assieme ad altre famiglie, l’attesa dell’estate, che dovrà essere la più bella della sua vita. Pagine di facile lettura, scritte con una lingua viva, giovane, diretta e chiara. In alcuni punti Lena corre avanti, per poi tornare indietro e riprendere argomenti già trattati. Mentre verga le sue pagine, ovviamente, non conosce il proprio destino, né quello delle persone che la circondano. Lo intuisce, a volte, come nel caso della morte di Aka e delle sue “madri” (punto su cui tornerò), ma poi, ad accadimento superato, prende la penna per chiarire meglio a se stessa come siano avvenuti i fatti.
Lena è figlia del suo tempo. Come tutte le adolescenti ama sognare, ritiene la scuola più un dovere che un piacere, ma alla sua età sa già apprezzare il poeta nazionale Aleksandr Puškin e lei stessa scrive poesie; cita Ivan Turgenev e studia i classici. Contestualmente, è anche figlia del regime nel quale vive e del quale condivide i mutamenti: prima dell’invasione del 22 giugno la radio sovietica trasmette spesso musica dell’alleato tedesco (è un elemento non secondario: accadde anche con il cinematografo) e la stessa Lena studia tedesco a scuola. Poi, dal 22 giugno 1941, tutto cambia: i tedeschi sono diventati i nemici e la propaganda afferma che non potranno mai vincere, anche se hanno armi moderne, perché “vanno all’assalto ubriachi”, mentre i russi combattono per il proprio paese.
Il conflitto non cambia solo il destino delle canzoni e delle pellicole. Si tratta di una guerra totale, che tocca ogni singolo abitante del paese, ne sequestra il destino e lo deforma, per restituirlo, stravolto, solo alla sua conclusione. Lena deve rinunciare alle vacanze estive e per alcuni mesi lavora come crocerossina. Poi torna in città per cominciare il nuovo anno scolastico. Ma qui resta intrappolata nella morsa dell’assedio tedesco, morsa stretta definitivamente l’8 settembre 1941. Da questo momento i giorni sono cadenzati dalla ricerca del cibo venduto solo con una tessera annonaria ogni decade, (150 grammi di pane, 10 cioccolatini, 100 grammi di burro…), dalla difesa dal freddo (a causa della penuria di energia elettrica le case non sono illuminate, né riscaldate per la mancanza di petrolio e la temperatura media in camera varia dai 6 ai 12 gradi) e dalla ricerca dei soldi necessari per gli alimenti. Soldi, che cessano di colpo quando muore la zia-mamma Elena, nel febbraio 1942.
Marija, la sorella di Elena e madre naturale di Lena, se n’era andata all’inizio della guerra, nel luglio 1941. Nel giro di pochi mesi, dal luglio 1941 al febbraio 1942, tutto è mutato. Lena ha perso nell’ordine la madre naturale, Aka e Elena, entrambe morte di stenti. Sola, priva della solidarietà dei vicini in un momento in cui la lotta per la sopravvivenza diventa particolarmente aspra, Lena cerca di contattare una lontana parente a Gor’kij (oggi Nižnyj Novgorod), poi trova ricovero presso un’amica, Galija, la quale perderà presto il padre, anche in questo caso per inedia. Passata attraverso la casa d’amici di “mamma” Elena, sarà evacuata alla fine del maggio 1942, come la stessa Lena annuncia il 25 del mese, nell’ultima pagina del diario.
Il diario di Lena non è un elenco delle difficoltà dovute all’assedio tedesco, alla fame e alla minaccia costante della morte. Si tratta quasi di un romanzo, nel quale le note quotidiane manifestano progressivamente l’emozione e la consapevolezza di vivere un momento epocale, che avrebbe segnato per sempre la protagonista e la sua città. Ma è anche un mezzo attraverso il quale Lena rielabora il trauma dell’assedio, e forse per questo cerca di scrivere solo cose interessanti, episodi non secondari: parla dei suoi sogni, delle cose da fare, recconta della reazione del vicino, condivide le emozioni delle amiche, progetta una vita nuova non appena terminata la guerra. Ci sono dei passaggi, durante i giorni dell’assedio, nei quali Lena parla di un suo innamoramento e dell’improvviso addio. Il diario, per un momento, diventa tutto: «Caro dolce amico, prezioso mio diario – scrive. Solo con te condivido i dolori, le preoccupazioni e le disgrazie. In cambio ti chiedo unicamente una cosa: conserva la mia triste storia tra le tue pagine e quando giungerà il tempo, se lo vorranno, svelala ai miei parenti».
Per chi lo conosce dal di dentro è scontato che il mondo sovietico non sia mai stato un grigio monotono gulag dove tutte le teste erano “lavorate” allo stesso modo. La scuola, per esempio, non fu in grado di assolvere al compito che le aveva assegnato il regime: la creazione di un uomo nuovo, l’uomo sovietico. Alcuni sentivano questa condizione, altri no. E tra chi la sentiva, esistevano grandi differenze. La cosa non è così chiara per il lettore europeo (a volte neanche per gli studiosi), ma non credo sia compito di questo libro svelare “il mistero”. Può, però, aiutare.
Ci si può chiedere in che misura la figura di Lena sia paragonabile a quella di Anna Frank, come è stato ipotizzato in Russia. Per alcuni versi, in grande misura. In entrambi i casi ci si trova in una situazione di guerra (la stessa peraltro), sono due adolescenti a scrivere, i diari sono dettagliati e contengono solo cose interessanti (in una parola, universalizzano la condizione dello scrivente); entrambi s’interrompono in modo inatteso per la partenza delle due adolescenti. Lena e Anna, però, vivono una condizione molto diversa. Mentre Anna è costretta a nascondersi e a non sentirsi protetta in patria, Lena ha estrema fiducia nel suo paese (fiducia che a volte vacilla, ma per ritornare più solida). Non è sola, ma isolata, specialmente dopo la morte della zia-madre. Trova, però, sempre un punto di speranza, una via d’uscita dalla sua drammatica condizione. La sua è una lotta contro la fame e il freddo più che contro i bombardamenti, ai quali fa subito abitudine. E a differenza di Anna, che salirà su un treno che la porterà verso la morte, Lena con un treno viene evacuata da Leningrado verso la vita.