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mercoledì 11 settembre 2013

UNA RIFONDAZIONE MANCATA

Il 7 settembre 2001 moriva Sergio Garavini, già dirigente del Pci e primo segretario di Rifondazione Comunista. Un uomo d'altri tempi, diverso e migliore di tanti che si sono fatti la guerra dentro e ai margini del partito per un posto di primo piano o di rincalzo. Fu costretto alle  dimissioni nel 1993 da un colpo di mano organizzato da Armando Cossutta con l'appoggio di Lucio Magri, che elessero al suo posto Fausto Bertinotti, l'uomo che portò la sinistra italiana alla dissoluzione elettorale.

Figlio di Ida Rina Ferraris e dell'industriale torinese Eusebio Garavini, fondatore della Diatto-Garavini e della Carrozzeria che portava il suo nome, frequentò il Liceo Gioberti per iscriversi poi alla facoltà di Ingegneria del Politecnico di Torino. Dopo la prematura morte del padre, interruppe gli studi universitari e nel 1948 decise di lasciare la conduzione dell'azienda di famiglia al fratello Aldo e abbracciare la carriera politica, iscrivendosi al Pci e alla CGIL. Nello stesso anno si sposò con Maria Teresa detta "Sesa", sorella del dirigente comunista Antonio Tatò, per lunghi anni segretario di Enrico Berlinguer. 
In seguito alla sconfitta della CGIL nelle elezioni sindacali alla FIAT del 1955, non ancora trentenne fu nominato segretario provinciale della FIOM. Venne eletto consigliere comunale del capoluogo piemontese nelle liste comuniste e poi, dopo essere entrato nel sindacato, divenne in breve tempo segretario regionale della CGIL, segretario dei tessili, segretario dei metalmeccanici e segretario confederale.
Garavini ottenne la contrattazione articolata sulle qualifiche e sull'organizzazione del lavoro. Puntò inoltre alla costruzione del sindacato dei consigli e di nuove piattaforme sociali, quali ad esempio la salute in fabbrica, il controllo dei ritmi, che divennero i protagonisti della stagione di rivolta operaia degli anni sessanta, in particolare nel corso dell'autunno caldo.
Nel conflitto interno al sindacato tra le posizioni estremiste di Bertinotti(del quale in CGIL si diceva che "non ha mai firmato un contratto") e quelle di Cofferati (incline al dialogo e alla concertazione) egli promosse sempre la centralità della contrattazione e l'autonomia sindacale basata su una reale democrazia sindacale, promuovendo idee nuove quali lo sciopero a singhiozzo e la consultazione permanente: da Segretario Nazionale della FIOM - CGIL, nel 1988 lanciò il primo referendum nazionale sindacale, mai visto prima in Italia, che pretese vincolante per decidere la firma o meno della CGIL al nuovo CCNL dei Metalmeccanici.
Favorevole ad uno sganciamento del PCI dall'Urss, fu l'unico membro del Comitato Fedrerale del PCI di Torino a votare, nel 1956, contro l'appoggio del PCI all'invasione sovietica dell'Ungheria. Garavini sostenne la Rossanda  durante la scissione del gruppo del Manifesto, ma non volle mai abbandonare il partito. La sua battaglia principale negli anni Settanta ed Ottanta, politica e sindacale insieme, fu quella di criticare la "Svolta dell'Eur" e di agire contro la liquidazione della scala mobile. 

Questo, un po' rimaneggiato, quanto si legge su Wikipedia. Di Garavini ricordo un incontro a una festa di Rifondazione a Roma, poco prima della sua morte. Venne nelle cucine e si mise a parlare con noi. Mi colpirono il suo sorriso e la sua modestia. Sorriso e modestia che ho ritrovato, molti anni dopo, sul volto del figlio, valido storico e collega.



giovedì 4 luglio 2013

DA MANIFESTO A MARCONISTA


che ringrazia

SAGGI - «CAMICIE NERE SULL'ACROPOLI» DELLO STORICO MARCO CLEMENTI, PUBBLICATO DA DERIVE APPRODI
Atene, diario della fame e delle azioni efferate
APERTURA - ALDO GARZIA

L'aviazione italiana è assente, l'artiglieria impantanata, atroci le condizioni di vita di occupanti e occupati
Un libro molto documentato e di agevole lettura si aggiunge finalmente alla scarna bibliografia a disposizione sull'occupazione italiana della Grecia negli anni del tramonto fascista 1941-1943. Si tratta di Camicie nere sull'Acropoli (Derive Approdi, pp.368, euro 23) di Marco Clementi, ricercatore di Storia moderna presso il Dipartimento di scienze politiche e sociali dell'università della Calabria, da quest'anno conservatore presso l'Archivio di stato di Rodi su nomina del ministero della cultura di Atene.
Chi si è occupato di quel periodo sa che sono molti i volumi di memorialistica individuale su quegli anni a differenza degli studi storici più complessi. Come è accaduto su altri passaggi della storia del fascismo, si è preferito non usare il bisturi della ricerca per evitare di riaprire ferite nella memoria nazionale finendo così per rimuovere molte atrocità connesse al Ventennio. Il che ha prodotto - lo scrive Clementi nella sua introduzione - singolari episodi, come quello clamoroso che ha avuto nel 1953 protagonisti il regista Renzo Renzi e il docente di storia del cinema Guido Aristarco. Il primo scrisse un soggetto ispirato a un racconto di Renzo Biason dedicato all'occupazione italiana della Grecia: si narrava di decine di ragazze greche indotte alla prostituzione dai militari occupanti. Aristarco pubblicò il soggetto sulla rivista Cinema Nuovo. Renzi e Aristarco furono arrestati e detenuti per 45 giorni nel carcere militare di Peschiera. Annota Clementi: «Processati dal tribunale militare di Milano per vilipendio delle forze armate e condannati rispettivamente a 8 e 4 mesi e mezzo di carcere». Guai, già negli anni cinquanta a toccare argomenti scottanti della storia fascista.
Nel primo capitolo del libro si ricostruisce «la guerra». Benito Mussolini aveva da tempo maturato la decisione di aggredire la Grecia per migliorare le posizioni italiane nel Mediterraneo attraverso il controllo delle isole Ioniche, Cicladi e del porto di Salonicco (preziosa la documentazione sulle tensioni che avevano caratterizzato i rapporti tra Italia e Grecia fin dal 1923). Dalle citazioni dei Diari di Galeazzo Ciano, ministro degli Esteri e genero di Mussolini, si deduce che quest'ultimo era indignato per l'occupazione germanica senza preavviso della Romania, da qui la probabile accelerazione dei preparativi di occupazione della Grecia per ristabilire nuovi rapporti di forza nei Balcani con l'alleato tedesco.
L'occupazione militare italiana entra in crisi ventiquattr'ore dopo il suo avvio: l'aviazione è assente, l'artiglieria è impantanata. Clementi ricostruisce in parallelo cosa accade sul fronte del governo di Atene. Il 28 ottobre 1940, ad esempio, tuttora festa nazionale, l'esecutivo greco decide di rispondere «no» alle richieste italiane. Il compito di trattare con italiani e tedeschi è affidato all'alto ufficiale Georgios Tsolakoglou. Scrive l'autore: «La resa dell'esercito greco fu onorevole. Gli ufficiali conservarono le armi e l'esercito fu riorganizzato sotto il comando delle forze d'occupazione, ma secondo le leggi greche». Da segnalare che la Croce rossa internazionale inoltra a Roma una immediata protesta: le truppe italiane avevano bombardato villaggi e paesi della Grecia uccidendo 757 civili nei tre mesi che andavano dall'ottobre 1940 al gennaio 1941.
Il secondo capitolo ricostruisce «l'occupazione». In poco tempo svanisce l'ipotesi di usare a proprio favore le risorse economiche della Grecia. La situazione economica del paese occupato è disastrosa. Il terzo capitolo - «Diario della fame» - descrive la situazione economica a cui si aggiunge la carestia dell'inverno 1941-1942. La documentazione offerta al lettore dà un quadro atroce delle condizioni di sopravvivenza di occupati e occupanti.
Il quarto capitolo del volume affronta l'analisi della resistenza agli occupanti, il quinto e il sesto - in conclusione - raccontano «la fine dell'occupazione italiana» e il «dopoguerra». Basti una cifra citata da Clementi per dare la dimensione del problema seguito alla fine delle ostilità: «alla vigilia dell'8 settembre erano presenti in Grecia 235mila militari italiani». Non tutti scelsero di seguire gli ordini del nuovo governo del maresciallo Pietro Badoglio. Il noto eccidio di Cefalonia fu opera di reparti dell'esercito tedesco contro i soldati italiani dopo l'annuncio dell'armistizio dell'8 settembre 1943 che siglava la fine delle ostilità tra Italia e anglo-americani.
Per quanto riguarda la Grecia, la fine del conflitto sarà particolarmente tormentata fino alla conclusione della guerra civile (1946-1949). Il 27 aprile 1944 Georgios Papandreou forma un governo di unità nazionale. Dall'1 novembre 1945 al giugno 1949 - sottolinea Clementi - si formano 11 governi centrali e 3 a direzione comunista nelle zone sotto il controllo degli insorti. Tormentate furono pure le trattative per un accordo di pace con l'Italia. La Grecia, esclusa da alcune conferenze internazionali post conflitto, chiese il pagamento dei danni di guerra che nel 1946 venivano fissati in 10.528.000.000 dollari. Il governo di Atene disponeva inoltre della lista dei danni subiti dal patrimonio archeologico e artistico, in qualche caso addirittura dei nomi degli italiani autori dei furti di opere particolarmente pregiate.
Clementi fornisce materiale abbondante su queste trattative e sul tema del destino dei criminali di guerra di nazionalità italiana (nel 1946 il governo di Atene aveva reso pubblico un libro bianco sulla questione): i casi identificati riguardavano 151 italiani. Le pagine finali del volume si soffermano su indagini e processi, mentre il 6 maggio 1946 il Ministero della guerra italiano istituiva una propria Commissione «incaricata di esaminare il comportamento dei comandanti e dei gregari italiani nei territori d'occupazione». Quella Commissione individuò alcuni responsabili di azioni particolarmente efferate ma manifestò quasi subito l'intenzione di non consegnarli ai paesi che le avevano subite (i documenti trascritti nel libro rendono chiare le intenzioni italiane). Da quel momento in poi è un succedersi di trattative e negoziati, fino al «Trattato di amicizia, commercio e navigazione» del 1947. L'11 agosto dello stesso anno venne inoltrata da Roma ad Atene la richiesta di poter traslatare in Italia i resti dei soldati sepolti in Grecia. «L'operazione - scrive Clementi - si concluse solo negli anni sessanta e i resti dei soldati furono composti a Bari, nel Sacrario dei caduti d'oltremare inaugurato nel 1967». Alcune salme furono poi spostate nei luoghi d'origine dei caduti, tra loro c'era quella di Marco Clementi, nonno dell'autore, morto a 27 anni sul fronte greco-albanese il 17 febbraio 1941.
Questo cenno biografico sul nonno contribuisce a spiegare la passione che trasuda dalle oltre 300 pagine del volume, dove la meticolosa precisione dello studioso si unisce alla voglia di fare i conti con eventi troppo rimossi dalla storiografia e dalla memoria made in Italy.

domenica 30 giugno 2013

ARTIFICIERI




il manifesto
Via Caetani 35 anni dopo «Cossiga vide il cadavere prima della telefonata Br»
di Andrea Colombo 

A prenderla per buona la notizia è effettivamente clamorosa: il corpo di Aldo Moro sarebbe stato ritrovato, il 9 maggio 1978 in via Caetani, con circa un'ora di anticipo sulla telefonata con cui Valerio Morucci, alle 12,13, avvisò il professor Franco Tritto dell'avvenuta esecuzione. L'allora artificiere Vito Antonio Raso sostiene ora di essere arrivato in via Caetani molto prima, in seguito a una segnalazione anonima che denunciava la presenza di una macchina forse esplosiva, e di aver scoperto prima delle 12 il cadavere del presidente della Dc. Non solo: l'allora ministro degli interni Francesco Cossiga sarebbe arrivato molto prima dell'orario ufficiale, intorno alle 14, addirittura prima della scoperta del corpo, insieme al capo della Digos romana Spinella e al colonnello dei carabinieri Cornacchia, braccio destra del generale Dalla Chiesa.


La testimonianza è allo stesso tempo confermata e smentita dal superiore diretto di Raso, maresciallo capo Giovanni Circhetta. Anche lui sostiene che il corpo del leader democristiano fu ritrovato in realtà tra le 11 e le 12. Le due versioni però differiscono in alcuni elementi centrali. Circhetta esclude che la segnalazione dell'auto sospetta sia partita da una telefonata anonima. Cita anche lui un colonnello dei carabinieri che poteva essere Cornacchia ma non nomina Cossiga. Afferma inoltre di essersi recato in via Caetani, poco dopo le 11, perché messo al corrente del rinvenimento del corpo di Moro. Raso invece sostiene di aver iniziato a perlustrare l'abitacolo della Renault quanto Cossiga e Cornacchia si erano già allontanati, e di aver trovato la salma nel bagagliaio molto più tardi. 

Non sono particolari secondari. Se la doppia testimonianza fosse in qualche modo confermata, significherebbe che Cossiga se ne tornò tranquillamente in ufficio pur sapendo che il corpo di Moro giaceva in via Caetani, senza avvertire nessuno, aspettando la rivendicazione ufficiale. In questo caso sarebbe inevitabile chiedersi perché il ministro decise di prendere tempo. Circhetta parla anche di una busta, forse contenente una lettera, che si trovava sul sedile anteriore della Renault e della quale non si è mai più saputo niente. Ma anche se così fosse, nulla impediva a Cossiga e di far sparire la lettera e comunicare lo stesso ai familiari di Moro e al paese intero la notizia. Se poi si desse credito alla versione di Raso, le domande si moltiplicherebbero: non ci capisce infatti cosa stavano a fare Cossiga e il braccio destro di Dalla Chiesa in via Caetani addirittura prima che il cadavere fosse rinvenuto. Raso sostiene che Cossiga non sembrava stupito. Ma, anche a prescindere dal valore delle sensazioni personali dell'artificiere, resterebbe inspiegabile la presenza di Cossiga prima e non dopo il ritrovamento del cadavere.

 «A caldo - sostiene lo storico Marco Clementi, uno dei pochi che si sia occupato seriamente e non dietrologicamente della vicenda - la mia impressione è che Circhetta racconti davvero come è andato il ritrovamento, ma giocando o equivocando sugli orari. Insomma che stia parlando di quel che successe dopo e non prima la telefonata di Morucci. Anche perché, nella stessa intervista, dice di non aver segnato nel verbale l'orario del ritrovamento della salma perché era "un dato di dominio pubblico"». C'è una ragione in più per prendere con le pinze la versione dei due artificieri: il fatto cioè che abbiano scelto di raccontare una verità così clamorosa solo dopo la morte di tutti i protagonisti della vicenda, Cornacchia, Cossiga e infine Giulio Andreotti, allora presidente del Consiglio. Raso aveva già fatto qualche accenno in un suo libro peraltro anch'esso recente, L'uomo bomba , ma in termini molto più vaghi ed ellittici. Se da un interrogatorio molto più approfondito di quanto non si possa richiedere ai giornalisti dell' Ansa e del sito web www.vuotoaperdere.org che ieri hanno raccolto le due interviste, la versione fosse confermata significherebbe che, almeno sul fronte dello stato se non su quello brigatista, buona parte di quella storia è ancora nascosta. In caso contrario, si tratterebbe dell'ennesima bufala spacciata per rivelazione deflagrante. Non che ce ne siano

sabato 5 gennaio 2013

Scendo in Strada e Manifesto

Lettera di Tiziana alla Redazione del Manifesto

Car* compagn*
come sapete sono in corso le procedure per formare la nuova cooperativa che dovrà fare in modo che il manifesto rimanga in edicola. La nuova coop è stata costituita prima di Natale da (credo) 9 persone, con uno statuto (credo sia stato ripreso quello della vecchia coop) senza che sia mai stata data una comunicazione ufficiale ai vecchi, nuovi e aspiranti soci. Se ne è parlato al giornale, sul giornale, sui social media ma chi abbia deciso i nomi dei “fondatori” e anche chi siano i fondatori io non lo so. Avrei potuto chiedere, certo, ma non ho voluto. Ho atteso invano una comunicazione ufficiale che non è mai arrivata.
E ora veniamo a “come” si sta formando la nuova cooperativa: si parte dal budget (calcolato sulle vendite attuali), si cerca di capire quanti posti di lavoro si possono salvare con quei soldi, si fanno alcune scelte (chiudere il centralino, chiudere il sito, ridimensionare l'archivio, ma questi sono solo esempi) e poi un comitato, formato da due persone, comunica ai singoli lavoratori il tipo di contratto che il giornale si può (o non si può) permettere per loro.
Il processo che io, insieme ad altri compagni, tutti ormai fuori dal giornale, compresi Rossana e Valentino, ho sempre caldeggiato, era esattamente l'inverso: prima si doveva parlare di progetto e poi di chi serviva per realizzarlo, cercando di fare un buon giornale, che aumentasse le vendite e fosse in grado di riassorbire progressivamente più persone possibili. Questo ovviamente comportava un grande e impegnativo dibattito politico che si è scelto di non fare.

I colloqui
siamo stati convocati dal comitato singolarmente (cosa che ovviamente mette le persone in condizione di debolezza) e ci è stato comunicato cosa il comitato aveva deciso per noi: contratto a tempo pieno, contratto a tempo parziale o nessun contratto, senza altra possibilità che prendere o lasciare. Ognuno poi, sempre in perfetta solitudine, ha accettato tirando un sospiro di sollievo, ha rifiutato cortesemente, ha cercato di contrattare, ha pianto le sue lacrime o ha sbattuto la porta. Questo è quello che non mi va giù: ognuno solo con le sue gioie o le sue pene, nessun processo collettivo. Ognuno che racconta “come è andata” ai suoi amici, come fosse un colloquio di lavoro in un posto qualsiasi.
Per questo ho voluto scrivere questa lettera: per rompere queste solitudini, per cercare di far sentire meno solo e rabbioso chi è rimasto tagliato fuori.
Che fosse necessario un drastico ridimensionamento del personale lo sapevamo tutti ma che questo fosse il modo migliore per farlo, no, questo proprio no.
Che dovessimo formare una nuova cooperativa lo sapevamo tutti, che si formasse in questo modo, con questi tempi, senza alcuna discussione collettiva sul chi e sul cosa, no, questo proprio non lo accetto.
Siccome sono abituata a partire da me, vi racconto il mio colloquio (avvenuto ieri, 28 dicembre, ultimo giorno utile prima della liquidazione della vecchia coop): qualcuno, non so chi, ha deciso che bisognava chiudere il sito. Inutile dire che chi ci ha lavorato non è stato coinvolto in questa decisione, è stato informato solo a decisione già presa. Nessuno ha chiesto al gruppo di lavoro del sito se si poteva trovare una soluzione transitoria, per cercare di tenerlo aperto comunque, solo colloqui personali in cui si poteva accettare o rifiutare una soluzione alternativa oppure prendere atto di essere stati tagliati fuori. Dei quattro che lavoravano al sito uno è in pensione, a due sono stati offerti contratti certo molto miseri ma pur sempre contratti, a me è stato detto che non c'era alcuna possibilità di contratto. L'unico vantaggio economico che viene al giornale, quindi, è il taglio del mio stipendio, solo del mio, a fronte dell'immenso danno di immagine che comporta la chiusura del sito del manifesto. Se poi mi viene da pensare che la decisione di chiudere il sito sia stata presa al solo scopo di eliminare una persona scomoda, praticamente l'unica rimasta del gruppo dei “dissenzienti” dite che sbaglio? Può darsi, ma io non posso fare a meno di pensarlo. 
A questo bisogna aggiungere un particolare: mi sono stati tolti i premessi di amministratore della pagina Facebook del manifesto. Inutile dire che neanche questo è stato oggetto di discussione, me ne sono accorta da sola, loggandomi alla pagina. Forse qualcuno ha pensato che potessi abusare dei permessi da amministratore per farne un uso improprio? Se così è quel qualcuno si sbaglia: non ho mai pensato di usare gli strumenti che il manifesto mi dava per scopi personali. Sono una persona seria e non tollero che questo sia messo in discussione.
Tanto per togliere qualche eventuale dubbio, non ho voluto scrivere questa lettera per cercare di strappare uno strapuntino, magari a scapito di qualcun altro. No, cari compagni, la guerra tra poveri non mi appartiene. La mia è, ancora una volta, una battaglia politica. Continuo, come faccio ormai da quando abbiamo deciso (tutti insieme) di mettere in liquidazione la cooperativa, a contestare il metodo. Ho condiviso l'idea dei Circoli della proprietà collettiva, ho scritto documenti, ne ho firmati altri, sono intervenuta in assemblea sempre con la stessa idea in mente: la rifondazione del manifesto non è un problema sindacale e nemmeno economico. E' un problema politico e come tale va trattato. 
So per certo che molti non hanno firmato documenti o ne hanno firmati altri solo temendo di perdere il posto di lavoro. E' una preoccupazione comprensibile che ha però inibito la discussione che dovevamo e potevamo fare sul futuro del manifesto. Questo modo di procedere con colloqui personali ha fatto il resto: nessun processo collettivo, nessuna condivisione, ognuno lasciato a decidere (o a subire) da solo. Per questo ho voluto socializzare la mia esperienza e mi piacerebbe che anche altri lo facessero. Chi ha deciso di rimanere contento, chi ha deciso di rimanere con molte perplessità, chi non ha potuto decidere niente, chi ha deciso, più o meno serenamente, di non voler prendere parte a questa nuova avventura. Mi piacerebbe. E ora a voi la palla.

Tiziana

martedì 27 novembre 2012

VALENTINO PARLATO. AUTOBIOGRAFIA

Foto di Valentino De Marco



Oggi è il giorno delle autobiografie. Dopo il cenno alla talentuosa autobiografia precoce di Evtushenko, un approfondimento di quella più consueta di Valentino Parlato.

Valentino lo conosco abbastanza. Al punto che so molte cose di lui. Ma anche al punto che sicuramente non si ricorda di me. Succede spesso così. Con quante persone avrà parlato in vita sua, anche più volte, come è capitato con me? E quanti lo hanno visto dopo una certa ora in via Tomacelli nella sua stanza?
Però conosco anche una persona che lo conosce bene e la quale è a sua volta conosciuta da Valentino. Anzi, hanno lavorato insieme. Per anni. Alla stesura di un libro. La sua autobiografia. Contratto firmato, anticipo pagato. Giorni interi passati a parlare a casa di Valentino, appunti presi dal writer (terza persona), stesura di capitoli. Dal 2006 va avanti questa storia. Un tira e molla, un "la scrivo" e "non la scrivo", una cena da amici nella Roma superadicalschick di quelli con tanti tanti soldi e casa stupenda nel centro, quindi l'oblio. Poi, l'uscita con un'altra casa editrice. Senza annuncio, senza rescissione del vecchio contratto e senza restituzione dell'anticipo. Uno, come dire, ci rimane male.

Non è uno scoop. Si tratta di un altro elemento da incasellare nella crisi del manifesto.

(Certo poi il titolo: "La rivoluzione non russa", lascia a bocca aperta. Il sottotitolo promette "quarant'anni di storia del manifesto", ma tutti i passaggi politici importanti, come nel caso della ragazza del secolo scorso, sono bypassati).


Marconista




lunedì 26 novembre 2012

OGGI RESTO A CASA E MANIFESTO

Dopo anni di crisi politica, economica ed editoriale, il manifesto implode. Una delle fondatrici e firma da sempre del giornale, Rossana Rossanda, da anni a Parigi dove frequenta il circolo degli emigrati politici italiani degli anni Settanta, lascia il giornale con una lettera che non ammette repliche.
Il manifesto da anni non è più un giornale omogeneo. Le varie redazioni non comunicano e ognuno decide per sé, secondo una logica autodistruttiva che ha portato a questa conclusione inevitabile.
Non vedo un futuro per il giornale. Almeno per quel giornale, che in tanti compravamo ogni mattino, tutti i giorni. Del resto, è stato anche usato da molti giornalisti poi divenuti famosi volti televisivi come momento di passaggio. Uno sfruttamento di saperi e competenze, usate a scopo assolutamente personale. Quello che sembrava un difetto, allora, appare oggi come un miraggio. Non più in grado di valorizzare nessuno, per adesso si contorce in una crisi che l'assemblearismo ha reso cronica. Avanti il prossimo.

PS
Se la ragazza del secolo scorso ci avesse comunque detto di più sui punti politici importanti della sua esperienza oggi saremmo tutti più felici. Non va però dimenticato il suo coraggio dimostrato con Carla Mosca nel libro scritto con Mario Moretti sulle Br. E, infine. Domani un pezzo sul libro di Valentino Parlato che è una specie di simbolo, per come si è concretizzato, dello sfascio. 



Rossana Rossanda lascia il Manifesto. Una delle fondatrici della storica testata della sinistra italiana se ne va, con una lettera (che qui pubblichiamo) in cui accusa la direzione e la redazione di "indisponibilità al dialogo". Lettera che Rossanda ha inviato al giornale affinché venga pubblicata domani.

E' solo l'ultimo degli addii "eccellenti" che il Manifesto ha subito nelle ultime settimane. Prima Vauro, poi Marco D'Eramo (la cui lettera di commiato è stata liquidata con poche sprezzanti righe dalla direzione, ragione per la quale è in corso tra i suoi amici e lettori una raccolta di firme per criticare duramente l'atteggiamento del giornale nei confronti di una delle figure storiche del Manifesto).

E il giornale – fondato nel 1969, che versa in pessime acque finanziarie – continua a perdere pezzi. Dopo l'addio di D'Eramo, anche Joseph Halevi, uno tra i più noti collaboratori del Manifesto, ha deciso di lasciare, e in una lettera inviata al circolo del Manifesto di Bologna usa parole durissime nei confronti della direzione e della redazione: "Non si tratta più di un collettivo ma di un manipolo che per varie ragioni si è appropriato del giornale".

Nella sua lettera d'addio Rossana Rossanda annuncia che un suo commento settimanale uscirà sul sito di Sbilanciamoci (qui il primo).

LA LETTERA DI ROSSANDA

Preso atto della indisponibilità al dialogo della direzione e della redazione del manifesto, non solo con me ma con molti redattori che se ne sono doluti pubblicamente e con i circoli del manifesto che ne hanno sempre sostenuto il finanziamento, ho smesso di collaborare al giornale cui nel 1969 abbiamo dato vita. A partire da oggi (ieri per il giornale), un mio commento settimanale sarà pubblicato, generalmente il venerdì, in collaborazione con Sbilanciamoci e sul suo sito www.sbilanciamoci.info.

Rossana Rossanda

LA LETTERA DI HALEVI

Care compagne e cari compagni
Non so se avete visto l'andazzo del manifesto nelle ultime settimane. E' peggiorato ulteriormente dopo il 4 novembre. Scandalose le linee di commiato a Marco D'Eramo, quelle della redazione non quelle di D'Eramo. Consiglierei di rompere, perché non si tratta più di un collettivo ma di un manipolo che per varie ragioni si è appropriato del giornale. Anch'io me ne vado, senza alcuna lettera. E' inutile.
Un caro saluto,

Joseph Halevi