9 gennaio 1950: l'eccidio alle Fonderie Riunite di Modena
di Eliseo Ferrari
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La riunione si svolse serenamente e pacificamente. Tutti d'accordo di non accettare nessuna provocazione e di stare nei pressi della fabbrica. La polizia aveva occupato il posto dove solitamente stavamo come picchetto, i lavoratori si spostarono più lontano anche perché davanti all'ingresso dello stabilimento vi erano dei camion pieni di poliziotti armati in attesa di entrare in azione. Bevevano abbondanti alcolici, propinati loro dagli ufficiali. Andai alla Camera del lavoro a informare la segreteria e la Fiom della situazione e dei rischi incombenti. Si decise: una delegazione di parlamentari, deputati e senatori, sarebbe andata dal prefetto e una dal questore insieme con i dirigenti sindacali per richiedere l'autorizzazone ad avere la piazza per svolgere la manifestazione sindacale alle ore dieci, quando avrebbe avuto inizio lo sciopero generale. Il questore aggredì verbalmente la delegazione: «Vi stermineremo tutti!» gridava come un pazzo furioso, rifiutando il dialogo e quindi l'autorizzazione alla piazza. I lavoratori affluivano a Modena dalla provincia, con ogni mezzo di trasporto, recandosi nel quartiere Crocetta Santa Caterina, nei pressi delle Fonderie Riunite. A piedi, quelli delle fabbriche della zona industriale di Modena nord, aggirarono i blocchi della polizia passando tra i campi per stradine o sentieri. Si calcola fossero decine di migliaia. La città tutta si era fermata, i negozi erano chiusi e la gente per solidarietà o semplicemente per curiosità, non avendo altro posto dove andare, si recava alla Crocetta.
Poco dopo le dieci un gruppo di una decina di lavoratori si trovava all'esterno della fabbrica vicinoal muro di cinta, cercando di dialogare con i carabinieri che erano all'interno. Uno di questi sparò con la pistola, a freddo, uccidendo Angelo Appiani, colpito in pieno petto. Nel frattempo, dal terrazzo della fabbrica, gli agenti della "benemerita" spararono con la mitragliatrice sulla folla inerme che si trovava ferma sulla via Ciro Menotti, oltre il passaggio a livello, chiuso per il passaggio di un treno. Arturo Chiappelli venne colpito a morte così Arturo Malagoli, molti furono feriti gravemente e tanti in modo più leggero. Fu una strage terribile: urla e gemiti e invocazioni disperate di soccorso. L'asfalto divenne rosso di sangue. La gente scappava, cercava rifugio, alcuni assistevano i feriti e li trasportavano al riparo dov'era possibile, li medicavano facendo le bende strappandosi le maglie di dosso e con i fazzoletti, suturando ferite e tentando di fermare emorragie. Un comportamento eroico, sotto il fuoco micidiale di quell'arma che sparò per alcuni minuti a intermittenza, ciò permise di salvare la vita a molti colpiti gravemente, medicati in case private, in ambulatori di medici disponibili, generosi che sapevano di rischiare le rappresaglie della polizia. Roberto Rovatti si trovava in fondo a via Santa Caterina vicino alla chiesa, cioè dal lato opposto e distante più di mezzo chilometro da dove vennero uccisi i suoi compagni. Portava una sciarpa rossa al collo com'era sua abitudine. Circa mezz'ora dopo la prima sparatoria, venne circondato da un gruppo di carabinieri, scaraventato violentemente dentro al fosso e massacrato, linciato a forza di tremende botte con i calci dei fucili. Non aveva opposto alcuna resistenza. Ennio Garagnani venne assassinato in via Ciro Menotti dal fuoco di un'autoblindo che sparava all'impazzata tra la folla ferendo molti gravemente. Con il passare del tempo la tragedia assumeva aspetti di bestialità espressa, senza limiti. Di fronte all'acquedotto i poliziotti gettarono alcuni fucili ai piedi dei lavoratori i quali non li raccolsero, indietreggiando velocemente. Sapevano che se li avessero raccolti non avrebbero avuto scampo, sarebbero stati fulminati lì sul posto. Si trattava di una provocazione progettata, calcolata, lucidamente eseguita.
Per capire quanto accadde quel giorno
bisogna allargare lo sguardo e fare un passo indietro, al 1947-1948.
Nell'ottobre del 1947 si verificò la prima crisi tra Fonderie e
Fiom che produsse come risultato la prima serrata: chiusura della
fabbrica e riassunzione di altro personale. La vertenza però si
concluse con il successo del sindacato e le Fonderie vennero
riaperte. Nelle fabbriche si procedeva ad assunzioni discriminate.
Nel 1948 la Democrazia Cristiana vinse le elezioni politiche di aprile e alla sconfitta politica delle sinistre, gli imprenditori lanciarono un'offensiva contro le conquiste operaie, sia in termini salariali sia in termini di organizzazione sindacale all'interno delle fabbriche.
Dopo l'attentato a Togliatti di luglio, si parlò di un'Italia sull'orlo della guerra civile e la "celere" di Scelba non esitò ad intervenire contro diverse manifestazioni. In questo contesto si inserirono le repressioni contro i lavoratori e i contadini di Melissa in Calabria, Montescaglioso in Basilicata e Torremaggiore in Puglia dove la 'celere' intervenne con le armi da fuoco e uccise 7 braccianti.
Nella primavera del 1949 Orsi cominciò un'altra vertenza lunga quasi tutta la primavera. Si arrivò alla decisione di licenziare 120 dipendenti, a fissare per il 19 novembre la cessazione di ogni attività e il 5 dicembre effettuò la seconda serrata alle Fonderie, appoggiato da un grande dispiegamento di forze dell'ordine. Dopo 25 giorni Orsi fece affiggere un manifesto che indicava nel 9 gennaio, la riapertura delle Fonderie, con il particolare che a sua piena discrezione solo 250 dipendenti su 560 sarebbero stati riassunti. Il sincato proclamò sciopero generale per un'ora. Come sia andata quella giornata lo sappiamo.