sabato 24 marzo 2012

FORUM DI CERNOBBIO

FORUM DI CERNOBBIO, 23 e 24 marzo 2012

PROGRAMMA

Lo scenario economico internazionale, i temi del lavoro, infrastrutture e innovazione come propulsori per rimettere in moto l'Italia, le riforme per la crescita e lo sviluppo: questi i temi portanti della tredicesima edizione del Forum "I protagonisti del mercato e gli scenari per gli anni 2000" organizzato da Confcommercio, in collaborazione con Ambrosetti, che si svolgerà oggi e domani a Cernobbio (Como) presso il Grand Hotel Villa d'Este. Il Forum avrà inizio alle ore 11.00, con la conferenza stampa del Presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, in cui verrà presentato un documento dell'Ufficio Studi Confcommercio sulle prospettive economiche. Chiuderà la due giorni, sabato 24, il presidente del Consiglio Mario Monti (ore 16.30)
TEMI E PARTECIPANTI DELLE DUE GIORNATE IN SINTESI
Venerdì 23 marzo
Ore 11.00: Conferenza stampa di apertura del presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, e presentazione di un documento dell'Ufficio Studi sulle prospettive economiche.
Sessioni del pomeriggio (ore 15,00-19,30):
- L'Italia e il lavoro
Relatori: Raffaele Bonanni, Maurizio Sacconi, Tiziano Treu
- Rimettere in moto l'Italia: le infrastrutture
Relatori: Luigi Angeletti, Franco Bassanini, Guido Pier Paolo Bortoni, Luciano Violante
Intervento del Ministro Elsa Fornero
Sabato 24 marzo
Sessioni della mattina (ore 9,00-13,00):
- Lo scenario economico internazionale
Relatori: Enrico Tommaso Cucchiani, Enrico Letta, Roberto Perotti, Luigi Zingales

Intervento del Vice Ministro Vittorio Grilli
Intervento del Ministro Corrado Passera
- Rimettere in moto l'Italia: innovazione, turismo e cultura
Relatori: Susanna Camusso, Piero Gnudi, Lorenzo Ornaghi, Francesco Profumo
Sessioni del pomeriggio (ore 14,30-17,00):
- Intervista al Presidente della Camera, Gianfranco Fini
- Rimettere in moto l'Italia: scelte e riforme per la crescita
Relatori: Angelino Alfano, Pier Luigi Bersani, Roberto Maroni
Chiude i lavori il Presidente del Consiglio Mario Monti (sabato ore 16,30).












Ormai il blog l'ho sporcato. Qui il ministro Fornero che fa colazione con il marito De Aglio prima dell'inizio dei lavori del FORUM. 

PAESAGGI DI GRECIA






















venerdì 23 marzo 2012

TESTO RIFORMA DEL LAVORO

LUCA ABBA' SCRIVE DAL CTO DI TORINO





Riceviamo e pubblichiamo, come da richiesta. 

A poco più di tre settimane dai fatti accorsi in Clarea il lunedì 27 febbraio scorso, mi sembra opportuno comunicare a tutti gli amici e compagni che mi sono vicini alcune notizie più precise sul mio stato di salute.
Come già si sa da qualche giorno sono fuori pericolo di vita, ma seppur la situazione vada migliorando le mie condizioni risultano ancora abbastanza serie.
Le ferite maggiori che mi trovo a dover guarire sono la conseguenza delle ustioni provocate dal folgoramento da corrente elettrica, i danni da caduta sono ormai in via di miglioramento definitivo.
Nei prossimi giorni subirò ulteriori interventi di chirurgia plastica per sistemare le aree del corpo ancora soggette a ustioni.
Mi trovo tuttora ad essere inchiodato a letto e non auto sufficiente nei movimenti degli arti e quindi dipendente da infermieri e familiari per le mansioni quotidiane.
Desidero comunque ringraziare tutti coloro che finora mi sono stati vicini e che mi hanno fatto sentire la loro presenza e solidarietà.
Chiedo a tutti ancora un po’ di pazienza (il primo ad averne dovrò essere io), per potervi riabbracciare e salutare in piena forma.
Un ringraziamento particolare va ai miei familiari e alla mia compagna Emanuela che hanno dovuto superare un momento non facile, anche per questo chiedo a tutti di allentare la pressione nei suoi confronti visto che si trova già a gestire molteplici ruoli di questa vicenda.
Sarà mia cura contattarvi personalmente nel momento in cui le cose si fossero messe al meglio per potervi incontrare e abbracciare con più calma.
In questo momento sono giustamente sottoposto alle severe disposizioni dei “reparti speciali” del CTO di Torino e quindi con forti limitazioni alle visite, riservate a parenti ed amici stretti.
Chiedo che questo scritto possa girare tra tutte le varie situazioni che hanno seguito l’evolversi della mia vicenda sperando però che non diventi oggetto di speculazione giornalistica. Sono ben contento di ricevere notizie e contatti vostri ma non garantisco di rispondere a tutti entro breve.
L’indirizzo cui scrivere è: Frazione Cels Ruinas 27 – 10050 Exilles (TO)
Da un letto di ospedale, 21.03.2012
Forza e gioia a tutti. Luca Abbà

LO ZAR DELLE URNE

FOSSE ARDEATINE. 69 ANNIVERSARIO

Oggi è il 69 anniversario della strage alle Fosse Ardeatine. Come ogni anno, lo ricordiamo.
Riprendo un mio articolo pubblicato nel 2008 sul Manifesto, perché alcune questioni sono ancora attuali. Come, per esempio, il fatto che quelli della resistenza italiana furono sempre, a tutti gli affetti, atti di guerra. La cosa, per alcuni italiani, non è ancora chiara. E c'è dell'altro. Il memoriale delle Fosse Ardeatine è molto bello e consono alla gravità del fatto. Però chiude presto, alle 15,30, se la memoria non mi inganna, e a parte un circuito di telecamere, non esiste sorveglianza. Facilmente penetrabile dalla strada (io stesso ho fatto due volte la prova, esponendomi alle telecamere, senza che nessuno intervenisse), è stato oggetto in passato di violazioni da parte di vandali e di fascisti. Non è detto che in futuro non possano di nuovo apparire nuove scritte sul mausoleo.













Il riconoscimento alleato di via Rasella



L'attentato di via Rasella del 23 marzo 1944 continua a stimolare posizioni revisionistiche che lo vorrebbero ridurre a «terrorismo». Ma durante la guerra erano gli stessi comandi inglesi a considerarlo un legittimo atto di resistenza


Marco Clementi

In Italia la storia della resistenza è stata oggetto di una serie di revisioni da parte di storici e saggisti, che hanno cercato di rileggere aspetti del fenomeno alla luce dei mutamenti politici europei degli ultimi decenni. I risultati non sempre sono stati all'altezza delle attese, ma in alcuni casi hanno avuto il merito di sollevare importanti quesiti, sui quali è bene confrontarsi anche a distanza di molto tempo, riguardanti per esempio il numero e il ruolo dei partigiani prima e dopo la liberazione del paese, le differenze tra le diverse anime della resistenza, la composizione sociale delle brigate partigiane, la corrispondenza al vero di vari «miti», da quello della resistenza tradita alla mancata epurazione nelle zone liberate. Libri che hanno avuto una larga diffusione, come quelli di Giampaolo Pansa dedicati al «sangue dei vinti» hanno suscitato polemiche, spesso accompagnate dal tentativo più generale di screditare in parte, o interamente, il movimento resistenziale italiano, che fu uno dei più importanti in Europa.

Il tema legato alla resistenza, del resto, divenne un oggetto di divisione e revisione già pochi anni dopo la fine della seconda guerra mondiale. Se in un primo tempo, per esempio, i sovietici erano stati propensi a valutare l'esperienza partigiana italiana nel suo complesso e in modo equilibrato, distinguendone le varie anime e tendenze, già nel 1948 la lettura di quegli anni si era ideologizzata e un libro come La storia della resistenza di Luigi Longo poté essere pubblicato a Mosca solo dopo un'attenta revisione finalizzata a esaltare la guerra di popolo guidata dai comunisti e porre in ombra l'apporto delle forze politiche di diverso orientamento, che dovevano passare per elementi guidati dagli alleati al fine di boicottare l'incidenza di quello che fu chiamato già nel 1945 il vento del Nord. In tale prospettiva, fatti come il proclama Alexander del novembre 1944, sul quale si tornerà tra breve, sono stati giudicati alla stregua di un tradimento e come la prova della malafede alleata.


L'uso politico di via Rasella

La storiografia più recente ha registrato anche una tendenza opposta. Importanti studi, come quello di Franco Giustolisi dal titolo L'armadio della vergogna, riguardante gli incartamenti sulle stragi tedesche in Italia dimenticati in luoghi reconditi delle procure, non solo hanno fatto nuova luce sulle repressioni, ma hanno cercato di ricollocare nel loro contesto storico le azioni dei partigiani e dei Gruppi di azione (Gap) che agivano nelle città occupate. Tra gli atti di guerra che allora vennero condotti contro l'esercito tedesco, il più conosciuto e che ha catalizzato le maggiori polemiche è stata l'azione di via Rasella, un attacco portato dai Gap all'esercito occupante che il 23 marzo del 1944 provocò la morte di 33 uomini della undicesima compagnia del reggimento Bozen, comandato dal maggiore Helmut Dobbrick, e di sei italiani, tra cui un bambino.
Il giorno dopo, il 24 marzo, 335 italiani, tra cui 154 persone a disposizione dell'Aussenkommando, sotto inchiesta di polizia, 23 in attesa di giudizio del Tribunale militare tedesco, 16 persone già condannate dallo stesso tribunale a pene varianti da 1 a 15 anni, 75 appartenenti alla comunità ebraica romana, 40 persone a disposizione della Questura romana fermate per motivi politici, 10 fermate per motivi di pubblica sicurezza, 10 italiani arrestati il 23 nei pressi di via Rasella, una persona già assolta dal Tribunale militare tedesco e, infine, tre non identificate, furono condotti nelle cave di pozzolana lungo la via Ardeatina. Qui furono massacrati dai tedeschi comandati da Herbert Kappler. Per questo crimine, lo stesso Kappler e altri ufficiali tedeschi, tra cui Erich Priebke, sono stati processati poi e condannati dalla giustizia italiana.

Nel corso dei decenni seguiti alla fine della guerra le polemiche su via Rasella non si sono spente. Da un lato, dopo la riabilitazione «dei ragazzi di Salò», operata in Italia a molti livelli istituzionali, si è cercato di dare una nuova dignità a chi aveva aderito alla Repubblica mussoliniana. Dall'altro, dopo l'11 settembre 2001 e l'inizio della cosiddetta «guerra al terrorismo», alcuni eventi sono stati riletti sotto una luce nuova e atti di guerra come quelli di via Rasella sono stati interpretato come atti di terrorismo. Infine, qualcuno ha anche ipotizzato che via Rasella, in realtà, fu organizzata per provocare la reazione tedesca e condurre alla liquidazione del gruppo «Bandiera Rossa», scomodo per il Pci e in parte arrestato dai tedeschi.

Riportare in questo giorno di ricordo le cose nella loro proporzione storica non è un'impresa che può avvenire con un breve saggio. Né, del resto, è facile ricomporre quella che da molti è stata chiamata «la memoria divisa», che nel nostro paese sembra volersi non ricomporre mai o, nel caso, secondo una del tutto arbitraria par condicio, che in storia, invece, non dovrebbe avere quartiere. Prima della caduta del muro di Berlino i danni anche di una certa storiografia sono stati elevati e ci vorranno decenni per porre riparo a tutto ciò che una presunta lettura marxista - ma più semplicemente ideologica - ha provocato.


Il proclama di Alexander

Due documenti molto chiari su ciò che allora era l'attitudine alleata nei confronti dei partigiani italiani, possono comunque aiutarci nel tentativo. Sono entrambi firmati dal comandante in capo delle forze alleate in Italia, il generale Alexander; uno è molto noto, il suo già citato proclama, l'altro un po' meno, ed è un Warnings, un avvertimento. Nel novembre del 1944 Alexander chiese ai partigiani di tenere le posizioni invernali per poi riprendere la parte finale della lotta in primavera. Il proclama diceva questo:

«Patrioti! La campagna estiva, iniziata l'11 maggio e condotta senza interruzione fin dopo lo sfondamento della linea Gotica, è finita: inizia ora la campagna invernale. In relazione all'avanzata alleata, nel periodo trascorso, era richiesta una concomitante azione dei patrioti: ora le piogge e il fango non possono non rallentare l'avanzata alleata, e i patrioti devono cessare la loro attività precedente per prepararsi alla nuova fase di lotta e fronteggiare un nuovo nemico, l'inverno. Questo sarà molto duro per i patrioti, a causa della difficoltà di rifornimenti di viveri e di indumenti: le notti in cui si potrà volare saranno poche nel prossimo periodo, e ciò limiterà pure la possibilità di lanci; gli alleati però faranno il possibile per effettuare i rifornimenti».

Si aggiungeva che si dovevano conservare le munizioni, attendere nuove istruzioni, «approfittare però ugualmente delle occasioni favorevoli per attaccare i tedeschi e i fascisti», continuare «nella raccolta delle notizie di carattere militare concernenti il nemico; studiarne le intenzioni, gli spostamenti, e comunicare tutto a chi di dovere». Inoltre, «le predette disposizioni possono venire annullate da ordini di azioni particolari», mentre «nuovi fattori potrebbero intervenire a mutare il corso della campagna invernale (spontanea ritirata tedesca per influenza di altri fronti)». Dunque «i patrioti siano preparati e pronti per la prossima avanzata». Infine, Alexander pregava «i capi delle formazioni di portare ai propri uomini le sue congratulazioni e l'espressione della sua profonda stima per la collaborazione offerta alle truppe da lui comandate durante la scorsa campagna estiva».

Tutto ciò, in quelle condizioni, era non solo ineccepibile, ma un riconoscimento di alta considerazione per il lavoro che stavano compiendo gli italiani oltre le linee dell'occupante. Avrebbe forse Alexander dovuto chiedere ai partigiani di organizzare la sollevazione generale, che in quel momento sarebbe sicuramente stata repressa dai tedeschi? Alexander, in realtà, stimava fortemente i partigiani italiani e fu leale nei loro confronti. Un mese prima del proclama egli aveva diffuso con tutti i mezzi a disposizione (etere, manifestini) il Warning, l'avvertimento rivolto agli ufficiali e agli uomini tedeschi affinché non usassero il pretesto delle azioni dei patrioti per commettere crimini contro la popolazione civile.

Nel Warning si constatava che i massacri di civili italiani stavano diventando ogni giorno più frequenti; il fatto, però, che in un certo luogo dei patrioti italiani avessero portato a termine un'azione militare contro gli occupanti, non giustificava da parte di questi ultimi alcuna azione di rappresaglia contro la popolazione o persone in attesa di processo, che doveva essere considerata un crimine di guerra. Gli ufficiali e gli uomini tedeschi che si erano o si sarebbero macchiati di tali azioni, sarebbero stati considerati dei criminali e processati nei paesi in cui tali crimini erano stati perpetrati. Si chiedeva alla popolazione italiana e ai partigiani di prendere nota dei nomi dei reparti tedeschi responsabili, dei luoghi e delle modalità con cui le rappresaglie erano condotte, e si elencavano alcuni degli eccidi di cui al momento si era a conoscenza. Tra questi, al primo posto Alexander citava proprio quello delle Fosse Ardeatine, seguito da quello di Stia, di Civitella Val di Chiana e Roncastaldo.


Atti di guerra

La posizione del generale inglese è molto importante per comprendere l'attitudine degli alleati nei riguardi dei nostri partigiani. Essi erano i patrioti che al di là delle linee svolgevano un'importante azione finalizzata alla cacciata degli occupanti. Nessuna azione poteva giustificare una reazione tedesca contro la popolazione. Al contrario, gli atti dei partigiani, compresa via Rasella, furono sempre considerati come legittimi atti di guerra contro l'occupante, appoggiati dagli alleati con ogni mezzo propagandistico a disposizione. Contrariamente a quanto si può supporre, in alcuni casi non c'è bisogno di andare a cercare molto lontano una legittimità che, in quegli anni, era cosa non solo scontata, ma assolutamente condivisa da tutto il fronte antifascista.



il manifesto 23 marzo 2008

GIUSLAVORISTI



Giacomo Matteotti, rapito dai fascisti e ucciso il 10 giugno 1924, oltre che un parlamentare era un giuslavorista, un giurista che si occupava dei diritti dei lavoratori. Per difenderli. Non esisteva concertazione, allora, ma scontro frontale con il capitale per la conquista di diritti, passo dopo passo, lotta dopo lotta.
Quando finalmente l'Italia lo statuto dei lavoratori, nel 1970, che si chiama Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell'attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento, sembrò che quasi un secolo di vertenze avesse trovato il suo corollario. Il "padre" dello Statuto, Gino Giugno, scomparso nel 2009, il nuovo Matteotti. Poi, qualcosa è accaduto nella storia del nostro paese. I giuslavoristi sono diventati il bersaglio di organizzazioni armate di sinistra. Lo stesso Giugni fu ferito dalle Br nel 1983. Poi fu la volta di Ezio Tarantelli, giuslavorista che lavorava alla riforma (eliminazione) della "scala mobile", quindi di Massimo D'Antona e di Marco Biagi, (Nuove Brigate Rosse). Oggi una specialista del sistema pensionistico, il ministro Fornero, quella della "paccata di miliardi", quella di cui non si riesce a ricostruire la carriera universitaria e quindi non si capisce con quali titoli sia ascesa in cattedra, "tira dritto", come titolano alcuni giornali italiani, nella riscrittura dell'articolo 18 dello statuto, ossia nel suo smantellamento. Come è potuto accadere? Cosa è cambiato? 
Intanto è cambiato il ruolo dei tecnici. Proprio a partire da Giugni, essi hanno cominciato a giocare un ruolo politico importante, riformista, ma nel senso degli interessi del capitale (lo stesso Giugni introdusse il TFR riformandolo in senso contributivo). La parola "riformista" ci ha cambiato la vita, e lo ha fatto in peggio. I tecnici (Pietro Ichino è uno di loro), solitamente professori universitari, sono arruolati dalla politica per trovare soluzioni "tecniche" al conflitto "capitale-lavoro". 
E' cambiato anche il ruolo della politica. Con l'euro i conti sono indirizzati, commissariati; la politica ha molta meno possibilità di manovra di un tempo. Deve far tornare i conti, riformare, trovare denaro, risparmiare. Serve il tecnico. 
La globalizzazione ha significato la richiesta sempre più impellente da parte di Confindustria di porte aperte alla competitività, che tradotta vuole dire, flessibilità nel mondo del lavoro, meno diritti, più contratti a termine, mobilità. Il tutto coperto dallo stato attraverso interventi di welfare, come la cassa integrazione o il sussidio di disoccupazione. 
In questo contesto il sindacato, anziché "globalizzarsi" a sua volta, ha continuato nella politica degli ultimi 25 anni, spaccandosi sulle riforme, mostrando limiti e falle. Anziché difendere il lavoro, ha difeso il capitale cercando di salvare un po' di lavoro. E con la scomparsa della sinistra italiana il lavoro non ha più neanche un partito che lo rappresenta. 




















giovedì 22 marzo 2012

GIORNATA INTERNAZIONALE DELL'ACQUA




Oggi è la giornata internazionale dell'acqua, un problema tra i più importanti che deve risolvere il nostro mondo

Dati presi da ecozoom/tv/blog risalenti al 2009:



In mezzo secolo la disponibilità di acqua per ogni abitante si è più che dimezzata (anche a causa dell’aumento della popolazione). Nei prossimi vent’anni ne perderemo un altro terzo.
-L’aqua dolce liquida non ghiacciata costituisce solo l’1% del totale dell’acqua terrestre.
-Secondo i dati forniti dalle Nazioni Unite, circa 80 paesi, ossia il 40% della popolazione mondiale, non hanno risorse sufficienti di acqua dolce (meno di 2,7 litri al giorno per persona) e almeno un miliardo di persone non ha accesso a risorse di acqua potabile.
-Dal 1960 ad oggi la disponibilità di acqua in Africa è crollata del 90%.
-Ogni anno 8 milioni di persone, metà delle quali bambini sotto i 5 anni, muoiono per mancanza di acqua potabile e la conseguente diffusione di malattie come diarree infantili e colera.
-Il 70% dei fiumi e il 60% delle falde acquifere sono inquinati.
-Solo 150 dei 250 grandi fiumi sono considerati recuperabili. Un quinto di tutte le specie di pesci d’acqua dolce è estinto o rischia di estinguersi. 




Piove. Jovanotti







SPOGLIARE DI TUTTO LA GRECIA





Da una "Lettera a Giuseppe Bastianini, prot. 107, Atene, 18 giugno 1943, in Archivio Storico Ministero degli Esteri, Roma, Carte Gabinetto Ministro 1923-1943, Serie V, Armistizio, B 148 (1-AP21), Grecia e Isole Ionie, AG Grecia 28, Questioni Economiche e Finanziarie.







Se la dracma “finisse per vedere azzerarsi il proprio valore, non si potrà più contare su nessuna risorsa del Paese occupato”. In tal caso, dall’Italia sarebbe dovuto giungere tutto il necessario, cosa deprecabile. La conclusione era che si dovesse “spremere tutto quello che si può da questo paese”, ma “con metodo”    

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