giovedì 19 luglio 2012

martedì 17 luglio 2012

LA TORTURA IN ITALIA


La lettera della madre di Federico Aldrovani nella ricorrenza del suo venticinquesimo compleanno con la quale si chiede che in Italia venga finalmente emanata una legge che sanzioni la tortura, come da 25 anni ci viene richiesto dalle organizzazioni internazionali.



Cari amici, 



I poliziotti che hanno massacrato di botte e ucciso mio figlio 18enne Federico Aldrovandi non andranno in carcere e sono ancora in servizio. Vi prego di unirvi a me perchiedere una legge forte contro la tortura che faccia pagare le forze dell'ordine per i reati commessi e prevenga omicidi come questo. Firma la petizione- la consegnerò direttamente nelle mani del Ministro degli Interni non appena raggiungeremo le 100.000 firme: 

Firma la petizione
I poliziotti condannati per aver picchiato e ucciso mio figlio 18enne Federico Aldrovandi non andranno in carcere e sono ancora in servizio. C'è un solo modo per evitare ad altre madri quello che ho dovuto soffrire io: adottare in Italia una legge contro la tortura.

La morte di mio figlio non è un'eccezione: diversi abusi e omicidi commessi dalle forze dell'ordine rimangono impuniti. Ma finalmente possiamo fare qualcosa: alcuni parlamentari si sono uniti al mio appello disperato e hanno chiesto di adottare subito una legge contro la tortura che punirebbe i poliziotti che si macchiano di questi crimini. Per portare a casa il risultato però hanno bisogno di tutti noi.

Oggi è il compleanno di mio figlio e vorrei onorare la sua memoria con il vostro aiuto: insieme possiamo superare le vergognose resistenze ai vertici delle forze dell'ordine e battere gli oppositori che faranno di tutto per affossare la proposta. Ma dobbiamo farlo prima che il Parlamento vada in ferie! Vi chiedo di firmare la petizione per una legge forte che spazzi via l'impunità di stato in Italia e di dirlo a tutti - la consegnerò direttamente nelle mani del Ministro dell'Internonon appena avremo raggiunto le 100.000 firme:

http://www.avaaz.org/it/italy_against_torture_patrizia/?beeXVab&v=16106 

Federico era già ammanettato quando i poliziotti lo hanno picchiato così forte da spaccare due manganelli e da mettere fine alla sua giovane vita. Dopo anni di vero e proprio calvario, la Corte di Cassazione li ha condannati per eccesso colposo a tre anni e mezzo, ma i poliziotti dovranno scontare solo 6 mesi senza farsi neanche un giorno di carcere a causa dell'indulto e incredibilmente sono ancora in servizio. L'impunità succede spesso in casi come questo, perché il governo non ha ancora adottato un reato preciso e quelli esistenti cadono spesso in prescrizione.

La perdita di mio figlio mi ha quasi distrutto, ma sono determinata a cambiare il sistema. I difensori dei diritti umani ritengono che una legge che adotti la Convenzione Onu contro la tortura, che l'Italia ha ratificato nel 1989 e che non ha mai rispettato, garantirebbe alle vittime italiane della tortura e della brutalità dello stato un corso veloce della giustizia e sanzioni appropriate, da accompagnare alla riforma per la riconoscibilità dei poliziotti. Ma ancora più importante, metterebbe fine una volta per tutte all'impunità che garantisce che oggi i poliziotti siano al di sopra della legge.

L'Italia non è il Sudan. Non c'è alcuna ragione per cui il nostro sistema giudiziario provi a mettere sotto silenzio reati commessi dalle forze dell'ordine come violenze, stupri e omicidi, dal massacro alla Diaz al G8 di Genova alle recenti uccisioni come quella di Stefano Cucchi, Giuseppe Uva e Aldo Bianzino. Per favore UNITEVI a me e insieme costruiamo un appello assordante per una legge forte per fermare la tortura e per far espellere gli agenti responsabili di questi crimini odiosi dalle nostre forze dell'ordine - firma sotto e dillo a tutti i tuoi amici:

http://www.avaaz.org/it/italy_against_torture_patrizia/?beeXVab&v=16106 

Nessuno potrà restituirmi mio figlio, e oggi non potrò festeggiare il suo 25° compleanno con lui. Ma insieme possiamo ripristinare la giustizia e aiutare a prevenire la sofferenza che ho dovuto provare io per la perdita di un figlio portato via dallo stato ad altre madri e ad altre famiglie.

Con speranza e determinazione,

Patrizia Moretti, madre di Federico.

PROFUMO DI SOLDI

Questa la lettera della ricercatrice Serena Scotto al ministro della Pubblica Istruzione, Profumo, inviata al Corriere della Sera. Si fa un quadro abbastanza preciso dello stato delle nostre università e della ricerca.





Chiar.mo Professor Profumo (dovrei scrivere Gentilissimo signor Ministro, ma mi piace pensare che
Lei sia e resti soprattutto un professore universitario),
ho letto la pagina online del Corriere della Sera del 12 luglio che riporta stralci di Sue
dichiarazioni sotto il titolo "Università, quei 600 mila fuori corso. Il ministro Profumo: sono
troppi, più tasse"
Capisco che la giornalista abbia, nel comporre l'articolo, messo in evidenza le informazioni che le
sono parse più interessanti, e di maggiore presa sul lettore: l'aumento delle tasse universitarie
per fuoricorso e studenti extracomunitari. Mi stupisce, però, che non abbia fatto alcun cenno alla
sostanziale liberalizzazione di tutta la contribuzione studentesca introdotta dal Decreto Legge
sulla Spending Review. E' questa, infatti, la notizia più importante: il Decreto permette alle
Università pubbliche di alzare le tasse universitarie, per tutti.
Forse, Lei, Ministro, non ne ha parlato? A me, da semplice cittadina, piacerebbe che ne parlasse, e
spiegasse che cosa significa il disposto dell''art.7, comma 42, del Decreto Legge per la Spending
Review. Lei ne ha illustrato solo una delle conseguenze, temo: quella più digeribile per il Paese
(in fondo, sembra giusto che gli studenti perditempo siano spinti a studiare di più, e se anche si
aumentano le tasse per gli studenti extracomunitari...beh, diciamocelo, non sono questi i problemi
cui siamo più sensibili in questo momento...)
Ho un po' di difficoltà, io ricercatore di Economia politica, a discutere su una questione di
aritmetica con un professore ordinario di Ingegneria, ex Rettore di un Politecnico, ed ex
Presidente del CNR. Però, mentre dissento dal suo giudizio sui fuoricorso, e soprattutto dalla
soluzione che vorrebbe adottare per ridurre il fenomeno, ma anche per ridurre il numero di studenti
extracomunitari che vengono a studiare in Italia (e la nostra spinta all'internazionalizzazione
dove è andata a finire?), mi conforta un po' sapere che i numeri difficilmente tradiscono, hanno
una sola lettura corretta. Spero quindi che Lei non mi bacchetterà per quello che sto per scrivere,
e dovrà convenire che ho ragione.
L'articolo modifica (le modifiche sono IN MAIUSCOLO) l'art. 5, comma 1,  del  decreto  del
Presidente  della Repubblica 25  luglio  1997,  n.  306, titolato "limite alla contribuzione
universitaria", come segue:
" (?),la contribuzione studentesca "DEGLI STUDENTI ITALIANI E COMUNITARI ISCRITTI ENTRO LA DURATA
NORMALE DEI RISPETTIVI CORSI DI STUDIO DI PRIMO E SECONDO LIVELLO" non puo' eccedere il 20 per
cento dell'importo del finanziamento ordinario annuale dello Stato, a valere sul fondo di cui
all'articolo 5, comma 1, lettera a), e comma 3, della legge 24 dicembre 1993, n. 537. DEI
TRASFERIMENTI STATALI CORRENTI ATTRIBUITI DAL MINISTERO DELL'ISTRUZIONE, DELL'UNIVERSITA' E DELLA
RICERCA. E' FATTO OBBLIGO AGLI ATENEI CHE SUPERANO TALE LIMITE DI DESTINARE LE MAGGIORI ENTRATE AL
FINANZIAMENTO DI BORSE DI STUDIO A FAVORE DEGLI STUDENTI."
Se leggo bene, l'intera contribuzione studentesca di un Ateneo non poteva superare fino ad oggi il
20% di un certo importo (in realtà lo superava eccome, in un buon numero di Atenei, costretti a
tirare su un po' di soldi dall'utenza per garantire un servizio decente, ma non era prevista per
questo nessuna sanzione).
Ora, dal totale della contribuzione vengono sottratti i contributi universitari versati dagli
studenti fuoricorso e dagli studenti extracomunitari: quindi quel tetto del 20% va diviso per il
solo numero degli studenti in corso (non extracomunitari). Operando una semplice divisione
(contribuzione diviso numero studenti), in cui il numeratore è invariato ma il denominatore è
diventato minore, il risultato (=importo medio massimo delle tasse universitarie per studente in
corso non extracomunitario) è certamente maggiore.
Se vado avanti a leggere, scopro che l'importo su cui quel 20% viene calcolato non è più il
finanziamento ordinario annuale, ma un aggregato che è di solito maggiore del finanziamento
ordinario. Questa volta, rifacendo la divisione, anche il numeratore è aumentato, quindi il
risultato (=importo medio massimo delle tasse universitarie per studente in corso non
extracomunitario) sarà dunque ancora maggiore.
In conclusione, non solo si profila (anzi, direi che il Ministro dell'Università auspica) un
aumento delle tasse universitarie per i fuoricorso (e per gli studenti extracomunitari), ma si
alza, e parecchio, il limite delle tasse universitarie per gli studenti in corso.
Fin qui i numeri. Mi dica, professore: ho sbagliato? Non credo.
Credo che davvero il Governo voglia dare il via libera all'aumento delle tasse universitarie,
questione che non ha niente a che vedere con la Spending Review, ma che piuttosto attiene alla
volontà di far gravare sempre più sugli utenti il costo del servizio universitario, che sta
perdendo le sue connotazioni di servizio pubblico, e che non sarà invariato, ma peggiore, poichè è
stato ancora ridotto il tasso di turnover del personale e si procederà ad una razionalizzazione
della spesa (è razionale acquistare il materiale di consumo attraverso un sistema di convenzioni
per spuntare il miglior prezzo al ribasso, e ottenere una partita di penne spuntate? da noi a
Genova si fa già così, ma se in ogni stock di penne solo una ogni quattro funziona c'è qualcosa di
irrazionale in questa razionalizzazione, mi pare).
Con la Spending Review, quindi, si intrecciano non solo decisioni di stampo paternalistico (siamo
sicuri che tutti i fuoricorso vadano educati? io non credo, ma il discorso mi porterebbe troppo
lontano), ma anche mal celate volontà di privatizzare l'Università Pubblica: più che di revisione
della spesa, mi sembra che si stia andando verso una sostituzione della spesa pubblica con quella
privata. Dietro la necessità di risanamento si nasconde un disegno politico di privatizzazione
dell'Università, che diventerà inaccessibile
a molti. Perchè un Governo di professori universitari non comprende che l'Università dovrebbe
essere un motore di crescita, e che gli studenti cervelloni sono uniformemente distribuiti fra la
popolazione, indipendentemente dalla situazione economica delle famiglie di origine? Ed è quindi
miope, oltre che ingiusto, impedire loro l'accesso all'Università?
A questo proposito, la tanto attesa sanzione (anche questa introdotta dallo stesso articolo) per
gli atenei che superano il tetto della contribuzione universitaria pare essere una dimostrazione
emblematica di questa miopia:: gli atenei che supereranno il fatidico limite dovranno destinare le
maggiori entrate (derivanti dal superamento) al finanziamento di borse di studio a favore degli
studenti. Qui sono preparata: sono certa che si tratti di una misura di redistribuzione a favore
degli studenti meritevoli e meno abbienti, quindi di una misura equitativa. Giusto, equo, conforme
ai principi costituzionali! Se non fosse che, come ben sa, le tasse universitarie si pagano in
relazione al reddito ISEEU, che si basa su una autocertificazione comprensiva della dichiarazione
dei redditi. E che quindi c'è il rischio, se non la certezza, che le maggiori tasse pagate da chi è
figlio di un lavoratore dipendente - che non può essere evasore - e da chi è onesto siano
utilizzate per borse di studio in favore di studenti meno abbienti ma anche di figli di evasori
fiscali.
Ho letto che Lei, savonese, si è laureato al Politecnico di Torino soggiornando per tutto il corso
di studi in un collegio universitario, grazie ad una borsa di studi, che sono sicura meritasse per
il suo curriculum e per censo. Se non avesse avuto questa possibilità, avrebbe probabilmente
pendolato su scomodi treni tra Savona e Genova, perdendo tempo ed energie, e magari finendo
fuoricorso. Ci ha mai pensato, signor Ministro, a quanto è stato fortunato? Se ne ricorda ancora?
Grazie per l'attenzione

Serena Scotto
ricercatore SECS-P/01
Università degli Studi di Genova
Rappresentante eletto del Collegio scientifico-disciplinare economico-giuridico-politico in Senato
Accademico

GREG PALAST SULLA GRECIA

DIALOGO INTERESSANTISSIMO CON GREG PALAST SULLA CRISI DELL'EURO

http://youtu.be/hGEUWWGyLWg

UN SUO PEZZO PUBBLICATO SULLA RIVISTA "IN THESE TIMES"

Ecco cosa ci hanno raccontato: l'economia della Grecia è esplosa perché una banda di greci sputa-olive, trangugia-ouzo e culi pigri si rifiuta di lavorare per una giornata intera, se ne va in pensione di lusso anticipata e si gode costosissimi servizi sociali finanziati con l'indebitamento. Ora che il conto è arrivato e i greci devono pagarlo con tasse più alte e tagli al welfare, loro corrono a ribellarsi urlando per strada, sfasciando vetrine e bruciando banche.


Io questa storia non me la bevo, perché il documento che ho in mano è marcato come 'Riservato'.



Vado al dunque: la Grecia è la scena di un crimine. I greci sono vittima di una frode, di una truffa, di una fregatura, di una fandonia. E, tappate le orecchie ai bambini, l'arma fumante del delitto è in mano a una banca di nome Goldman Sachs.



Nel 2002 Goldman Sachs ha segretamente acquistato 2,3 miliardi di euro di debito pubblico greco, convertedoli tutti in yen e dollari, e rivendendoli immediatamente alla Grecia. Un affare con cui Goldman ha perso un sacco di soldi. Sono stati stupidi? Come una volpe: l'operazione era un imbroglio basato su un falso tasso di cambio fissato dalla banca.



Goldman aveva siglato un accordo segreto con il governo greco dell'epoca per nascondere l'enorme disavanzo statale: la falsa perdita di Goldman Sachs era il falso guadagno dello Stato greco. Il governo liberista di centro-destra di Atene avrebbe poi rimborsato la 'perdita' della banca a un tasso usuraio, ma con questo folle escamotage avrebbe camuffato il suo deficit facendolo rimanere sotto la soglia del 3 per cento del Pil. Fico! Fraudolento ma fico.



Ma i trucchi costano cari di questi tempi: oltre al pagamento di interessi assassini, Goldman ha chiesto alla Grecia anche una parcella da oltre un quarto di miliardo di dollari.



Quando nel 2009 il nuovo governo socialista di Gheorghios Papandreou è entrato in carica, ha aperto i libri contabili e i pipistrelli di Goldman sono volati fuori. Gli investitori sono andati su tutte le furie, chiedendo interessi mostruosi per prestare altro denaro necessario a ripagare questo debito.



I detentori di titoli di Stato greci, colti dal panico, sono corsi ad assicurarsi contro la bancarotta dello Stato. Quindi sono schizzati in alto anche i prezzi delle polizze contro il fiasco dei bond, in gergo Credit default swap (Cds). E indovinate chi ha fatto un sacco di soldi vendendo questi Cds? Goldman Sachs.



Goldman e le altre banche sapevano benissimo che stavano vendendo ai loro clineti prodotti in putrefazione, merda dipinta d'oro. Questa è la loro specialità. Nel 2007, mentre le banche vendevano Cds e mutui subprime, Goldman teneva una 'posizione corta' scommettendo sul fatto che i suoi prodotti finanziari sarebbero finiti nel cesso. Con quest'altra truffa, Goldman ha guadagnato un altro mezzo miliardo di dollari.



Alla fine di tutto questo, invece di arrestare l'amministratore delegato di Goldman, Lloyd Blankfein, facendolo sfilare in una gabbia per le strade di Atene, viene messa sotto accusa la vittima della frode: il popolo greco.

JUGONOSTALGIE

L'11 luglio scorso è stato il diciassettesimo anniversario della strage di Srebrenica, l'uccisione di circa 8000 bosniaci musulmani compiuta da un gruppo di paramilitari serbo-bosniaci guidati dal "generale" Mladic.
In questo breve documentario di Chiara Aranci uno sguardo analitico pieno di voglia di capire e far capire cosa ha significato la fine della Jugoslavia.


http://www.youtube.com/watch?v=zEJtsmOGFEk

CASO MORO. DOPO 35 ANNI ANCORA POLEMICHE

In questo articolo Sandro Padula cerca di fare ancora una volta chiarezza sulle dinamiche interne alle BR durante i giorni del rapimento di Aldo Moro. Non c'è possibilità di dialogo, però, con chi usa gli occhi per guardare da un'altra parte. Volontariamente, da troppo tempo.



Caso Moro: bastava un po’ di umanità per salvare la vita del presidente della Dc



di Sandro Padula



Sul settimanale Gli Altri che porta la data di venerdì 13 luglio 2012 c’è un interessante articolo di Lanfranco Caminiti dal titolo “Br e mafia, lo Stato deve saper mediare”.

La tesi di fondo, sintetizzata nel titolo stesso del pezzo, è condivisibile ma la sua argomentazione presenta alcuni errori rispetto alla verità storica.

Caminiti ritiene che nell’Italia dei governi Andreotti III, IV e V il “compromesso storico” auspicato dal Pci di Berlinguer fin dal settembre 1973 avrebbe costituito una vera e propria forma-Stato mentre allora quest’ultima, se vogliamo essere precisi, era solo ed esclusivamente la “solidarietà nazionale” avallata dal presidente Usa Jimmy Carter e di cui era egemone la Dc.

L’errore più grave è però un altro.

Caminiti ritiene che nella primavera del 1978 le Br non avrebbero perseguito “con determinazione” una trattativa per salvare la vita di Aldo Moro, il presidente della Dc da loro sequestrato.

Ciò è falso sul piano storico e politico.

Le Br sapevano fin dall’inizio che c’erano pochi spazi oggettivi per una soluzione politica del sequestro Moro ma, con determinazione, la cercarono fino all’ultimo.

Ciò è dimostrato dai contenuti dei comunicati delle Br, dalle lettere di Moro e dalla telefonata fatta il 30 aprile dal brigatista Mario Moretti ai familiari di Moro stesso.

Ci fu infatti un canale autorizzato dalle Br che operava in quella direzione. Era quello, attivato nella seconda metà di aprile e protrattosi fino al 7 maggio, fra i brigatisti Valerio Morucci e Adriana Faranda e il loro amico Lanfranco Pace. Quest’ultimo allora si incontrava di nascosto con alcuni dirigenti del Psi nel tentativo di trovare una soluzione positiva al sequestro del presidente della Dc. In questo senso si può dire che ci fu un canale di comunicazione indiretto e mai diretto fra Br e Psi. A tale proposito è utile leggere la ricostruzione presente nel libro intitolato “Storia delle Br” dello storico Marco Clementi (Roma, 2007, casa editrice Odradek).

D’altra parte, in Italia non comandava il Psi ma la Dc e quindi era il principale partito italiano a dover dare delle risposte chiare e precise alle richieste delle Br e non qualcun altro.

Nella primavera del ’78 le Br avevano posto il problema della liberazione di un gruppo di prigionieri politici.

In quel contesto il Psi propose di compiere un gesto unilaterale e ipotizzò la liberazione dal carcere di un compagno, come l’ex militante dei Nap Alberto Buonoconto che nell’ottobre 1975 fu torturato dalla squadretta di poliziotti guidata dal “professor de tormentis”, o di una compagna come la brigatista Paola Besuschio, anche lei con pochi anni di detenzione da scontare e non buone condizioni di salute.

Nella Dc prevalse invece il “partito della fermezza”, sostenuto anche dal Pci di Berlinguer, e al dramma delle carceri speciali e della prigionia politica se ne aggiunse un altro favorito dall’incoscienza e dalla totale insensibilità della maggioranza delle forze politiche istituzionali, alcune delle quali erano le stesse che trattavano con la mafia e da cui successivamente furono partorite quelle disposte a trovare accordi diplomatici perfino con i talebani!

Nella primavera del 1978 il governo italiano dimostrò di non avere la forza per fare politica e negli anni successivi, soprattutto con la fine formale della Prima Repubblica, il sangue di Moro ricadde soprattutto su quei politici della Democrazia Cristiana che avevano definito inattendibili i testi scritti dal Presidente della Dc nella base brigatista di Roma sita in via Montalcini.

In realtà, per la liberazione di Moro bastavano delle parole della DC o del governo a proposito del riconoscimento ufficiale della necessità di risolvere il problema dei prigionieri politici.

Bastava un pizzico di umanità da parte della Dc e del governo per salvare la vita di Aldo Moro. Bastava qualcosa di simile al comportamento che nel dicembre 1980 fu adottato dal governo e portò alla chiusura del carcere speciale dell’Asinara!