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domenica 26 aprile 2015

NESSUNO SPARO' AL TESTIMONE


LA RICOSTRUZIONE DI PAOLO PERSICHETTI DI UNA DELLE BUFALE PIU' DIFFICILI DA METTERE IN DISCUSSIONE O SMONTARE DEL CASO MORO. LA MOTO HONDA, I SERVIZI, IL MOTORINO

Il ciclomotore Ciao della Piaggio che vedete raffigurato nella foto è il motorino del famoso super testimone di via Fani, quell’Alessandro Marini che aveva dichiarato d’aver visto una moto Honda partecipare al rapimento di Aldo Moro e successivamente di aver ricevuto dei colpi di arma da fuoco (singoli in alcune deposizioni, a raffica in altre) da uno dei passeggeri della stessa moto (per poi, in realtà, tornare sulle sue parole in altre circostanze). Colpi che a suo dire avevano distrutto il parabrezza del ciclomotore, mentre la moto si allontanava a tutta velocità verso via Stresa dietro la 132 che portava via il presidente della Democrazia cristiana. Anche un senatore, Luigi Granelli, membro della commissione Stragi, nel febbraio del 1994 scrisse in una relazione che il parabrezza era stato attinto da un colpo di pistola, come avrebbe stabilito una perizia. Gianremo Armeni, nel suo libro appena pubblicato, Questi fantasmi. il primo mistero del caso Moro (Tra le righe libri), ha dimostrato prove alla mano che quella perizia non venne mai realizzata perché il parabrezza, acquisito dalla Digos solo nel settembre 1978, non uscì mai dall’ufficio corpi di reato, salvo in due brevi circostanze (marzo e maggio 1994) per essere sottosposto a ricognizione.






Poco prima della scorsa estate, rileggendo le deposizioni di Marini, avevo notato che in quella del 1994 dichiarava di non ricordare bene quando era tornato a prendere il motorino che aveva lasciato incustodito. A quel punto mi sono chiesto se tra le tantissime foto che raffigurano via Fani la mattina del 16 marzo, non ce ne fosse qualcuna dove era visibile un ciclomotore. Non un ciclomotore qualunque ma un motorino (Marini aveva un Ciao) munito di parabrezza. Non un parabrezza qualunque ma  – come precisava lo stesso testimone – un parabrezza tenuto trasversalmente da un nastro da pacchi a causa di una caduta dal cavalletto avvenuta nei giorni precedenti.

In ogni caso sufficienti a stabilire che si trattava del motorino descritto da Marini. Era la prova, l’ennesima – come poi ha dimostrato Armeni nel suo saggio – che il super testimone aveva mentito su tutta la linea. Devo riconoscere che l’estrema facilità con la quale sono arrivato a questo risultato mi ha stupito molto, possibile che in tutti questi decenni a nessuno sia venuto in mente di fare una verifica del genere? Comprendo che le verifiche non siano materia per i complottisti, che quando incontrano elementi del genere che smentiscono le loro ipotesi fanno capriole e passano oltre, ma l’esercito di inquirenti e magistrati che si sono occupati della vicenda dove guardavano? Un singolare strabismo investigativo su cui torneremo più avanti.
Nelle settimane scorse, Nicola Lo Foco, autore di un saggio pubblicato nel gennaio 2015,Il caso Moro. Misteri e segreti svelati (Gelsorosso editrice), una accurata demistificazione delle ricostruzioni dietrologiche del rapimento Moro, rivolgendo la propria attenzione non solo a quel che accadde in via Fani la mattina del 16 marzo 1978 ma anche ad altri toposdella vulgata misteriologica sulla vicenda, come la base delle Brigate rosse di via Gradoli e l’appartamento prigione via Montalcini, nel quale l’uomo di Stato venne tenuto per tutti i 55 giorni del rapimento, dopo aver letto l’inchiesta in 5 puntate apparsa su Insorgenze.net  e sul Garantista, nella quale pubblicavamo le foto del motorino di Marini, ha messo in rete un formato molto più grande della foto a colori in cui è raffigurato il ciclomotore. Immagine di migliore qualità che permette di ingrandire con un efficacia superiore il dettaglio. Lo ringraziamo per questo prezioso contributo.
A questo punto possiamo dire che il cerchio è chiuso!

giovedì 19 giugno 2014

MA LA DIETROLOGIA NON MUORE

«A via Fani c’eravamo solo noi delle Brigate rosse». Raffaele Fiore smentisce il settimanale “OGGI”

di Marco Clementi e Paolo Persichetti
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L’intervista manipolata
«In via Fani quella mattina del 16 marzo 1978 c’eravamo solo noi delle Brigate rosse e il convoglio di Moro. Punto». Raffaele Fiore al telefono è perentorio. Operaio, dirigente della colonna torinese, era tra i nove che quella mattina neutralizzarono la scorta e rapirono il presidente della Democrazia cristiana, il “partito regime” per una buona parte dell’opinione pubblica di allora. Condannato all’ergastolo, dopo 30 anni di carcere ha ottenuto la liberazione condizionale. Ora lavora in una cooperativa.
Quando gli telefoniamo sta scaricando un furgone: «sentiamoci tra una mezz’oretta – mi dice – che mi siedo in ufficio e parliamo con più calma».
La dietrologia sulla vicenda Moro è tornata alla carica negli ultimi tempi con la storia della moto Honda guidata dai Servizi, della presenza (presunta) del colonnello Guglielmi, ufficiale del Sismi, in via Fani e ancora prima, poco più di un anno fa, con il libro dell’ex giudice istruttore Ferdinando Imposimato che riprendeva le rivelazioni di un ex finanziere sulla mancata liberazione dell’ostaggio in via Montalcini, e subito dopo per le dichiarazioni di un artificiere sul ritrovamento del corpo del presidente democristiano. In questi due ultimi casi è già intervenuta la magistratura che ha fatto chiarezza incriminando per calunnia sia  Giovanni Ladu (l’ex finanziere) che Vitantonio Raso (l’ex artificiere). Nonostante ciò, a riprova della sordità e della separatezza del ceto politico, una nuova commissione d’inchiesta parlamentare è stata appena varata.
Raso indagato
Ora giungono le dichiarazioni (presunte) di Fiore, uno che a via Fani c’era, apparse sul numero di “Oggi” in edicola: un’intervista di tre pagine realizzata da Raffaella Fanelli che raccoglie, come recita l’occhiello, «la clamorosa confessione di un capo delle BR».
Il pezzo riprende un vecchio leit motiv della dietrologia, ossia che le Br in via Fani non erano da sole: «C’erano persone che non conoscevo», avrebbe detto Fiore, «che non dipendevano da noi […] Che erano altri a gestire».
Clamoroso. Se fosse vero andrebbe riscritta almeno la verità giudiziaria [la storia, si sa, è un work in progress]. Ma il problema è che Fiore quelle parole non le ha mai dette. L’intervista è stata “confezionata” in modo da far dire all’ex brigatista proprio quelle parole, che invece si riferivano ad altro, senza retropensieri e sottintesi. Per questo motivo abbiamo chiamato Fiore.
«Raffaele, insomma, ci spieghi cosa è successo con la giornalista? Che cosa vogliono dire quelle frasi?».
Sentiamo che Fiore non è nemmeno arrabbiato, eppure avrebbe tutte le ragioni al mondo per esserlo.
«In via Fani quella mattina eravamo in nove [Fiore non prende in considerazione la staffetta indicata nelle sentenze processuali nella persona di Rita Algranati, condannata all’ergastolo e attualmente in carcere]. Di questi ne conoscevo sei, i regolari: Mario, Barbara, Valerio, Baffino, Prospero e Bruno (1). Gli altri, due irregolari romani, non li conoscevo ed ancora oggi farei fatica ad identificarli. La giornalista mi ha chiesto se i due situati nella parte superiore di via Fani fossero Lojacono e Casimirri. Ho risposto che non li conoscevo. Che i due che stavano sulla parte alta della via erano della colonna romana e dunque erano altri a gestirli».
Se la domanda sul cancelletto superiore manca nel testo, la risposta può assumere qualsiasi senso. Ed è questo il sotterfugio impiegato dalla giornalista che ha fatto l’intervista, l’origine della “rivelazione”, quell’impasto di livore e odio contro chi ha condotto una lotta in armi in questo paese, cotto da sempre nel forno della dietrologia.
Raffaele Fiore ha semplicemente riposto la propria fiducia nella persona sbagliata. Gli ha parlato a viso aperto, tentando di spiegare ragioni e motivazioni del proprio passato e delle proprie azioni, in generale, non solo su via Fani. Conversando, ha anche provato a ragionare su quella complessa vicenda che è stato il rapimento di Moro. Forse pensava di essere a un convegno di storici ma in realtà non era neanche giornalismo.
Note  
1) Mario Moretti, Barbara Balzerani, Valerio Morucci, Franco Bonisoli (Baffino), Prospero Gallinari e Bruno Seghetti.

lunedì 31 marzo 2014

IL RICONSCIMENTO POLITICO DELLE BR


L'ultimo libro di Walter Veltroni dedicato a Berlinguer, libro che cammina di pari passo con il libro, contiene un implicito riconoscimento politico delle Br. Decenni dopo, e perché contiene l'intervista a uno dei suoi fondatori, Franceschini Alberto. Che racconta, nella prima parte, i motivi che portarono molti giovani ad allontanarsi dal Pci e aderire alla lotta armata. In seguito, egli ripete la stessa dietrologia sul caso Moro dei suoi precedenti interventi, PUR AVENDO PREMESSO CHE: "in fondo anche il rapimento di Moro è coerente con la nostra strategia per certi aspetti. E' un'operazione intelligente dal punto di vista di chi la compie e di chi poi la dirige, un'operazione di rottura del compromesso storico" [ipotesi storiograficamente discutibile, ma 'politica].

Ecco la sintesi della prima parte:

Per noi Berlinguer era il capo dei venduti perché di fatto
era quello che cercava in qualche modo di portare il Partito
comunista all’interno di un progetto occidentale, non di
tipo rivoluzionario. Era venduto in questi termini: stava
svendendo un patrimonio storico non in nome di una
rivoluzione, ma di un riformismo più o meno profondo.
Era un nemico perch. lo consideravamo un riformista.
Io ricordo che secondo noi il punto di svolta fondamentale
all’epoca è stato il congresso di Bologna del 1969 in
cui per la prima volta il Partito comunista disse in maniera
chiara ed esplicita che la Costituzione italiana cos. com’era
era perfetta, cosa che prima non era mai stata detta, perché
c’era sempre stata l’ambiguità di una Costituzione nata
da un confronto tra due forze diverse che si combattevano
per arrivare a certi obiettivi. La nomina di Berlinguer
come vicepresidente, allora era presidente ancora Longo,
sanciva secondo noi proprio questo tipo di percorso che

avrebbe portato alla distruzione del Partito comunista.


Rapporti diretti con l’Est non ne avemmo mai. Anzi,
durante i primi quattro anni in cui io sono rimasto fuori,
li abbiamo sempre rifiutati nonostante Feltrinelli ce li
proponesse. Lui sosteneva che la rivoluzione in Europa
doveva trovarsi degli alleati, non poteva svolgersi in solitudine
o alla Che Guevara... Quindi quello che lui chiamava
il campo socialista, l’Unione Sovietica con i vari
satelliti, era di fatto oggettivamente l’alleato fondamentale
che bisognava perseguire. Noi non eravamo d’accordo e
definivamo l’Unione Sovietica come social-imperialismo,
prendendo la terminologia di Mao, cioè come una forma
di capitalismo che probabilmente è quello che adesso funziona

alla perfezione in Cina.

Nel volantino che gestiva il rapimento di Ettore Amerio
nel dicembre 1973, per la prima volta lanciammo la parola
d’ordine che poteva sembrare un’eresia, ma per noi era
fondamentale: secondo noi il movimento operaio doveva
rompersi. In genere a sinistra si è sempre detto che bisogna
unire, noi dicevamo che dovevamo dividere i comunisti,

i rivoluzionari dai berlingueriani.


Sul resto, meglio saltare d'un fiato, anche se leggendo (lo devo fare, pur non volendolo) si trova anche questo refuso, chissà perché non corretto da nessuno [Guido Rossa non fu rapito, ma in quanti lo ricordano?]:

Non abbiamo mai pensato di attaccare fisicamente Berlinguer.
E neanche un dirigente del Partito comunista.
Infatti il sequestro dell’operaio Guido Rossa a Genova nel
1979 è stato per me il trauma più grosso, ancora più del sequestro Moro. 

Infine, da rilevare una contraddizione forte tra i dubbi (chi ha rapito Moro non era in grado di dirigere quella situazione e infatti fece casino), e il giudizio sui brigatisti di allora, in particolare Moretti, (che Franceschini afferma di aver conosciuto bene e di non stimare perché leggeva poco. E dunque? Tutto torna, no?)




lunedì 9 dicembre 2013

CIAO CARLO



Apprendo con ritardo e grazie a Sandro Paddi.

Era da tempo malato, di una di quelle malattie che non danno scampo, Carlo Picchiura, morto ieri, come hanno subito riferito sui vari network alcuni suoi antichi “compagni di lotta”, ricordandone, con immenso affetto, e come è giusto che sia in questi casi, le qualità umane e di amico di “Picchi”, come lo chiamavano tutti loro.
Salvatore Ricciardi, che lo conobbe solo in carcere, e del quale parla lungamente nel proprio libro Maelstrom editato nel 2009 da Deriveapprodi pur chiamandolo sempre C., ricorda “i tanti anni condividendo la stessa cella e la sua passione per la montagna, gli uccelli e per la natura tutta” e Barbara Balzerani ha riferito su FB di una recente e bella giornata trascorsa insieme a sorseggiare quel vino che amava e collezionava, altri hanno scritto “per noi Picchi era come Prospero (riferendosi alla morte avvenuta nel gennaio di quest’anno di Gallinari)”, Mariella Altomare, sempre su Fb, oggi scrive “Conserverò sempre il ricordo della sua intelligenza illuminante e mai esibita. Ciao Carlo Picchiura rivoluzionario (Gigi)”, e così via…
Ma Carlo Picchiura, nato a Brescia ma cresciuto a Padova, è stato per la storia di quegli anni, i “suoi” anni, un combattente comunista tra i più tosti, anche se la narrativa di maniera, che da sempre si ferma ai soliti noti, ben poco di lui ci ha tramandato.
Già nei primi anni settanta è tra i principali militanti della “sezione” veneta di Potere Operaio dalle cui ceneri, come noto, nasceranno, dopo lo scioglimento del 1973, molti dei più significativi movimenti autonomi di una delle regioni più attive in quella successiva e generale insurrezione che avrebbe attraversato l’Italia nel finale del secolo scorso, ma lui decide, a differenza di altri, di entrare quasi subito nella più importante organizzazione armata, che aveva già posto in essere alcune eclatanti azioni di guerriglia urbana.
Alessandro Naccarato, deputato PD ed autore del libro “Violenze, eversione e terrorismo del partito armato a Padova” (ed. il Mulino, 2008), nel corso di una intervista rilasciata al Mattino di Padova del 30 novembre 2008 afferma che “Il primo gruppo veneto di qualità nella strategia eversiva è il patto tra i Gap di Feltrinelli, le Br e Pot Op, con la nascita della Brigata Ferretto tra Mestre e Padova. Là, secondo la testimonianza di un dirigente della colonna veneta delle Br, Michele Galati, militarono Carlo Picchiura, Susanna Ronconi, Pietro Despali, Ivo De Rossi, Giuseppe Zambon, Massimo Pavan, Roberto Ferrari, Carlo Casirati, Rossano Cochis e un tale di Verona soprannominato Sherif, poi identificato per Martino Serafini.
Esaurita la prima fase, il gruppo entra nelle Br e rafforza la colonna veneta costituita nel 1974, la cui direzione comprendeva Giorgio Semeria, Prospero Gallinari, Roberto Ognibene e Fabrizio Pelli. La Brigata Ferretto fu quindi la prima esperienza di cooperazione tra militanti di Pot Op e militanti Br sul terreno della lotta armata”.
Secondo il pentito Fioroni invece avrebbe anche fatto parte del commando di brigatisti che il 17 giugno 1974 uccise i missini Mazzola e Giralucci nella sede padovana di Via Zabarella, ma sarà una delle tante “inesattezze” del “professorino”, giacchè in sede giudiziaria verrà appurato che il padovano presente (oltre a Ognibene, Pelli, Ronconi e Semeria) era Martino Serafini, e non lui.
Arrestato a Ponte di Brenta (insieme allo studente Pietro Despali) il 4 settembre del 1975, nel corso di un conflitto a fuoco seguito ad un posto di blocco, dove muore l’agente Antonio Niedda, in tasca gli vengono trovate due banconote relative ad una precedente rapina commessa alla banca di Lonigo insieme ad uno dei principali dirigenti delle BR Rocco Micaletto, ai tempi già ricercato e latitante. Condannato a 26 anni di reclusione dalla Corte di Assise di Padova il 1 giugno 1977, affronta quella lunghissima trafila degli speciali di quegli anni, da dove tuttavia continua imperterrito, unitamente ai detenuti del nucleo storico delle BR, la sua battaglia rivoluzionaria, che in quegli anni, come noto, si faceva anche dentro le carceri e non solo fuori.
Nel dicembre del 1980 infatti è tra i principali organizzatori della celebre rivolta di Trani scaturita dal sequestro D’Urso, che fu l’ultimo episodio significativo delle Brigate Rosse ancora unite prima delle definitive spaccature interne degli anni successivi, ma ancora nel 1985, e quindi dopo oltre 10 anni di dura prigionia, è tra i più convinti sostenitori della perdurante necessità della lotta armata contro lo Stato, rivendicando, dalle gabbie del processo alla colonna veneta arrestata parecchi anni dopo di lui, l’omicidio Tarantelli.
Su un sito dedicato ai “caduti della Polizia di Stato” viene definito da Gianmarco Calore “una gran brutta bestia, uno che fin dagli esordi ha aderito all’ala “dura” delle brigate rosse mettendosi in evidenza per la sua violenza e per la sua spietatezza.” ma oggi, sul sito Contropiano, si legge che: “Una malattia cattiva, la sla, se l’è portato via in pochi mesi. Schivo, quasi timido nei modi, tanto che non sembra possibile trovare una sua foto in Rete, ma dotato di grande determinazione, appassionato naturalista ed etologo, aveva dato un grande contributo al libro Politica e rivoluzione, uscito nel 1983 dal processo di Torino, firmato – come si usava allora – dai militanti presenti nel processo (Prospero Gallinari, Bruno Seghetti, Francesco Piccioni, Andrea Coi), ma opera collettiva con cui le Br prendevano le distanze teoriche dalle teorie del “Partito Guerriglia”.
Una vita in carcere, anche per lui, che lo aveva visto tornare in libertà solo negli anni ’90, quando una classe politica incapace di chiudere quella stagione con l’unico strumento giuridico all’altezza dello scontro – l’amnistia – scelse di aprire le porte ai prigionieri politici con la “legge Gozzini”; ovvero uno alla volta, in tempi quasi individualizzati, senza alcuna riflessione pubblica
Ciao Carlo, che la terra ti sia lieve.”


Da https://bellaciao.org/it/spip.php?article33393

domenica 9 giugno 2013

PRIGIONIERI DEL SILENZIO


Sesto San Giovanni (Mi). La targa ricorda lo scontro a fuoco in cui rimase ucciso anche il giovane Walter Alasia. Il plurale "terroristi" è un "falso ricordo"
Un’intera generazione italiana, quella che ha fatto la lotta armata negli anni Settanta e Ottanta del ‘900, scontate quasi tutte le pene dopo i secoli di carcere con i quali lo Stato l’ha punita, deve tacere. Questo è il centro del discorso di molti tra storici e giornalisti, che trovò una sintesi in un articolo di Claudio Magris sul “Corriere della Sera” del 31 luglio 2009. Egli ammette che il brigatista possa recuperare i pieni diritti civili e politici (anche se nessuno dei condannati per fatti di lotta armata che in sentenza si sia visto infliggere pene accessorie perpetue viene reintegrato automaticamente nei suoi diritti. Per fare ciò occorre attivare la procedura di “riabilitazione”), che possa anche esprimersi sulle piattole, qualora nel frattempo il carcere gli avesse fornito l’istruzione adeguata, ma non una parola sul suo passato di combattente. Ma nel processo penale la responsabilità è personale. E così, il brigatista è un brigatista, e non un SS, non un mafioso, non uno stragista impunito. A ognuno il suo, per cominciare. E di brigatisti e brigatismo, si deve allora parlare, visto l’elenco di alcune delle vittime che fa Magris (non tutte peraltro colpite dalle Brigare rosse) considerate “le figure dell’Italia migliore, quella più libera e aperta e democratica, che avrebbe potuto e dovuto essere diversa da quella di oggi”. Come se il motivo per cui oggi siamo qui è perché in Italia c’è stata la lotta armata. O perché quelli che l’hanno fatta hanno perso, si potrebbe dire provocatoriamente, ma con la stessa efficacia? 
Intanto mi sembra uno strano recupero dei diritti quello di chi, riabilitato, può andare a votare per il parlamento italiano, ma non deve dire una parola sugli anni in cui fu protagonista. Da sempre i reduci hanno raccontato della propria guerra. Ma c’è dell’altro. I brigatisti, primi e unici nella storia di questo paese, scelsero di rivendicare i propri delitti e di assumersi tutti la medesima responsabilità di fronte alla legge, indipendentemente dal ruolo concreto avuto in una determinata azione. Al punto che molti sono stati condannati all’ergastolo per il sequestro Moro senza essere stati in via Fani, né in via Montalcini, né in via Caetani. Se avessero deciso di difendersi singolarmente, senza dichiararsi rei, la storia giudiziaria delle Br sarebbe andata molto diversamente e le condanne si sarebbero contate con numeri più piccoli. Che dire, poi, delle continue riforme del codice penale per adeguare la legge alla nuova situazione creata in Italia dalla presenza di questo gruppo armato? Tutto ciò induce a pensare che si trattò di una storia politica. Nessuno degli uccisori di allora lo fece per questioni personali; nessuno aveva un “conto aperto” da chiudere. Come ipotizza Magris, “pensava di costruire un’Italia migliore”. E le vittime, mi si dirà? E i parenti delle vittime? Perché è questo, in fondo, il contesto all’interno del quale si chiede, ovvero si impone ai brigatisti di tacere. Il punto è di fondamentale importanza, ma prima di arrivarci mi preme mettere in luce ancora un aspetto. A quali brigatisti ci si riferisce, quando si chiede loro di tacere? Ai pentiti, ai dissociati o ai cosiddetti “irriducibili”? Le confessioni dei pentiti e quelle dei dissociati (ché quando parlano con il magistrato, invece, va bene) sono state qualitativamente differenti: i pentiti hanno offerto parole utili alle tesi dell’accusa in sede processuale, oltre che permesso in casi clamorosi l’arresto di decine di militanti. I dissociati hanno fornito ricostruzioni politiche della propria esperienza militante in linea con i desiderata dello Stato. Lo hanno fatto molti anni dopo il loro arresto, contribuendo alla sconfitta politica della lotta armata, non a quella militare. A quanto risulta a chi scrive, i pochi ex-militanti della lotta armata che hanno partecipato in modo attivo alla memorialistica appartengono in maggioranza alla schiera dei cosiddetti pentiti o dissociati. Per quanto concerne, invece, gli irriducibili, essi per lo più tacciono (e spesso i commentatori li accusano proprio per questo!) e anche quando parlano, come nel caso di Mario Moretti con un libro sulle Br per nulla apologetico, si sottolinea quello che non sarebbe stato ancora detto, perché è una verità predeterminata, quella che si vorrebbe ascoltare, non il pensiero di Moretti.
Veniamo alla questione delle vittime e dei loro parenti. Il 9 maggio è il giorno della memoria delle vittime del terrorismo in Italia. Di tutte le vittime, senza distinzione di matrice, tipologia di attentato, obiettivo. Nel 2009 la vedova Pinelli è stata invitata al Quirinale, dove ha incontrato la vedova Calabresi. L’iperbole è complessa, e va analizzata e spiegata. Da tempo, ormai, il calendario italiano si è riempito di giorni della memoria e del ricordo e si cerca di far passare l’idea che la memoria abbia una sorta di dignità parallela a quella della storia. Forse perché la memoria appartiene alle vittime, mentre la storia ai vincitori? In realtà non è così. La differenza è un’altra e ben più sostanziale. La memoria appartiene spesso alla sfera privata, mentre la storia è pubblica. La memoria non si può verificare, laddove la storia attende un riscontro da parte della comunità scientifica. La memoria non sostituisce la storia, né si affianca ad essa; offre delle fonti. Per questo, un incontro tra la vedova Pinelli e la vedova Calabresi può avere luogo solo nel giorno della memoria. Perché nella memoria si perdono i ruoli e Pinelli e Calabresi sono visti semplicemente come vittime. Nella storia, però, i ruoli sono attribuiti in un altro modo. L’assassinio di Pinelli è stato perpetrato all’interno di una struttura dello Stato nel corso di un’indagine sulla strage di piazza Fontana. Quello di Calabresi, in un contesto diverso e qualcuno che potrebbe spiegarcelo non vuole farlo. E, stranamente, a questi non si chiede di tacere. Ora, nel diritto moderno è lo Stato che regola il rapporto tra il reo e la giustizia, tanto che il pubblico ministero non difende i parenti delle vittime, ma sostiene l’accusa in nome del popolo italiano. La vittima, o i suoi parenti, si possono costituire parte civile, con un avvocato a rappresentarli. Il giudice, quindi, è terzo rispetto alle parti e non potrebbe essere altrimenti, da quando la dottrina giuridica e le costituzioni moderne hanno tolto alla famiglia il diritto di vendetta, sostituendolo con quello della giustizia. La memoria, come detto, rientra nella sfera privata e sembra più vicina alla vendetta che alla giustizia, se usata come rivendicazione. Ovviamente i parenti di una vittima hanno tutto il diritto di scrivere, appellarsi e indignarsi. Non lo ha, però lo Stato, che ha compiuto il proprio dovere arrestando i brigatisti e riuscendo a farli condannare, debellando il fenomeno. Dato, però, che lo Stato non dovrebbe vendicarsi - non può condannare nessuno né al silenzio, né all’oblio. Anzi, ne guadagnerebbe se, ora che la guerra è finita da tempo, si impegnasse per capire il motivo che ha indotto una generazione e una classe sociale a dire “mai più senza fucile”, agendo di conseguenza. Gli ex lo possono spiegare, ed è interesse di tutta la comunità che lo facciano.


martedì 14 maggio 2013

GLI ANNI DELLA LOTTA ARMATA

Ieri 13 maggio alle 18 si è svolta alla libreria Feltrinelli di via Manzoni a Milano la presentazione del libro di Davide Steccanella "Gli anni della Lotta Armata" con Fran CIMINI, Luca FAZZO e Marconista. La sala era colma di persone, tanto che molti erano seduti per terra e altri non sono riusciti a entrare. Purtroppo, quando la discussione stava decollando dopo l'intervento dell'avvocato Spazzali...ci hanno gentilmente chiesto (era passata un'ora e dieci), di terminare. I commenti dicono che saremmo rimasti lì almeno fino alle 20 se...

Seguono alcune foto della serata e l'intervento di Marconista.



STECCANELLA RISPONDE

LUCA FAZZO INTERVIENE

L'AUTORE
AUTOGRAFI


MARCONISTA





Davide Steccanella
Gli anni della lotta armata
Cronologia di una rivoluzione mancata. Bietti, Milano 2013.




Il libro di Davide Steccanella, avvocato penalista milanese con un’ottima vena scrittoria, si inserisce in un genere, quello delle cronologie, che ha avuto un certo sviluppo non solo in Italia. Esistono cronologie in quasi tutte le lingue e in genere si tratta di testi dedicati al mondo antico, moderno e contemporaneo.
Nel nostro caso, invece, abbiamo tra le mani una cronologia su un tema preciso, la lotta armata e il terrorismo in Italia, argomento su cui esistono precedenti importanti: Le date del terrore. La genesi del terrorismo italiano e il microclima dell’eversione dal 1945 al 2003, a cura di M. Calvi, A. Ceci, A. Sessa e G. Vasaturo, Luca Sossella Editore, Roma 2003 e, in particolare per le Brigate Rosse, un numero speciale del “Bollettino dell’Associazione Solidarietà Proletaria” [1996] dal titolo Contributo per una Storia documentale delle Brigate Rosse. Nel primo troviamo tutte le operazioni portate a termine in Italia attraverso un’azione violenta dalla fine della Seconda guerra mondiale all’anno in cui è stato pubblicato il libro. È diviso per anni e l’indice dei nomi completa la ricerca: accanto a ogni nome non corrisponde la pagina, ma la data di riferimento. Il Bollettino è, invece, un elenco di tutte le azioni brigatiste, dalle origini allo scioglimento dell’organizzazione storica. Non sono indicate solo le azioni militari ma anche il volantinaggio, considerato – a ragione – parte integrante del lavoro rivoluzionario.
Accanto a questi esempi, esistono documenti riservati che corrispondono a delle vere e proprie cronologie. Mi riferisco, per esempio, a una relazione dell’UCIGOS (Ufficio centrale investigazioni generali operazioni speciali) che riguarda il terrorismo internazionale in Italia nel 1979. Si tratta di una lettura interessante, concentrata sui gruppi palestinesi ma utile anche più in generale per una ricerca sulla lotta armata in Italia [Archivio Marconista].
        Prima di procedere nell’analisi del libro di Steccanella, partirei dalla copertina: immagine e titolo. Per la prima, credo si tratti di una scelta editoriale, in qualche modo avallata dall’autore. Una pistola nera, la stella a cinque punta sul calcio e della vernice che cola come se fosse sangue. Questa immagine poco si addice al contenuto del libro né, per la verità, al titolo: Gli anni della lotta armata. Cronologia di una rivoluzione mancata. In altre parole, non rende giustizia ai meriti del volume. Lo fa sembrare peggiore di quello che è. La soluzione di una pistola e di una stella a cinque punte è la più facile perché colpisce l’immaginario collettivo. Aiuta la diffusione del libro, ma non corrisponde a quanto accaduto in Italia in quegli anni. Lo racconta, del resto, lo stesso Steccanella, quando afferma che decine di gruppi armati tentarono la via della lotta allo Stato perché credevano che quella fosse la strada per arrivare a una rivoluzione sociale. E questi gruppi nacquero e si diffusero all’interno di una società in pieno fermento rivoluzionario. Fermento rimasto tale, perché nel momento di massimo attacco allo Stato, tra il 1977 e il 1980, non assistiamo alla presa del palazzo d’Inverno, né al suo assalto, per la verità. Ma fu comunque ampio e vario, al punto da permettere a organizzazioni combattenti di nascere, svilupparsi e avere una non comune esperienza di clandestinità, dove con questa parola non si deve pensare a chi vive nascosto e riemerge solo per compiere azioni militari, ma a chi organizza le avanguardie vivendo in mezzo a loro. Il sociale è quindi il vero protagonista di quegli anni e allora la foto di una manifestazione operaia, o un lavoratore al reparto verniciature anziché una pistola, avrebbe sostenuto con forza maggiore il contenuto del libro.
       Contenuto che, per essere una cronologia – un genere che per natura lascia poco spazio alle capacità scrittorie dell’autore – è di facile lettura e rivela una mano leggera e sicura già dall’introduzione, dove viene ricordato il film di Margarethe von Trotta Die bleierne Zeit, tradotto in italiano come “Gli anni di Piombo”, ma letteralmente – aggiungo – “Il periodo plumbeo” o “Il tempo plumbeo”. Steccanella osserva che nel film l’aggettivo “plumbeo” si riferiva “alla tetraggine oppressiva degli anni che avevano preceduto la nascita della RAF” e non, come poi è accaduto nell’uso corrente, agli anni della lotta armata [p. 15], sebbene riguardando la pellicola si potrebbe pensare anche agli anni seguenti la sconfitta del progetto rivoluzionario, al carcere e ai suicidi degli ex.
La conclusione della premessa costituisce la dichiarazione d’intenti, il manifesto del libro: “Ho quindi tentato di ricostruire la cronologia di quegli anni e le ragioni del suo inizio e della sua fine, cercando di documentarmi il più possibile su quanto era accaduto, scoprendo così molte cose che prima non sapevo, e tantissimi ed assai diversi percorsi umani e sociali”[p. 18].
L’operazione è riuscita. Il libro è ben strutturato, articolato e pieno di spunti per un lettore curioso o per uno studioso. È diviso per anni, partendo dal 1969, al quale è anteposto un capitoletto intitolato Le origini della lotta armata in Italia. Si arriva fino ai giorni nostri, con la morte di Prospero Gallinari, i suoi funerali (19 gennaio 2013 che sono stati un atto politico di un certo rilievo), e l’uccisione nel corso di una rapina di Giorgio Frau, che giovanissimo aveva militato in una organizzazione figlia delle Br storiche, l’UCC [primo marzo].
        Ad ogni anno, prima delle vicende storiche, vengono riportate le seguente notizie: l’uscita di un album considerato importante dall’autore, il film vincitore dell’Oscar, il campione d’Italia di calcio e il vincitore del Festival di San Remo. È una cosa molto intelligente perché si presta a diverse letture: da un lato si può dire che, mentre l’operaio massa si organizzava per prendere il potere ma veniva sconfitto, nel mondo patinato le cose si ripetevano senza soluzione di continuità. D’altro canto, questa continuità non deve necessariamente essere percepita come negativa. Probabilmente, se la rivoluzione avesse vinto, ci sarebbe stato ancora il Festival di San Remo e il campionato di calcio. Ma c’è anche un’altra cosa, più importante e profonda. Lasciando da parte il campionato, leggendo i titoli dei film, delle canzoni e i nomi degli artisti, si può avere una prima idea della direzione verso cui marciava il paese (forse dire il mondo è esagerato). Infine, mera ipotesi, mentre “fuori” accadeva la rivolta, l’autore all’epoca era più concentrato su musica e cinematografo.
Voltando pagina, si entra nell’anno: anno/anni, che Steccanella tratta con abilità dopo aver consultato un numero impressionante di fonti, bibliografiche, documentali e orali. Si racconta l’Italia di quegli anni con distacco, senza perdere il controllo della grande mole di dati, aggiungendo novità anche per uno studioso (come l’autore di queste righe) che si occupa della materia da più di un decennio. Un esempio del disincanto si percepisce quando l’autore racconta la morte di Feltrinelli:

Il 14 marzo Giangiacomo Feltrinelli viene trovato dilaniato da una bomba presso un traliccio di Segrate. La sua identificazione non è immediata, perché essendo da tempo entrato in clandestinità aveva con sé un documento di identità falso intestato a tale Vincenzo Maggioni [p. 70].

Divertente quando svela il nome del poco più che neonato Manolo Morlacchi, figlio di Pietro, nella carrozzina del quale i brigatisti nascosero il frutto di una rapina. Molto interessante la ricostruzione della storia di Marco Barbone, dirigente della Brigata XXVIII Marzo, e della cerimonia di commemorazione di Walter Tobagi svoltasi il 28 maggio 2012 al Liceo Parini di Milano. Nell’occasione venne scoperta una lapide che riporta: “Ucciso dalle Brigate Rosse”. Ai media, che stigmatizzarono l’errore (fu la XXVIII Marzo a ucciderlo), l’insegnante di storia Teresa Summa rispose con molta franchezza: “Si è trattato di una scelta ponderata perché ci siamo chiesti: tra 30 anni chi saprà chi era la Brigata XXVIII Marzo, mentre BR è un concetto quasi universale”[p. 391]
         Importanti sono anche i ricordi di personaggi apparentemente di secondo piano. Il 10 settembre del 2012 è mancato a Roma Otello Conisti, ex Br [p. 392; l’autore riporta che fu militante dei MRPO, ossia Movimento Proletario di Resistenza Offensivo, un’emanazione delle Br]. Ebbene, Conisti, che nessuno o pochissimi avranno sentito nominare e che ha trascorso 15 anni in carcere per reati associativi, ha svolto un ruolo di primissimo piano prima in galera e poi nella casa editrice Sensibili alle Foglie, quella fondata da Renato Curcio. Stesso discorso per la figura di Pietro Vanzi, un brigatista di Torre Spaccata, del quale viene raccontata in nota la storia di scalatore di grande spessore, che aprì addirittura nuove vie nel canyon di Fosso Raibano, presso Sasso Marconi. Le note di commento, qui come in pochi altri libri, sono parte integrante del testo, con il quale dialogano continuamente e che a loro volta sono fonte di grande informazione.
Il libro si chiude con un indice dei nomi, una bibliografia e un’interessantissima filmografia ragionata (manca in Italia un libro esaustivo sui film dedicati a quegli anni). Compare, inoltre, un dialogo con un “cattivo maestro” tra lo scrittore Giovanni Sordini, che fu suo allievo al liceo, e Luca Colombo, tra i fondatori delle Formazioni Comuniste Combattenti.
Ogni tanto, raramente, assistiamo a qualche scivolone nella vulgata. Accade nella ricostruzione un po’ confusa del 18 aprile 1978 e convince poco la divisione delle Br in militaristi e movimentisti, divisione legata alla errata visione per la quale i “militaristi” sono quelli che sparano di più e i “movimentisti” di meno. È esattamente il contrario e per convincersene basta osservare la parabola del Partito Guerriglia, sintesi del movimentismo, che in circa un anno e mezzo ha provocato in proporzione più morti che le Br in 15 anni. Fu proprio Moretti, anzi, a condurre una dura lotta politica contro i Curcio e i Franceschini che dal carcere chiedevano un maggiore numero di azioni e lo accusavano di immobilismo.
        D’altro canto, l’autore respinge con decisione i misteri e scrive con estrema lucidità che se Morucci e Faranda uscirono dalle Br per il loro disaccordo con l’uccisione di Moro, è evidente che la sua morte non fosse stata pianificata all’inizio dell’operazione. Ovviamente, accanto a questa deduzione, si deve sottolineare come le Br fecero di tutto per aprire una trattativa al fine di ottenere una contropartita politica per la liberazione di Moro, tanto da esporsi in modo chiaro con la telefonata di Moretti alla famiglia Moro il 30 aprile 1978. In essa si chiedeva un intervento di Zaccagnini che dicesse: in Italia esiste il problema dei prigionieri politici. Ciò sarebbe bastato per aprire la trattativa [pp. 190-191].
Ben congeniata appare la dialettica tra i vari gruppi rivoluzionari che hanno praticato la lotta armata in Italia. Con grande scioltezza si passa da un’azione a una sigla, senza perdersi o far perdere il lettore, che rischierebbe altrimenti davvero tanta confusione. Utili sono anche le segnalazioni di violazioni giuridiche e costituzionali operate dallo Stato italiano per combattere la “rivoluzione”. Accanto alla denuncia delle torture, di cui si è tanto parlato nel 2012, a p. 199 si sottolinea che il decreto legge che nel 1978 attribuì poteri speciali al generale Dalla Chiesa violò l’articolo 77 della Costituzione, perché pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale con un anno di ritardo.
      Accanto alle lodi, sono poche le osservazioni che si possono fare al libro su questioni fattuali: non è vero, come scrive Steccanella a p. 193, che i democristiani più vicini a Moro sparirono in breve dalla scena politica. Tina Anselmi, portata come esempio, fu a capo della Commissione Parlamentare d’Inchiesta sulla P2 e la sua relazione, assieme ai diari recentemente pubblicati da Chiarelettere, costituiscono ancora oggi un materiale importantissimo per lo storico. Fu dopo quell’esperienza che cominciò il suo tramonto come politico di primo piano. Anche sulla figura di Giuliano Naria, noto alle cronache perché dopo l’arresto si proclamò innocente e decise di difendersi in giudizio, ci sarebbe da aggiungere, a quanto scritto in nota dall’autore [p. 143], che nel libro L’ultimo Brigatista, l’ex br Fiore ne traccia con due parole la storia, indicandolo proprio come brigatista: “Eravamo clandestini per modo di dire. Quando il livello dello scontro prese ad alzarsi, la realtà ci portò ad assumere atteggiamenti più corposi. Giuliano Naria, ad esempio, fu catturato in Valle d’Aosta perché decise di rivedere la sua compagna, che era controllata” [Aldo Grandi, L’Ultimo Brigatista, BUR, Milano 2007, p. 82].
Infine, una riflessione aperta sul sottotitolo: “una rivoluzione mancata”. Mancata o, piuttosto, sconfitta?
 

lunedì 13 maggio 2013

BATTAGLIA DELLA LIBERTA'

Prosegue la pubblicazione di documenti dell'Archivio Marconista

Questa è una relazione del CC sulla Battaglia della Libertà del 5 febbraio 1988









domenica 12 maggio 2013

INFILTRATI E BRIGATISMO

l'ex senatore del Pci e membro della Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia ha individuato nei suoi libri in tale Marra un infiltrato dei Carabinieri nelle Brigate Rosse. Questi si è risentito e ha denunciato Flamigni per calunnia. La sentenza ha dato ragione all'ex senatore. Ma le motivazioni per cui ciò è avvenuto sono molto interessanti e non tali da poter citare le stesse a riprova di una qualche verità storicamente accertata. Tutt'altro.













giovedì 24 gennaio 2013

UNA TRAGEDIA OPERAIA



Il 24 gennaio 1979 il sindacalista Guido Rossa veniva ucciso dalle Brigate Rosse a Genova.
Rossa lavorava all'Italsider di Genova e pochi mesi prima aveva notato che un operaio, Francesco Berardi, si trovava spesso vicino a luoghi in cui venivano lasciati volantini delle Br. Alla fine di ottobre del 1978 Rossa segnalò Berardi alla vigilanza e nel suo armadietto fu ritrovato materiale propagandistico della formazione armata.
Berardi venne arrestato e condannato a quattro anni e sei mesi per partecipazione a banda armata e associazione sovversiva. La colonna genovese delle Br decise per una punizione esemplare e il 24 gennaio 1979 attese Rossa sotto casa, uccidendolo.
Era la prima volta che le Br sparavano contro un operaio, per di più iscritto al Pci.
Si trattò di un errore politico di estrema gravità. Non solo perché Rossa rimase ucciso. Anche il suo ferimento avrebbe provocato all'interno della classe operaia una reazione di indignazione.
Nonostante all'interno dell'esecutivo si comprese immediatamente la gravità del gesto, l'uccisione di Rossa venne rivendicata con queste parole:



Mercoledì 24 gennaio, alle ore 6,40 un nucleo armato delle Brigate Rosse ha giustiziato GUIDO ROSSA, spia e delatore all’interno dello stabilimento ITALSIDER di Cornigliano dove per svolgere meglio il suo miserabile compito, si era infiltrato tra gli operai camuffandosi da delegato. A tale scopo era passato da posizioni notorie di destra ai ranghi berlingueriani. Sebbene da sempre, per principio, il proletariato abbia giustiziato le spie annidate al suo interno, era intenzione del nucleo di limitarsi a invalidare la spia come prima ed unica mediazione nei confronti di questi miserabili: ma l’ottusa reazione opposta dalla spia ha reso inutile ogni mediazione e pertanto è stato giustiziato. Il suo tradimento di classe è ancora più squallido e ottuso in considerazione del fatto che, il potere ai servi prima li usa, ne incoraggia l’opera e poi li scarica.
Compagni, da quando la guerriglia ha cominciato a radicarsi dentro la fabbrica, la direzione italsider con la preziosa collaborazione dei berlingueriani, si è posta il problema di ricostruire una rete di spionaggio, utilizzando insieme delatori vecchi e nuovi; da un lato ha riqualificato fascisti e democristiani, dall’altro ha moltiplicato le assunzioni di ex PS ed ex CC, dall’altro ancora ha cominciato a utilizzare quei berlingueriani che sono disponibili a concretizzare la loro linea controrivoluzionaria fino alle estreme conseguenze:
FINO AL PUNTO CIOE’ DI TRADIRE LA PROPRIA CLASSE, MANDANDO IN GALERA A CUOR LEGGERO UN PROPRIO COMPAGNO DI LAVORO.
L’obiettivo che il potere vuol raggiungere attraverso questa rete di spionaggio, non è solo quello propagandato della “caccia al brigatista o ai cosiddetti fiancheggiatori” ma quello ben più ampio ed ambizioso di individuare ed annientare all’interno delle fabbriche qualsiasi strato operaio che esprima antagonismo di classe.
E’ l’intero movimento di resistenza proletario che oggi è nel mirino di questa campagna di terrore controrivoluzionario, scatenata dal potere e sostenuta a tamburo battente dai loro lacchè berlingueriani: questa caccia alle streghe non colpisce solo chi legge e fa circolare la propaganda delle organizzazioni comuniste combattenti, ma anche chi lotta contro la ristrutturazione, chiunque si ribelli alla linea neocorporativa dei sindacati, chiunque anche solo a parole si dialettizza con la lotta armata, senza unirsi al coro generale di “deprecazione o condanna”. Una riconferma di tutto ciò viene dall’Ansaldo dove, come già successo alla Fiat e alla Siemens, i berlingueriani hanno consegnato alla direzione una lista coi nomi di operai “presunti brigatisti”, compilata anche in base agli interventi fatti nelle assemblee precontrattuali.
QUESTA E’ L’ESSENZA DELLA POLITICA BERLINGUERIANA ALL’INTERNO DELLE FABBRICHE, IL TENTATIVO CIOE’ DI DIVIDERE LA CLASSE OPERAIA CREANDO UNO STRATO CORPORATIVO, FILOPADRONALE E PRIVILEGIATO DA CONTRAPPORRE AGLI ALTRI STRATI DI CLASSE E PROLETARI.
A chi si presta a questa lurida manovra ai vari Rossa e a tutti gli aspiranti spia, ricordiamo che, proletari si è non per diritto di nascita ma per gli interessi che si difendono e all’interno di questa discriminante sapremo distinguere, come sempre, chi è un proletario e chi è un nemico di classe.
All’interno di questo progetto, Rossa faceva parte della rete spionistica dell’Italsider, come membro dei gruppi di sorveglianza interna, istituiti dai vertici sindacali per affiancare i guardioni nei compiti di repressione antioperaia. ECCO QUAL’ERA IL SUO VERO LAVORO!! La sua grande occasione, nella quale ha raccolto i frutti di tanto costante e silenzioso lavoro è venuta il giorno in cui è riuscito a consegnare al potere un operaio che conosceva e assieme al quale lavorava da anni, il compagno Franco Berardi, “reo” di aver avuto per le mani propaganda della nostra organizzazione.
La conferma del rapporto diretto tra spioni e direzione si capisce dal fatto che Rossa, dopo aver pedinato per ore il compagno Berardi, insieme al suo degno compare Diego Contrino E’ ANDATO DIRETTAMENTE IN DIREZIONE a denunciarlo, mettendo di fronte al fatto compiuto lo stesso Consiglio di fabbrica che infatti si era spaccato quando i bonzi sindacali gli avevano imposto di coprire politicamente l’azione di spionaggio.




Era vero che il Pci, in collaborazione con i carabinieri di Dalla Chiesa, stesse organizzando un controllo nelle grandi fabbriche per individuare i brigatisti. Si trattava, però, di un conflitto all'interno della medesima classe sociale, che non poteva o doveva essere risolto con le armi.

Ai funerali di Rossa parteciparono decine di migliaia di persone mentre le Br persero consenso e credibilità.

La figlia Sabina, che all'epoca dell'uccisione del padre aveva solo 7 anni, avrebbe cercato i componenti del nucleo brigatista all'inizio degli anni duemila, riuscendo ad incontrarne alcuni.

Scritto un libro sulla vicenda, è divenuta senatrice dell'Ulivo nel 2006. Attualmente è deputata nel gruppo del PD.

Berardi si uccise nel carcere di Cuneo il 24 ottobre 1979. Da quel momento la colonna genovese assunse il suo nome, ma fu praticamente debellata nel marzo 1980 con la strage di via Fracchia, a pochi metri dalla casa di Rossa.
http://www.google.com/search?q=via+fracchia&hl=en&lr=lang_en&client=safari&tbo=u&rls=en&tbs=lr:lang_1en&tbm=isch&source=univ&sa=X&ei=nA8BUeiwCMGJ4AT-zIGoBA&ved=0CEgQsAQ&biw=1258&bih=628.