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martedì 14 luglio 2020

LO STATO DI DIRITTO E LA VENDETTA DELLO STATO


Intervista all'avv. Davide Steccanella. Il Dubbio, 14 luglio 2020

«Faccio questo lavoro perché pensavo di stare in uno Stato di diritto. Ma alla luce di tutto quello che accade, cosa dovrei dire, che aveva ragione Battisti a contrapporsi allo Stato?». Davide Steccanella di mestiere fa l’avvocato. E difende una persona scomoda, Cesare Battisti, da sempre personaggio controverso, che solletica i peggiori istinti forcaioli. L’ultimo scandalo che lo riguarda – perché tale è diventato – è quello relativo al cibo. Il fatto è semplice: essendo malato di epatite e prostatite, racconta Steccanella al Dubbio, il cibo del carcere fa male alla sua salute. Vorrebbe avere, come gli altri detenuti, la possibilità di cucinare da sé, con un fornelletto, il cibo più adatto alle sue condizioni. Ma la cosa si è trasformata subito in qualcos’altro. Ovvero nella richiesta di un privilegio, di un trattamento di favore, agli occhi di chi, il giorno del suo arrivo in Italia, sfilava all’aeroporto come sopra un palco. Il tutto nonostante Battisti, da un anno, viva una condizione di isolamento illegittima. Per i giudici di esecuzione, il suo ergastolo – da scontare per omicidio e rapina, commessi ai tempi della sua militanza fra i Proletari armati per il comunismo – è uguale a quello di altri detenuti comuni. Niente 41 bis, niente isolamento. Ma il ministero della Giustizia, per lui, ha disposto l’alta sorveglianza, spedendolo in un carcere – quello di Massama, in Sardegna – dove è l’unico in tale condizione. E quindi da solo, nonostante il suo periodo di isolamento, stabilito da una sentenza, fosse di soli sei mesi. In quelle condizioni, dunque, il fornelletto in cella non è ammesso. Così come inutile è chiedere perché sia ancora isolato da tutti: nessuno risponde.
Avvocato, come sono andati i fatti?
Come sempre è stata fatta una strumentalizzazione vergognosa. Battisti ha fatto presente le sue condizioni di salute e non si è lamentato del menù in carcere, come qualcuno ha detto, ma ha semplicemente chiesto al magistrato di sorveglianza la possibilità di poter cucinare nella propria cella i cibi che gli vengono procurati e che sono più giusti per la sua alimentazione, cosa che viene concessa a tutti.
Quindi non si trattava di una lamentela per il cibo cattivo?
No e sarebbe stata una scemenza, anche perché non si va dal magistrato di sorveglianza a dire che non ti piace il menù del carcere. Reclamava il diritto, che hanno gli altri detenuti, di poter cucinare in cella gli alimenti compatibili con il proprio stato di salute, perché ha notato un peggioramento delle proprie condizioni a seguito della somministrazione del cibo carcerario. Che sarà buono o cattivo, ma non è quello il fatto in discussione: contiene un certo tipo di grassi che gli provoca dei disturbi. Questa era la notizia, che è diventata “Battisti si lamenta del menù”. E ieri sera, sinceramente, vedere il Tg5 intervistare il figlio di Torregiani mi è sembrato troppo.
Torregiani è una vittima, perché per lei è sbagliato?
Massimo rispetto per le vittime, ma cosa significa intervistarlo sul problema del cibo in carcere per Battisti? Cosa c’entra questo con il diritto della vittima ad avere giustizia? Cosa c’entra con la giustizia riparativa? È normale, da vittima, che risponda che è abituato a mangiare le ostriche. Ma non è giusto che rivendicare un diritto venga fatto passare come una lamentela. Così come se dice che è preoccupato del contagio, perché ha l’epatite, diventa uno che ne approfitta per andare a casa libero e bello per il Covid. Tutto, sin dall’inizio, è stato affrontato così. Sin dal suo arrivo in Italia, con il ministro che si faceva i selfie in aeroporto.
Qual è lo status di Battisti, attualmente?
Si trova in isolamento, in maniera illegittima, da un anno. Perché il ministero lo ha classificato come “As2” (alta sorveglianza, ndr) in un carcere in cui sapeva non esserci altri detenuti nella stessa situazione. Il che significa che, scontati i sei mesi di isolamento stabiliti dal tribunale 41 anni fa, doveva essere messo in condizione di vivere la detenzione come tutti gli altri. Ma hanno fatto in modo di mandarlo in un isolamento, di fatto, irreversibile, che tuttora perdura. Ho scritto al presidente del Dap, al dirigente, al Garante, a tutti, segnalando l’illegittima detenzione in isolamento che dura da più da un anno. Nessuno mi ha risposto, esclusa una comunicazione verbale da parte del carcere con la quale è stato spiegato che la declassificazione è stata respinta.
Perché?
Quando ho chiesto di conoscere le motivazioni, dato che l’ultimo delitto di Battisti risale al 1979, in un periodo storico ben preciso, non ho ricevuto risposta. Sono state più di 6mila le persone condannate per i fatti di quegli anni, nessuno di loro è stato in alta sorveglianza, quindi vorrei capire perché farlo 40 anni dopo i fatti. Che alta sorveglianza ci vuole? Scrivetemelo! Ma non è possibile avere risposta. Non credo che uno Stato democratico possa permettersi di non fornire le motivazioni di un provvedimento.
Che conseguenze ci sono?
Intanto la vicenda del fornelletto, che di per sé potrebbe essere una stupidaggine, ma si riverbera sulla sua salute. Ma anche per poter parlare con il figlioletto di 5 anni in Brasile, in collegamento Skype, abbiamo fatto il diavolo in quattro. È riuscito a parlarci dopo oltre un anno di detenzione. È giusto che Battisti sconti la pena, ma perché deve farlo in un regime speciale 41 anni dopo il fatto? È questo che non comprendo. E dopo tutto questo, la soluzione che ventilano è di mandarlo a Rossano Calabro, ancora più lontano dalla famiglia – che non ha le risorse per sostenere le spese per le visite – e dal difensore. Quindi il soggetto non è condannato ad una forma, legittima, di detenzione, ma ad una tortura, perché è isolato da tutti. Senza nemmeno poter cucinare in cella.
Ma tale regime speciale è frutto della decisione di un giudice?
No: i magistrati di esecuzione, nel rigettare la mia richiesta di concedere i 30 anni di reclusione, così come sottoscritto dall’Italia con il Brasile, hanno stabilito che non deve essere sottoposto a regimi speciali, ma a quello ordinario, perché i fatti risalgono al 1979. Il ministero ha però deciso, a suo insindacabile giudizio, che va tenuto in regime di alta sorveglianza. E in alternativa di mandarlo a Rossano, insieme ai terroristi islamici. Ha senso questo? Io di mestiere faccio l’avvocato, sono figlio di un magistrato e ho fatto il carabiniere, devo credere nelle istituzioni, ma vedo un ex vice premier che di fronte ad una richiesta del genere dice «taci e digiuna, assassino vigliacco» e vedo che viene intervistato Torregiani perché venga a dire al pubblico che è abituato a mangiare le ostriche. Mi trovo ad assistere una persona il cui nome scatena gli istinti più beceri e quello che trovo grave è che lo Stato finisca per essere ostaggio dell’opinione pubblica. Perché questo trattamento ingiusto è frutto dell’incapacità di andare contro la pancia della gente. Non trovo altra spiegazione. Battisti viene presentato come un mostro, come se avesse inventato lui la lotta armata, ma mentre chi lo ha fatto evadere, nel 1981, ha continuato a combattere lo Stato, salvo poi magari pentirsi o dissociarsi scontando due anni di galera, lui è andato via dall’Italia, senza continuare quella lotta. Qual è la sua colpa, quella di non essersi costituito?
Forse quella di aver passato tanti anni da uomo libero…
Ma lo Stato non può far scontare altro oltre alla pena che ha stabilito. Una volta che è stato preso, prendendo peraltro con il Brasile un impegno che non ha rispettato, ha pensato solo all’effetto retributivo della pena, non certo a quello rieducativo. Aveva 25 anni all’epoca, in un periodo storico decisamente diverso, che pericolo rappresenta, a 65 anni, per la collettività Cesare Battisti? Qual è il criterio per cui mettere un detenuto in alta sorveglianza? Il rischio che riprenda la lotta armata? Bisogna ricordare che nel frattempo è vissuto nella legalità, come libero cittadino, con tanto di documenti, che viveva alla luce del sole e che non ha più commesso un reato. L’ultimo risale al 1979.
Perché secondo lei c’è questo regime speciale?
Perché si vuole fargli pagare il fatto che per 40 anni non sono riusciti a prenderlo. Ma questo non è colpa sua. A parte che tutti dimenticano che, tra una cosa e l’altra, ha passato circa 10 anni di carcere. Mi va bene che sconti la sua pena, ma perché così? Oltretutto dovrebbe trovarsi a massimo 300 km di distanza dai parenti, invece così non può nemmeno ricevere visite.
Ma tutto ciò non espone lo Stato al rischio di violazioni di legge?
Certo, però qui il problema è prima di tutto pratico. E io mi aspetto che il ministero, seppur tardivamente, prenda atto dell’illegittimità di quello stato di detenzione e provveda. Invece gli negano la declassificazione e mi negano la possibilità di ricorso amministrativo. Non riesco a capire la motivazione, se non che si chiami Cesare Battisti. E questo nonostante appena rientrato in Italia, come primo atto, abbia chiamato, mio tramite, il procuratore Nobili, ammettendo di aver preso parte ai Pac, come peraltro non ha mai negato. Non rivendica nulla, ma qualsiasi cosa faccia viene immediatamente stigmatizzato. Sono allibito. E alla fine non è un problema solo di Battisti.
In che senso?
Se scardini la cultura del diritto del nostro Paese e consenti ad un leader politico di parlare così, senza indignazione, travolgi il sistema dei diritti e dopo i danni saranno per tutti. Un giorno ci accorgeremo delle conseguenze di ciò che abbiamo fatto per seguire questa pancia forcaiola. Ci rimetteremo tutti, ce ne pentiremo, ma sarà troppo tardi. Se vogliamo la giustizia sommaria, allora mettiamo francamente una forca in piazza, che ci costa anche meno. Ma da avvocato non voglio fare da complice, perché così fornisco un alibi, fingendo che vada tutto bene, perché data la mia presenza il diritto di difesa è garantito. Si dica chiaramente che per Battisti e Vallanzasca non valgono le regole, non servono avvocati né giudici e allora quei soldi spendiamoli per altre ragioni. Però si abbia il coraggio di dirlo, senza spacciarci per Stato di diritto: lo abbiamo abbandonato, il diritto, in questi casi. Uno Stato debole, che è soggetto alla pancia del Paese, per non scontentarlo, ha abdicato alla sua funzione. Battisti, a suo tempo, voleva combattere lo Stato, torna dopo 40 anni in Italia, lo convinco, contrariamente a quanto pensava allora, che è un Paese in cui il diritto esiste, cosa devo dire vedendo queste cose, che alla fine aveva ragione lui? Trovo a questo punto difficoltoso fare questo mestiere.
Perché?
Ho capito che finché non faccio cause che interessano mediaticamente la pancia del Paese allora posso stare tranquillo. Ma non appena difendo Vallanzasca o Battisti, che invece scatenano i peggiori istinti, si perde ogni ragione. Allora io dico: mi rivolgo ad uno Stato o mi rivolgo alla tribuna popolare del sabato sera? Cosa faccio, rinuncio al mandato per impossibilità di svolgere la mia funzione? Non è bello. C’è una continua costruzione del mostro ed è aberrante. Posso capire la stampa scandalistica e una certa propaganda politica, che però è ignobile, ma mi aspetto di avere uno Stato serio, che di fronte a queste cose si indigna.
Dovrebbe risponderle il ministro della Giustizia…
Ma visto che quando Battisti è arrivato in Italia si faceva i selfie la vedo un po’ dura. Il concetto è: buttate via la chiave. Se volete ripristinare la pena di morte, allora fatelo, facciamo prima. Ma non si può sventolare la Costituzione il giorno della festa e poi disattenderla in maniera così plateale. Non posso accettarlo. Non sono un eversore: voglio uno Stato serio e credibile, non uno Stato vendicativo da Far West.

giovedì 19 dicembre 2013

CASELLI IN PENSIONE





Gian Carlo Caselli è andato in pensione.

Ecco cosa pensa l'avvocato e scrittore Davide Steccanella - autore de "Gli anni della lotta armata".


Gian Carlo Caselli: fu tutta gloria ? (by stekka)

22 febbraio 2012 alle ore 16.53
Oggi che accompagnato dai più  intensi ed accreditati peana va in pensione il più famoso Magistrato italiano, vorrei provare a rivedere con dati alla mano, e senza preconcetti, il “mito” che da tanti anni circonda questo Giudice che come sempre si scrive "ha ottenuto straordinari successi prima contro il terrorismo a Torino e quindi contro la mafia a Palermo".
A Palermo i risultati ottenuti dalla Procura da lui diretta non sono poi stati, a ben vedere, così “brillanti”, visto che le grandi inchieste anti-mafia che portarono alla disintegrazione della cupola dei primi anni ottanta si debbono al precedente pool di Falcone e Caponnetto mentre le indagini sulla successiva cupola responsabile degli omicidi Falcone e Borsellino furono affidate, per evidenti ragioni di competenza, ad altre Procure.
Le grandi inchieste della Procura Caselli furono infatti principalmente rivolte alla classe politica collusa ossia al celeberrimo "concorso esterno" (reato di dubbia tipicità), solo che nei casi più eclatanti, ossia quelli di Andreotti e Mannino, gli esiti processuali non paiono avere troppo premiato gli sforzi intrapresi.
E’ ben vero che il buon Travaglio, e tanti come lui, non perdono occasione per esaltare ad ogni piè sospinto la celebre prescrizione andreottiana ante legge La Torre, a riprova della antica mafiosità (seppure a intermittenza temporale…) del divo Giulio, ma sta di fatto che la invocata condanna non ci fu, e questo è quello che per una Procura, che non è Travaglio né “annozero”, deve contare, per valutarsi il risultato finale di cotanto impegno.
Ma alla trincea della anti-mafia di Palermo il Dr. Caselli ci era giunto soprattutto sull’onda dei grandi meriti nella precedente trincea torinese degli anni di piombo dove invece, si dirà, i risultati processuali furono di ben altro spessore.
Ed in effetti era proprio lui quel giovane Giudice Istruttore (abrogata figura in qualche modo assimilabile all’odierno PM) che ebbe ad occuparsi prima delle Brigate Rosse e poi di Prima Linea, ossia delle due organizzazioni guerrigliere più significative degli “anni spietati” per usare il titolo di alcuni film-documentari realizzati qualche anno fa dal di lui figlio e di recente pubblicati in un libro dedicato a quelli solo di Torino (meno bello il libro dei documentari video, va detto).
Anche lì però, fermo restando il comprovato impegno, i meriti dei risultati ottenuti non paiono totalmente attribuibili alle sue capacità investigative, ma andiamo con ordine.
La prima operazione significativa contro le prime BR è del settembre 1974 (quindi dopo oltre 3 anni almeno di attività guerrigliera, sequestro del Giudice Sossi incluso) e si deve in realtà al generale Dalla Chiesa che utilizzò il secondo infiltrato (il primo era stato Pisetta) ossia il noto Frate Mitra, per stanare i due capi storici Curcio e Franceschini. Poco dopo quel fatto il nucleo speciale di Dalla Chiesa venne smantellato per essere riesumato in tutta fretta dopo lo choc del fatto Moro del 1978, ma negli anni di interregno i risultati raccolti dalla Procura di Torino furono invero modesti.
Si deve sempre al ritornato Dalla Chiesa il duplice “colpo” del 1980 del concatenato “pentimento” di Peci e di Sandalo che consentì di indebolire e di molto le BR e di sostanzialmente annientare Prima Linea (grazie al secondo pentito Viscardi), ma anche qui la abilità investigativa di Caselli non sembra avere avuto un particolare rilievo.
Peci ha raccontato che fu Dalla Chiesa a convincerlo a quella scelta dopo essere stato avvicinato in carcere da un maresciallo del suo nucleo speciale (Incandela) e Sandalo, come si sa, decise di pentirsi subito dopo essere stato denunciato dallo stesso Peci, il lavoro di Caselli fu dunque quello di verbalizzare ex post un pentimento già concordato prima.
Come si era arrivati all’arresto del Peci la tesi ufficiale da sempre sostenuta fu quella della mera “causalità”, ossia che i carabinieri del nucleo speciale si trovavano già sul posto perché impegnati ad arrestare il semi-sconosciuto piellino Mastropasqua.
Oggi siamo alle tante operazioni NO TAV e solo i successivi processi di merito diranno (forse) come stanno le cose, ma in mezzo a questo coro di magnificat mediatici sulla ineguagliabile abilità investigativa del Dr. Caselli una valutazione un po’ meno agiografica mi pareva potesse trovare un suo piccolo spazio.
Certamente criticabile invece la sua ultima sdegnata, ed anche un tantino supponente, pretesa abiura alla nuova agenda della corrente MD da lui fondata, causa pubblicazione di un peraltro bellissimo brano di Erri De Luca sul mito di Orfeo riadattato alla gioventù coinvolta nella grande rivolta mondiale degli anni 70, nonostante già detto pezzo fosse stato premesso da una presa di distanza del mittente. A seguito di ciò sembrano "saltate" tutte le previste presentazioni della nuova agenda di MD, ed anche questo, oggi che lo si saluta con tutti gli onori, va ricordato.




martedì 10 settembre 2013

LA LEGGE 190


foto Marconista















Il commento del giurista Davide Steccanella alla legge Severino [l'originale in http://davidesteccanella.postilla.it/2013/09/09/la-decadenza-severino-incostituzionale-e-perche-mai/]. Davide affronta il problema della sua costituzionalità. Forse andrebbe anche affrontato quello della sua assurdità. Si tratta, infatti, di una norma strappata al parlamento sull'onda dell'indignazione popolare contro la casta. Una legge da esame di coscienza, per riparare in qualche modo ai danni pregressi. Un castigo da pagare per mostrare agli italiani che ci siamo rinnovati e non ci corrompiamo più. E come tutte le cose pasticciate, ora si ritorce contro tutto il quadro politico, rischiando di far saltare un piatto già precario di suo.



Come era prevedibile l’interminabile saga paesana che coinvolge il fondatore del partito con cui da ben due esecutivi (e senza soluzione di continuo) il Pd governa non si placa neppure di fronte agli allarmi di una guerra e tiene banco su tutti i media, e trattandosi di vicenda sorta come noto da una sentenza e non già da fisiologici rovesci di natura politica, le questioni alla apparenza giuridica la fanno da padrone.
L’ultima querelle riguarda l’asserita illegittimità costituzionale della norma che impone la immediata decadenza al parlamentare colpito da condanna definitiva superiore agli anni due, una norma voluta e votata non più di qualche mesetto fa sostanzialmente dalla attuale maggioranza, seppur diversamente vestita, il che già rende tale singolare opinione di una parte della stessa ai limiti del paradosso.
Eppure, si legge di illustri giuristi che ne avrebbero individuato il costituzionale difetto nella, sempre si legge, inaccettabile irretroattività da sempre come noto insuperabile ossimoro al fondamento minimale del diritto penale.
Nel mio scarso rudimento dello studio della Suprema carta nostrana dei diritti e dei doveri fatico assai a cogliere non dico la non manifesta infondatezza ma persino la astratta congruità sistematica del citato appunto, risultandomi di solare evidenza che nulla c’entra con il diritto penale siffatto recente regolamento di esclusione.
Parmi ravvisarsi infatti una certa quale analogia con la previsione di esclusione dalle pubbliche gare per quelle imprese il cui rappresentante risulti giudizialmente censurato da condanne per taluni reati, previsione tranquillamente operante da anni, ed avverso la quale nessuno fino ad oggi ebbe a mai ridire alcunchè, e tanto meno sotto il profilo costituzionale, che nulla c’entra.
Peraltro non dovrebbe sfuggire anche la assoluta irrilevanza (oltre che la manifesta infondatezza) della questione proposta che non solo non pregiudica alcun giudiziale accertamento in corso, ma che appare, nei suoi effetti pratici, persino inutile e ripetitiva, stante la previsione della specifica ed omologa pena accessoria sulla quale dovrà solo riadeguarsi, da parte della Corte di Appello, la giusta durata, ma non certo la sua prossima operatività.
E’ di tutta evidenza quindi che stiamo parlando da giorni di una questione giuridicamente inesistente e sulla quale si sta giocando una partita tutta politica per trovare una soluzione a quel che è da tempo sfuggito di mano, magari al fine di sospendere una scomoda pronuncia della Giunta competente che tuttavia, essendo palesemente infondata la citata questione, sarebbe giuridicamente del tutto ingiustificata.
Chi scrive non è mai stato tenero con certe strumentalizzazioni di certi processi dall’ampia valenza politica ma mi fa specie che persone anche molto competenti si prestino a sostenere pubblicamente e con impegnativi termini giuridici, questioni che faticherebbero ad essere tollerate in sede di primo esame universitario.

mercoledì 15 maggio 2013

INTERVISTA A DAVIDE STECCANELLA



"IL GIORNO"
Milano, 15 maggio 2013 -  Avvocato Davide Steccanella, non è troppo giovane per occuparsi di Lotta Armata? Come è nato questo interesse così densamente storiografico espresso ne «Gli anni della Lotta armata» per quasi 500 pagine? «All’epoca del sequestro Moro avevo 16 anni e ricordo l’enorme coinvolgimento politico della città in quegli anni e la violenza nei cortei... È una “storia” che ha procurato molti lutti “da una parte e dall’altra” ed è ancora abbastanza recente: non può essere raccontata in modo oggettivo da chi allora ne fu direttamente coinvolto».
Il sottotitolo parla di “rivoluzione mancata”. Cosa mancò?
«Il Novecento fu un secolo molto particolare: nel mondo si era visto rovesciare il potere esistente con azioni di forza, anche di matrice popolare e spontanea. E invece il mondo e l’economia stavano andando verso altre direzioni e quella generale spinta insurrezionale dei primi anni Settanta venne meno. Basti pensare che 11 anni dopo l’autunno caldo del 1969 ci sarà nel 1980 la marcia dei 40.000 quadri intermedi a Torino fino alla caduta del muro di Berlino. L’idea di poter fare la rivoluzione in un paese a capitalismo avanzato è stato, col senno di poi, l’errore originario».
Perché in così tanti decisero di armarsi?
«Non è facile attribuire questa scelta a qualcosa di diverso dal generale contesto politico del periodo e non va scordato l’antifascismo militante nato in reazione ai tanti morti. Non c’è dubbio tuttavia che si possano rintracciare nei più importanti gruppi armati precise provenienze: dai delusi del PCI nascono i GAP e le BR, dallo scioglimento di Potere Operaio, Autonomia Operaia e la successiva colonna romana delle BR, mentre sia i NAP che Prima Linea sono diretta derivazione di Lotta Continua».
Lei cita Erri De Luca: “Qualcuno in una cella e in un esilio sconta il Novecento anche per me”.
«De Luca ha saputo mirabilmente sintetizzare con quella frase anche la tragedia finale: di quella generale spinta alla rivolta alla fine sono rimasti a pagare con anni e anni di carcere solo quelli più direttamente esposti».
Crede che si corra il rischio di un nuovo terrorismo?
«No, la storia non si ripete mai. E la lotta armata di quegli anni è stata il punto di arrivo di un percorso storico e politico ben preciso che ha interessato non solo l’Italia ma tutto il mondo e che si caratterizzava anche per la sua “collettività”. Oggi non esistono più “movimenti” o anche solo categorie di massa in grado di organizzarsi in un attacco allo Stato».
 
«Gli anni della Lotta armata» di Davide Steccanella (edizioni Bietti)

martedì 14 maggio 2013

GLI ANNI DELLA LOTTA ARMATA

Ieri 13 maggio alle 18 si è svolta alla libreria Feltrinelli di via Manzoni a Milano la presentazione del libro di Davide Steccanella "Gli anni della Lotta Armata" con Fran CIMINI, Luca FAZZO e Marconista. La sala era colma di persone, tanto che molti erano seduti per terra e altri non sono riusciti a entrare. Purtroppo, quando la discussione stava decollando dopo l'intervento dell'avvocato Spazzali...ci hanno gentilmente chiesto (era passata un'ora e dieci), di terminare. I commenti dicono che saremmo rimasti lì almeno fino alle 20 se...

Seguono alcune foto della serata e l'intervento di Marconista.



STECCANELLA RISPONDE

LUCA FAZZO INTERVIENE

L'AUTORE
AUTOGRAFI


MARCONISTA





Davide Steccanella
Gli anni della lotta armata
Cronologia di una rivoluzione mancata. Bietti, Milano 2013.




Il libro di Davide Steccanella, avvocato penalista milanese con un’ottima vena scrittoria, si inserisce in un genere, quello delle cronologie, che ha avuto un certo sviluppo non solo in Italia. Esistono cronologie in quasi tutte le lingue e in genere si tratta di testi dedicati al mondo antico, moderno e contemporaneo.
Nel nostro caso, invece, abbiamo tra le mani una cronologia su un tema preciso, la lotta armata e il terrorismo in Italia, argomento su cui esistono precedenti importanti: Le date del terrore. La genesi del terrorismo italiano e il microclima dell’eversione dal 1945 al 2003, a cura di M. Calvi, A. Ceci, A. Sessa e G. Vasaturo, Luca Sossella Editore, Roma 2003 e, in particolare per le Brigate Rosse, un numero speciale del “Bollettino dell’Associazione Solidarietà Proletaria” [1996] dal titolo Contributo per una Storia documentale delle Brigate Rosse. Nel primo troviamo tutte le operazioni portate a termine in Italia attraverso un’azione violenta dalla fine della Seconda guerra mondiale all’anno in cui è stato pubblicato il libro. È diviso per anni e l’indice dei nomi completa la ricerca: accanto a ogni nome non corrisponde la pagina, ma la data di riferimento. Il Bollettino è, invece, un elenco di tutte le azioni brigatiste, dalle origini allo scioglimento dell’organizzazione storica. Non sono indicate solo le azioni militari ma anche il volantinaggio, considerato – a ragione – parte integrante del lavoro rivoluzionario.
Accanto a questi esempi, esistono documenti riservati che corrispondono a delle vere e proprie cronologie. Mi riferisco, per esempio, a una relazione dell’UCIGOS (Ufficio centrale investigazioni generali operazioni speciali) che riguarda il terrorismo internazionale in Italia nel 1979. Si tratta di una lettura interessante, concentrata sui gruppi palestinesi ma utile anche più in generale per una ricerca sulla lotta armata in Italia [Archivio Marconista].
        Prima di procedere nell’analisi del libro di Steccanella, partirei dalla copertina: immagine e titolo. Per la prima, credo si tratti di una scelta editoriale, in qualche modo avallata dall’autore. Una pistola nera, la stella a cinque punta sul calcio e della vernice che cola come se fosse sangue. Questa immagine poco si addice al contenuto del libro né, per la verità, al titolo: Gli anni della lotta armata. Cronologia di una rivoluzione mancata. In altre parole, non rende giustizia ai meriti del volume. Lo fa sembrare peggiore di quello che è. La soluzione di una pistola e di una stella a cinque punte è la più facile perché colpisce l’immaginario collettivo. Aiuta la diffusione del libro, ma non corrisponde a quanto accaduto in Italia in quegli anni. Lo racconta, del resto, lo stesso Steccanella, quando afferma che decine di gruppi armati tentarono la via della lotta allo Stato perché credevano che quella fosse la strada per arrivare a una rivoluzione sociale. E questi gruppi nacquero e si diffusero all’interno di una società in pieno fermento rivoluzionario. Fermento rimasto tale, perché nel momento di massimo attacco allo Stato, tra il 1977 e il 1980, non assistiamo alla presa del palazzo d’Inverno, né al suo assalto, per la verità. Ma fu comunque ampio e vario, al punto da permettere a organizzazioni combattenti di nascere, svilupparsi e avere una non comune esperienza di clandestinità, dove con questa parola non si deve pensare a chi vive nascosto e riemerge solo per compiere azioni militari, ma a chi organizza le avanguardie vivendo in mezzo a loro. Il sociale è quindi il vero protagonista di quegli anni e allora la foto di una manifestazione operaia, o un lavoratore al reparto verniciature anziché una pistola, avrebbe sostenuto con forza maggiore il contenuto del libro.
       Contenuto che, per essere una cronologia – un genere che per natura lascia poco spazio alle capacità scrittorie dell’autore – è di facile lettura e rivela una mano leggera e sicura già dall’introduzione, dove viene ricordato il film di Margarethe von Trotta Die bleierne Zeit, tradotto in italiano come “Gli anni di Piombo”, ma letteralmente – aggiungo – “Il periodo plumbeo” o “Il tempo plumbeo”. Steccanella osserva che nel film l’aggettivo “plumbeo” si riferiva “alla tetraggine oppressiva degli anni che avevano preceduto la nascita della RAF” e non, come poi è accaduto nell’uso corrente, agli anni della lotta armata [p. 15], sebbene riguardando la pellicola si potrebbe pensare anche agli anni seguenti la sconfitta del progetto rivoluzionario, al carcere e ai suicidi degli ex.
La conclusione della premessa costituisce la dichiarazione d’intenti, il manifesto del libro: “Ho quindi tentato di ricostruire la cronologia di quegli anni e le ragioni del suo inizio e della sua fine, cercando di documentarmi il più possibile su quanto era accaduto, scoprendo così molte cose che prima non sapevo, e tantissimi ed assai diversi percorsi umani e sociali”[p. 18].
L’operazione è riuscita. Il libro è ben strutturato, articolato e pieno di spunti per un lettore curioso o per uno studioso. È diviso per anni, partendo dal 1969, al quale è anteposto un capitoletto intitolato Le origini della lotta armata in Italia. Si arriva fino ai giorni nostri, con la morte di Prospero Gallinari, i suoi funerali (19 gennaio 2013 che sono stati un atto politico di un certo rilievo), e l’uccisione nel corso di una rapina di Giorgio Frau, che giovanissimo aveva militato in una organizzazione figlia delle Br storiche, l’UCC [primo marzo].
        Ad ogni anno, prima delle vicende storiche, vengono riportate le seguente notizie: l’uscita di un album considerato importante dall’autore, il film vincitore dell’Oscar, il campione d’Italia di calcio e il vincitore del Festival di San Remo. È una cosa molto intelligente perché si presta a diverse letture: da un lato si può dire che, mentre l’operaio massa si organizzava per prendere il potere ma veniva sconfitto, nel mondo patinato le cose si ripetevano senza soluzione di continuità. D’altro canto, questa continuità non deve necessariamente essere percepita come negativa. Probabilmente, se la rivoluzione avesse vinto, ci sarebbe stato ancora il Festival di San Remo e il campionato di calcio. Ma c’è anche un’altra cosa, più importante e profonda. Lasciando da parte il campionato, leggendo i titoli dei film, delle canzoni e i nomi degli artisti, si può avere una prima idea della direzione verso cui marciava il paese (forse dire il mondo è esagerato). Infine, mera ipotesi, mentre “fuori” accadeva la rivolta, l’autore all’epoca era più concentrato su musica e cinematografo.
Voltando pagina, si entra nell’anno: anno/anni, che Steccanella tratta con abilità dopo aver consultato un numero impressionante di fonti, bibliografiche, documentali e orali. Si racconta l’Italia di quegli anni con distacco, senza perdere il controllo della grande mole di dati, aggiungendo novità anche per uno studioso (come l’autore di queste righe) che si occupa della materia da più di un decennio. Un esempio del disincanto si percepisce quando l’autore racconta la morte di Feltrinelli:

Il 14 marzo Giangiacomo Feltrinelli viene trovato dilaniato da una bomba presso un traliccio di Segrate. La sua identificazione non è immediata, perché essendo da tempo entrato in clandestinità aveva con sé un documento di identità falso intestato a tale Vincenzo Maggioni [p. 70].

Divertente quando svela il nome del poco più che neonato Manolo Morlacchi, figlio di Pietro, nella carrozzina del quale i brigatisti nascosero il frutto di una rapina. Molto interessante la ricostruzione della storia di Marco Barbone, dirigente della Brigata XXVIII Marzo, e della cerimonia di commemorazione di Walter Tobagi svoltasi il 28 maggio 2012 al Liceo Parini di Milano. Nell’occasione venne scoperta una lapide che riporta: “Ucciso dalle Brigate Rosse”. Ai media, che stigmatizzarono l’errore (fu la XXVIII Marzo a ucciderlo), l’insegnante di storia Teresa Summa rispose con molta franchezza: “Si è trattato di una scelta ponderata perché ci siamo chiesti: tra 30 anni chi saprà chi era la Brigata XXVIII Marzo, mentre BR è un concetto quasi universale”[p. 391]
         Importanti sono anche i ricordi di personaggi apparentemente di secondo piano. Il 10 settembre del 2012 è mancato a Roma Otello Conisti, ex Br [p. 392; l’autore riporta che fu militante dei MRPO, ossia Movimento Proletario di Resistenza Offensivo, un’emanazione delle Br]. Ebbene, Conisti, che nessuno o pochissimi avranno sentito nominare e che ha trascorso 15 anni in carcere per reati associativi, ha svolto un ruolo di primissimo piano prima in galera e poi nella casa editrice Sensibili alle Foglie, quella fondata da Renato Curcio. Stesso discorso per la figura di Pietro Vanzi, un brigatista di Torre Spaccata, del quale viene raccontata in nota la storia di scalatore di grande spessore, che aprì addirittura nuove vie nel canyon di Fosso Raibano, presso Sasso Marconi. Le note di commento, qui come in pochi altri libri, sono parte integrante del testo, con il quale dialogano continuamente e che a loro volta sono fonte di grande informazione.
Il libro si chiude con un indice dei nomi, una bibliografia e un’interessantissima filmografia ragionata (manca in Italia un libro esaustivo sui film dedicati a quegli anni). Compare, inoltre, un dialogo con un “cattivo maestro” tra lo scrittore Giovanni Sordini, che fu suo allievo al liceo, e Luca Colombo, tra i fondatori delle Formazioni Comuniste Combattenti.
Ogni tanto, raramente, assistiamo a qualche scivolone nella vulgata. Accade nella ricostruzione un po’ confusa del 18 aprile 1978 e convince poco la divisione delle Br in militaristi e movimentisti, divisione legata alla errata visione per la quale i “militaristi” sono quelli che sparano di più e i “movimentisti” di meno. È esattamente il contrario e per convincersene basta osservare la parabola del Partito Guerriglia, sintesi del movimentismo, che in circa un anno e mezzo ha provocato in proporzione più morti che le Br in 15 anni. Fu proprio Moretti, anzi, a condurre una dura lotta politica contro i Curcio e i Franceschini che dal carcere chiedevano un maggiore numero di azioni e lo accusavano di immobilismo.
        D’altro canto, l’autore respinge con decisione i misteri e scrive con estrema lucidità che se Morucci e Faranda uscirono dalle Br per il loro disaccordo con l’uccisione di Moro, è evidente che la sua morte non fosse stata pianificata all’inizio dell’operazione. Ovviamente, accanto a questa deduzione, si deve sottolineare come le Br fecero di tutto per aprire una trattativa al fine di ottenere una contropartita politica per la liberazione di Moro, tanto da esporsi in modo chiaro con la telefonata di Moretti alla famiglia Moro il 30 aprile 1978. In essa si chiedeva un intervento di Zaccagnini che dicesse: in Italia esiste il problema dei prigionieri politici. Ciò sarebbe bastato per aprire la trattativa [pp. 190-191].
Ben congeniata appare la dialettica tra i vari gruppi rivoluzionari che hanno praticato la lotta armata in Italia. Con grande scioltezza si passa da un’azione a una sigla, senza perdersi o far perdere il lettore, che rischierebbe altrimenti davvero tanta confusione. Utili sono anche le segnalazioni di violazioni giuridiche e costituzionali operate dallo Stato italiano per combattere la “rivoluzione”. Accanto alla denuncia delle torture, di cui si è tanto parlato nel 2012, a p. 199 si sottolinea che il decreto legge che nel 1978 attribuì poteri speciali al generale Dalla Chiesa violò l’articolo 77 della Costituzione, perché pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale con un anno di ritardo.
      Accanto alle lodi, sono poche le osservazioni che si possono fare al libro su questioni fattuali: non è vero, come scrive Steccanella a p. 193, che i democristiani più vicini a Moro sparirono in breve dalla scena politica. Tina Anselmi, portata come esempio, fu a capo della Commissione Parlamentare d’Inchiesta sulla P2 e la sua relazione, assieme ai diari recentemente pubblicati da Chiarelettere, costituiscono ancora oggi un materiale importantissimo per lo storico. Fu dopo quell’esperienza che cominciò il suo tramonto come politico di primo piano. Anche sulla figura di Giuliano Naria, noto alle cronache perché dopo l’arresto si proclamò innocente e decise di difendersi in giudizio, ci sarebbe da aggiungere, a quanto scritto in nota dall’autore [p. 143], che nel libro L’ultimo Brigatista, l’ex br Fiore ne traccia con due parole la storia, indicandolo proprio come brigatista: “Eravamo clandestini per modo di dire. Quando il livello dello scontro prese ad alzarsi, la realtà ci portò ad assumere atteggiamenti più corposi. Giuliano Naria, ad esempio, fu catturato in Valle d’Aosta perché decise di rivedere la sua compagna, che era controllata” [Aldo Grandi, L’Ultimo Brigatista, BUR, Milano 2007, p. 82].
Infine, una riflessione aperta sul sottotitolo: “una rivoluzione mancata”. Mancata o, piuttosto, sconfitta?