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martedì 14 luglio 2020

LO STATO DI DIRITTO E LA VENDETTA DELLO STATO


Intervista all'avv. Davide Steccanella. Il Dubbio, 14 luglio 2020

«Faccio questo lavoro perché pensavo di stare in uno Stato di diritto. Ma alla luce di tutto quello che accade, cosa dovrei dire, che aveva ragione Battisti a contrapporsi allo Stato?». Davide Steccanella di mestiere fa l’avvocato. E difende una persona scomoda, Cesare Battisti, da sempre personaggio controverso, che solletica i peggiori istinti forcaioli. L’ultimo scandalo che lo riguarda – perché tale è diventato – è quello relativo al cibo. Il fatto è semplice: essendo malato di epatite e prostatite, racconta Steccanella al Dubbio, il cibo del carcere fa male alla sua salute. Vorrebbe avere, come gli altri detenuti, la possibilità di cucinare da sé, con un fornelletto, il cibo più adatto alle sue condizioni. Ma la cosa si è trasformata subito in qualcos’altro. Ovvero nella richiesta di un privilegio, di un trattamento di favore, agli occhi di chi, il giorno del suo arrivo in Italia, sfilava all’aeroporto come sopra un palco. Il tutto nonostante Battisti, da un anno, viva una condizione di isolamento illegittima. Per i giudici di esecuzione, il suo ergastolo – da scontare per omicidio e rapina, commessi ai tempi della sua militanza fra i Proletari armati per il comunismo – è uguale a quello di altri detenuti comuni. Niente 41 bis, niente isolamento. Ma il ministero della Giustizia, per lui, ha disposto l’alta sorveglianza, spedendolo in un carcere – quello di Massama, in Sardegna – dove è l’unico in tale condizione. E quindi da solo, nonostante il suo periodo di isolamento, stabilito da una sentenza, fosse di soli sei mesi. In quelle condizioni, dunque, il fornelletto in cella non è ammesso. Così come inutile è chiedere perché sia ancora isolato da tutti: nessuno risponde.
Avvocato, come sono andati i fatti?
Come sempre è stata fatta una strumentalizzazione vergognosa. Battisti ha fatto presente le sue condizioni di salute e non si è lamentato del menù in carcere, come qualcuno ha detto, ma ha semplicemente chiesto al magistrato di sorveglianza la possibilità di poter cucinare nella propria cella i cibi che gli vengono procurati e che sono più giusti per la sua alimentazione, cosa che viene concessa a tutti.
Quindi non si trattava di una lamentela per il cibo cattivo?
No e sarebbe stata una scemenza, anche perché non si va dal magistrato di sorveglianza a dire che non ti piace il menù del carcere. Reclamava il diritto, che hanno gli altri detenuti, di poter cucinare in cella gli alimenti compatibili con il proprio stato di salute, perché ha notato un peggioramento delle proprie condizioni a seguito della somministrazione del cibo carcerario. Che sarà buono o cattivo, ma non è quello il fatto in discussione: contiene un certo tipo di grassi che gli provoca dei disturbi. Questa era la notizia, che è diventata “Battisti si lamenta del menù”. E ieri sera, sinceramente, vedere il Tg5 intervistare il figlio di Torregiani mi è sembrato troppo.
Torregiani è una vittima, perché per lei è sbagliato?
Massimo rispetto per le vittime, ma cosa significa intervistarlo sul problema del cibo in carcere per Battisti? Cosa c’entra questo con il diritto della vittima ad avere giustizia? Cosa c’entra con la giustizia riparativa? È normale, da vittima, che risponda che è abituato a mangiare le ostriche. Ma non è giusto che rivendicare un diritto venga fatto passare come una lamentela. Così come se dice che è preoccupato del contagio, perché ha l’epatite, diventa uno che ne approfitta per andare a casa libero e bello per il Covid. Tutto, sin dall’inizio, è stato affrontato così. Sin dal suo arrivo in Italia, con il ministro che si faceva i selfie in aeroporto.
Qual è lo status di Battisti, attualmente?
Si trova in isolamento, in maniera illegittima, da un anno. Perché il ministero lo ha classificato come “As2” (alta sorveglianza, ndr) in un carcere in cui sapeva non esserci altri detenuti nella stessa situazione. Il che significa che, scontati i sei mesi di isolamento stabiliti dal tribunale 41 anni fa, doveva essere messo in condizione di vivere la detenzione come tutti gli altri. Ma hanno fatto in modo di mandarlo in un isolamento, di fatto, irreversibile, che tuttora perdura. Ho scritto al presidente del Dap, al dirigente, al Garante, a tutti, segnalando l’illegittima detenzione in isolamento che dura da più da un anno. Nessuno mi ha risposto, esclusa una comunicazione verbale da parte del carcere con la quale è stato spiegato che la declassificazione è stata respinta.
Perché?
Quando ho chiesto di conoscere le motivazioni, dato che l’ultimo delitto di Battisti risale al 1979, in un periodo storico ben preciso, non ho ricevuto risposta. Sono state più di 6mila le persone condannate per i fatti di quegli anni, nessuno di loro è stato in alta sorveglianza, quindi vorrei capire perché farlo 40 anni dopo i fatti. Che alta sorveglianza ci vuole? Scrivetemelo! Ma non è possibile avere risposta. Non credo che uno Stato democratico possa permettersi di non fornire le motivazioni di un provvedimento.
Che conseguenze ci sono?
Intanto la vicenda del fornelletto, che di per sé potrebbe essere una stupidaggine, ma si riverbera sulla sua salute. Ma anche per poter parlare con il figlioletto di 5 anni in Brasile, in collegamento Skype, abbiamo fatto il diavolo in quattro. È riuscito a parlarci dopo oltre un anno di detenzione. È giusto che Battisti sconti la pena, ma perché deve farlo in un regime speciale 41 anni dopo il fatto? È questo che non comprendo. E dopo tutto questo, la soluzione che ventilano è di mandarlo a Rossano Calabro, ancora più lontano dalla famiglia – che non ha le risorse per sostenere le spese per le visite – e dal difensore. Quindi il soggetto non è condannato ad una forma, legittima, di detenzione, ma ad una tortura, perché è isolato da tutti. Senza nemmeno poter cucinare in cella.
Ma tale regime speciale è frutto della decisione di un giudice?
No: i magistrati di esecuzione, nel rigettare la mia richiesta di concedere i 30 anni di reclusione, così come sottoscritto dall’Italia con il Brasile, hanno stabilito che non deve essere sottoposto a regimi speciali, ma a quello ordinario, perché i fatti risalgono al 1979. Il ministero ha però deciso, a suo insindacabile giudizio, che va tenuto in regime di alta sorveglianza. E in alternativa di mandarlo a Rossano, insieme ai terroristi islamici. Ha senso questo? Io di mestiere faccio l’avvocato, sono figlio di un magistrato e ho fatto il carabiniere, devo credere nelle istituzioni, ma vedo un ex vice premier che di fronte ad una richiesta del genere dice «taci e digiuna, assassino vigliacco» e vedo che viene intervistato Torregiani perché venga a dire al pubblico che è abituato a mangiare le ostriche. Mi trovo ad assistere una persona il cui nome scatena gli istinti più beceri e quello che trovo grave è che lo Stato finisca per essere ostaggio dell’opinione pubblica. Perché questo trattamento ingiusto è frutto dell’incapacità di andare contro la pancia della gente. Non trovo altra spiegazione. Battisti viene presentato come un mostro, come se avesse inventato lui la lotta armata, ma mentre chi lo ha fatto evadere, nel 1981, ha continuato a combattere lo Stato, salvo poi magari pentirsi o dissociarsi scontando due anni di galera, lui è andato via dall’Italia, senza continuare quella lotta. Qual è la sua colpa, quella di non essersi costituito?
Forse quella di aver passato tanti anni da uomo libero…
Ma lo Stato non può far scontare altro oltre alla pena che ha stabilito. Una volta che è stato preso, prendendo peraltro con il Brasile un impegno che non ha rispettato, ha pensato solo all’effetto retributivo della pena, non certo a quello rieducativo. Aveva 25 anni all’epoca, in un periodo storico decisamente diverso, che pericolo rappresenta, a 65 anni, per la collettività Cesare Battisti? Qual è il criterio per cui mettere un detenuto in alta sorveglianza? Il rischio che riprenda la lotta armata? Bisogna ricordare che nel frattempo è vissuto nella legalità, come libero cittadino, con tanto di documenti, che viveva alla luce del sole e che non ha più commesso un reato. L’ultimo risale al 1979.
Perché secondo lei c’è questo regime speciale?
Perché si vuole fargli pagare il fatto che per 40 anni non sono riusciti a prenderlo. Ma questo non è colpa sua. A parte che tutti dimenticano che, tra una cosa e l’altra, ha passato circa 10 anni di carcere. Mi va bene che sconti la sua pena, ma perché così? Oltretutto dovrebbe trovarsi a massimo 300 km di distanza dai parenti, invece così non può nemmeno ricevere visite.
Ma tutto ciò non espone lo Stato al rischio di violazioni di legge?
Certo, però qui il problema è prima di tutto pratico. E io mi aspetto che il ministero, seppur tardivamente, prenda atto dell’illegittimità di quello stato di detenzione e provveda. Invece gli negano la declassificazione e mi negano la possibilità di ricorso amministrativo. Non riesco a capire la motivazione, se non che si chiami Cesare Battisti. E questo nonostante appena rientrato in Italia, come primo atto, abbia chiamato, mio tramite, il procuratore Nobili, ammettendo di aver preso parte ai Pac, come peraltro non ha mai negato. Non rivendica nulla, ma qualsiasi cosa faccia viene immediatamente stigmatizzato. Sono allibito. E alla fine non è un problema solo di Battisti.
In che senso?
Se scardini la cultura del diritto del nostro Paese e consenti ad un leader politico di parlare così, senza indignazione, travolgi il sistema dei diritti e dopo i danni saranno per tutti. Un giorno ci accorgeremo delle conseguenze di ciò che abbiamo fatto per seguire questa pancia forcaiola. Ci rimetteremo tutti, ce ne pentiremo, ma sarà troppo tardi. Se vogliamo la giustizia sommaria, allora mettiamo francamente una forca in piazza, che ci costa anche meno. Ma da avvocato non voglio fare da complice, perché così fornisco un alibi, fingendo che vada tutto bene, perché data la mia presenza il diritto di difesa è garantito. Si dica chiaramente che per Battisti e Vallanzasca non valgono le regole, non servono avvocati né giudici e allora quei soldi spendiamoli per altre ragioni. Però si abbia il coraggio di dirlo, senza spacciarci per Stato di diritto: lo abbiamo abbandonato, il diritto, in questi casi. Uno Stato debole, che è soggetto alla pancia del Paese, per non scontentarlo, ha abdicato alla sua funzione. Battisti, a suo tempo, voleva combattere lo Stato, torna dopo 40 anni in Italia, lo convinco, contrariamente a quanto pensava allora, che è un Paese in cui il diritto esiste, cosa devo dire vedendo queste cose, che alla fine aveva ragione lui? Trovo a questo punto difficoltoso fare questo mestiere.
Perché?
Ho capito che finché non faccio cause che interessano mediaticamente la pancia del Paese allora posso stare tranquillo. Ma non appena difendo Vallanzasca o Battisti, che invece scatenano i peggiori istinti, si perde ogni ragione. Allora io dico: mi rivolgo ad uno Stato o mi rivolgo alla tribuna popolare del sabato sera? Cosa faccio, rinuncio al mandato per impossibilità di svolgere la mia funzione? Non è bello. C’è una continua costruzione del mostro ed è aberrante. Posso capire la stampa scandalistica e una certa propaganda politica, che però è ignobile, ma mi aspetto di avere uno Stato serio, che di fronte a queste cose si indigna.
Dovrebbe risponderle il ministro della Giustizia…
Ma visto che quando Battisti è arrivato in Italia si faceva i selfie la vedo un po’ dura. Il concetto è: buttate via la chiave. Se volete ripristinare la pena di morte, allora fatelo, facciamo prima. Ma non si può sventolare la Costituzione il giorno della festa e poi disattenderla in maniera così plateale. Non posso accettarlo. Non sono un eversore: voglio uno Stato serio e credibile, non uno Stato vendicativo da Far West.

giovedì 31 maggio 2012

41 BIS. VENTI ANNI


di Sandro Padula

La “Relazione sullo stato di attuazione della legge recante “modifica degli articoli 4-bis e 41-bis della legge 26 luglio 1975, n. 354, in materia di trattamento penitenziario” (Triennio 2009-2011)” presentata il 9 marzo 2012 alla Camera dei Deputati dal Ministro per i rapporti con il Parlamento (Giarda) non è stata presa in debita considerazione dalla stampa nazionale ma fornisce dei dati statistici sul 41 bis che ci permettono di fare, sia pur in modo sintetico, un bilancio generale.
L’articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario, erede dell’abolito articolo 90 applicato ai detenuti per banda armata nei primi anni 80, viene approvato nel giugno 1992 in un cosiddetto “super decreto antimafia” Scotti-Martelli, come risposta alla strage che il 23 maggio di quel medesimo anno provocò la morte del giudice Giovanni Falcone e degli agenti della sua scorta.
Il testo precisa che i provvedimenti “cessano di avere effetto trascorsi tre anni dalla entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto”. In realtà, il 41 bis subisce continue proroghe.
Fin dall’inizio, pur trattandosi di una misura che avrebbe dovuto essere limitata nel tempo, si manifestano molteplici dubbi sulla sua costituzionalità ma nel 2002, in piena cultura della “tolleranza zero” e della “guerra preventiva” propagandata dagli Usa di Bush junior, viene trasformato da articolo di una norma legislativa dell’emergenza in qualcosa di permanente (legge n. 279/2002) non solo per contrastare la “criminalità organizzata” ma anche il “terrorismo”.
La legge n. 94/2009, infine, produce “un rafforzamento del regime speciale, sia dal punto di vista della stabilità della sua applicazione (aumento della durata del provvedimento a quattro anni per la prima applicazione e a due per la proroga, riduzione delle possibilità di impugnazione, esclusione dell’annullamento parziale, unificazione della competenza nel Tribunale di Sorveglianza di Roma), sia dal punto di vista dell’irrigidimento delle regole di gestione (restrizione della socialità con gruppi composti da non più di quattro soggetti, rafforzamento delle misure logistiche, tra le quali il divieto di comunicazione tra appartenenti a diversi gruppi di socialità).” (“Relazione sullo stato di attuazione della legge recante “modifica degli articoli 4-bis e 41-bis della legge 26 luglio 1975, n. 354, in materia di trattamento penitenziario” - Triennio 2009-2011).
Dopo le riforme dell’istituto effettuate prima dalla legge n. 279/2002 e poi dalla legge n. 94/2009 l’applicazione del regime detentivo speciale continua comunque a restare affidata alla discrezionalità amministrativa (del Ministero della Giustizia) e applicata non quando vi siano acclarate prove di pericolosità ma nella misura in cui “si presume” non vi sia un’interruzione dei rapporti fra la persona detenuta e le organizzazioni extralegali esterne al carcere.
Discrezionalità amministrativa e presunzione di pericolosità sociale colpiscono così non solo persone già condannate, alcune delle quali si riveleranno innocenti - come è successo ad alcuni ergastolani condannati per errore dell’omicidio del giudice Borsellino (19 luglio 1992) e scarcerati nell’ottobre 2011 - ma anche persone semplicemente imputate e non ancora condannate in via definitiva.
Nel frattempo il regime detentivo speciale si fa sempre più mastodontico e privo di quella pur minima, discutibile e temporanea necessità che avrebbe potuto esserci dopo le stragi mafiose del 1992-1993.
I tempi cambiano, la vecchia mafia viene sconfitta dalla mafia finanziaria in giacca e cravatta ben radicata nei mercati mondiali e nessuno se ne accorge. Per venti anni si ragiona come se ci fosse una sorta di effettiva e necessaria Emergenza contro la mafia agro-pastorale che non sa né leggere né scrivere! Fra il 1992 e il 2011, mentre il totale complessivo dei “Nuovi decreti di applicazione emessi nel corso dell’anno” è uguale a 2.320, la media annuale dei detenuti in articolo 41 bis è pari a 560, cifra quest’ultima in realtà mai raggiunta prima del 1999 e di gran lunga superata in anni recenti come il 2010 (680) e il 2011 (673).
I “collaboratori di giustizia” emersi dopo l’esperienza del carcere duro sono invece 200, in media 10 all’anno, cioè l’1,87% sul totale medio dei detenuti in 41 bis a fine di ogni anno del periodo considerato. Analizzando i dati disaggregati vediamo però che la media è superata nettamente solo nel 1993 (5,29%), nel 1996 (4,62%), nel 1995 (4,12%) e nel 1994 (3,15%).
Nel 1993, in particolare, mentre il numero di persone detenute in 41 bis (473) è chiaramente al di sotto della media ventennale, viene prodotta la quota record di 25 “pentiti” fra gli ex 41 bis.
Nel 2010, al contrario, quando si determina il maggior numero assoluto di persone sottoposte al 41 bis (680), i detenuti provenienti dal carcere duro e divenuti “collaboratori di giustizia” sono 8, quindi al di sotto della media.
Dopo la sovrapproduzione di “pentiti” verificatasi fra il 1993 e il 1996, il 41bis si rivela perciò inutile anche sotto il profilo della (in sé discutibile) produzione di “collaboratori di giustizia”.
Nel presente appare come un dinosauro del passato che, rimanendo in vita grazie alla formalizzazione giuridico-legislativa ordinaria di una parte della legislazione dell’emergenza antimafia, più cresce meno serve e meno serve più dimostra di essere un trattamento al di fuori di ogni rispetto della dignità individuale e della nostra intelligenza collettiva.
Oggi esiste una sovrapproduzione di persone detenute in 41 bis e di suicidi fra di loro. Il 41 bis ormai produce più suicidi che “pentiti”. Nel circuito carcerario italiano è la principale fabbrica della morte sociale, affettiva, relazionale e anche fisica. Nessuno, a partire dagli “intellettuali” che citano a sproposito Cesare Beccaria, faccia finta di non saperlo.

martedì 22 maggio 2012

SANDRO PADULA SU STRAGI, LEGISLAZIONE DELL'EMERGENZA


Giustizia: basta con le stragi, la legislazione dell’emergenza e le torture…




Sandro Padula
su
Ristretti Orizzonti, 21 maggio 2012

Lo stragismo in Italia da piazza Fontana (12 dicembre 1969) a Bologna (2 agosto 1980) non rispondeva ad un’unica “strategia della tensione” ma a diverse strategie delle forze reazionarie e conservatrici italiane e occidentali, anche in reciproca guerra ma per lo più compatibili rispetto alle mutevoli esigenze politiche ed elettorali del partito repubblicano Usa (Nixon e Reagan), ed ebbe come effetto quello di favorire lo sviluppo delle Leggi dell’Emergenza.
Queste ultime ricevettero la maggiore accelerazione e il massimo consenso sociale dopo la strage di Bologna, la più tremenda e crudele fra le grandi stragi verificatasi nel corso della Prima Repubblica. Al tempo stesso crearono le condizioni ottimali, grazie alla legalizzazione dei prolungati fermi di polizia, per un uso più sistematico e diffuso delle torture. Un filo indissolubile collega perciò i fenomeni dello stragismo, della legislazione dell’Emergenza e delle torture di Stato.
La matrice politico - culturale degli acclarati stragisti, come l’esperto di bombe Carlo Digilio, informatore dei servizi segreti militari statunitensi (Ftase di Verona e Vicenza), italiani e israeliani, infiltrato nel gruppo “Ordine Nuovo” del Triveneto e attivo dalla fine degli anni Sessanta ai primi anni Ottanta, è infatti uguale a quella del bitontino “professor De Tormentis”, il più famoso torturatore dello Stato italiano dal 1978 al 1982.
Lo stragista e il torturatore si dichiaravano neofascisti ma erano due funzionari di uno Stato a sovranità limitata e ad Emergenza continua. Entrambi, tanto per dirne una, diedero la caccia ai brigatisti rossi che il 17 dicembre 1981 avevano rapito il generale Usa James Dozier, responsabile della Ftase (Nato dell’Europa meridionale). Si sentivano militanti di una specie di guerra santa filoatlantica, una guerra in cui la sovranità nazionale doveva restare limitata e subalterna alle strategie della destra statunitense.
Da quel tempo molte cose sembrano cambiate.
Lo stragismo del biennio 1992 - 1993, ad esempio, ebbe una diversa matrice ed era l’espressione della crisi del rapporto fra la vecchia mafia e il regime agonizzante della Prima Repubblica. La tentata strage di Brindisi del 19 maggio 2012 che ha provocato la morte di una ragazza e il ferimento di altre giovani persone è invece qualcosa di molto diverso da tutte le precedenti stragi verificatesi o tentate nell’Italia repubblicana.
In questo caso è improbabile ci sia una matrice “mafiosa”. Nessuna organizzazione mafiosa, neppure la pugliese Sacra Corona Unita, ha interesse a compiere un crimine indiscriminato e a ragionare al di fuori della logica commerciale dei costi e dei ricavi di un’azione. È pure improbabile ci sia la matrice del “terrorismo politico” autonomo dallo Stato e dai servizi segreti: il (residuo) “terrorismo politico” di sinistra non ha mai compiuto azioni indiscriminate contro una scuola e da decenni neppure il (residuo) “terrorismo politico” di destra si è macchiato di crimini di questo tipo.
Qui siamo dinnanzi ad un fenomeno che da un lato tende a provocare i soliti effetti liberticidi sul piano delle politiche istituzionali riguardanti la giustizia e la sicurezza collettiva e dall’altro si colloca sulla scia dei crimini compiuti da personaggi psicolabili, reazionari e neotemplari del XXI secolo come Anders Behring Breivik, l’autore degli attentati del 22 luglio 2011 in Norvegia, e Gianluca Casseri, colui che il 13 dicembre 2011 uccise a Firenze tre senegalesi.
Il primo dato certo è che i governanti italiani si sono scandalizzati molto poco quando furono uccisi quei tre immigrati e non hanno fatto nulla, ad esempio nel campo relativo allo sviluppo territoriale delle attività psicologiche e di educazione permanente formali e informali, per contrastare in modo preventivo la diffusa mentalità schizofrenica, razzista e militarista esistente nella società che produce migliaia di “lupi solitari” facilmente strumentalizzabili.
Un altro dato certo è che in Italia le stragi e le torture sono per lo più impunite e quindi c’è il rischio che si producano nuove torture, nuovi crimini aberranti, nuove stragi, nuovi depistaggi e impistaggi statuali e interstatuali e nuove Leggi dell’Emergenza. Veri e propri corti circuiti che offendono il nostro paese e non offrono alcun futuro ai giovani. Anzi, a volte li uccidono nel senso letterale della parola come hanno già ucciso a Brindisi la studentessa di 16 anni Melissa Bassi.