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martedì 15 gennaio 2013

UN RICORDO DI PROSPERO DI UN SUO COMPAGNO

Il pezzo di Sandro Padula, che anticipiamo qui grazie a lui, sarà pubblicato presto su "Ristretti Orizzonti"




Gallinari: dopo 33 anni non aveva ancora ottenuto la libertà condizionale
di Sandro Padula
Quattordici gennaio 2013. Cielo grigio e piovoso.
“Stamattina è morto Prospero”, leggo in una mail.
 “La brutta notizia, – precisa qualche minuto dopo un amico al telefono - è confermata da Sante che vive a Bologna”.
Sante Notarnicola, l’autore del libro “L’evasione impossibile”, conosceva bene Prospero Gallinari, colui che si definì “un contadino nella metropoli” nell’omonimo testo di memorie.
Ex brigatista rosso, 62 anni, in sospensione della pena carceraria per motivi di salute dal 1996, Prospero abitava a Reggio Emilia e, pur essendo stato arrestato l'ultima volta nel 1979, non aveva nemmeno ottenuto la libertà condizionale, la cui istanza fu da lui indirizzata qualche anno fa al tribunale di sorveglianza di Bologna e mai discussa. Sì, mai discussa.
Della libertà condizionale, il beneficio che funge da ultimo tunnel penale prima della libertà, non ha visto nemmeno l’ombra.
La sospensione della sua pena carceraria in senso stretto corrispondeva ad una misura ibrida fra gli arresti domiciliari e la semilibertà: Prospero poteva uscire di casa, in alcuni orari prestabiliti della giornata lavorativa, ma non di notte.
Agli amanti dei misteri non fa scandalo la realtà italiana per cui dopo 3 decenni ci sono ancora dei detenuti politici. Fa scandalo se da ragazzino Prospero era un marxista-leninista ortodosso o se, nei primissimi anni ’70 e per breve tempo, ebbe dei rapporti con Corrado Simioni, il teorico della “superclandestinità” abbandonato al suo destino da tutti i militanti delle Br – nessuno escluso - perché ritenuto megalomane, maldestro e inconcludente.
Prospero ha maturato le proprie idee a Reggio Emilia in un determinato periodo storico e le ha sviluppate nelle metropoli operaie del Nord Italia, nell’esperienza carceraria fra il 1974 e il 1976 e poi, dopo un’evasione, a Roma.
Fu sempre fedele alle persone amiche, condividendo con loro la propria vita e dimostrandosi particolarmente sensibile anche nei momenti più difficili, ad esempio dopo la seconda carcerazione quando, assieme a Linda Santilli, scrisse il primo libro italiano sull’effetto estensivo della pena detentiva ai parenti dei detenuti: “Dall'altra parte: l'odissea quotidiana delle donne dei detenuti politici” (Feltrinelli, 1995).
Prospero sapeva che in una organizzazione politica come le Br le responsabilità erano collettive e rimase coerente rispetto a tale consapevolezza fino all’ultimo giorno della sua vita.
Nel 2009 ha elaborato la postfazione di “Andate e ritorni. Conversazioni tra passato presente e futuro” (Colibrì editore), un libro dell’ex br Loris Tonino Paroli a cura di Giovanna Panigadi e Romano Giuffrida e con prefazione di Renato Curcio.
Nel 2011 ha partecipato a “Ils étaient les Brigades rouges", un documentario trasmesso a puntate in una televisione francese (vedasi l’estratto:http://www.dailymotion.com/video/xkua7m_extrait-du-film-ils-etaient-les-brigades-rouges_shortfilms#.UPVDHfI5gcY ).
Prospero resta quindi una figura limpida, una specie di libro multimediale aperto, per tutte le persone che, all’interno e all’esterno delle carceri, ne hanno conosciuto il coraggio, l’umiltà e l’altruismo.

giovedì 7 giugno 2012

CARCERE. UNA PICCOLISSIMA RIFORMA
















Giustizia: nella Circolare Dap nessuna “autogestione”, ma solo una piccolissima riforma



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di Sandro Padula

Ristretti Orizzonti, 6 giugno 2012

Con la Circolare Dap sui detenuti a “media sicurezza” non si introduce l’impossibile logica della “autogestione delle carceri” ma solo una piccolissima riforma.
Di fronte alla sostanziale paralisi politica del governo Monti e del parlamento in relazione ai diritti delle persone detenute, il capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (Dap) Giovanni Tamburino cerca di affrontare con pochi e ordinari mezzi la presente e catastrofica realtà carceraria.
La circolare del Dap n. 3594-6044 del 25 novembre 2011 recante “Modalità di esecuzione della pena. Un nuovo modello di trattamento che comprenda sicurezza, accoglienza e rieducazione” proponeva, per svariate persone detenute a “ridotta pericolosità”, modalità custodiali meno rigide “procedendo a modificazioni di talune prassi sin qui seguite” e superando, inoltre, la “dicotomia tra i concetti di sicurezza e trattamento “per pervenire alla “auspicata apertura verso modelli di detenzione più consoni alle finalità costituzionali della pena”.
La Circolare G-DAP 0206745-2012 riguardante le linee programmatiche per la “Realizzazione circuito regionale ex art. 115 d.p.r. 30 giugno 2000 n. 230” si muove nella stessa logica di quella del 25 novembre, cerca di “ampliarne la portata positiva” e punta a favorire la “realizzazione di circuiti regionali ex art. 115 d.p.r. 30 giugno 2000 n. 230” nei quali la “media sicurezza” tenda ad evolversi verso la crescita e l’ampliamento degli “spazi utilizzabili dai detenuti” e l’incentivazione delle “iniziative trattamentali e i rapporti con la comunità esterna”. 
Il modello di organizzazione per “accompagnare e sostenere l’attuazione di un sistema del genere” ha come snodo il “livello regionale, ossia il Provveditorato”. 
Ogni Provveditore, a sua volta e “sulla base del lavoro preliminare che i Direttori d’istituto hanno approntato insieme ai Comandanti di reparto e le Equipe di trattamento per l’applicazione della circolare di novembre, sentiti in conferenza di servizio i Direttori d’Istituto e d’Uepe (ufficio di esecuzione penale esterna) della regione”, dovrà elaborare un progetto regionale ispirato a un “sistema integrato di istituti differenziato per le varie tipologie detentive ...” e individuare - per tutti gli istituti a “media sicurezza” e in particolare nelle case di reclusione - le modalità più congrue per ampliare gli “spazi utilizzabili dai detenuti” di tipo scolastico, formativo, lavorativo, culturale, ricreativo e sportivo. Inoltre, ove possibile, dovrà destinare un istituto o una sezione di questo totalmente a “regime aperto” (art. 115, 3° comma).
Da quanto si legge, non viene proposto il “regime aperto” in modo generalizzato ma, in ogni Regione, sempre ove possibile, dovrebbe esserci almeno un Istituto o una sezione al suo interno con tale regime per detenuti identificati nella categoria della “media sicurezza” che da un lato hanno un fine pena inferiore ai 18 mesi e dall’altro sottoscrivono un “patto” con l’amministrazione con cui “accettano le prescrizioni ivi contenute”.
Il “regime aperto”, una specie di oasi nel deserto relazionale per la massa prigioniera del circuito carcerario, è una forma di autodisciplina pattuita da alcuni gruppi di detenuti a cui corrisponde il massimo sviluppo, al posto del mero e impossibile controllo continuo, di una sorveglianza dinamica da parte della polizia penitenziaria coadiuvata dalle altre figure istituzionali (educatori, psicologi, assistenti sociali) che per altro risponde a una direttiva dettata dalla Raccomandazione R (2006) 2 sulle Regole penitenziarie Europee del 2006 e alla legge del15 dicembre 1990 n. 395 per la riforma della Polizia Penitenziaria in un Corpo specializzato sotto il profilo custodiale e trattamentale.
In questo ambito si collocano anche le proposte di creare “Istituti a custodia attenuata per detenute madri” come prevede la legge 21 aprile 2011 n. 62 e “Istituti a custodia attenuata per tossicodipendenti” per incrementare i percorsi alternativi alla detenzione indicati dal d.p.r. 9 ottobre 1990 n. 309. Tutto ciò potrà riguardare “anche detenuti non direttamente gestiti dai Provveditori (a esclusione, in ogni caso, di coloro sottoposti al regime restrittivo ex art 41-bis l. 354/75)”.
In linea di principio e fatta eccezione per i regimi carcerari ad Alta Sorveglianza, la Circolare pone i problemi di una sicurezza intesa “quale condizione per la realizzazione delle finalità del trattamento” e di una individuazione dei posti di servizio “sulla base del personale effettivamente a disposizione, previa decurtazione della percentuale di assenze dovute per la fruizione di congedi e riposi equamente ripartiti, sulla base della tipologia dell’istituto e degli obiettivi prefissati”.
Per diversi aspetti il “regime aperto” già esiste. A Roma ad esempio c’è da molti anni il reparto G8 del carcere di Rebibbia Nuovo Complesso che, oltre a non riguardare solo persone detenute che hanno un fine pena inferiore ai 18 mesi, viene considerato all’avanguardia nell’Unione Europea. 
In questo senso la Circolare, lungi dal costituire una qualche rivoluzione, appare come una piccolissima riforma che tende a razionalizzare il sistema carcerario italiano facendo leva sull’esistente.
Il suo vero limite, oltre alla questione degli scarsi fondi per le attività trattamentali, è l’indiretto avallo di una logica di differenziazione accentuata e permanente fra l’Alta Sorveglianza e gli altri regimi detentivi. È l’assenza di una strategia volta a rendere l’intero sistema carcerario subordinato allo scopo rieducativo previsto dall’articolo 27 della Costituzione. 
È come se da un lato ci fosse la coscienza garantista e libertaria di dover colmare il gap fra la Costituzione formale e la Costituzione materiale e dall’altro non si abbia la forza e la coerenza per proporre una linea strategica di riduzione della differenziazione dei gradi di sorveglianza, di eliminazione progressiva del carcere duro e di tendenziale abolizione della pena detentiva, sostituita da un multiforme sistema di risarcimento sociale delle trasgressioni, perché far penare legalmente qualcuno fabbricandone il dolore è sempre una forma di vendetta istituzionale.
La Circolare d’altra parte, al di là della sua concreta efficacia, sembra abbastanza chiara e attenta rispetto alle condizioni di vita e di lavoro della Polizia Penitenziaria ma proprio da quest’ultima sono arrivate le critiche più severe.
Secondo l’opinione di Donato Capece, Segretario Generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe (il primo e più rappresentativo della Categoria), “la circolare del Dap è illegittima nella parte in cui stravolge l’organizzazione del lavoro della Polizia Penitenziaria, perché questa è materia di confronto sindacale che non c’è stato, e per tale ragione adiremo le competenti sedi della Giustizia. Ma c’è di più: la nota di Tamburino è incredibilmente anacronistica, perché si rivolge ai detenuti con pene brevi da scontare che in tutta Europa scontano la pena fuori dal carcere”.
Il segretario nazionale dell’Ugl Polizia Penitenziaria Giuseppe Moretti rincara la dose affermando che la Circolare del Dap, prevedendo una “sorveglianza dinamica” senza un “preventivo confronto con i rappresentanti dei lavoratori”, introdurrebbe la “logica dell’autogestione” e aumenterebbe “il rischio di implosione delle carceri”.
In realtà il parere dei Comandanti della Polizia Penitenziaria è previsto dalla Circolare rispetto alla formazione del Progetto da parte di ogni Provveditore e senza dubbio risulta sempre possibile il confronto sindacale sull’organizzazione del lavoro. 
Sulla circostanza per cui la Circolare auspica il “regime aperto” solo per detenuti a “media sicurezza” aventi un fine pena inferiore ai 18 mesi, quelli che in altri paesi europei scontano la pena residua fuori dalle carceri, Capece ha ragione.
Il punto su cui il segretario del Sappe e il segretario dell’Ugl Polizia Penitenziaria vanno al di fuori di una cultura garantista e libertaria è quando invece ritengono che la Circolare rischi di consegnare le carceri all’autogestione dei detenuti.
Questa critica, al di là delle intenzioni e delle mode comunicative di sapore populistico penale, è infondata. Ritenere che la Circolare introdurrebbe la logica dell’autogestione delle carceri da parte dei sepolti vivi è come credere che nei cimiteri si possa manifestare l’autogestione dei sepolti defunti da parte dei sepolti defunti. 
In questa specifica critica sindacale alla circolare del Dap traspare una cultura che, nel concreto, potrebbe ostacolare ogni forma di transizione da un sistema di controllo continuo ad uno di sorveglianza dinamica. E questo non va bene per nulla!
In Italia la categoria della polizia penitenziaria svolge un’attività difficile, dura e stressante ma ha la buona fortuna di avere un posto di lavoro garantito ed uno stipendio superiore alla media dei redditi complessivi da lavoro dipendente perché da una parte lo Stato la finanzia col denaro pubblico, cioè con le tasse pagate dai cittadini (compresi i parenti dei detenuti e i detenuti lavoranti), e dall’altra un’irriducibile popolazione prigioniera - passata il 31 maggio 2012 alle 66487 unità - ne costituisce l’indispensabile “datore di lavoro”, come fece intendere il romanziere Andrea Camilleri in una prefazione del 2007 all’ironico Elogio del crimine di Karl Marx.
Se quindi la polizia penitenziaria - attraverso i suoi svariati sindacati - desidera proporre qualcosa di democratico e pacifico per eliminare il problema del sovraffollamento del sistema penitenziario e ridurre il numero dei suicidi in carcere dovrebbe recepire, con grande senso di responsabilità e spirito altruistico, i bisogni comuni delle moltitudini imprigionate.
Persone detenute e persone della Polizia Penitenziaria stanno sulla stessa barca. Se quest’ultima dovesse affondare le conseguenze si riverserebbero su tutti. O si capisce che la difesa della dignità delle persone detenute e dell’articolo 27 della Costituzione deve essere interna ad ogni piattaforma dei sindacati della Polizia Penitenziaria oppure si andrà verso la comune rovina di tutte le soggettività che vivono nel carcere o grazie al carcere.

martedì 22 maggio 2012

SANDRO PADULA SU STRAGI, LEGISLAZIONE DELL'EMERGENZA


Giustizia: basta con le stragi, la legislazione dell’emergenza e le torture…




Sandro Padula
su
Ristretti Orizzonti, 21 maggio 2012

Lo stragismo in Italia da piazza Fontana (12 dicembre 1969) a Bologna (2 agosto 1980) non rispondeva ad un’unica “strategia della tensione” ma a diverse strategie delle forze reazionarie e conservatrici italiane e occidentali, anche in reciproca guerra ma per lo più compatibili rispetto alle mutevoli esigenze politiche ed elettorali del partito repubblicano Usa (Nixon e Reagan), ed ebbe come effetto quello di favorire lo sviluppo delle Leggi dell’Emergenza.
Queste ultime ricevettero la maggiore accelerazione e il massimo consenso sociale dopo la strage di Bologna, la più tremenda e crudele fra le grandi stragi verificatasi nel corso della Prima Repubblica. Al tempo stesso crearono le condizioni ottimali, grazie alla legalizzazione dei prolungati fermi di polizia, per un uso più sistematico e diffuso delle torture. Un filo indissolubile collega perciò i fenomeni dello stragismo, della legislazione dell’Emergenza e delle torture di Stato.
La matrice politico - culturale degli acclarati stragisti, come l’esperto di bombe Carlo Digilio, informatore dei servizi segreti militari statunitensi (Ftase di Verona e Vicenza), italiani e israeliani, infiltrato nel gruppo “Ordine Nuovo” del Triveneto e attivo dalla fine degli anni Sessanta ai primi anni Ottanta, è infatti uguale a quella del bitontino “professor De Tormentis”, il più famoso torturatore dello Stato italiano dal 1978 al 1982.
Lo stragista e il torturatore si dichiaravano neofascisti ma erano due funzionari di uno Stato a sovranità limitata e ad Emergenza continua. Entrambi, tanto per dirne una, diedero la caccia ai brigatisti rossi che il 17 dicembre 1981 avevano rapito il generale Usa James Dozier, responsabile della Ftase (Nato dell’Europa meridionale). Si sentivano militanti di una specie di guerra santa filoatlantica, una guerra in cui la sovranità nazionale doveva restare limitata e subalterna alle strategie della destra statunitense.
Da quel tempo molte cose sembrano cambiate.
Lo stragismo del biennio 1992 - 1993, ad esempio, ebbe una diversa matrice ed era l’espressione della crisi del rapporto fra la vecchia mafia e il regime agonizzante della Prima Repubblica. La tentata strage di Brindisi del 19 maggio 2012 che ha provocato la morte di una ragazza e il ferimento di altre giovani persone è invece qualcosa di molto diverso da tutte le precedenti stragi verificatesi o tentate nell’Italia repubblicana.
In questo caso è improbabile ci sia una matrice “mafiosa”. Nessuna organizzazione mafiosa, neppure la pugliese Sacra Corona Unita, ha interesse a compiere un crimine indiscriminato e a ragionare al di fuori della logica commerciale dei costi e dei ricavi di un’azione. È pure improbabile ci sia la matrice del “terrorismo politico” autonomo dallo Stato e dai servizi segreti: il (residuo) “terrorismo politico” di sinistra non ha mai compiuto azioni indiscriminate contro una scuola e da decenni neppure il (residuo) “terrorismo politico” di destra si è macchiato di crimini di questo tipo.
Qui siamo dinnanzi ad un fenomeno che da un lato tende a provocare i soliti effetti liberticidi sul piano delle politiche istituzionali riguardanti la giustizia e la sicurezza collettiva e dall’altro si colloca sulla scia dei crimini compiuti da personaggi psicolabili, reazionari e neotemplari del XXI secolo come Anders Behring Breivik, l’autore degli attentati del 22 luglio 2011 in Norvegia, e Gianluca Casseri, colui che il 13 dicembre 2011 uccise a Firenze tre senegalesi.
Il primo dato certo è che i governanti italiani si sono scandalizzati molto poco quando furono uccisi quei tre immigrati e non hanno fatto nulla, ad esempio nel campo relativo allo sviluppo territoriale delle attività psicologiche e di educazione permanente formali e informali, per contrastare in modo preventivo la diffusa mentalità schizofrenica, razzista e militarista esistente nella società che produce migliaia di “lupi solitari” facilmente strumentalizzabili.
Un altro dato certo è che in Italia le stragi e le torture sono per lo più impunite e quindi c’è il rischio che si producano nuove torture, nuovi crimini aberranti, nuove stragi, nuovi depistaggi e impistaggi statuali e interstatuali e nuove Leggi dell’Emergenza. Veri e propri corti circuiti che offendono il nostro paese e non offrono alcun futuro ai giovani. Anzi, a volte li uccidono nel senso letterale della parola come hanno già ucciso a Brindisi la studentessa di 16 anni Melissa Bassi.