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domenica 2 agosto 2020

BOLOGNA. LA BOMBA E IL MATERIALE ESPOSIVO

I materiali esplosivi della strage di Bologna
di Sandro Padula


La strage di Bologna del 2 agosto 1980, avvenuta alle 10:25 presso la Stazione Centrale, provocò la morte di 85 persone, ne ferì o mutilò oltre 200 e, secondo la sentenza di primo grado emessa l'11 luglio 1988, fu causata da una carica esplodente, collocata nella sala d'aspetto di seconda classe e probabilmente all'interno di una borsa-valigia.
Di preciso, non sappiamo se oltre alla bomba collocata nella sala d’aspetto di seconda classe ce ne fosse un’altra, esplosa per “contagio”, nelle vicinanze.
Possiamo, ad ogni modo, cercare di conoscere quali fossero i materiali esplosivi che provocarono quella colossale tragedia senza dover credere che si tratti di una scelta bizzarra. L’argomento è di per sé ostico ma affrontarlo ci permetterà di capire qualcosa in più a livello politico e storico.
Mentre si potrebbero fare tante discussioni – per lo più indiziarie come purtroppo succede in Italia - sugli esecutori, sui mandanti, sulle motivazioni o sulla eventuale involontarietà della strage in questione, non c’è davvero molto da discutere sulla composizione dei materiali esplosivi che la provocarono.
Per questo motivo, l’attenzione è qui concentrata sull’“arma del delitto”, l’unico punto rispetto al quale ci dovrebbero essere minori possibilità di errore.

L’odore del tritolo e la necessaria presenza anche del T4
Prima delle perizie ufficiali, il maresciallo artificiere dell’esercito Salvatore Scrofani (“Un esplosivo molto facile da fabbricare”, Stampa Sera, 4 agosto 1980) e l’esperto Francesco Ricci (“Una bimba di 8 anni è l’ultima vittima”, Secolo d’Italia, 5 Agosto 1980) affermarono che l’esplosione sarebbe stata causata da un ordigno a base di nitrato ammonico, un materiale facilmente reperibile, di costo relativamente basso e di solito usato nelle cave.
Scrofani e Ricci pensavano che, in tale ipotesi, fra i materiali esplosivi ci fosse soprattutto il tritolo (TNT) e, considerando la circostanza per cui solo 100 chili circa di tritolo avrebbero potuto provocare una strage così catastrofica, ipotizzarono che fosse basato sul nitrato ammonico. E secondo Scrofani avrebbe dovuto pesare almeno 40 chili.
In effetti, diversi testimoni parlarono del tritolo: “Dice un ferroviere, appena sceso dalle macerie: «Subito dopo lo scoppiò si sentiva il classico odore della polvere da sparo». Un volontario, Antonio Teora, accorso in stazione appena saputo dell'esplosione. dice che anche lui e altri hanno sentito «l'odore di tritolo»” (“Si fruga con le pale e con le mani nella nube di polvere, tra le grida”, di Gian Pietro Testa, L’Unità, 3 agosto 1980).
Altre persone esperte in materia, pur avendo saputo che l’odore del tritolo era stato sentito da svariati testimoni, ritenevano invece che fra i materiali esplosivi della strage di Bologna ci fosse anche una significativa presenza di T4 (RDX), un materiale assai più potente della nitroglicerina e della pentrite e più facilmente trasportabile.
Sul T4, che nell’Italia del 1980 non era di facile reperibilità, una valutazione pubblicata in un articolo del quotidiano La Stampa parlava della sua possibile provenienza dalla Francia, dove “lo si trova con dovizia al mercato clandestino perché è usato diffusamente per certi lavori in cava, oltre che dall'esercito” (“Forse si è usato il T4, l'esplosivo impiegato contro De Gaulle” di Gianni Bisio, La Stampa, martedì 5 agosto 1980).
Nel medesimo articolo, da quanto riporta il giornalista Gianni Bisio, due periti del tribunale di Torino, il prof. Aurelio Ghio e il dott. Ennio Mariotti, affermarono che “i reperti, accuratamente analizzati (anche chimicamente) potranno dire molto. Si potranno trovare tracce di clorati, perclorati o nitroderivati e stabilire subito la «famiglia» cui appartiene l'esplosivo usato. Il prof. Ghio fa osservare che anche sui finestrini dei vagoni dell'«Adria Express», investiti dallo scoppio, potrebbero esserci delle «microtracce» indicative.”
Infine, sempre nel medesimo pezzo, l’autore chiese al professor Ghio se una valigia carica di esplosivo potesse scoppiare anche per cause accidentali e l’esperto rispose che tale eventualità sarebbe “tecnicamente possibile e le spiegazioni sono diverse: carenza di precauzioni, difetto nel «timer» nel detonatore chimico”.
A quel punto, anche nella pur debole ipotesi che l’esplosione si fosse verificata per motivi accidentali, qualcuno avanzò l’ipotesi che i materiali esplosivi provenissero da un furto in “qualche santabarbara della Nato o di un reparto specializzato militare italiano” (“Il micidiale «T4» già usato dai fascisti a Peteano”, L’Unità, giovedì 7 agosto 1980).
Prima delle perizie ufficiali, diverse persone quindi parlarono di T4 (RDX) e tritolo (TNT) come i materiali esplosivi più importanti che avevano provocato la strage alla stazione di Bologna.
Intanto, già dal 4 agosto, stante un apposito incarico ricevuto dal capo della Procura di Bologna Ugo Sisti, Bruno Spampinato della direzione di artiglieria di Firenze e del Sismi, e il vicequestore aggiunto dott. Errico Marino, dirigente del centro regionale di polizia scientifica di Bologna, iniziarono a svolgere i rilevamenti sull'esplosione. Ad essi, che già avevano indagato sulla strage (con 12 morti) avvenuta nella notte tra il 3 e il 4 agosto 1974 sul treno Italicus, mentre quest’ultimo transitava presso San Benedetto Val di Sambro (Bo), in un secondo momento si aggiunsero altri due periti.

La perizia depositata il 23 dicembre 1980
Il 23 dicembre 1980 fu depositata una relazione di perizia chimico-esplosivistica il cui contenuto venne poi ripreso dalla sentenza di primo grado emessa in data 11 luglio 1988.
“L'innesco della carica, composta da Kg. 20-25 di esplosivo gelatinato di tipo commerciale (costituenti principali: nitroglicerina, nitroglicol, nitrato ammonico, solfato di bario, Tritolo e T4 e, verosimilmente, nitrato sodico), era molto probabilmente costituito da un temporizzatore artigianale-terroristico di natura chimica. I citati componenti e le modalità di esecuzione consentono di escludere la mancanza di dolo, ovvero la accidentalità del fatto.” (sentenza di primo grado emessa l'11 Luglio 1988; cfr. verbale di deposito in PA, V1, C1, p21. formulati il 2 agosto ed il 16 settembre precedenti).
Tale perizia ebbe però dei limiti abbastanza chiari.
La carica esplosiva della strage alla stazione ferroviaria di Bologna, oltre a sbriciolare la sala d’aspetto di seconda classe e a sfondare quella di prima classe, aveva sventrato un ristorante e due vagoni del treno Adria Express 13534 Ancona-Basilea, fermo sul primo binario.
“È passato un quarto d'ora appena dall'esplosione. La palazzina, a fianco del corpo centrale della stazione, dove c'erano le sale d'aspetto di prima e seconda classe e l'entrata ai sottopassaggi, è ora un buco, attraverso il quale si vedono i treni fermi sui binari. Si vede la tettoia di ferro del primo binario completamente squarciata e sotto quella tettoia le carrozze 611 e 612 di prima classe dell’Adria Express, il convoglio straordinario n. 13534 che era in partenza e che la deflagrazione ha investito in pieno.” (“All’improvviso un boato terrificante e ho visto la stazione saltare in aria”, Gian Pietro Testa, L’Unità, 3 agosto 1980).
Stante quello scenario, così come aveva sollecitato il perito del Tribunale di Torino Aurelio Ghio, (“Forse si è usato il T4, l'esplosivo impiegato contro De Gaulle” di Gianni Bisio, La Stampa, martedì 5 agosto 1980) le autorità competenti avrebbero dovuto fare in modo che si cercassero subito tutte le eventuali “microtracce” dei materiali esplosivi anche nella tettoia squarciata del primo binario e nelle carrozze 611 e 622 dell’Adria Express. Si mossero invece in modo molto diverso. Almeno a livello ufficiale, prelevarono solo dei residui di materiale inesploso ritrovato nel terriccio del cratere e su alcuni reperti raccolti nelle vicinanze del luogo dell'attentato. Elusero i criteri stabilititi dall’esplosivistica giudiziaria rispetto ai casi di esplosioni “concentrate”, i quali prevedono di setacciare in tempi relativamente rapidi l’area anche nel raggio di diverse decine di metri dagli epicentri acclarati. Per questo motivo, non prelevarono in tempi ragionevoli tutte le possibili “microtracce” di materiali esplosivi presenti sulle carrozze e sui carrelli del treno Adria Express 13534 Ancona-Basilea.
Secondo la sentenza emessa in data 11 Luglio 1988, le “microtracce” di esplosivo presenti sulle carrozze e sui carrelli del treno Adria Express furono prelevate solo il 19 settembre 1980 e, a rigor di logica, erano di quantità senza dubbio inferiore rispetto a quelle che si sarebbero potute trovare nei giorni successivi alla strage.
Mentre rispetto alla strage di Brescia del 1974 i periti fecero dei rilevamenti solo dopo che qualcuno aveva ben lavato la piazza in cui, ad una manifestazione antifascista, morirono 8 persone e ne rimasero ferite altre 102, per la strage di Bologna i periti cercarono delle “microtracce” sulle carrozze e sui carrelli del treno Adria Express 13534 Ancona-Basilea 48 giorni dopo la strage stessa!
Dal 2 agosto al 19 settembre 1980, in quasi sette settimane, la situazione meteorologica bolognese cambiò diverse volte ma, senza dubbio, come possiamo verificare grazie ad una semplice ricerca su Internet, le giornate peggiori furono il 16 agosto con 12 mm di pioggia, il 28 agosto con 4 mm di pioggia, il 6 settembre con 7 mm di pioggia e il 10 settembre con 16 mm di pioggia.
In quel contesto la pioggia eliminò diverse “microtracce” ma non certo il comportamento del tutto sbagliato di chi avrebbe dovuto fare in modo congruo i rilevamenti sui materiali esplosivi che avevano causato la strage alla stazione di Bologna.

https://www.ilmeteo.it/portale/archivio-meteo/Bologna/1980/Agosto

https://www.ilmeteo.it/portale/archivio-meteo/Bologna/1980/Settembre

I primi periti dissero di aver individuato i più probabili costituenti della carica esplosiva (“nitroglicerina, nitroglicol, nitrato ammonico, solfato di bario, Tritolo e T4 e, verosimilmente, nitrato sodico”) ma, stante l’eccessivo ritardo nei prelievi delle microtracce e visto che tale circostanza non poteva che condizionare i risultati della perizia stessa,  ritennero che la strage di Bologna sarebbe stata provocata dall’esplosione di una bomba costituita da “gelatinato di tipo commerciale”, un esplosivo da cava, rubato o acquistato sul mercato clandestino, che contiene solo una piccola percentuale di tritolo e di T4.

L’operazione “terrore sui treni”
La perizia depositata il 23 dicembre 1980 doveva essere segreta e conosciuta solo dai magistrati di competenza ma il colonnello Ignazio Spampinato diede al suo superiore Federico Mannucci Benincasa, capogruppo del Sismi di Firenze, e - tramite questi - a Giuseppe Santovito, direttore del Sismi, notizie e proprie valutazioni sui materiali  esplosivi della strage di Bologna.
 (https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1993/03/12/per-la-strage-di-bologna-indagato-ex.html ).
 
Poco dopo, il 9 gennaio 1981, ci fu un incontro a Parigi fra il direttore del Sismi Giuseppe Santovito, l’agente segreto e faccendiere italiano Francesco Pazienza, Michael Ledeen (uomo della Cia, cittadino statunitense e israeliano, sostenitore del repubblicano Reagan nonché grande amico del democristiano Francesco Cossiga) e i servizi segreti militari francesi.

Da quel giorno, il signor Pietro Musumeci del Sismi si sentì legittimato a organizzare l’operazione “terrore sui treni”. Quest’ultima, messa in scena il 13 gennaio 1981 alla stazione ferroviaria centrale di Bologna, precisamente sul convoglio Taranto-Milano, consisteva nel far trovare proprio lì un mitra MAB, un fucile automatico da caccia, due biglietti aerei Milano-Monaco e Milano-Parigi, oggetti personali di due estremisti di destra, un francese e un tedesco, chiamati Raphael Legrand e Martin Dimitris (vedasi: Carlo Lucarelli, Nuovi misteri d'Italia. I casi di Blu Notte, Torino, Einaudi, 2004), connessioni a decine e decine di persone, per la maggior parte straniere e neofasciste ma perfino diverse di estrema sinistra come quelle collegate all’Eta, e degli esplosivi.
Fra questi ultimi c’erano due barattoli contenenti gelatinato del tipo stabilizzato con solfato di bario, cioè “un esplosivo per impieghi civili”, e sei barattoli contenenti del Compound B, “un esplosivo di impiego militare” costituito molto probabilmente da “materiale di recupero dalla scaricamento di munizioni” (perizia chimico-esplosivistica comparativa).
Con l’operazione “terrore sui treni”, il Sismi decise di mettere in pratica una strategia del caos che di fatto, in particolare dopo le contraddizioni emerse fra i paesi dell’Alleanza Atlantica a causa della strage di Ustica del 27 giugno 1980, quando un’azione bellica (probabilmente di un paese difensore dei “valori” dell’Occidente) abbatté a Ustica l’aereo civile DC 9 dell’Itavia partito da Bologna e diretto a Palermo, ebbe il significato di suggellare una rinnovata unità fra il Sismi italiano, lo Sdece francese e, tramite Michael Ledeen, i servizi segreti statunitensi e logicamente anche quelli israeliani.

Tutti questi servizi segreti avallarono una falsa pista internazionale (per lo più contro i neofascisti) per diversi motivi: alimentare il caos sulle indagini relative alla strage di Bologna; attutire le precedenti contraddizioni fra di loro; far dimenticare quasi del tutto la strage di Ustica; non far sapere nulla del fallito golpe in Libia del 6 agosto 1980 per eliminare il regime di Gheddafi, considerato nemico assoluto soprattutto da paesi come la Francia, la Gran Bretagna e Israele e da reazionari italiani residenti in territorio libico come Aldo Del Re, personaggio in contatto con Roberto Rinani, a sua volta fedele collaboratore di quel Massimiliano Fachini di cui riparleremo in seguito; e, last but not least, chiudere gli occhi di fronte alle azioni del 1980 del terrorismo di Stato francese nel territorio italiano: attentati del 14 agosto dei servizi segreti francesi ai ripetitori radio posti sul monte Capanna sull’isola d’Elba e che risultavano appartenere ad alcune società dell'Eni, al servizio antincendi della Regione Toscana, alla Banca d’Italia, ai Vigili del fuoco, alla Guardia di finanza e ad alcune radio locali della provincia di Livorno e di una emittente; attentato del 28 ottobre a suon di esplosivi collocati da “uomini rana” dei servizi segreti francesi contro la nave militare libica «Dat Assawari» che si trovava a Genova per lavori di ristrutturazione.

In questo quadro, sulla base delle informazioni date dal perito Ignazio Spampinato a Federico Mannucci Benincasa, il Sismi usò degli esplosivi compatibili rispetto a quelli che avevano provocato la strage del 2 agosto 1980 nella stazione bolognese. Agì di certo in modo donchisciottesco, tanto da essere scoperto facilmente dalla magistratura, ma quasi nessuno ha mai riflettuto a sufficienza sul significato “segreto" dell’operazione “terrore sui treni” a livello politico. Quasi nessuno ha mai davvero capito a sufficienza che ogni depistaggio sulle stragi è la prosecuzione dello stragismo con altri mezzi!

La perizia chimico-esplosivistica comparativa del 7 dicembre 1981
Una successiva perizia chimico-esplosivistica, quella depositata il 7 dicembre 1981, fece un’analisi comparativa fra i materiali esplosivi considerati responsabili della strage di Bologna e quelli rinvenuti nella stessa città il 13 gennaio 1981 sul convoglio ferroviario Taranto-Milano.
La sentenza emessa l’11 luglio 1988 ne recepì le considerazioni secondo cui l’esplosivo gelatinato, stabilizzato con solfato di bario, possedeva molti punti di contatto, per caratteristiche di composizione qualitativa, con quello da ritenersi utilizzato a Bologna il 2 agosto 1980, mentre una piccola quantità di Compound B (miscela di tritolo e T4) potrebbe “essere entrata nella composizione della carica esplosiva impiegata per la strage del 2 agosto 1980” (sentenza di primo grado emessa l’11 luglio 1988).

La perizia depositata il 22 aprile 1990
Un paio di anni dopo la sentenza di primo grado, nel corso del primo processo di Appello, ci fu un’altra perizia che modificò la valutazione su quali fossero le caratteristiche della carica esplosiva usata per la strage del 2 agosto 1980.
La perizia fatta eseguire dal tribunale di Bologna e depositata il 22 aprile 1990 affermava che la strage sarebbe stata causata dalla deflagrazione di una bomba composta da 18 chili di gelatinato per usi civili e da 5 chili di Compound B (vedasi pagina 27; Stragi e mandanti. La strage di Bologna: alla ricerca dei mandanti, a cura di Paolo Bolognesi e Roberto Scardova, 2012, editore Aliberti).

Nella sentenza del primo processo di Appello del 18 luglio 1990 i neofascisti dei Nar Valerio Fioravanti e Francesca Mambro furono assolti dal reato di strage ma anche lì si affermava che “una piccola quantità di Compound B”, cioè della miscela di tritolo e T4, potrebbe “essere entrata nella composizione della carica esplosiva impiegata per la strage del 2 agosto 1980”.
Si ricordò inoltre che fra i materiali esplosivi c’era senza dubbio il T4 ma circa il suo uso nella miscela esplosiva “i periti avevano proposto due ipotesi: 1) che con esso fosse stato confezionato un detonatore secondario; 2) che il T4 fosse entrato nella miscela esplosiva, frammisto al tritolo, componente principale. In tale ultima ipotesi, il tritolo sarebbe provenuto da recupero, cioè da sconfezionamento di cariche esplosive.” (sentenza II^ Corte di Assise di Appello di Bologna, 18 luglio 1990).
Inoltre, secondo la perizia del 22 aprile 1990, il T4 era costoso e di solito non entrava a far parte di esplosivi per impieghi civili.

Capitolo su T4 e Compound B della sentenza del secondo processo di Appello del 1994
Nella sentenza del secondo processo di appello del 1994 un intero capitolo si riferiva espressamente al T4 e al Compound B.
“(…) la Corte osserva che la presenza del T4 nell'ordigno scoppiato alla stazione di Bologna non è minimamente in discussione.”
Ipotizzava però, contestando i periti, che la miscela esplodente non fosse costituita da gelatinato commerciale arricchito da T4 ma, attraverso un confezionamento artigianale, “da un esplosivo contenente gelatinato e Compound B miscelati in proporzioni 2:1.” (Sentenza del secondo Processo d’Appello, 16 maggio 1994).
Sulla base di questo ragionamento, la sentenza del processo d’appello puntò il dito contro Massimiliano Fachini ma i giudici non trovarono allora prove sufficienti per condannarlo:
“Il suddetto valore, conseguentemente, sarebbe tale da fornire un elemento di compatibilità con la provenienza dal Fachini dell'esplosivo della stazione. Il dato processuale ricavabile - è bene precisarlo, a scanso di equivoci - è, allo stato, soltanto teorico, posto che agli atti manca la necessaria verifica peritale.”
(Sentenza del secondo Processo d’Appello, 16 maggio 1994).

Nel 1994 non fu stabilito con certezza se la carica esplosiva fosse stata prodotta da un’industria per scopi militari, da un’industria per scopi civili - ad esempio per la produzione di esplosivi da cava -  oppure in modo artigianale, ipotesi quest’ultima poi considerata come quella più probabile.
Si capì che non poteva essere ritenuta esaustiva la perizia depositata il 23 dicembre 1980 secondo cui la carica esplosiva sarebbe risultata costituita da “gelatinato di tipo commerciale”.
Si giunse alla conclusione che la carica esplosiva era composta sia da gelatinato che da tritolo e T4, ma sulle proporzioni fra il primo e i secondi vi furono diverse interpretazioni da parte della difesa, dell’accusa e dei giudici.
Al tempo stesso ci furono diverse interpretazioni sulla presenza del Compound B nei materiali esplosivi della strage.

Compound B nella sentenza della Cassazione del 23 novembre 1995
Nella sentenza della Cassazione del 23 novembre 1995 si affermò esplicitamente che disporre di residuati bellici contenenti Compound B significava poter da essi estrarre notevoli quantità di quel particolare tipo di esplosivo che era stato impiegato alla Stazione di Bologna.
“… Massimiliano Fachini era stato coinvolto in altri procedimenti penali, perché accusato di avere partecipato ad alcuni attentati dinamitardi verificatisi nel 1978-1979 e 1980, nonché di disporre, sul lago di Garda, di un deposito di residuati bellici: quest'ultima accusa veniva ricollegata al fatto che nel corso dell'ultimo conflitto mondiale, le forze anglo-americane avevano fatto largo uso del "compound B", una miscela di tritolo e T4, sicché disporre di residuati bellici significava poter da essi estrarre, in gran quantità, quel particolare tipo di esplosivo, che, per il suo alto potere distruttivo e frantumante, era stato impiegato alla stazione di Bologna ma che era difficile reperire sul mercato.” (sentenza della Cassazione del 23-11-1995 relativa al processo sulla strage di Bologna)
Massimiliano Fachini, inizialmente considerato il possibile armiere degli stragisti di Bologna, alla fine fu assolto perché da una parte era stato nel frattempo scagionato dalle accuse di aver partecipato ad alcuni attentati dinamitardi verificatisi negli anni 1978-1979-1980 e dall’altra parte perché non solo lui ma svariate altre persone reazionarie ed atlantizzate del Triveneto disponevano, sul lago di Garda, di un deposito di residuati bellici.
Le sentenze definitive – quella del 1995 contro Valerio Fioravanti e Francesca Mambro e quella del 2003 contro Luigi Ciavardini, un militante dei Nar che nel 1980 era addirittura minorenne – giunsero ad ipotizzare che l’ordigno della strage di Bologna potrebbe essere stato preso a Roma e portato a Venezia dalla coppia Fioravanti-Mambro prima di farlo giungere a Bologna.
Lasciavano inoltre intendere che i Nar avrebbero avuto un’autonoma capacità di reperimento di materiali esplosivi ma non riuscirono a dimostrare che fra questi ultimi vi fosse il Compound B.
Proprio su questo punto fecero leva svariati sostenitori dell’innocenza dei Nar rispetto alla strage di Bologna. Ecco, ad esempio, cosa scriveva Luca Telese:
“(…) cosa avevano a che vedere i colpi di pistola e le bombe srcm (di quelle trafugate da Fioravanti durante il suo servizio militare) dell'Esquilino con l'esplosivo devastante (una miscela di 5 chili di tritolo e T4 detta «Compound b», potenziata da 18 chili di nitroglicerina a uso civile) utilizzato dai terroristi alla stazione di Bologna? Nulla. Dal punto di vista militare era come paragonare una fionda a una bomba atomica” (pagina 50 di “Giusva”, di Andrea Colombo, Francesco Patierno, Nicola Rao, Luca Telese; casa editrice Sperling & Kupfer, 2011; il passo citato è tratto da “Negli occhi dei Nar” di Luca Telese).
Mentre però Luca Telese parlava di presenza del Compound B nell’esplosivo della strage di Bologna, qualche altro giornalista pensava che i Nar sarebbero stati innocenti anche nel caso in cui l’ordigno in questione fosse stato del “gelatinato di tipo commerciale”.

L’ipotesi del gelatinato di tipo commerciale
In realtà l’ipotesi del “gelatinato di tipo commerciale” (che paradossalmente ed erroneamente viene citata nella sentenza definitiva di condanna contro Luigi Ciavardini) sembrava in perfetta sintonia rispetto alle indagini che fecero gli inquirenti nell’ottobre 1980, al tempo delle accuse contro Francesco Furlotti, il neofascista romano detto «Chicco» e considerato da alcuni “pentiti” come un esperto di esplosivi.
“Viene fatta dagli inquirenti l'ipotesi che l'esplosivo sia stato rubato in una cava di Tivoli. Un'indicazione in questo senso sarebbe emersa dopo gli interrogatori di Marco Mario Massimi, camerata quarantenne detenuto a Regina Coeli” (“Strage di Bologna ruolo di un aristocratico nero. Interrogato in carcere Francesco Furlotti. Su di lui pesa l'accusa di aver confezionato la bomba micidiale. Comunicazioni giudiziarie per Freda, Tuti e Bonazzi”, Vincenzo Tessandori, La Stampa , 29.10.1980).
Le specifiche accuse contro Francesco Furlotti erano però prive di fondamento e lui fu poi scagionato.
L’ipotesi del gelatinato di tipo commerciale avrebbe però potuto essere facilmente usata per accusare i fratelli Cristiano e Valerio Fioravanti, entrambi neofascisti dei Nar.
A Roma “(...) tra fine ottobre e novembre 1978 sono compiuti tre attentati contro sezioni del Psi. Cristiano (Fioravanti; n.d.r.) racconterà: «Ricordo, in particolare, un attentato ad una sezione socialista, quella di Testaccio che fallì per difetto di esplosivo, ma che avrebbe potuto avere gravi conseguenze; (…) la bomba non esplose perché la polvere era umida. Se fosse esplosa avrebbe potuto uccidere o ferire molte persone». Quanto al «procacciamento di esplosivo posso solo dire che gli attentati fatti dal nostro gruppo (tre al Psi, uno al Pci-zona Alberone) furono fatti con esplosivo procurato nei seguenti modi: con balistite granulare ricavata da proiettili di contraerea pescati in più riprese nell’estate e inverno 1979 a Ponza su un relitto di nave americana. Mio fratello provvedeva a predisporlo ed a preparare l’ordigno che esplodeva con semplice miccia. A pescarlo provvedevamo io, mio fratello (Valerio Fioravanti; n.d.r.), Alibrandi e Tiraboschi. Per altri attentati (Acea, Centrale del latte) usammo il tritolo acquistato da Alibrandi. Per gli attentati a due sezioni di Autonomia Operaia utilizzammo esplosivo procurato presso una cava di Civitavecchia»” (nota 62, pagine 81-82, “Guerrieri 1975/1982. Storie di una generazione in nero”, Ugo Maria Tassinari, Immaginapoli 2005).
Negli attentati alle due sezioni di Autonomia Operaia i Nar utilizzazono dell’esplosivo “procurato” presso una cava di Civitavecchia, cioè del gelatinato di tipo commerciale.
In seguito, e stiamo già verso la fine del mese di luglio del 1980, a Milano ci fu un altro attentato con l’utilizzo di esplosivi.
“La notte del 30 luglio, poco prima delle 2, esplode un’auto imbottita con 14 chili di esplosivo davanti a Palazzo Marino. Si è conclusa da qualche minuto una lunga seduta del consiglio comunale milanese. Alcuni frammenti raggiungono i tetti circostanti. Le indagini saranno indirizzate da alcuni “pentiti” contro una delle batterie che fanno capo a Giuliani. L’ordigno disintegra una 132, rubata ad Anzio sette giorni prima. Nei pressi è ritrovato un tubo di piombo e una tanica con 8 chili di esplosivo da cava (…). Sarebbero stati Silvio Pompei e Benito Allatta - con materiali forniti dal loro leader su mandato di Cavallini - a rifornire gli autori materiali, presunti avanguardisti milanesi” (pagina 179, “Guerrieri 1975/1982. Storie di una generazione in nero”, Ugo Maria Tassinari, Immaginapoli 2005).
In questo caso, l’esplosivo non deflagrato era costituito da 8 chili di gelatinato di tipo commerciale, probabilmente anch’esso rubato in una cava.

Tritolo (TNT) e T4 (RDX) in altri attentati
Dato però, come abbiamo accennato fin dall’inizio, che fra i materiali esplosivi della strage di Bologna avrebbero dovuto esserci delle significative quantità di Tnt e T4, è opportuno rammentare alcune altre vicende.

Nella strage avvenuta il 31 maggio 1972 a Peteano (Gorizia), che provocò la morte di tre carabinieri e il ferimento di altri due e di cui nel 1984 iniziò ad essere reo confesso il neofascista Vincenzo Vinciguerra, senza dubbio venne usato il T4 e non certo il Semtex H, lo stesso tipo di esplosivo sequestrato nei primissimi anni ’80 in diversi depositi di armi delle Brigate rosse, come vanamente cercò di far credere nel 1982, con un vero e proprio tentativo di depistaggio, l’esperto balistico Marco Morin.
Nel settembre 1984 fu ordinata una nuova perizia, curata dai periti Brandimarte, Marino e Monitoro, che giunse alla conclusione secondo cui «l’esplosivo impiegato per l’attentato di Peteano era costituito da comune esplosivo da mina, potenziato, probabilmente nella zona di innescamento, con una aliquota di esplosivo al T4» (Salvi, La strategia delle stragi: dalla sentenza della Corte d’Assise per la strage di Peteano, Editori Riuniti, Roma 1989, p. 253.)

A ciò bisogna aggiungere che “TNT e T4 furono ritrovati come residuo fra i reperti di numerosi attentati “minori” compiuti in quel periodo, come ad esempio quello in danno al periodico Il Borghese del 30 gennaio 1975, e altri attentati alle linee ferroviarie” (27 aprile 2012 liberoreporter – su Bologna e esplosivo; http://news.liberoreporter.eu/?p=25328).
Ricordando l’attentato al periodico Il Borghese del 30 gennaio 1975, come se fosse stato opera dell’estrema sinistra, i giornalisti di “libero reporter” caddero in un clamoroso errore.
“Nel gennaio 1975 sono compiuti a Roma attentati dinamitardi allo studio dell’avvocato di Soccorso rosso, Edoardo Di Giovanni (e autore con Marco Ligini del bestseller La strage di Stato), all’abitazione del giornalista Willy de Luca e presso la redazione del Borghese. Nell’inverno-primavera 1975 il Fulas colpisce anche la concessionaria Fiat di Catania, il catasto di Reggio Calabria, la redazione dell’Ora di Palermo. Alcuni attentati sono eseguiti in simultanea.” (nota 27, pagina 39, “Guerrieri 1975/1982. Storie di una generazione in nero”, Ugo Maria Tassinari, Immaginapoli 2005).
Il Fulas (Fronte unitario di lotta al sistema), che fra l’altro fece l’attentato al periodico Il Borghese, era un’organizzazione clandestina neofascista e non certo un’organizzazione clandestina comunista o anarchica.
Ovviamente il fatto che nel decennio precedente al 1980 alcuni gruppi neofascisti abbiano compiuto degli attentati dinamitardi usando il T4 o il tritolo insieme al T4 non significa affatto che quegli specifici gruppi siano stati responsabili di qualche strage.
In altre parole, nell’Italia degli anni ‘70 molti neofascisti, come Pierluigi Concutelli, non erano stragisti; d’altra parte, esistevano alcuni neofascisti atlantizzati che divennero agenti dei servizi segreti, infiltrati nella destra e come minimo collusi con gli stragisti.

L’assoluzione di Massimiliano Fachini
Massimiliano Fachini, uno di quei neofascisti atlantizzati, era imputato per la strage di Bologna ma fu assolto il 16 maggio 1994 dalla Corte d’assise d’appello e dalla Corte di Cassazione il 23 novembre 1995 perché ancora non si sapeva che lui fosse una delle poche persone in grado di disporre anche dei residuati bellici situati nei laghetti di Mantova (sentenza-ordinanza del giudice istruttore Guido Salvini del 1998) e neppure che fosse ben conosciuto dal “pentito” Carlo Digilio, anche se quest’ultimo – nelle confessioni rilasciate nella seconda metà degli anni Novanta, quando dichiarò di aver agito per conto del Comando delle forze terrestri alleate per il Sud Europa (FTASE) della NATO di Verona e si proclamò responsabile anche del preventivo controllo dell’ordigno esplosivo che a Milano provocò la strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 - fece finta di non conoscerlo.

La sentenza della Corte d’Appello di Bologna del 13.12.2004 contro Luigi Ciavardini
Nella sentenza d’appello di condanna per Ciavardini, il quale essendo stato minorenne al tempo della strage di Bologna ebbe un processo a parte, si dice che il gruppo di Valerio Fioravanti aveva la disponibilità di “ingenti quantità di armi, munizioni ed esplosivo, anche del tipo di quello (T4 e nitrato sodico) che, secondo la perizia esperita nell’ambito delle indagini per la strage di Bologna (f. 3237), sarebbe stato usato in quella operazione criminale” (pagina 32 Sentenza Ciavardini, Corte d’Appello di Bologna, 13.12.2004).
Qui la sentenza lascia intendere che fra i materiali esplosivi della strage di Bologna c’erano, fra l’altro, il T4 e il nitrato sodico. Poi entra di più nel merito e, sulla base delle “ perizie espletate al fine di accertare le modalità dello scoppio ed il tipo di esplosivo e di congegno utilizzati”, dichiara con certezza che “il quantitativo di esplosivo del tipo gelatinato, tra cui si annoverano anche tritolo e T4” , si aggirava tra i 20 e i 25 Kg; era molto potente “per l’alta velocità di detonazione e per il grande volume di gas capace di generare”; era racchiuso in una valigia; non poteva esplodere con un congegno a distanza “per l’impossibilità del segnale di attraversare ostacoli di scarsa permeabilità, come pareti, convogli ferroviari ed altro, né un congegno di tipo meccanico, attesa l’assenza di residui di fili e sistemi di alimentazione idonei ad erogare una congrua quantità di energia” e poteva esplodere con “un congegno di tipo chimico che richiedeva un’attivazione in loco dello stesso”.
La sentenza inoltre precisa “che la bomba fu collocata sul tavolinetto porta-bagagli posto all’interno della sala d’aspetto di seconda classe, situato all’angolo posto a destra rispetto all’ingresso del locale, e non già abbandonata a contatto diretto con il pavimento”.
Afferma per altro “che il posizionamento sul tavolinetto posto all’angolo della costruzione si è rivelato di particolare importanza per l’intensità distruttiva della carica esplosiva, in quanto la collocazione a ridosso di muri abbastanza robusti ha convogliato gran parte dell’energia distruttiva in una direzione abbastanza concentrata ( v. perizia f. 3227)”.
Conclude dichiarando “che la scelta dei componenti dell’esplosivo e le modalità di esecuzione dell’attivazione della bomba portano ad escludere l’ipotesi di innesco fortuito della carica dovuta ad urti, riscaldamento, instabilità chimica della miscela, autocombustione, effetti di correnti vaganti o di campi magnetici (f. 3236).”
(pag. 147-148-149 Sentenza Ciavardini, Corte d’Appello di Bologna, 13.12.2004)

Perizia depositata il 27 giugno 2019 al processo a Gilberto Cavallini
Sedici anni dopo la sentenza contro Luigi Ciavardini, cioè nel 2020, anche l’ex militante dei Nar Gilberto Cavallini è stato condannato per la strage di Bologna. Qui non entriamo nel merito della sufficienza o meno delle prove d’accusa contro gli ex Nar, anche se indubbiamente i processi su base indiziaria sono sempre di per sé molto discutibili. Qui si sta cercando di capire meglio come andarono le cose e si vuole, per il momento, concentrare l’attenzione sulle perizie esplosivistiche.
Ebbene, la perizia depositata il 27 giugno 2019 aveva il non piccolo limite di dover andare oltre la circostanza per cui nel 2006, al termine di una fase processuale, fu deciso di eliminare ogni reperto raccolto al tempo della strage.
Per tale motivo e affinché la loro perizia fosse almeno degna di questo nome, i periti nominati nel 2018, Adolfo Gregori e Danilo Coppe, ritennero inizialmente di avere cinque possibilità per la ricerca di nuovi reperti da analizzare: “1. realizzare nuovi carotaggi nell’area del cratere (…); 2. cercare oggetti possibilmente presenti nella ex sala d’attesa di 2^ classe; 3. cercare fra i ricordi delle vittime consegnati ai loro familiari senza sottoporli ad analisi; 4. cercare fra le macerie stoccate, all’epoca, in un’area militare nel Bolognese; 5. cercare reperti autoptici conservati a diverso titolo.” (pag. 11).
Per ottemperare al punto 1, i periti avrebbero dovuto acquisire la documentazione tecnica dei lavori ma ciò non divenne possibile in quanto l’impresa che aveva preso in appalto “ i lavori di ripristino della sala d’attesa di 2^ classe, la Edilterra, fallì negli anni successivi. Il loro archivio tecnico, confluì in un’impresa cooperativa che a sua volta è fallita” (pag. 11).
Rispetto al punto 2, “l’unico oggetto presente nella sala d’attesa o in sua prossimità, prima dell’esplosione, era un vecchio cartellone pubblicitario dell’Ente del turismo locale. Questo cartellone fu raccolto da un ferroviere e conservato per decenni in un ufficio” fino al momento in cui quell’uomo dovette andare in pensione, allorché lo consegnò “all’Associazione dei familiari delle vittime che lo mise sotto vetro e ricollocò nella nuova sala d’attesa.” (pag. 12).
I periti fecero quindi delle ricerche sui campioni prelevati dal pannello fotografico che in origine, il 2 agosto 1980, si trovava nella sala d’attesa della stazione di Bologna e analizzarono i tamponi ottenuti dai lavaggi della superficie del pannello e riscontrarono che il Tritolo era presente in tre quadranti su venti (pag. 61).
Per ottemperare al punto 3, i periti ricevettero l’aiuto dell’Associazione delle vittime del 2 agosto 1980 e in particolare riuscirono a recuperare: “a) una chitarra appartenuta a Davide Caprioli; b) una borsa in tela appartenuta a Sala Vincenzina; c) un borsone sportivo in tela con attrezzi sub e ginnici appartenuti a Lugli Umberto; d) un portafoglio con tessera appartenuti a Bonora Argeo; e) una borsetta vuota appartenuta a Marangon Maria Angela.” (pag. 12)
I periti acquisirono dai parenti delle vittime un totale di 28 campioni (pagine 63 e 64) dalle cui analisi è stata evidenziata la presenza di tracce di Tritolo o TNT (12 campioni), RDX o T4 (11 campioni), HMX od ottogene (4 campioni), DNT (3 campioni) e PETN o pentrite (1 campione).

In relazione al punto 4 recuperarono 16 campioni (polvere in busta, porzione di cemento, due parti di ceramiche e il resto costituito da parti di laterizi) dal deposito presso la Caserma di “Prati di Caprara” dalle cui analisi (pagine 64 e 65) è stata messa in rilievo la presenza di tracce di Tritolo o TNT (14 campioni), di RDX o T4 (7 campioni), di DNT – H (8 campioni), di PETN o pentrite (7 campioni), di MC (3 campioni), di HMX od ottogene (2 campioni) e di EC (un campione).
Recuperarono una decina di reperti dall’archivio del RIS (Reparto Investigazioni Scientifiche) di Roma (Indagine tecnica 605/80 dalle cui analisi (pag. 67) è stata riscontrata la presenza di tracce di Tritolo o TNT (6 campioni), di DNT – H (6 campioni), di PETN o pentrite (4 campioni), di RDX o T4 (3 campioni), di HMX od ottogene (3 campioni).

Recuperarono due campioni presso l’Archivio di Stato all’interno del Volume nr. 94 dalle cui analisi (pag. 68) è stato possibile trovare tracce di HMX od ottogene (2 campioni), di Tritolo o TNT (un campione), di RDX o T4 (un campione), di EC (un campione), di MC (un campione).

Inoltre fecero una ricerca su quattro campioni dei capelli recuperati dai resti della vittima della strage di Bologna Maria Fresu (o a lei attribuiti) dalle cui analisi (pag. 69) è stata evidenziata la presenza di tracce di NG o Nitroglicerina (un campione), di Tritolo o TNT (un campione), di RDX o T4 (un campione) e di PETN o pentrite (un campione).

Infine confrontarono 10 campioni di cariche esplosive: 1) Tritolo carica da ½ libra (seconda guerra mondiale); 2) Tritolo da carica supplementare (seconda guerra mondiale); 3) Tritolo da mina CS42/3 (seconda guerra mondiale), composto da Tritolo e Pentrite; 4) Tritolo da mina tedesca da 311 gr. (seconda guerra mondiale), 5) Compound B carica cava 1944 (razzo antitank - seconda guerra mondiale), composto da Tritolo, RDX (T4) e HMX od ottogene; 6) Compound B 100 libre (bomba d’aereo seconda guerra mondiale), composto da Tritolo, RDX (T4) e HMX; 7) Tritolo Italia gr 200 (seconda guerra mondiale); 8) Tetritolo da blocco da demolizione M2 (seconda guerra mondiale), composto da Tritolo e Tetrile; 9) Balistite USA Cal. 20 – 1943, composto da Nitroglicerina (NG) e Etilcentralite (EC); 10) Compound B prodotto dopo la seconda guerra mondiale, da razzi anticarro, composto da Tritolo e RDX (T4) (vedasi tabella di pag. 71).
Grazie a tale confronto, “le analisi hanno confermato che nei Compound B (campioni 5 e 6) della WWII (seconda guerra mondiale, n.d.r.) è effettivamente presente una percentuale (non determinata) di HMX. Invece il Compound B post bellico (Campione 10) non contiene alcuna traccia di HMX. Le altre cariche esplosive hanno mostrato una composizione in linea con i dati attesi, ad eccezione della carica nr.3 nella quale è stata riscontrata la presenza, non attesa, di pentrite. Si tratterebbe di Pentolite, esplosivo a base di Pentrite e Tritolo, che ha comunque un aspetto non distinguibile dal Tritolo solidificato”. (pag. 71)

Conclusioni pubblicate nella perizia depositata il 27 giugno 2019

Sui reperti in esame, in sintesi, i periti Adolfo Gregori e Danilo Coppe riscontrarono la presenza delle seguenti tipologie di esplosivi: TNT o tritolo sulla maggior parte dei campioni positivi; RDX o T4 su gran parte dei campioni positivi; HMX  od ottogene sui campioni con alti valori di positività all’RDX; PETN o pentrite su molti campioni; NG o Nitroglicerina su 4 campioni. Inoltre registrarono la presenza di cariche di lancio sui campioni Etilcentralite (4 campioni) e Akardite (un campione).

Il TNT o tritolo e il RDX o T4 “appaiono essere presenti in quantità mediamente superiori alle altre componenti, e tali da poter ritenere, anche a distanza di circa 40 anni dall’evento, che potessero costituire la parte preponderante della carica esplosiva. (…)
Sembra plausibile ritenere che la nitroglicerina rinvenuta su alcuni campioni (…) possa provenire dalla presenza di residui incombusti delle cariche di lancio, la cui nitrocellulosa, sulla quale la nitroglicerina è adsorbita, può aver trattenuto e preservato la NG dall’evaporazione. (…)
Le tracce di esplosivo HMX sono quasi sempre presenti a livelli inferiori (almeno un ordine di grandezza) rispetto all’RDX (…).” (pag.72)

Coloro che fecero la prima perizia chimico-esplosivistica “in alcuni casi non hanno cercato gli stabilizzanti delle cariche di lancio, o laddove le hanno cercate, non sono stati in grado di rilevarle per la scarsa sensibilità delle metodiche analitiche impiegate all’epoca (TLC).
La mancanza di questo dato conoscitivo e l’errore di valutazione sulla presenza del solfato di bario ha indotto il primo collegio peritale a considerare come unica ipotesi plausibile quella dell’impiego di una gelatina civile fortificata con TNT e T4”. (pag. 73)

Questi risultati analitici, pubblicati nella perizia depositata il 27 giugno 2019, cioè quasi 40 anni dopo la strage di Bologna, sono abbastanza significativi.

Escludono che i materiali esplosivi della strage di Bologna fossero costituiti solo ed esclusivamente da “gelatinato commerciale”; dimostrano che le percentuali di HMX od ottogene variabili tra il 5% e il 10% erano presenti nell’RDX (T4) impiegato durante la seconda guerra mondiale; infine eliminano le ipotesi fantapolitiche – come quelle avanzate da Paolo Cucchiarelli in “Ustica&Bologna. Attacco all’Italia” (2020, La nave di Teseo editore, Milano) – secondo cui fra i materiali esplosivi ci sarebbero stati dei prodotti successivi alla seconda guerra mondiale come il C4 e il Semtex H (composto per il 41,2% da  RDX e per il 40,9% da pentrite ) a disposizione dei palestinesi dell’OLP, delle italiane Br e di molti gruppi della sinistra rivoluzionaria dell’Europa occidentale.
 
Questi dati hanno di conseguenza indotto i periti a ritenere che le tracce di HMX od ottogene rilevate provengano dall’RDX o T4 “recuperato da ordigni bellici, e presente nella carica esplosa alla stazione di Bologna” (pag. 72).
“Visti i risultati delle analisi che danno per certa la sostanziale presenza di Compound B, è evidente che si è trattato comunque di esplosivo detonante che necessita inevitabilmente di un detonatore. Di detonatori nel 1980 ne esistevano solo di due tipi commerciali in circolazione: a fuoco ed elettrici. Poi era possibile realizzare detonatori “home made” con entrambe le peculiarità di quelli commerciali” (pag. 137).
“(…) In questo caso, anche il più imprudente fra gli attentatori, era uso a inserire fra la sorgente di elettricità (in questo caso una batteria) ed il detonatore, una “sicura di trasporto”.
Fra le macerie di Prati di Caprara, è stato rinvenuto un interruttore” (pag. 140).
I periti, a quest’ultimo proposito, così commentarono: “Dispositivi simili risultano essere stati presenti nell’ordigno destinato a Tina Anselmi e anche a quello trasportato dalla Christa Margot Fröhlich quando arrestata a Fiumicino” (pag. 141).
In aula però, a luglio del 2019, il perito Danilo Coppe ha visionato una foto a colori che fa parte di alcuni verbali sul sequestro di esplosivo del 29 ottobre 1982 alla Frohlich (all’epoca militante della nuova sinistra della Germania Occidentale e poi assolta in Francia da ogni accusa relativa alla sua eventuale partecipazione all’organizzazione diretta dal venezuelano Carlos) infine ha dichiarato che “potrebbe trattarsi di una placca, piuttosto che di un interruttore". Di conseguenza, "del paragone con l'esplosivo utilizzato dalla Fröhlich mi prendo la responsabilità, ma se dovessi riscrivere la relazione non lo rifarei".
https://www.ansa.it/emiliaromagna/notizie/2019/07/10/perito-bomba-non-citerei-piu-frohlich_187fa8a6-cd33-4ede-b20c-cbe9815f8029.html
A parte questo errore, riconosciuto come tale dallo stesso perito Danilo Coppe di fronte ai giudici, e al di là della scarsa conoscenza della storia della Prima Repubblica italiana e delle sue numerose stragi testimoniata dal vano tentativo di cercare paragoni con attentati avvenuti in Francia nel 1983, la relazione tecnica esplosivistica da lui elaborata assieme a Adolfo Gregori risulta essere comunque la più attendibile fra quelle ufficiali e la più logica stante quell’odore di tritolo (TNT) e la necessaria presenza anche del T4 (RDX) di cui alcuni parlarono subito dopo la strage del 2 agosto 1980.

A questo punto, al di là dell’esistenza o meno di un timer – che secondo i periti potrebbe essere stato di tipo meccanico – e dei suoi eventuali difetti o danneggiamenti che avrebbero potuto “determinare un’esplosione prematura/accidentale dell’ordigno” (pag. 157) ci sono sufficienti prove oggettive per capire quali fossero i materiali esplosivi recuperati da ordigni bellici del secondo conflitto mondiale che, in un’unica bomba (come ritengono i periti) o addirittura in due (come ritiene Paolo Cucchiarelli in “Ustica&Bologna. Attacco all’Italia”), costituivano i materiali esplosivi della strage di Bologna del 2 agosto 1980.

“Dai risultati analitici e dalla disamina delle perizie precedenti il presente collegio peritale sostiene che l’ordigno esploso il 2 agosto 1980 alla Stazione di Bologna era costituito essenzialmente da Tritolite e/o Compound B (TNT + RDX o T4) di sicura provenienza da scaricamento di ordigni bellici (seconda guerra mondiale) e da una quantità apprezzabile di cariche di lancio (che giustifica la presenza di Nitroglicerina e degli stabilizzanti rinvenuti).
Pentrite e Tetrile rinvenuti in alcuni campioni possono essere riconducibili alla presenza dei booster relativi agli ordigni stessi. I booster che in varie deposizioni degli indagati dell’epoca (Calore, Aleandri) vengono menzionati come utili per la detonazione di esplosivi sordi, come l’ANFO, e definiti come “preinnesco” o “innesco secondario”.
Inoltre, non si può escludere completamente la presenza di una percentuale di gelatinato (civile o militare) a base di nitroglicerina”. (pag. 157)

Di conseguenza, la principale domanda a cui si dovrebbe rispondere è la seguente: dato che l’esame dei materiali esplosivi dimostra la totale infondatezza della pista palestinese o rossa rispetto alla strage di Bologna, chi erano nell’Italia del 1980 coloro che, oltre ad avere ampia disponibilità di gelatinato a base di nitroglicerina, erano esperti nello svuotare degli ordigni bellici residuati della seconda guerra mondiale?
Prendendo in considerazione soprattutto la sentenza-ordinanza del giudice istruttore Guido Salvini del Tribunale civile e penale di Milano del 3 febbraio 1998 sulla strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, con cui si fa chiarezza su tante e successive vicende della storia italiana, l’ipotesi più probabile è che fossero personaggi reazionari atlantizzati e statalizzati, da parecchio tempo in stretti e organici rapporti con i servizi segreti, come Massimiliano Fachini e Carlo Digilio.

Massimiliano Fachini, nato a Tirana il 6 agosto 1942 e morto a Grisignano di Zocco il 3 febbraio 2000, già nel novembre 1972 – secondo l’ex dirigente del gruppo neofascista Avanguardia Nazionale Stefano Delle Chiaie - collaborò con i carabinieri e il SID (sigla del servizio segreto militare di quel periodo) procurando i materiali esplosivi della provocazione di Camerino, laddove e allorché furono fatti rinvenire armi ed esplosivi assieme a materiale cifrato e a 604 moduli di documenti in bianco da attribuire ad esponenti  di gruppi di sinistra (prosciolti dalla corte di Assise di Macerata solo il 7 dicembre 1977),  moduli che il neofascista atlantizzato Guelfo Osmani – in contatto con l’onnipresente capo del controspionaggio di Firenze colonnello Federico Mannucci Benincasa - diede all’allora tenente dei carabinieri D’Ovidio e che facevano parte di uno stock di 4700 moduli rubati al Comune di Roma il 14 maggio 1972, uno dei quali – intestato a Enrico Vailati – fu rinvenuto a Sergio Picciafuoco, uomo che si trovava nella stazione di Bologna il 2 agosto 1980 durante l’esplosione della bomba tanto da esserne ferito e che in seguito, grazie anche all’aiuto ricevuto in carcere da Francesco Pazienza, fu assolto nel processo di cui era imputato per quella carneficina.

Carlo Digilio, nato a Roma il 7 maggio 1937, fra il 17 dicembre 1981 e il 28 gennaio 1982 diede la caccia alle Br che avevano rapito il generale statunitense James Lee Dozier, comandante delle forze terrestri alleate per il Sud Europa (FTASE) della Nato, perché da molti anni era un mercenario della Nato; in seguito fuggì all’estero grazie all’appoggio dei servizi segreti; tornato in Italia si “pentì” solo rispetto ai reati per cui c’era la prescrizione; non confermò l’ultimo alibi di cui parlarono alcuni dei Nar accusati e poi condannati in maniera definitiva per la strage di Bologna, forse anche perché un alibi garantito da uno stragista ha ben poco valore e lo avrebbe messo in ulteriori guai giudiziari; infine morì a Bergamo nel 2005. Curiosamente cessò di vivere il 12 dicembre, nell’anniversario della strage di piazza Fontana del 1969, proprio della strage avvenuta a Milano nella Banca dell’Agricoltura a causa della deflagrazione di una bomba da lui stesso controllata in modo preventivo.

sabato 13 aprile 2013

IL GARANTE



Finalmente, dopo qualche tempo, un articolo di Sandro Padula! Sul presidente della Repubblica prossimo venturo.


"Ristretti Orizzonti", 12 aprile 2013


Tranne nel caso di un piccolo miracolo, è improbabile che il prossimo Presidente della Repubblica sia una persona esterna alla classe politica degli ultimi decenni.
Figure come il responsabile di Emergency Gino Strada e il premio Nobel per la letteratura Dario Fo sono conosciute sul piano internazionale e benvolute da milioni di cittadini italiani, ma difficilmente rientrerebbero nella cerchia delle candidature accettabili per il Pd e il Pdl, due partiti che sembrano voler scegliere insieme un candidato per il Quirinale. Nella situazione di stallo emersa dopo le elezioni politiche di febbraio, sulla scelta del nuovo presidente della Repubblica sembra fuori dai giochi solo il Movimento 5 Stelle. D’altra parte, un buon Presidente della Repubblica dovrebbe essere ben visto da ogni grande forza politica e da ogni aggregazione sociale. Il dibattito sulla scelta da fare merita di essere diffuso, partecipato, davvero democratico, capace quindi di coinvolgere l’intera società, compresa quella dei cittadini reclusi che non hanno mai avuto accesso a Internet e non possono neppure partecipare ai sondaggi online nella “rete delle reti”. In questo senso, pensando a un candidato accettabile dalla classe politica e dalla società, c’è solo un nome che si erge come un punto di riferimento rispettato da tutti: quello di Stefano Rodotà. Ex parlamentare, giurista, professore universitario, studioso dei beni comuni, difensore dei valori fondamentali della Costituzione, autore di proposte giuridiche per la difesa e lo sviluppo del diritto di accesso a Internet per tutti, firmatario di un recente appello per l’abolizione dell’ergastolo, rispettoso delle diversità culturali e dei diritti civili, tenace critico verso ogni forma di tortura, favorevole a regole severe sulla moralità pubblica e sostenitore del reddito di cittadinanza, Rodotà esprime oggi quella saggezza e quei saperi indispensabili per assumere la più alta carica dello Stato in modo utile a livello socio-politico e senza mai cadere nell’arbitrio del presidenzialismo e nelle trappole ricattatorie dei governi di altri paesi. Serve un Presidente della Repubblica autorevole e non autoritario, severo e libertario al tempo stesso, autonomo e diplomatico verso tutti i paesi del mondo. Serve un Presidente della Repubblica che conosca bene la carta costituzionale e la realtà sociale. Serve un Presidente della Repubblica che, nei limiti delle sue possibilità e prerogative, da un lato sappia criticare i passati decenni di “tolleranza zero” e di neoliberismo e dall’altro contribuisca a ridurre lo Stato penale e a far nascere nuovi investimenti pubblici nelle infrastrutture, nei settori ad alta tecnologia, nella tutela del turismo e del patrimonio artistico e ambientale, nell’assistenza sociale e sanitaria, nella scuola ad ogni livello, nella formazione professionale e nella ricerca scientifica. Serve un Presidente della Repubblica che, dopo gli squilibri provocati da Tangentopoli e dall’ormai defunta Seconda Repubblica, rimetta in un certo equilibrio il potere legislativo, il potere esecutivo e il potere giudiziario dello Stato e, al tempo stesso, sia in grado di garantire la diretta elaborazione sociale - dal “basso” - di leggi anti oppressive e di difesa dei poteri-qualità di ognuno. Serve un Presidente della Repubblica che, di fronte alla catastrofica situazione delle sovraffollate carceri italiane, ispezioni all’improvviso i luoghi in cui le persone vengono detenute e giudicate per capire meglio a che punto sia arrivato il gigantismo dello Stato penale, delle leggi di “sicurezza” arcaiche, dei “fine pena mai” e delle forme discrezionali e consuetudinarie della giustizia che non rispettano i valori fondamentali della Costituzione e, in primis, l’articolo 27 della stessa carta costituzionale. Serve un Presidente della Repubblica che sappia svolgere la funzione di Garante dei diritti di ognuno. In questo senso Stefano Rodotà è il candidato ideale per la maggioranza dei cittadini, compresi quelli che si trovano nelle carceri italiane.

martedì 15 gennaio 2013

UN RICORDO DI PROSPERO DI UN SUO COMPAGNO

Il pezzo di Sandro Padula, che anticipiamo qui grazie a lui, sarà pubblicato presto su "Ristretti Orizzonti"




Gallinari: dopo 33 anni non aveva ancora ottenuto la libertà condizionale
di Sandro Padula
Quattordici gennaio 2013. Cielo grigio e piovoso.
“Stamattina è morto Prospero”, leggo in una mail.
 “La brutta notizia, – precisa qualche minuto dopo un amico al telefono - è confermata da Sante che vive a Bologna”.
Sante Notarnicola, l’autore del libro “L’evasione impossibile”, conosceva bene Prospero Gallinari, colui che si definì “un contadino nella metropoli” nell’omonimo testo di memorie.
Ex brigatista rosso, 62 anni, in sospensione della pena carceraria per motivi di salute dal 1996, Prospero abitava a Reggio Emilia e, pur essendo stato arrestato l'ultima volta nel 1979, non aveva nemmeno ottenuto la libertà condizionale, la cui istanza fu da lui indirizzata qualche anno fa al tribunale di sorveglianza di Bologna e mai discussa. Sì, mai discussa.
Della libertà condizionale, il beneficio che funge da ultimo tunnel penale prima della libertà, non ha visto nemmeno l’ombra.
La sospensione della sua pena carceraria in senso stretto corrispondeva ad una misura ibrida fra gli arresti domiciliari e la semilibertà: Prospero poteva uscire di casa, in alcuni orari prestabiliti della giornata lavorativa, ma non di notte.
Agli amanti dei misteri non fa scandalo la realtà italiana per cui dopo 3 decenni ci sono ancora dei detenuti politici. Fa scandalo se da ragazzino Prospero era un marxista-leninista ortodosso o se, nei primissimi anni ’70 e per breve tempo, ebbe dei rapporti con Corrado Simioni, il teorico della “superclandestinità” abbandonato al suo destino da tutti i militanti delle Br – nessuno escluso - perché ritenuto megalomane, maldestro e inconcludente.
Prospero ha maturato le proprie idee a Reggio Emilia in un determinato periodo storico e le ha sviluppate nelle metropoli operaie del Nord Italia, nell’esperienza carceraria fra il 1974 e il 1976 e poi, dopo un’evasione, a Roma.
Fu sempre fedele alle persone amiche, condividendo con loro la propria vita e dimostrandosi particolarmente sensibile anche nei momenti più difficili, ad esempio dopo la seconda carcerazione quando, assieme a Linda Santilli, scrisse il primo libro italiano sull’effetto estensivo della pena detentiva ai parenti dei detenuti: “Dall'altra parte: l'odissea quotidiana delle donne dei detenuti politici” (Feltrinelli, 1995).
Prospero sapeva che in una organizzazione politica come le Br le responsabilità erano collettive e rimase coerente rispetto a tale consapevolezza fino all’ultimo giorno della sua vita.
Nel 2009 ha elaborato la postfazione di “Andate e ritorni. Conversazioni tra passato presente e futuro” (Colibrì editore), un libro dell’ex br Loris Tonino Paroli a cura di Giovanna Panigadi e Romano Giuffrida e con prefazione di Renato Curcio.
Nel 2011 ha partecipato a “Ils étaient les Brigades rouges", un documentario trasmesso a puntate in una televisione francese (vedasi l’estratto:http://www.dailymotion.com/video/xkua7m_extrait-du-film-ils-etaient-les-brigades-rouges_shortfilms#.UPVDHfI5gcY ).
Prospero resta quindi una figura limpida, una specie di libro multimediale aperto, per tutte le persone che, all’interno e all’esterno delle carceri, ne hanno conosciuto il coraggio, l’umiltà e l’altruismo.

mercoledì 3 ottobre 2012

Tintinnar di Sciabole




Il 1964, Moro e l'estrema destra

di Sandro Padula
Il 16 luglio del 1964, di primo mattino, s’incontrarono il presidente della Repubblica Segni e il generale dei carabinieri De Lorenzo. Entrambi non vedevano di buon occhio la formula governativa del centro-sinistra e puntavano almeno a diluirne i contenuti programmatici. In occasione della crisi del primo governo guidato da Aldo Moro, una crisi apertasi il 26 giugno di quell’anno, lasciarono intendere che ci fosse nell’aria un colpo di Stato ma si trattava di un bluff.
I carabinieri, da soli e senza neanche l’avallo del governo degli Usa,a quel tempo diretto dal partito democratico, non potevano assolutamente realizzare un golpe. “Il tentativo di colpo di stato nel 64 – spiegò Aldo Moro nel 1978 – ebbe certo le caratteristiche esterne di un intervento militare, secondo una determinata pianificazione propria dell’arma dei Carabinieri, ma finì per utilizzare questa strumentazione militare essenzialmente per portare a termine una pesante interferenza politica rivolta a bloccare o almeno fortemente dimensionare la politica di centro sinistra, ai primi momenti del suo svolgimento. (….) Il Presidente Segni ottenne, come voleva, di frenare il corso del centro-sinistra e d’innestare una politica largamente priva di molti elementi essenziali di novità. L’apprestamento militare, caduto l’obiettivo politico che era quello perseguito, fu disdetto dallo stesso Capo dello Stato” (Memoriale di Aldo Moro – La crisi del 1964: il Presidente della Repubblica Segni e il piano del Gen. De Lorenzo; in Comm. Moro, 125; Comm. stragi, II 381-383; Numerazione tematica 1).

L’intera vicenda del “golpe” del 1964 è ricostruita in modo esauriente da Mimmo Franzinelli nel saggio intitolato “Il Piano Solo. I servizi segreti, il centrosinistra e il «golpe» del 1964″ (Mondadori, 2010). Questo libro, pur sostenendo l’errata ipotesi secondo cui le Br avrebbero creduto alla “vulgata di sinistra sul colpo di Stato approntato dai carabinieri d’intesa con gli americani” (pagina 227), propone una tesi compatibile con quanto si legge nel Memoriale lasciato da Aldo Moro ai brigatisti, si avvale di una vasta documentazione e finora è riuscito a presentarsi come il miglior libro di storia sull’argomento. Lì viene precisato che il Piano Solo costituì «un’ interpretazione estensiva e autonoma» del «piano di emergenza speciale» architettato dalla polizia nel novembre del 1961 per prevenire delle eventuali violenze di piazza in seguito alla crisi di Berlino.
In caso di «emergenza» il Piano prevedeva l’internamento di 731 persone tra cui molti dirigenti del Pci e della Cgil, intellettuali di sinistra e qualche socialista. Il 16 luglio del 1964 lo stesso De Lorenzo, su spinta del presidente della Repubblica Segni e dopo l’incontro con quest’ultimo, avvisò del “piano di emergenza speciale” alcuni uomini politici fra cui Aldo Moro e il segretario della Dc Mariano Rumor. L’obiettivo politico dei “poteri forti” (Confindustria e Banca d’Italia) e del “tentativo di colpo di stato” di Segni e De Lorenzo era, come minimo, quello di far accantonare le “riforme di struttura” della sinistra del Psi (e quelle ipotizzate dal Pci), un risultato questo che in effetti fu raggiunto il 22 luglio con la formazione e il giuramento al Quirinale del secondo governo organico di centro-sinistra, un Esecutivo ben più moderato del primo ma diretto sempre dallo stesso Aldo Moro e benedetto dagli uomini di Stato degli Usa.
La Cia e i governanti d’Italia sapevano com’erano andate le cose ma nel mondo giornalistico rimase molta confusione. Nella primavera del 1967 Eugenio Scalfari, attraverso il settimanale L’Espresso e avvalendosi anche di un articolo firmato da Lino Jannuzzi, promosse una campagna contro De Lorenzo e Segni sul presunto golpe del 1964 come se ci fosse stato un vero e proprio tentativo di instaurazione di una dittatura militare. La verità storica è invece che già nei primi mesi del 1964 – quindi molto prima della crisi governativa determinatasi il 26 giugno – la Cia (il servizio segreto degli Usa) sapeva che secondo De Lorenzo si sarebbero aperte solo due ipotesi nella situazione politica italiana, quella di un “governo di salvezza nazionale” o quella di un nuovo e più moderato governo Moro di centro-sinistra:
«Premettendo che non è questione di colpo di Stato, De Lorenzo aggiunge che è ora che capi responsabili facciano scelte responsabili. Il governo Moro – dice – non può continuare così: il Paese cadrebbe nelle mani dei comunisti, lui e altri diverrebbero “i soliti esuli”. Questo è il momento della fermezza, finché le forze dell’ordine pubblico, specialmente i carabinieri, possono ancora controllare la situazione. Se scoppiassero disordini, verrebbero affrontati con determinazione, anche a costo di vittime. Secondo De Lorenzo, il ministero in carica dovrebbe cedere il posto a un governo guidato dall’ex primo ministro Leone o dal presidente del Senato Merzagora o dal ministro dell’Interno Taviani, oppure a un “governo di salvezza nazionale” o anche a un nuovo governo Moro, ma con spina dorsale e una linea d’azione ben definita. Deve essere chiaro, a Moro e agli altri leader, che questo è il tempo delle decisioni».
(libera traduzione; Rapporto Cia del 9 marzo 1964 sulle “opinioni dei carabinieri e degli uomini dell’intelligence sulla situazione politica italiana, da pagina 283 a pagina 287 del citato saggio di Mimmo Franzinelli).
De Lorenzo si muoveva in subordine rispetto al Presidente della Repubblica e aveva idee più flessibili e razionali rispetto a quelle, maggiormente a destra ma del tutto metafisiche, di personaggi come l’ex Vicepresidente del Consiglio dei ministri (De Gasperi IV) ed ex Ministro della Difesa (dal 1948 al 1953 nei governi De Gasperi V, VI e VII) Randolfo Pacciardi (1899 – 1991).
Costui, espulso dal partito repubblicano nel dicembre 1963 per aver votato in Parlamento contro il governo di centro-sinistra, nella primavera del 1964 fondò l’Unione Democratica per la Nuova Repubblica e in seguito, nel corso di quello stesso anno, avrebbe desiderato colpire Aldo Moro facendolo uccidere dal tenente colonnello dei paracadutisti Roberto Podestà, come si legge nella nota 11 del terzo capitolo del famoso libro “La strage di Stato” (Samonà e Savelli, 1970) a sua volta basata su notizie diffuse dalla stampa nel novembre 1967. Oppure, facendo leva sul pacciardiano Peppe Coltellacci abitante nel quartiere romano dell’Eur, avrebbe vanamente auspicato l’organizzazione del sequestro del leader democristiano nel giro di pochi giorni e prima della presentazione in parlamento del secondo governo moroteo, come si legge nell’autobiografia di Stefano Delle Chiaie “L’aquila e il condor” (Sperling & Kupfer, 2012) e in una recensione a quest’ultimo libro firmata su La Repubblica di Scalfari da Silvia Mazzocchi (“Delle Chiaie: ci proposero di rapire Moro nel 1964″, La Repubblica, 29 maggio 2012).
Chiarito che nel 1964, a differenza di quanto può far pensare nel 2012 La Repubblica di Scalfari, le piccole forze reazionarie ruotanti attorno a Peppe Coltellacci e subordinate al signor Pacciardi (opportunamente non citato da tale quotidiano) erano incapaci di intendere e fare le cose, così come di capire le dinamiche politiche allora dettate in Occidente dall’egemonia del partito democratico degli Usa, è opportuno ribadire la validità dell’analisi presente nel Memoriale di Moro circa i problemi politici italiani di quell’anno.
I fatti ancor più illuminanti sull’intera faccenda del presunto “golpe”, di cui Scalfari non ha mai fornito una spiegazione razionale, sono due. Uno quasi contemporaneo e l’altro successivo di circa 17 mesi. Il primo porta la data del 30 luglio 1964 ed afferisce alla circostanza per cui, nella presentazione del nuovo governo alla Camera dei Deputati, Moro rese “omaggio alla serena imparzialità, alla saggezza e all’assoluta correttezza costituzionale con cui il presidente Segni ha guidato il corso della crisi di governo” (“Omaggio a Segni per la sua serena imparzialità” di Fausto De Luca, La Stampa, 31 luglio 1964), cioè disse l’opposto di quanto sul medesimo tema affermò nel suo Memoriale di 14 anni dopo.
Il secondo invece avviene nel dicembre 1965, quando De Lorenzo – in precedenza sempre ammirato dal Pci di Togliatti (morto il 21 agosto 1964) solo perché era stato un partigiano bianco della lotta contro il nazifascismo – fu promosso capo di stato maggiore dell’Esercito dal secondo governo Moro e su proposta di Andreotti appoggiata da Nenni e Saragat, rispettivamente capi dei socialisti e dei socialdemocratici. Sì, fu premiato dai governanti perché nell’Italia della metà degli anni Sessanta del XX secolo la fabbrica della paura golpista, nonostante le sue accertate interferenze extralegali provocate da uomini come il Presidente della Repubblica Segni, finì per essere strumentalizzata da chi poi, sul piano strategico, riusciva a gestire una moderata stabilizzazione del potere politico e, in nome della Ragione di Stato, nascondeva con gli “omissis” le responsabilità della destra Dc, della Confindustria e della Banca d’Italia.
Ecco il motivo per cui ottenne una lauta ricompensa il modernizzatore del preventivo “piano di emergenza speciale” che, rinnovato su commissione del Quirinale e da realizzarsi in caso di necessità e possibilità, avrebbe comportato l’internamento in Sardegna di molti dirigenti del Pci, della CGIL, di qualcuno del Psi e di figure intellettuali come i registi Pier Paolo Pasolini e Gillo Pontecorvo. Solo in seguito all’esplosione dello scandalo del Sifar, tre anni dopo il presunto “golpe”, De Lorenzo fu lasciato nella più solitaria solitudine, si considerò una specie di “capro espiatorio” dei governanti e a quel punto, per salvare se stesso da un’eventuale carcerazione, spinse verso l’estrema destra le proprie posizioni politiche e divenne parlamentare prima col partito monarchico e poi con il neofascista Msi.
Una ben diversa sorte, con una carriera contraddistinta dalla nomina a generale di Divisione dei Carabinieri, ebbe invece uno dei quattro collaboratori di De Lorenzo per il “Piano Solo”: l’allora tenente colonnello Romolo Dalla Chiesa (1921-2012), fratello del più famoso Carlo Alberto, che nel 1964 batté a macchina, con la tragicomica intestazione SEGRETISSIMO, “Il Piano Solo per il mantenimento dell’ordine costituito nel territorio dello Stato della 3° Divisione carabinieri Ogaden, accasermata a Napoli ” (pagina 94, “Il Piano Solo”, Mimmo Franzinelli).
Peccato che Scalfari e la sinistra istituzionale, in particolare il Pci, non abbiano mai capito a sufficienza come funzionasse lo Stato italiano della Prima Repubblica, il perché dei suoi “omissis”, delle sue cordate parentali e della sua liberticida meritocrazia al contrario. Quell’ignoranza si è poi trasformata nel tempo: sul finire degli anni Settanta e per tutti gli anni Ottanta con l’americanizzazione della sinistra e poi, in una Seconda Repubblica in gran parte simile a quella neoliberista e neoautoritaria sognata da Pacciardi nel 1964, con la suicida adesione di tutte le forze politiche parlamentari alla logica securitaria della Fermezza, del peggioramento del codice penale fascista del 1930 e dell’apologia dello Stato permanente d’eccezione giuridico-penale (come il carcere duro previsto dal 41 bis).

giovedì 7 giugno 2012

CARCERE. UNA PICCOLISSIMA RIFORMA
















Giustizia: nella Circolare Dap nessuna “autogestione”, ma solo una piccolissima riforma



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di Sandro Padula

Ristretti Orizzonti, 6 giugno 2012

Con la Circolare Dap sui detenuti a “media sicurezza” non si introduce l’impossibile logica della “autogestione delle carceri” ma solo una piccolissima riforma.
Di fronte alla sostanziale paralisi politica del governo Monti e del parlamento in relazione ai diritti delle persone detenute, il capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (Dap) Giovanni Tamburino cerca di affrontare con pochi e ordinari mezzi la presente e catastrofica realtà carceraria.
La circolare del Dap n. 3594-6044 del 25 novembre 2011 recante “Modalità di esecuzione della pena. Un nuovo modello di trattamento che comprenda sicurezza, accoglienza e rieducazione” proponeva, per svariate persone detenute a “ridotta pericolosità”, modalità custodiali meno rigide “procedendo a modificazioni di talune prassi sin qui seguite” e superando, inoltre, la “dicotomia tra i concetti di sicurezza e trattamento “per pervenire alla “auspicata apertura verso modelli di detenzione più consoni alle finalità costituzionali della pena”.
La Circolare G-DAP 0206745-2012 riguardante le linee programmatiche per la “Realizzazione circuito regionale ex art. 115 d.p.r. 30 giugno 2000 n. 230” si muove nella stessa logica di quella del 25 novembre, cerca di “ampliarne la portata positiva” e punta a favorire la “realizzazione di circuiti regionali ex art. 115 d.p.r. 30 giugno 2000 n. 230” nei quali la “media sicurezza” tenda ad evolversi verso la crescita e l’ampliamento degli “spazi utilizzabili dai detenuti” e l’incentivazione delle “iniziative trattamentali e i rapporti con la comunità esterna”. 
Il modello di organizzazione per “accompagnare e sostenere l’attuazione di un sistema del genere” ha come snodo il “livello regionale, ossia il Provveditorato”. 
Ogni Provveditore, a sua volta e “sulla base del lavoro preliminare che i Direttori d’istituto hanno approntato insieme ai Comandanti di reparto e le Equipe di trattamento per l’applicazione della circolare di novembre, sentiti in conferenza di servizio i Direttori d’Istituto e d’Uepe (ufficio di esecuzione penale esterna) della regione”, dovrà elaborare un progetto regionale ispirato a un “sistema integrato di istituti differenziato per le varie tipologie detentive ...” e individuare - per tutti gli istituti a “media sicurezza” e in particolare nelle case di reclusione - le modalità più congrue per ampliare gli “spazi utilizzabili dai detenuti” di tipo scolastico, formativo, lavorativo, culturale, ricreativo e sportivo. Inoltre, ove possibile, dovrà destinare un istituto o una sezione di questo totalmente a “regime aperto” (art. 115, 3° comma).
Da quanto si legge, non viene proposto il “regime aperto” in modo generalizzato ma, in ogni Regione, sempre ove possibile, dovrebbe esserci almeno un Istituto o una sezione al suo interno con tale regime per detenuti identificati nella categoria della “media sicurezza” che da un lato hanno un fine pena inferiore ai 18 mesi e dall’altro sottoscrivono un “patto” con l’amministrazione con cui “accettano le prescrizioni ivi contenute”.
Il “regime aperto”, una specie di oasi nel deserto relazionale per la massa prigioniera del circuito carcerario, è una forma di autodisciplina pattuita da alcuni gruppi di detenuti a cui corrisponde il massimo sviluppo, al posto del mero e impossibile controllo continuo, di una sorveglianza dinamica da parte della polizia penitenziaria coadiuvata dalle altre figure istituzionali (educatori, psicologi, assistenti sociali) che per altro risponde a una direttiva dettata dalla Raccomandazione R (2006) 2 sulle Regole penitenziarie Europee del 2006 e alla legge del15 dicembre 1990 n. 395 per la riforma della Polizia Penitenziaria in un Corpo specializzato sotto il profilo custodiale e trattamentale.
In questo ambito si collocano anche le proposte di creare “Istituti a custodia attenuata per detenute madri” come prevede la legge 21 aprile 2011 n. 62 e “Istituti a custodia attenuata per tossicodipendenti” per incrementare i percorsi alternativi alla detenzione indicati dal d.p.r. 9 ottobre 1990 n. 309. Tutto ciò potrà riguardare “anche detenuti non direttamente gestiti dai Provveditori (a esclusione, in ogni caso, di coloro sottoposti al regime restrittivo ex art 41-bis l. 354/75)”.
In linea di principio e fatta eccezione per i regimi carcerari ad Alta Sorveglianza, la Circolare pone i problemi di una sicurezza intesa “quale condizione per la realizzazione delle finalità del trattamento” e di una individuazione dei posti di servizio “sulla base del personale effettivamente a disposizione, previa decurtazione della percentuale di assenze dovute per la fruizione di congedi e riposi equamente ripartiti, sulla base della tipologia dell’istituto e degli obiettivi prefissati”.
Per diversi aspetti il “regime aperto” già esiste. A Roma ad esempio c’è da molti anni il reparto G8 del carcere di Rebibbia Nuovo Complesso che, oltre a non riguardare solo persone detenute che hanno un fine pena inferiore ai 18 mesi, viene considerato all’avanguardia nell’Unione Europea. 
In questo senso la Circolare, lungi dal costituire una qualche rivoluzione, appare come una piccolissima riforma che tende a razionalizzare il sistema carcerario italiano facendo leva sull’esistente.
Il suo vero limite, oltre alla questione degli scarsi fondi per le attività trattamentali, è l’indiretto avallo di una logica di differenziazione accentuata e permanente fra l’Alta Sorveglianza e gli altri regimi detentivi. È l’assenza di una strategia volta a rendere l’intero sistema carcerario subordinato allo scopo rieducativo previsto dall’articolo 27 della Costituzione. 
È come se da un lato ci fosse la coscienza garantista e libertaria di dover colmare il gap fra la Costituzione formale e la Costituzione materiale e dall’altro non si abbia la forza e la coerenza per proporre una linea strategica di riduzione della differenziazione dei gradi di sorveglianza, di eliminazione progressiva del carcere duro e di tendenziale abolizione della pena detentiva, sostituita da un multiforme sistema di risarcimento sociale delle trasgressioni, perché far penare legalmente qualcuno fabbricandone il dolore è sempre una forma di vendetta istituzionale.
La Circolare d’altra parte, al di là della sua concreta efficacia, sembra abbastanza chiara e attenta rispetto alle condizioni di vita e di lavoro della Polizia Penitenziaria ma proprio da quest’ultima sono arrivate le critiche più severe.
Secondo l’opinione di Donato Capece, Segretario Generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe (il primo e più rappresentativo della Categoria), “la circolare del Dap è illegittima nella parte in cui stravolge l’organizzazione del lavoro della Polizia Penitenziaria, perché questa è materia di confronto sindacale che non c’è stato, e per tale ragione adiremo le competenti sedi della Giustizia. Ma c’è di più: la nota di Tamburino è incredibilmente anacronistica, perché si rivolge ai detenuti con pene brevi da scontare che in tutta Europa scontano la pena fuori dal carcere”.
Il segretario nazionale dell’Ugl Polizia Penitenziaria Giuseppe Moretti rincara la dose affermando che la Circolare del Dap, prevedendo una “sorveglianza dinamica” senza un “preventivo confronto con i rappresentanti dei lavoratori”, introdurrebbe la “logica dell’autogestione” e aumenterebbe “il rischio di implosione delle carceri”.
In realtà il parere dei Comandanti della Polizia Penitenziaria è previsto dalla Circolare rispetto alla formazione del Progetto da parte di ogni Provveditore e senza dubbio risulta sempre possibile il confronto sindacale sull’organizzazione del lavoro. 
Sulla circostanza per cui la Circolare auspica il “regime aperto” solo per detenuti a “media sicurezza” aventi un fine pena inferiore ai 18 mesi, quelli che in altri paesi europei scontano la pena residua fuori dalle carceri, Capece ha ragione.
Il punto su cui il segretario del Sappe e il segretario dell’Ugl Polizia Penitenziaria vanno al di fuori di una cultura garantista e libertaria è quando invece ritengono che la Circolare rischi di consegnare le carceri all’autogestione dei detenuti.
Questa critica, al di là delle intenzioni e delle mode comunicative di sapore populistico penale, è infondata. Ritenere che la Circolare introdurrebbe la logica dell’autogestione delle carceri da parte dei sepolti vivi è come credere che nei cimiteri si possa manifestare l’autogestione dei sepolti defunti da parte dei sepolti defunti. 
In questa specifica critica sindacale alla circolare del Dap traspare una cultura che, nel concreto, potrebbe ostacolare ogni forma di transizione da un sistema di controllo continuo ad uno di sorveglianza dinamica. E questo non va bene per nulla!
In Italia la categoria della polizia penitenziaria svolge un’attività difficile, dura e stressante ma ha la buona fortuna di avere un posto di lavoro garantito ed uno stipendio superiore alla media dei redditi complessivi da lavoro dipendente perché da una parte lo Stato la finanzia col denaro pubblico, cioè con le tasse pagate dai cittadini (compresi i parenti dei detenuti e i detenuti lavoranti), e dall’altra un’irriducibile popolazione prigioniera - passata il 31 maggio 2012 alle 66487 unità - ne costituisce l’indispensabile “datore di lavoro”, come fece intendere il romanziere Andrea Camilleri in una prefazione del 2007 all’ironico Elogio del crimine di Karl Marx.
Se quindi la polizia penitenziaria - attraverso i suoi svariati sindacati - desidera proporre qualcosa di democratico e pacifico per eliminare il problema del sovraffollamento del sistema penitenziario e ridurre il numero dei suicidi in carcere dovrebbe recepire, con grande senso di responsabilità e spirito altruistico, i bisogni comuni delle moltitudini imprigionate.
Persone detenute e persone della Polizia Penitenziaria stanno sulla stessa barca. Se quest’ultima dovesse affondare le conseguenze si riverserebbero su tutti. O si capisce che la difesa della dignità delle persone detenute e dell’articolo 27 della Costituzione deve essere interna ad ogni piattaforma dei sindacati della Polizia Penitenziaria oppure si andrà verso la comune rovina di tutte le soggettività che vivono nel carcere o grazie al carcere.