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domenica 2 agosto 2020

BOLOGNA. LA BOMBA E IL MATERIALE ESPOSIVO

I materiali esplosivi della strage di Bologna
di Sandro Padula


La strage di Bologna del 2 agosto 1980, avvenuta alle 10:25 presso la Stazione Centrale, provocò la morte di 85 persone, ne ferì o mutilò oltre 200 e, secondo la sentenza di primo grado emessa l'11 luglio 1988, fu causata da una carica esplodente, collocata nella sala d'aspetto di seconda classe e probabilmente all'interno di una borsa-valigia.
Di preciso, non sappiamo se oltre alla bomba collocata nella sala d’aspetto di seconda classe ce ne fosse un’altra, esplosa per “contagio”, nelle vicinanze.
Possiamo, ad ogni modo, cercare di conoscere quali fossero i materiali esplosivi che provocarono quella colossale tragedia senza dover credere che si tratti di una scelta bizzarra. L’argomento è di per sé ostico ma affrontarlo ci permetterà di capire qualcosa in più a livello politico e storico.
Mentre si potrebbero fare tante discussioni – per lo più indiziarie come purtroppo succede in Italia - sugli esecutori, sui mandanti, sulle motivazioni o sulla eventuale involontarietà della strage in questione, non c’è davvero molto da discutere sulla composizione dei materiali esplosivi che la provocarono.
Per questo motivo, l’attenzione è qui concentrata sull’“arma del delitto”, l’unico punto rispetto al quale ci dovrebbero essere minori possibilità di errore.

L’odore del tritolo e la necessaria presenza anche del T4
Prima delle perizie ufficiali, il maresciallo artificiere dell’esercito Salvatore Scrofani (“Un esplosivo molto facile da fabbricare”, Stampa Sera, 4 agosto 1980) e l’esperto Francesco Ricci (“Una bimba di 8 anni è l’ultima vittima”, Secolo d’Italia, 5 Agosto 1980) affermarono che l’esplosione sarebbe stata causata da un ordigno a base di nitrato ammonico, un materiale facilmente reperibile, di costo relativamente basso e di solito usato nelle cave.
Scrofani e Ricci pensavano che, in tale ipotesi, fra i materiali esplosivi ci fosse soprattutto il tritolo (TNT) e, considerando la circostanza per cui solo 100 chili circa di tritolo avrebbero potuto provocare una strage così catastrofica, ipotizzarono che fosse basato sul nitrato ammonico. E secondo Scrofani avrebbe dovuto pesare almeno 40 chili.
In effetti, diversi testimoni parlarono del tritolo: “Dice un ferroviere, appena sceso dalle macerie: «Subito dopo lo scoppiò si sentiva il classico odore della polvere da sparo». Un volontario, Antonio Teora, accorso in stazione appena saputo dell'esplosione. dice che anche lui e altri hanno sentito «l'odore di tritolo»” (“Si fruga con le pale e con le mani nella nube di polvere, tra le grida”, di Gian Pietro Testa, L’Unità, 3 agosto 1980).
Altre persone esperte in materia, pur avendo saputo che l’odore del tritolo era stato sentito da svariati testimoni, ritenevano invece che fra i materiali esplosivi della strage di Bologna ci fosse anche una significativa presenza di T4 (RDX), un materiale assai più potente della nitroglicerina e della pentrite e più facilmente trasportabile.
Sul T4, che nell’Italia del 1980 non era di facile reperibilità, una valutazione pubblicata in un articolo del quotidiano La Stampa parlava della sua possibile provenienza dalla Francia, dove “lo si trova con dovizia al mercato clandestino perché è usato diffusamente per certi lavori in cava, oltre che dall'esercito” (“Forse si è usato il T4, l'esplosivo impiegato contro De Gaulle” di Gianni Bisio, La Stampa, martedì 5 agosto 1980).
Nel medesimo articolo, da quanto riporta il giornalista Gianni Bisio, due periti del tribunale di Torino, il prof. Aurelio Ghio e il dott. Ennio Mariotti, affermarono che “i reperti, accuratamente analizzati (anche chimicamente) potranno dire molto. Si potranno trovare tracce di clorati, perclorati o nitroderivati e stabilire subito la «famiglia» cui appartiene l'esplosivo usato. Il prof. Ghio fa osservare che anche sui finestrini dei vagoni dell'«Adria Express», investiti dallo scoppio, potrebbero esserci delle «microtracce» indicative.”
Infine, sempre nel medesimo pezzo, l’autore chiese al professor Ghio se una valigia carica di esplosivo potesse scoppiare anche per cause accidentali e l’esperto rispose che tale eventualità sarebbe “tecnicamente possibile e le spiegazioni sono diverse: carenza di precauzioni, difetto nel «timer» nel detonatore chimico”.
A quel punto, anche nella pur debole ipotesi che l’esplosione si fosse verificata per motivi accidentali, qualcuno avanzò l’ipotesi che i materiali esplosivi provenissero da un furto in “qualche santabarbara della Nato o di un reparto specializzato militare italiano” (“Il micidiale «T4» già usato dai fascisti a Peteano”, L’Unità, giovedì 7 agosto 1980).
Prima delle perizie ufficiali, diverse persone quindi parlarono di T4 (RDX) e tritolo (TNT) come i materiali esplosivi più importanti che avevano provocato la strage alla stazione di Bologna.
Intanto, già dal 4 agosto, stante un apposito incarico ricevuto dal capo della Procura di Bologna Ugo Sisti, Bruno Spampinato della direzione di artiglieria di Firenze e del Sismi, e il vicequestore aggiunto dott. Errico Marino, dirigente del centro regionale di polizia scientifica di Bologna, iniziarono a svolgere i rilevamenti sull'esplosione. Ad essi, che già avevano indagato sulla strage (con 12 morti) avvenuta nella notte tra il 3 e il 4 agosto 1974 sul treno Italicus, mentre quest’ultimo transitava presso San Benedetto Val di Sambro (Bo), in un secondo momento si aggiunsero altri due periti.

La perizia depositata il 23 dicembre 1980
Il 23 dicembre 1980 fu depositata una relazione di perizia chimico-esplosivistica il cui contenuto venne poi ripreso dalla sentenza di primo grado emessa in data 11 luglio 1988.
“L'innesco della carica, composta da Kg. 20-25 di esplosivo gelatinato di tipo commerciale (costituenti principali: nitroglicerina, nitroglicol, nitrato ammonico, solfato di bario, Tritolo e T4 e, verosimilmente, nitrato sodico), era molto probabilmente costituito da un temporizzatore artigianale-terroristico di natura chimica. I citati componenti e le modalità di esecuzione consentono di escludere la mancanza di dolo, ovvero la accidentalità del fatto.” (sentenza di primo grado emessa l'11 Luglio 1988; cfr. verbale di deposito in PA, V1, C1, p21. formulati il 2 agosto ed il 16 settembre precedenti).
Tale perizia ebbe però dei limiti abbastanza chiari.
La carica esplosiva della strage alla stazione ferroviaria di Bologna, oltre a sbriciolare la sala d’aspetto di seconda classe e a sfondare quella di prima classe, aveva sventrato un ristorante e due vagoni del treno Adria Express 13534 Ancona-Basilea, fermo sul primo binario.
“È passato un quarto d'ora appena dall'esplosione. La palazzina, a fianco del corpo centrale della stazione, dove c'erano le sale d'aspetto di prima e seconda classe e l'entrata ai sottopassaggi, è ora un buco, attraverso il quale si vedono i treni fermi sui binari. Si vede la tettoia di ferro del primo binario completamente squarciata e sotto quella tettoia le carrozze 611 e 612 di prima classe dell’Adria Express, il convoglio straordinario n. 13534 che era in partenza e che la deflagrazione ha investito in pieno.” (“All’improvviso un boato terrificante e ho visto la stazione saltare in aria”, Gian Pietro Testa, L’Unità, 3 agosto 1980).
Stante quello scenario, così come aveva sollecitato il perito del Tribunale di Torino Aurelio Ghio, (“Forse si è usato il T4, l'esplosivo impiegato contro De Gaulle” di Gianni Bisio, La Stampa, martedì 5 agosto 1980) le autorità competenti avrebbero dovuto fare in modo che si cercassero subito tutte le eventuali “microtracce” dei materiali esplosivi anche nella tettoia squarciata del primo binario e nelle carrozze 611 e 622 dell’Adria Express. Si mossero invece in modo molto diverso. Almeno a livello ufficiale, prelevarono solo dei residui di materiale inesploso ritrovato nel terriccio del cratere e su alcuni reperti raccolti nelle vicinanze del luogo dell'attentato. Elusero i criteri stabilititi dall’esplosivistica giudiziaria rispetto ai casi di esplosioni “concentrate”, i quali prevedono di setacciare in tempi relativamente rapidi l’area anche nel raggio di diverse decine di metri dagli epicentri acclarati. Per questo motivo, non prelevarono in tempi ragionevoli tutte le possibili “microtracce” di materiali esplosivi presenti sulle carrozze e sui carrelli del treno Adria Express 13534 Ancona-Basilea.
Secondo la sentenza emessa in data 11 Luglio 1988, le “microtracce” di esplosivo presenti sulle carrozze e sui carrelli del treno Adria Express furono prelevate solo il 19 settembre 1980 e, a rigor di logica, erano di quantità senza dubbio inferiore rispetto a quelle che si sarebbero potute trovare nei giorni successivi alla strage.
Mentre rispetto alla strage di Brescia del 1974 i periti fecero dei rilevamenti solo dopo che qualcuno aveva ben lavato la piazza in cui, ad una manifestazione antifascista, morirono 8 persone e ne rimasero ferite altre 102, per la strage di Bologna i periti cercarono delle “microtracce” sulle carrozze e sui carrelli del treno Adria Express 13534 Ancona-Basilea 48 giorni dopo la strage stessa!
Dal 2 agosto al 19 settembre 1980, in quasi sette settimane, la situazione meteorologica bolognese cambiò diverse volte ma, senza dubbio, come possiamo verificare grazie ad una semplice ricerca su Internet, le giornate peggiori furono il 16 agosto con 12 mm di pioggia, il 28 agosto con 4 mm di pioggia, il 6 settembre con 7 mm di pioggia e il 10 settembre con 16 mm di pioggia.
In quel contesto la pioggia eliminò diverse “microtracce” ma non certo il comportamento del tutto sbagliato di chi avrebbe dovuto fare in modo congruo i rilevamenti sui materiali esplosivi che avevano causato la strage alla stazione di Bologna.

https://www.ilmeteo.it/portale/archivio-meteo/Bologna/1980/Agosto

https://www.ilmeteo.it/portale/archivio-meteo/Bologna/1980/Settembre

I primi periti dissero di aver individuato i più probabili costituenti della carica esplosiva (“nitroglicerina, nitroglicol, nitrato ammonico, solfato di bario, Tritolo e T4 e, verosimilmente, nitrato sodico”) ma, stante l’eccessivo ritardo nei prelievi delle microtracce e visto che tale circostanza non poteva che condizionare i risultati della perizia stessa,  ritennero che la strage di Bologna sarebbe stata provocata dall’esplosione di una bomba costituita da “gelatinato di tipo commerciale”, un esplosivo da cava, rubato o acquistato sul mercato clandestino, che contiene solo una piccola percentuale di tritolo e di T4.

L’operazione “terrore sui treni”
La perizia depositata il 23 dicembre 1980 doveva essere segreta e conosciuta solo dai magistrati di competenza ma il colonnello Ignazio Spampinato diede al suo superiore Federico Mannucci Benincasa, capogruppo del Sismi di Firenze, e - tramite questi - a Giuseppe Santovito, direttore del Sismi, notizie e proprie valutazioni sui materiali  esplosivi della strage di Bologna.
 (https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1993/03/12/per-la-strage-di-bologna-indagato-ex.html ).
 
Poco dopo, il 9 gennaio 1981, ci fu un incontro a Parigi fra il direttore del Sismi Giuseppe Santovito, l’agente segreto e faccendiere italiano Francesco Pazienza, Michael Ledeen (uomo della Cia, cittadino statunitense e israeliano, sostenitore del repubblicano Reagan nonché grande amico del democristiano Francesco Cossiga) e i servizi segreti militari francesi.

Da quel giorno, il signor Pietro Musumeci del Sismi si sentì legittimato a organizzare l’operazione “terrore sui treni”. Quest’ultima, messa in scena il 13 gennaio 1981 alla stazione ferroviaria centrale di Bologna, precisamente sul convoglio Taranto-Milano, consisteva nel far trovare proprio lì un mitra MAB, un fucile automatico da caccia, due biglietti aerei Milano-Monaco e Milano-Parigi, oggetti personali di due estremisti di destra, un francese e un tedesco, chiamati Raphael Legrand e Martin Dimitris (vedasi: Carlo Lucarelli, Nuovi misteri d'Italia. I casi di Blu Notte, Torino, Einaudi, 2004), connessioni a decine e decine di persone, per la maggior parte straniere e neofasciste ma perfino diverse di estrema sinistra come quelle collegate all’Eta, e degli esplosivi.
Fra questi ultimi c’erano due barattoli contenenti gelatinato del tipo stabilizzato con solfato di bario, cioè “un esplosivo per impieghi civili”, e sei barattoli contenenti del Compound B, “un esplosivo di impiego militare” costituito molto probabilmente da “materiale di recupero dalla scaricamento di munizioni” (perizia chimico-esplosivistica comparativa).
Con l’operazione “terrore sui treni”, il Sismi decise di mettere in pratica una strategia del caos che di fatto, in particolare dopo le contraddizioni emerse fra i paesi dell’Alleanza Atlantica a causa della strage di Ustica del 27 giugno 1980, quando un’azione bellica (probabilmente di un paese difensore dei “valori” dell’Occidente) abbatté a Ustica l’aereo civile DC 9 dell’Itavia partito da Bologna e diretto a Palermo, ebbe il significato di suggellare una rinnovata unità fra il Sismi italiano, lo Sdece francese e, tramite Michael Ledeen, i servizi segreti statunitensi e logicamente anche quelli israeliani.

Tutti questi servizi segreti avallarono una falsa pista internazionale (per lo più contro i neofascisti) per diversi motivi: alimentare il caos sulle indagini relative alla strage di Bologna; attutire le precedenti contraddizioni fra di loro; far dimenticare quasi del tutto la strage di Ustica; non far sapere nulla del fallito golpe in Libia del 6 agosto 1980 per eliminare il regime di Gheddafi, considerato nemico assoluto soprattutto da paesi come la Francia, la Gran Bretagna e Israele e da reazionari italiani residenti in territorio libico come Aldo Del Re, personaggio in contatto con Roberto Rinani, a sua volta fedele collaboratore di quel Massimiliano Fachini di cui riparleremo in seguito; e, last but not least, chiudere gli occhi di fronte alle azioni del 1980 del terrorismo di Stato francese nel territorio italiano: attentati del 14 agosto dei servizi segreti francesi ai ripetitori radio posti sul monte Capanna sull’isola d’Elba e che risultavano appartenere ad alcune società dell'Eni, al servizio antincendi della Regione Toscana, alla Banca d’Italia, ai Vigili del fuoco, alla Guardia di finanza e ad alcune radio locali della provincia di Livorno e di una emittente; attentato del 28 ottobre a suon di esplosivi collocati da “uomini rana” dei servizi segreti francesi contro la nave militare libica «Dat Assawari» che si trovava a Genova per lavori di ristrutturazione.

In questo quadro, sulla base delle informazioni date dal perito Ignazio Spampinato a Federico Mannucci Benincasa, il Sismi usò degli esplosivi compatibili rispetto a quelli che avevano provocato la strage del 2 agosto 1980 nella stazione bolognese. Agì di certo in modo donchisciottesco, tanto da essere scoperto facilmente dalla magistratura, ma quasi nessuno ha mai riflettuto a sufficienza sul significato “segreto" dell’operazione “terrore sui treni” a livello politico. Quasi nessuno ha mai davvero capito a sufficienza che ogni depistaggio sulle stragi è la prosecuzione dello stragismo con altri mezzi!

La perizia chimico-esplosivistica comparativa del 7 dicembre 1981
Una successiva perizia chimico-esplosivistica, quella depositata il 7 dicembre 1981, fece un’analisi comparativa fra i materiali esplosivi considerati responsabili della strage di Bologna e quelli rinvenuti nella stessa città il 13 gennaio 1981 sul convoglio ferroviario Taranto-Milano.
La sentenza emessa l’11 luglio 1988 ne recepì le considerazioni secondo cui l’esplosivo gelatinato, stabilizzato con solfato di bario, possedeva molti punti di contatto, per caratteristiche di composizione qualitativa, con quello da ritenersi utilizzato a Bologna il 2 agosto 1980, mentre una piccola quantità di Compound B (miscela di tritolo e T4) potrebbe “essere entrata nella composizione della carica esplosiva impiegata per la strage del 2 agosto 1980” (sentenza di primo grado emessa l’11 luglio 1988).

La perizia depositata il 22 aprile 1990
Un paio di anni dopo la sentenza di primo grado, nel corso del primo processo di Appello, ci fu un’altra perizia che modificò la valutazione su quali fossero le caratteristiche della carica esplosiva usata per la strage del 2 agosto 1980.
La perizia fatta eseguire dal tribunale di Bologna e depositata il 22 aprile 1990 affermava che la strage sarebbe stata causata dalla deflagrazione di una bomba composta da 18 chili di gelatinato per usi civili e da 5 chili di Compound B (vedasi pagina 27; Stragi e mandanti. La strage di Bologna: alla ricerca dei mandanti, a cura di Paolo Bolognesi e Roberto Scardova, 2012, editore Aliberti).

Nella sentenza del primo processo di Appello del 18 luglio 1990 i neofascisti dei Nar Valerio Fioravanti e Francesca Mambro furono assolti dal reato di strage ma anche lì si affermava che “una piccola quantità di Compound B”, cioè della miscela di tritolo e T4, potrebbe “essere entrata nella composizione della carica esplosiva impiegata per la strage del 2 agosto 1980”.
Si ricordò inoltre che fra i materiali esplosivi c’era senza dubbio il T4 ma circa il suo uso nella miscela esplosiva “i periti avevano proposto due ipotesi: 1) che con esso fosse stato confezionato un detonatore secondario; 2) che il T4 fosse entrato nella miscela esplosiva, frammisto al tritolo, componente principale. In tale ultima ipotesi, il tritolo sarebbe provenuto da recupero, cioè da sconfezionamento di cariche esplosive.” (sentenza II^ Corte di Assise di Appello di Bologna, 18 luglio 1990).
Inoltre, secondo la perizia del 22 aprile 1990, il T4 era costoso e di solito non entrava a far parte di esplosivi per impieghi civili.

Capitolo su T4 e Compound B della sentenza del secondo processo di Appello del 1994
Nella sentenza del secondo processo di appello del 1994 un intero capitolo si riferiva espressamente al T4 e al Compound B.
“(…) la Corte osserva che la presenza del T4 nell'ordigno scoppiato alla stazione di Bologna non è minimamente in discussione.”
Ipotizzava però, contestando i periti, che la miscela esplodente non fosse costituita da gelatinato commerciale arricchito da T4 ma, attraverso un confezionamento artigianale, “da un esplosivo contenente gelatinato e Compound B miscelati in proporzioni 2:1.” (Sentenza del secondo Processo d’Appello, 16 maggio 1994).
Sulla base di questo ragionamento, la sentenza del processo d’appello puntò il dito contro Massimiliano Fachini ma i giudici non trovarono allora prove sufficienti per condannarlo:
“Il suddetto valore, conseguentemente, sarebbe tale da fornire un elemento di compatibilità con la provenienza dal Fachini dell'esplosivo della stazione. Il dato processuale ricavabile - è bene precisarlo, a scanso di equivoci - è, allo stato, soltanto teorico, posto che agli atti manca la necessaria verifica peritale.”
(Sentenza del secondo Processo d’Appello, 16 maggio 1994).

Nel 1994 non fu stabilito con certezza se la carica esplosiva fosse stata prodotta da un’industria per scopi militari, da un’industria per scopi civili - ad esempio per la produzione di esplosivi da cava -  oppure in modo artigianale, ipotesi quest’ultima poi considerata come quella più probabile.
Si capì che non poteva essere ritenuta esaustiva la perizia depositata il 23 dicembre 1980 secondo cui la carica esplosiva sarebbe risultata costituita da “gelatinato di tipo commerciale”.
Si giunse alla conclusione che la carica esplosiva era composta sia da gelatinato che da tritolo e T4, ma sulle proporzioni fra il primo e i secondi vi furono diverse interpretazioni da parte della difesa, dell’accusa e dei giudici.
Al tempo stesso ci furono diverse interpretazioni sulla presenza del Compound B nei materiali esplosivi della strage.

Compound B nella sentenza della Cassazione del 23 novembre 1995
Nella sentenza della Cassazione del 23 novembre 1995 si affermò esplicitamente che disporre di residuati bellici contenenti Compound B significava poter da essi estrarre notevoli quantità di quel particolare tipo di esplosivo che era stato impiegato alla Stazione di Bologna.
“… Massimiliano Fachini era stato coinvolto in altri procedimenti penali, perché accusato di avere partecipato ad alcuni attentati dinamitardi verificatisi nel 1978-1979 e 1980, nonché di disporre, sul lago di Garda, di un deposito di residuati bellici: quest'ultima accusa veniva ricollegata al fatto che nel corso dell'ultimo conflitto mondiale, le forze anglo-americane avevano fatto largo uso del "compound B", una miscela di tritolo e T4, sicché disporre di residuati bellici significava poter da essi estrarre, in gran quantità, quel particolare tipo di esplosivo, che, per il suo alto potere distruttivo e frantumante, era stato impiegato alla stazione di Bologna ma che era difficile reperire sul mercato.” (sentenza della Cassazione del 23-11-1995 relativa al processo sulla strage di Bologna)
Massimiliano Fachini, inizialmente considerato il possibile armiere degli stragisti di Bologna, alla fine fu assolto perché da una parte era stato nel frattempo scagionato dalle accuse di aver partecipato ad alcuni attentati dinamitardi verificatisi negli anni 1978-1979-1980 e dall’altra parte perché non solo lui ma svariate altre persone reazionarie ed atlantizzate del Triveneto disponevano, sul lago di Garda, di un deposito di residuati bellici.
Le sentenze definitive – quella del 1995 contro Valerio Fioravanti e Francesca Mambro e quella del 2003 contro Luigi Ciavardini, un militante dei Nar che nel 1980 era addirittura minorenne – giunsero ad ipotizzare che l’ordigno della strage di Bologna potrebbe essere stato preso a Roma e portato a Venezia dalla coppia Fioravanti-Mambro prima di farlo giungere a Bologna.
Lasciavano inoltre intendere che i Nar avrebbero avuto un’autonoma capacità di reperimento di materiali esplosivi ma non riuscirono a dimostrare che fra questi ultimi vi fosse il Compound B.
Proprio su questo punto fecero leva svariati sostenitori dell’innocenza dei Nar rispetto alla strage di Bologna. Ecco, ad esempio, cosa scriveva Luca Telese:
“(…) cosa avevano a che vedere i colpi di pistola e le bombe srcm (di quelle trafugate da Fioravanti durante il suo servizio militare) dell'Esquilino con l'esplosivo devastante (una miscela di 5 chili di tritolo e T4 detta «Compound b», potenziata da 18 chili di nitroglicerina a uso civile) utilizzato dai terroristi alla stazione di Bologna? Nulla. Dal punto di vista militare era come paragonare una fionda a una bomba atomica” (pagina 50 di “Giusva”, di Andrea Colombo, Francesco Patierno, Nicola Rao, Luca Telese; casa editrice Sperling & Kupfer, 2011; il passo citato è tratto da “Negli occhi dei Nar” di Luca Telese).
Mentre però Luca Telese parlava di presenza del Compound B nell’esplosivo della strage di Bologna, qualche altro giornalista pensava che i Nar sarebbero stati innocenti anche nel caso in cui l’ordigno in questione fosse stato del “gelatinato di tipo commerciale”.

L’ipotesi del gelatinato di tipo commerciale
In realtà l’ipotesi del “gelatinato di tipo commerciale” (che paradossalmente ed erroneamente viene citata nella sentenza definitiva di condanna contro Luigi Ciavardini) sembrava in perfetta sintonia rispetto alle indagini che fecero gli inquirenti nell’ottobre 1980, al tempo delle accuse contro Francesco Furlotti, il neofascista romano detto «Chicco» e considerato da alcuni “pentiti” come un esperto di esplosivi.
“Viene fatta dagli inquirenti l'ipotesi che l'esplosivo sia stato rubato in una cava di Tivoli. Un'indicazione in questo senso sarebbe emersa dopo gli interrogatori di Marco Mario Massimi, camerata quarantenne detenuto a Regina Coeli” (“Strage di Bologna ruolo di un aristocratico nero. Interrogato in carcere Francesco Furlotti. Su di lui pesa l'accusa di aver confezionato la bomba micidiale. Comunicazioni giudiziarie per Freda, Tuti e Bonazzi”, Vincenzo Tessandori, La Stampa , 29.10.1980).
Le specifiche accuse contro Francesco Furlotti erano però prive di fondamento e lui fu poi scagionato.
L’ipotesi del gelatinato di tipo commerciale avrebbe però potuto essere facilmente usata per accusare i fratelli Cristiano e Valerio Fioravanti, entrambi neofascisti dei Nar.
A Roma “(...) tra fine ottobre e novembre 1978 sono compiuti tre attentati contro sezioni del Psi. Cristiano (Fioravanti; n.d.r.) racconterà: «Ricordo, in particolare, un attentato ad una sezione socialista, quella di Testaccio che fallì per difetto di esplosivo, ma che avrebbe potuto avere gravi conseguenze; (…) la bomba non esplose perché la polvere era umida. Se fosse esplosa avrebbe potuto uccidere o ferire molte persone». Quanto al «procacciamento di esplosivo posso solo dire che gli attentati fatti dal nostro gruppo (tre al Psi, uno al Pci-zona Alberone) furono fatti con esplosivo procurato nei seguenti modi: con balistite granulare ricavata da proiettili di contraerea pescati in più riprese nell’estate e inverno 1979 a Ponza su un relitto di nave americana. Mio fratello provvedeva a predisporlo ed a preparare l’ordigno che esplodeva con semplice miccia. A pescarlo provvedevamo io, mio fratello (Valerio Fioravanti; n.d.r.), Alibrandi e Tiraboschi. Per altri attentati (Acea, Centrale del latte) usammo il tritolo acquistato da Alibrandi. Per gli attentati a due sezioni di Autonomia Operaia utilizzammo esplosivo procurato presso una cava di Civitavecchia»” (nota 62, pagine 81-82, “Guerrieri 1975/1982. Storie di una generazione in nero”, Ugo Maria Tassinari, Immaginapoli 2005).
Negli attentati alle due sezioni di Autonomia Operaia i Nar utilizzazono dell’esplosivo “procurato” presso una cava di Civitavecchia, cioè del gelatinato di tipo commerciale.
In seguito, e stiamo già verso la fine del mese di luglio del 1980, a Milano ci fu un altro attentato con l’utilizzo di esplosivi.
“La notte del 30 luglio, poco prima delle 2, esplode un’auto imbottita con 14 chili di esplosivo davanti a Palazzo Marino. Si è conclusa da qualche minuto una lunga seduta del consiglio comunale milanese. Alcuni frammenti raggiungono i tetti circostanti. Le indagini saranno indirizzate da alcuni “pentiti” contro una delle batterie che fanno capo a Giuliani. L’ordigno disintegra una 132, rubata ad Anzio sette giorni prima. Nei pressi è ritrovato un tubo di piombo e una tanica con 8 chili di esplosivo da cava (…). Sarebbero stati Silvio Pompei e Benito Allatta - con materiali forniti dal loro leader su mandato di Cavallini - a rifornire gli autori materiali, presunti avanguardisti milanesi” (pagina 179, “Guerrieri 1975/1982. Storie di una generazione in nero”, Ugo Maria Tassinari, Immaginapoli 2005).
In questo caso, l’esplosivo non deflagrato era costituito da 8 chili di gelatinato di tipo commerciale, probabilmente anch’esso rubato in una cava.

Tritolo (TNT) e T4 (RDX) in altri attentati
Dato però, come abbiamo accennato fin dall’inizio, che fra i materiali esplosivi della strage di Bologna avrebbero dovuto esserci delle significative quantità di Tnt e T4, è opportuno rammentare alcune altre vicende.

Nella strage avvenuta il 31 maggio 1972 a Peteano (Gorizia), che provocò la morte di tre carabinieri e il ferimento di altri due e di cui nel 1984 iniziò ad essere reo confesso il neofascista Vincenzo Vinciguerra, senza dubbio venne usato il T4 e non certo il Semtex H, lo stesso tipo di esplosivo sequestrato nei primissimi anni ’80 in diversi depositi di armi delle Brigate rosse, come vanamente cercò di far credere nel 1982, con un vero e proprio tentativo di depistaggio, l’esperto balistico Marco Morin.
Nel settembre 1984 fu ordinata una nuova perizia, curata dai periti Brandimarte, Marino e Monitoro, che giunse alla conclusione secondo cui «l’esplosivo impiegato per l’attentato di Peteano era costituito da comune esplosivo da mina, potenziato, probabilmente nella zona di innescamento, con una aliquota di esplosivo al T4» (Salvi, La strategia delle stragi: dalla sentenza della Corte d’Assise per la strage di Peteano, Editori Riuniti, Roma 1989, p. 253.)

A ciò bisogna aggiungere che “TNT e T4 furono ritrovati come residuo fra i reperti di numerosi attentati “minori” compiuti in quel periodo, come ad esempio quello in danno al periodico Il Borghese del 30 gennaio 1975, e altri attentati alle linee ferroviarie” (27 aprile 2012 liberoreporter – su Bologna e esplosivo; http://news.liberoreporter.eu/?p=25328).
Ricordando l’attentato al periodico Il Borghese del 30 gennaio 1975, come se fosse stato opera dell’estrema sinistra, i giornalisti di “libero reporter” caddero in un clamoroso errore.
“Nel gennaio 1975 sono compiuti a Roma attentati dinamitardi allo studio dell’avvocato di Soccorso rosso, Edoardo Di Giovanni (e autore con Marco Ligini del bestseller La strage di Stato), all’abitazione del giornalista Willy de Luca e presso la redazione del Borghese. Nell’inverno-primavera 1975 il Fulas colpisce anche la concessionaria Fiat di Catania, il catasto di Reggio Calabria, la redazione dell’Ora di Palermo. Alcuni attentati sono eseguiti in simultanea.” (nota 27, pagina 39, “Guerrieri 1975/1982. Storie di una generazione in nero”, Ugo Maria Tassinari, Immaginapoli 2005).
Il Fulas (Fronte unitario di lotta al sistema), che fra l’altro fece l’attentato al periodico Il Borghese, era un’organizzazione clandestina neofascista e non certo un’organizzazione clandestina comunista o anarchica.
Ovviamente il fatto che nel decennio precedente al 1980 alcuni gruppi neofascisti abbiano compiuto degli attentati dinamitardi usando il T4 o il tritolo insieme al T4 non significa affatto che quegli specifici gruppi siano stati responsabili di qualche strage.
In altre parole, nell’Italia degli anni ‘70 molti neofascisti, come Pierluigi Concutelli, non erano stragisti; d’altra parte, esistevano alcuni neofascisti atlantizzati che divennero agenti dei servizi segreti, infiltrati nella destra e come minimo collusi con gli stragisti.

L’assoluzione di Massimiliano Fachini
Massimiliano Fachini, uno di quei neofascisti atlantizzati, era imputato per la strage di Bologna ma fu assolto il 16 maggio 1994 dalla Corte d’assise d’appello e dalla Corte di Cassazione il 23 novembre 1995 perché ancora non si sapeva che lui fosse una delle poche persone in grado di disporre anche dei residuati bellici situati nei laghetti di Mantova (sentenza-ordinanza del giudice istruttore Guido Salvini del 1998) e neppure che fosse ben conosciuto dal “pentito” Carlo Digilio, anche se quest’ultimo – nelle confessioni rilasciate nella seconda metà degli anni Novanta, quando dichiarò di aver agito per conto del Comando delle forze terrestri alleate per il Sud Europa (FTASE) della NATO di Verona e si proclamò responsabile anche del preventivo controllo dell’ordigno esplosivo che a Milano provocò la strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 - fece finta di non conoscerlo.

La sentenza della Corte d’Appello di Bologna del 13.12.2004 contro Luigi Ciavardini
Nella sentenza d’appello di condanna per Ciavardini, il quale essendo stato minorenne al tempo della strage di Bologna ebbe un processo a parte, si dice che il gruppo di Valerio Fioravanti aveva la disponibilità di “ingenti quantità di armi, munizioni ed esplosivo, anche del tipo di quello (T4 e nitrato sodico) che, secondo la perizia esperita nell’ambito delle indagini per la strage di Bologna (f. 3237), sarebbe stato usato in quella operazione criminale” (pagina 32 Sentenza Ciavardini, Corte d’Appello di Bologna, 13.12.2004).
Qui la sentenza lascia intendere che fra i materiali esplosivi della strage di Bologna c’erano, fra l’altro, il T4 e il nitrato sodico. Poi entra di più nel merito e, sulla base delle “ perizie espletate al fine di accertare le modalità dello scoppio ed il tipo di esplosivo e di congegno utilizzati”, dichiara con certezza che “il quantitativo di esplosivo del tipo gelatinato, tra cui si annoverano anche tritolo e T4” , si aggirava tra i 20 e i 25 Kg; era molto potente “per l’alta velocità di detonazione e per il grande volume di gas capace di generare”; era racchiuso in una valigia; non poteva esplodere con un congegno a distanza “per l’impossibilità del segnale di attraversare ostacoli di scarsa permeabilità, come pareti, convogli ferroviari ed altro, né un congegno di tipo meccanico, attesa l’assenza di residui di fili e sistemi di alimentazione idonei ad erogare una congrua quantità di energia” e poteva esplodere con “un congegno di tipo chimico che richiedeva un’attivazione in loco dello stesso”.
La sentenza inoltre precisa “che la bomba fu collocata sul tavolinetto porta-bagagli posto all’interno della sala d’aspetto di seconda classe, situato all’angolo posto a destra rispetto all’ingresso del locale, e non già abbandonata a contatto diretto con il pavimento”.
Afferma per altro “che il posizionamento sul tavolinetto posto all’angolo della costruzione si è rivelato di particolare importanza per l’intensità distruttiva della carica esplosiva, in quanto la collocazione a ridosso di muri abbastanza robusti ha convogliato gran parte dell’energia distruttiva in una direzione abbastanza concentrata ( v. perizia f. 3227)”.
Conclude dichiarando “che la scelta dei componenti dell’esplosivo e le modalità di esecuzione dell’attivazione della bomba portano ad escludere l’ipotesi di innesco fortuito della carica dovuta ad urti, riscaldamento, instabilità chimica della miscela, autocombustione, effetti di correnti vaganti o di campi magnetici (f. 3236).”
(pag. 147-148-149 Sentenza Ciavardini, Corte d’Appello di Bologna, 13.12.2004)

Perizia depositata il 27 giugno 2019 al processo a Gilberto Cavallini
Sedici anni dopo la sentenza contro Luigi Ciavardini, cioè nel 2020, anche l’ex militante dei Nar Gilberto Cavallini è stato condannato per la strage di Bologna. Qui non entriamo nel merito della sufficienza o meno delle prove d’accusa contro gli ex Nar, anche se indubbiamente i processi su base indiziaria sono sempre di per sé molto discutibili. Qui si sta cercando di capire meglio come andarono le cose e si vuole, per il momento, concentrare l’attenzione sulle perizie esplosivistiche.
Ebbene, la perizia depositata il 27 giugno 2019 aveva il non piccolo limite di dover andare oltre la circostanza per cui nel 2006, al termine di una fase processuale, fu deciso di eliminare ogni reperto raccolto al tempo della strage.
Per tale motivo e affinché la loro perizia fosse almeno degna di questo nome, i periti nominati nel 2018, Adolfo Gregori e Danilo Coppe, ritennero inizialmente di avere cinque possibilità per la ricerca di nuovi reperti da analizzare: “1. realizzare nuovi carotaggi nell’area del cratere (…); 2. cercare oggetti possibilmente presenti nella ex sala d’attesa di 2^ classe; 3. cercare fra i ricordi delle vittime consegnati ai loro familiari senza sottoporli ad analisi; 4. cercare fra le macerie stoccate, all’epoca, in un’area militare nel Bolognese; 5. cercare reperti autoptici conservati a diverso titolo.” (pag. 11).
Per ottemperare al punto 1, i periti avrebbero dovuto acquisire la documentazione tecnica dei lavori ma ciò non divenne possibile in quanto l’impresa che aveva preso in appalto “ i lavori di ripristino della sala d’attesa di 2^ classe, la Edilterra, fallì negli anni successivi. Il loro archivio tecnico, confluì in un’impresa cooperativa che a sua volta è fallita” (pag. 11).
Rispetto al punto 2, “l’unico oggetto presente nella sala d’attesa o in sua prossimità, prima dell’esplosione, era un vecchio cartellone pubblicitario dell’Ente del turismo locale. Questo cartellone fu raccolto da un ferroviere e conservato per decenni in un ufficio” fino al momento in cui quell’uomo dovette andare in pensione, allorché lo consegnò “all’Associazione dei familiari delle vittime che lo mise sotto vetro e ricollocò nella nuova sala d’attesa.” (pag. 12).
I periti fecero quindi delle ricerche sui campioni prelevati dal pannello fotografico che in origine, il 2 agosto 1980, si trovava nella sala d’attesa della stazione di Bologna e analizzarono i tamponi ottenuti dai lavaggi della superficie del pannello e riscontrarono che il Tritolo era presente in tre quadranti su venti (pag. 61).
Per ottemperare al punto 3, i periti ricevettero l’aiuto dell’Associazione delle vittime del 2 agosto 1980 e in particolare riuscirono a recuperare: “a) una chitarra appartenuta a Davide Caprioli; b) una borsa in tela appartenuta a Sala Vincenzina; c) un borsone sportivo in tela con attrezzi sub e ginnici appartenuti a Lugli Umberto; d) un portafoglio con tessera appartenuti a Bonora Argeo; e) una borsetta vuota appartenuta a Marangon Maria Angela.” (pag. 12)
I periti acquisirono dai parenti delle vittime un totale di 28 campioni (pagine 63 e 64) dalle cui analisi è stata evidenziata la presenza di tracce di Tritolo o TNT (12 campioni), RDX o T4 (11 campioni), HMX od ottogene (4 campioni), DNT (3 campioni) e PETN o pentrite (1 campione).

In relazione al punto 4 recuperarono 16 campioni (polvere in busta, porzione di cemento, due parti di ceramiche e il resto costituito da parti di laterizi) dal deposito presso la Caserma di “Prati di Caprara” dalle cui analisi (pagine 64 e 65) è stata messa in rilievo la presenza di tracce di Tritolo o TNT (14 campioni), di RDX o T4 (7 campioni), di DNT – H (8 campioni), di PETN o pentrite (7 campioni), di MC (3 campioni), di HMX od ottogene (2 campioni) e di EC (un campione).
Recuperarono una decina di reperti dall’archivio del RIS (Reparto Investigazioni Scientifiche) di Roma (Indagine tecnica 605/80 dalle cui analisi (pag. 67) è stata riscontrata la presenza di tracce di Tritolo o TNT (6 campioni), di DNT – H (6 campioni), di PETN o pentrite (4 campioni), di RDX o T4 (3 campioni), di HMX od ottogene (3 campioni).

Recuperarono due campioni presso l’Archivio di Stato all’interno del Volume nr. 94 dalle cui analisi (pag. 68) è stato possibile trovare tracce di HMX od ottogene (2 campioni), di Tritolo o TNT (un campione), di RDX o T4 (un campione), di EC (un campione), di MC (un campione).

Inoltre fecero una ricerca su quattro campioni dei capelli recuperati dai resti della vittima della strage di Bologna Maria Fresu (o a lei attribuiti) dalle cui analisi (pag. 69) è stata evidenziata la presenza di tracce di NG o Nitroglicerina (un campione), di Tritolo o TNT (un campione), di RDX o T4 (un campione) e di PETN o pentrite (un campione).

Infine confrontarono 10 campioni di cariche esplosive: 1) Tritolo carica da ½ libra (seconda guerra mondiale); 2) Tritolo da carica supplementare (seconda guerra mondiale); 3) Tritolo da mina CS42/3 (seconda guerra mondiale), composto da Tritolo e Pentrite; 4) Tritolo da mina tedesca da 311 gr. (seconda guerra mondiale), 5) Compound B carica cava 1944 (razzo antitank - seconda guerra mondiale), composto da Tritolo, RDX (T4) e HMX od ottogene; 6) Compound B 100 libre (bomba d’aereo seconda guerra mondiale), composto da Tritolo, RDX (T4) e HMX; 7) Tritolo Italia gr 200 (seconda guerra mondiale); 8) Tetritolo da blocco da demolizione M2 (seconda guerra mondiale), composto da Tritolo e Tetrile; 9) Balistite USA Cal. 20 – 1943, composto da Nitroglicerina (NG) e Etilcentralite (EC); 10) Compound B prodotto dopo la seconda guerra mondiale, da razzi anticarro, composto da Tritolo e RDX (T4) (vedasi tabella di pag. 71).
Grazie a tale confronto, “le analisi hanno confermato che nei Compound B (campioni 5 e 6) della WWII (seconda guerra mondiale, n.d.r.) è effettivamente presente una percentuale (non determinata) di HMX. Invece il Compound B post bellico (Campione 10) non contiene alcuna traccia di HMX. Le altre cariche esplosive hanno mostrato una composizione in linea con i dati attesi, ad eccezione della carica nr.3 nella quale è stata riscontrata la presenza, non attesa, di pentrite. Si tratterebbe di Pentolite, esplosivo a base di Pentrite e Tritolo, che ha comunque un aspetto non distinguibile dal Tritolo solidificato”. (pag. 71)

Conclusioni pubblicate nella perizia depositata il 27 giugno 2019

Sui reperti in esame, in sintesi, i periti Adolfo Gregori e Danilo Coppe riscontrarono la presenza delle seguenti tipologie di esplosivi: TNT o tritolo sulla maggior parte dei campioni positivi; RDX o T4 su gran parte dei campioni positivi; HMX  od ottogene sui campioni con alti valori di positività all’RDX; PETN o pentrite su molti campioni; NG o Nitroglicerina su 4 campioni. Inoltre registrarono la presenza di cariche di lancio sui campioni Etilcentralite (4 campioni) e Akardite (un campione).

Il TNT o tritolo e il RDX o T4 “appaiono essere presenti in quantità mediamente superiori alle altre componenti, e tali da poter ritenere, anche a distanza di circa 40 anni dall’evento, che potessero costituire la parte preponderante della carica esplosiva. (…)
Sembra plausibile ritenere che la nitroglicerina rinvenuta su alcuni campioni (…) possa provenire dalla presenza di residui incombusti delle cariche di lancio, la cui nitrocellulosa, sulla quale la nitroglicerina è adsorbita, può aver trattenuto e preservato la NG dall’evaporazione. (…)
Le tracce di esplosivo HMX sono quasi sempre presenti a livelli inferiori (almeno un ordine di grandezza) rispetto all’RDX (…).” (pag.72)

Coloro che fecero la prima perizia chimico-esplosivistica “in alcuni casi non hanno cercato gli stabilizzanti delle cariche di lancio, o laddove le hanno cercate, non sono stati in grado di rilevarle per la scarsa sensibilità delle metodiche analitiche impiegate all’epoca (TLC).
La mancanza di questo dato conoscitivo e l’errore di valutazione sulla presenza del solfato di bario ha indotto il primo collegio peritale a considerare come unica ipotesi plausibile quella dell’impiego di una gelatina civile fortificata con TNT e T4”. (pag. 73)

Questi risultati analitici, pubblicati nella perizia depositata il 27 giugno 2019, cioè quasi 40 anni dopo la strage di Bologna, sono abbastanza significativi.

Escludono che i materiali esplosivi della strage di Bologna fossero costituiti solo ed esclusivamente da “gelatinato commerciale”; dimostrano che le percentuali di HMX od ottogene variabili tra il 5% e il 10% erano presenti nell’RDX (T4) impiegato durante la seconda guerra mondiale; infine eliminano le ipotesi fantapolitiche – come quelle avanzate da Paolo Cucchiarelli in “Ustica&Bologna. Attacco all’Italia” (2020, La nave di Teseo editore, Milano) – secondo cui fra i materiali esplosivi ci sarebbero stati dei prodotti successivi alla seconda guerra mondiale come il C4 e il Semtex H (composto per il 41,2% da  RDX e per il 40,9% da pentrite ) a disposizione dei palestinesi dell’OLP, delle italiane Br e di molti gruppi della sinistra rivoluzionaria dell’Europa occidentale.
 
Questi dati hanno di conseguenza indotto i periti a ritenere che le tracce di HMX od ottogene rilevate provengano dall’RDX o T4 “recuperato da ordigni bellici, e presente nella carica esplosa alla stazione di Bologna” (pag. 72).
“Visti i risultati delle analisi che danno per certa la sostanziale presenza di Compound B, è evidente che si è trattato comunque di esplosivo detonante che necessita inevitabilmente di un detonatore. Di detonatori nel 1980 ne esistevano solo di due tipi commerciali in circolazione: a fuoco ed elettrici. Poi era possibile realizzare detonatori “home made” con entrambe le peculiarità di quelli commerciali” (pag. 137).
“(…) In questo caso, anche il più imprudente fra gli attentatori, era uso a inserire fra la sorgente di elettricità (in questo caso una batteria) ed il detonatore, una “sicura di trasporto”.
Fra le macerie di Prati di Caprara, è stato rinvenuto un interruttore” (pag. 140).
I periti, a quest’ultimo proposito, così commentarono: “Dispositivi simili risultano essere stati presenti nell’ordigno destinato a Tina Anselmi e anche a quello trasportato dalla Christa Margot Fröhlich quando arrestata a Fiumicino” (pag. 141).
In aula però, a luglio del 2019, il perito Danilo Coppe ha visionato una foto a colori che fa parte di alcuni verbali sul sequestro di esplosivo del 29 ottobre 1982 alla Frohlich (all’epoca militante della nuova sinistra della Germania Occidentale e poi assolta in Francia da ogni accusa relativa alla sua eventuale partecipazione all’organizzazione diretta dal venezuelano Carlos) infine ha dichiarato che “potrebbe trattarsi di una placca, piuttosto che di un interruttore". Di conseguenza, "del paragone con l'esplosivo utilizzato dalla Fröhlich mi prendo la responsabilità, ma se dovessi riscrivere la relazione non lo rifarei".
https://www.ansa.it/emiliaromagna/notizie/2019/07/10/perito-bomba-non-citerei-piu-frohlich_187fa8a6-cd33-4ede-b20c-cbe9815f8029.html
A parte questo errore, riconosciuto come tale dallo stesso perito Danilo Coppe di fronte ai giudici, e al di là della scarsa conoscenza della storia della Prima Repubblica italiana e delle sue numerose stragi testimoniata dal vano tentativo di cercare paragoni con attentati avvenuti in Francia nel 1983, la relazione tecnica esplosivistica da lui elaborata assieme a Adolfo Gregori risulta essere comunque la più attendibile fra quelle ufficiali e la più logica stante quell’odore di tritolo (TNT) e la necessaria presenza anche del T4 (RDX) di cui alcuni parlarono subito dopo la strage del 2 agosto 1980.

A questo punto, al di là dell’esistenza o meno di un timer – che secondo i periti potrebbe essere stato di tipo meccanico – e dei suoi eventuali difetti o danneggiamenti che avrebbero potuto “determinare un’esplosione prematura/accidentale dell’ordigno” (pag. 157) ci sono sufficienti prove oggettive per capire quali fossero i materiali esplosivi recuperati da ordigni bellici del secondo conflitto mondiale che, in un’unica bomba (come ritengono i periti) o addirittura in due (come ritiene Paolo Cucchiarelli in “Ustica&Bologna. Attacco all’Italia”), costituivano i materiali esplosivi della strage di Bologna del 2 agosto 1980.

“Dai risultati analitici e dalla disamina delle perizie precedenti il presente collegio peritale sostiene che l’ordigno esploso il 2 agosto 1980 alla Stazione di Bologna era costituito essenzialmente da Tritolite e/o Compound B (TNT + RDX o T4) di sicura provenienza da scaricamento di ordigni bellici (seconda guerra mondiale) e da una quantità apprezzabile di cariche di lancio (che giustifica la presenza di Nitroglicerina e degli stabilizzanti rinvenuti).
Pentrite e Tetrile rinvenuti in alcuni campioni possono essere riconducibili alla presenza dei booster relativi agli ordigni stessi. I booster che in varie deposizioni degli indagati dell’epoca (Calore, Aleandri) vengono menzionati come utili per la detonazione di esplosivi sordi, come l’ANFO, e definiti come “preinnesco” o “innesco secondario”.
Inoltre, non si può escludere completamente la presenza di una percentuale di gelatinato (civile o militare) a base di nitroglicerina”. (pag. 157)

Di conseguenza, la principale domanda a cui si dovrebbe rispondere è la seguente: dato che l’esame dei materiali esplosivi dimostra la totale infondatezza della pista palestinese o rossa rispetto alla strage di Bologna, chi erano nell’Italia del 1980 coloro che, oltre ad avere ampia disponibilità di gelatinato a base di nitroglicerina, erano esperti nello svuotare degli ordigni bellici residuati della seconda guerra mondiale?
Prendendo in considerazione soprattutto la sentenza-ordinanza del giudice istruttore Guido Salvini del Tribunale civile e penale di Milano del 3 febbraio 1998 sulla strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, con cui si fa chiarezza su tante e successive vicende della storia italiana, l’ipotesi più probabile è che fossero personaggi reazionari atlantizzati e statalizzati, da parecchio tempo in stretti e organici rapporti con i servizi segreti, come Massimiliano Fachini e Carlo Digilio.

Massimiliano Fachini, nato a Tirana il 6 agosto 1942 e morto a Grisignano di Zocco il 3 febbraio 2000, già nel novembre 1972 – secondo l’ex dirigente del gruppo neofascista Avanguardia Nazionale Stefano Delle Chiaie - collaborò con i carabinieri e il SID (sigla del servizio segreto militare di quel periodo) procurando i materiali esplosivi della provocazione di Camerino, laddove e allorché furono fatti rinvenire armi ed esplosivi assieme a materiale cifrato e a 604 moduli di documenti in bianco da attribuire ad esponenti  di gruppi di sinistra (prosciolti dalla corte di Assise di Macerata solo il 7 dicembre 1977),  moduli che il neofascista atlantizzato Guelfo Osmani – in contatto con l’onnipresente capo del controspionaggio di Firenze colonnello Federico Mannucci Benincasa - diede all’allora tenente dei carabinieri D’Ovidio e che facevano parte di uno stock di 4700 moduli rubati al Comune di Roma il 14 maggio 1972, uno dei quali – intestato a Enrico Vailati – fu rinvenuto a Sergio Picciafuoco, uomo che si trovava nella stazione di Bologna il 2 agosto 1980 durante l’esplosione della bomba tanto da esserne ferito e che in seguito, grazie anche all’aiuto ricevuto in carcere da Francesco Pazienza, fu assolto nel processo di cui era imputato per quella carneficina.

Carlo Digilio, nato a Roma il 7 maggio 1937, fra il 17 dicembre 1981 e il 28 gennaio 1982 diede la caccia alle Br che avevano rapito il generale statunitense James Lee Dozier, comandante delle forze terrestri alleate per il Sud Europa (FTASE) della Nato, perché da molti anni era un mercenario della Nato; in seguito fuggì all’estero grazie all’appoggio dei servizi segreti; tornato in Italia si “pentì” solo rispetto ai reati per cui c’era la prescrizione; non confermò l’ultimo alibi di cui parlarono alcuni dei Nar accusati e poi condannati in maniera definitiva per la strage di Bologna, forse anche perché un alibi garantito da uno stragista ha ben poco valore e lo avrebbe messo in ulteriori guai giudiziari; infine morì a Bergamo nel 2005. Curiosamente cessò di vivere il 12 dicembre, nell’anniversario della strage di piazza Fontana del 1969, proprio della strage avvenuta a Milano nella Banca dell’Agricoltura a causa della deflagrazione di una bomba da lui stesso controllata in modo preventivo.

giovedì 18 ottobre 2012

LE PATACCHE SU BOLOGNA. PERSICHETTI SCRIVE SUL MANIFESTO


L’inchiesta – L’ultimo depistaggio sulla bomba esplosa alla stazione di Bologna il 2 agosto 1980 tira in ballo una delle vittime dell’eccidio: Mauro Di Vittorio, ventiquattrenne romano originario del popolare quartiere di Torpignattara. Pur di renderlo funzionale al teorema della pista palestinese i suoi accusatori non hanno esitato a riscrivere cinicamente il suo passato. Il grossolano tentativo di modificare quanto era già emerso 32 anni fa, nei giorni immediatamente successivi all’esplosione, fallisce clamorosamente di fronte alle testimonianze dei familiari di Di Vittorio e alla mole di materiali documentali esistenti


Paolo Persichetti
il manifesto 18 ottobre 2012
Mauro Di Vittorio, Lotta continua 21 agosto 1980
da Lotta Continua, 21 agosto 1980
«Prendo un passaggio da un ragazzo tedesco che come salgo mi offre di accendere una pipetta di fumo mi tranquillizza un po’, ma alla seconda pipa nella quale c’erano minimo due grammi di nero mi sconvolgo in modo veramente pauroso. Con la terza la tensione è salita di molto e mi sento male, molto male. Ho un trip violentissimo e delle visioni allucinanti, e per fortuna sono molto stanco per cui mi metto a dormire. Quando il tipo mi sveglia sto meglio e ho fatto molta strada. La sera dopo un passaggio di un belga molto simpatico arrivo a Liegi. Sono contento perché la strada da fare è poca, per cui penso di arrivare il giorno dopo» 
Parto con la sensazione di dover fare qualcosa di buono. Tante idee per la testa, chissà cosa combino. Dopo una grattachecca e una controllatina alla macchina comincia il viaggio. Peppe vuol fare la strada più lunga, cioè l’Aurelia, per vedere se ci sono due ragazze del Belgio in Toscana, ma dopo quattro ore di viaggio arriviamo e non le troviamo. Peccato.
Decidiamo di proseguire anche se è notte e arriviamo a Milano. Qui la macchina comincia a fare i capricci e cambiata la candela andiamo un po’ avanti un po’ più nervosi. Il giorno dopo, alla frontiera con la Svizzera ci tengono fermi due ore, ma il morale è  intatto. Ogni tanto ci fermiamo per far riposare la  macchina. Peppe comunque è un ottimo guidatore e sono abbastanza sicuro. Andando avanti cominciano le difficoltà serie con la macchina perché la strada è in salita e c’è molto traffico. Comunque la Svizzera è bella, specialmente al passo del San Gottardo dove ancora c’è la neve e ci fermiamo a bere.
Dopo la Svizzera italiana c’è la Svizzera tedesca e in mezzo a un traffico tremendo e molte parolacce la sera siamo alla frontiera.
Già stavo pensando di arrivare il giorno dopo a Londra e tutto contento facevo i miei progetti, quando è successo l’imprevisto. I doganieri tedeschi dopo averci perquisito la macchina e visto i documenti arrestano Peppe perché due anni prima a Monaco non aveva  pagato la metropolitana.
Peppe è molto abbattuto perché non gli spiegano che cosa gli faranno, allora decidiamo che io vado in autostop ed eventualmente gli mando dei soldi da Londra. La macchina la lasciamo alla frontiera e Peppe viene portato via. Rimango in attesa per tre ore aspettando invano il suo ritorno insieme a due ragazze tedesche che mi offrono della cioccolata dopo due giorni che non mangio altro.
La mattina parto e prendo subito un passaggio in una Mercedes che però mi lascia fuori dell’autostrada. Sono abbastanza giù, anche perché qui parlano solo tedesco e per capire è un vero problema. Comunque sono abbastanza fortunato e cammino abbastanza velocemente, poi prendo un passaggio da un ragazzo tedesco che come salgo mi offre di accendere una pipetta di fumo mi tranquillizza un po’, ma alla seconda pipa nella quale c’erano minimo due grammi di nero mi sconvolgo in modo veramente pauroso. Con la terza la tensione è salita di molto e mi sento male, molto male. Ho un trip violentissimo e delle visioni allucinanti, e per fortuna sono molto stanco per cui mi metto a dormire. Quando il tipo mi sveglia sto meglio e ho fatto molta strada.
La sera dopo un passaggio di un belga molto simpatico arrivo a Liegi. Sono contento perché la strada da fare è poca, per cui penso di arrivare il giorno dopo.
Questa mattina mi sono svegliato bene e dopo un caffé mi sono messo in marcia. Un passaggio dopo l’altro e sono arrivato a Ostenda. Mi permetto pure una colazione e all’una prendo il traghetto. Londra, eccomi. Faccio un giro sul traghetto e tre ore passano subito. Dover con le sue bianche scogliere mi sta di fronte.
L’Europa in autostop
È il 30 luglio 1980, Mauro Di Vittorio sta attraversando l’Europa in autostop diretto a Londra, inconsapevole di avere pochi giorni di vita davanti a sé. Giunto a Dover gli inglesi lo rimandano indietro perché non ha con sé sufficienti garanzie di reddito. Costretto a rientrare in Italia, tre giorni più tardi salta in aria insieme ad altre 300persone (85 morirono) nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione di Bologna. Oltre venti chili di gelatinato e compound b, una micidiale miscela nascosta molto probabilmente in una valigia, mettono fine per sempre al suo ritorno.
Il racconto degli ultimi giorni di vita di Mauro è in un quaderno in cui sono annotate le tappe e gli incontri del viaggio, probabilmente scritto durante il rientro. Dopo 30 anni le pagine di questo diario sono diventate un affaire di Stato, un presunto mistero – secondo il parlamentare Enzo Raisi, già membro della commissione Mitrokhin – che sulla loro veridicità solleva dubbi insinuando che dietro vi sia una manipolazione per nascondere la responsabilità diretta, anche se involontaria, dello stesso Di Vittorio nella strage.

La fabbrica delle patacche ispirata dalla trama di un romanzo
Per il parlamentare di Fli, che sulla vicenda ha depositato un’interpellanza parlamentare urgente annunciando anche la prossima uscita di un libro, il giovane sarebbe stato un appartenente «all’area di Roma sud dell’Autonomia Operaia», incaricato di trasportare per conto di un gruppo palestinese, l’Fplp di George Habash in contatto con Carlos, la valigia poi esplosa per un incidente o forse addirittura per una trappola architettata all’insaputa del giovane. Episodio che, sempre secondo Raisi, andrebbe iscritto tra i retroscena del lodo Moro (l’accordo segreto tra Sismi e guerriglia palestinese per salvaguardare l’Italia da attentati in cambio del transito di armi), come un incidente di percorso o come una rappresaglia per la sua violazione l’anno precedente, quando davanti al porto di Ortona furono arrestati, perché trovati in possesso di un lanciamissili destinato alle forze palestinesi, tre esponenti dell’Autonomia romana e successivamente Abu Anzeh Saleh, responsabile dell’Fplp in Italia.
Raisi fonda i suoi sospetti sul fatto che nel fascicolo delle indagini, «non sembrerebbe risultare verbalizzato alcun rinvenimento di documento d’identità o agenda del Di Vittorio». Non è affatto vero ma al parlamentare non interessa al punto da sollevare ombre anche sulla scheda biografica presente nel sito web dell’Associazione familiari vittime del 2 agosto 1980, nella quale sono riportati alcuni brani virgolettati del diario.
A rafforzare i dubbi di Raisi ci sarebbero delle nuove testimonianze che riferiscono lo strano comportamento di una ragazza e di un uomo dalle sembianze mediorientali che avrebbero realizzato una ricognizione del cadavere di Di Vittorio all’obitorio di Bologna, fuggendo intimoriti prima che «il primario e il maresciallo presenti sul posto riuscissero a raggiungerli per identificarli».
Sarà soltanto una coincidenza ma il castello di sospetti avanzato da Raisi ricalca senza molta originalità la fantasiosa trama del romanzo Strage, di Loriano Machiavelli, uscito sotto pseudonimo e tra mille polemiche nel 1990 per Rizzoli e ripubblicato due anni fa da Einaudi, nel quale si narra la storia di una coppia di giovani che gravitano nell’area dell’Autonomia, si riforniscono di armi tra Parigi e la Cecoslovacchia fino a quando uno dei due salta in aria alla stazione di Bologna con una valigia di esplosivo attivata a sua insaputa da un sofisticato congegno trasportato da un’emissaria dei “poteri occulti”. Guarda caso anche qui la ragazza si reca all’obitorio con altri compagni.
Una forzatura di troppo
Il deputato post-missino, citando una testimonianza rilasciata 26 anni dopo i fatti dalla sorella maggiore di Di Vittorio, Anna, a Giovanni Fasanella e Antonella Grippo nel libro “I silenzi degli innocenti” (Bur, 2006), lascia intendere che la «strana telefonata» che informò i familiari del rinvenimento a Bologna della carta d’identità di Mauro, non proveniva dalla questura ma da probabili complici del giovane. Sempre Anna, alcuni anni fa concesse il perdono a Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, membri dei Nar condannati per la strage, con una lettera che facilitò l’accesso della Mambro alla liberazione condizionale. Lo scorso 2 agosto, come se nulla fosse, anche Fioravanti, ormai libero, ha ipotizzato in un articolo apparso sul Giornale un ruolo dell’«autonomo» Di Vittorio nella strage. Ma su questo argomento, Anna Di Vittorio e suo marito Gian Carlo Calidori, anche lui colpito negli affetti dalla strage, non hanno intenzione di scendere in polemica. Ritengono che ognuno debba rispondere alla propria coscienza: «Chi siamo noi due per giudicare gli altri?». In realtà, come ci ha spiegato Anna Di Vittorio, «non è mai esistita nessuna telefonata misteriosa». D’altronde quanto riportato nel libro non trova riscontro nelle dichiarazioni rilasciate dagli altri familiari il giorno del riconoscimento ufficiale della salma di Mauro. Luciana Sica di Paese sera, in una cronaca apparsa il 13 agosto 1980, racconta le ore passate nella casa di via Anassimandro, nel quartiere romano di Torpignattara. Descrive il clima attonito di una famiglia che per dieci lunghi giorni non ha voluto credere ai ripetuti segnali che annunciavano la tragica fine del loro congiunto, come la telefonata della questura felsinea del 3 agosto che – forse per un eccesso di cautela – riferiva soltanto del generico ritrovamento della sua carta d’identità in città. La cronista raccoglie le prime dichiarazioni del fratello più piccolo, Marcello, e quelle della zia che ancora non riescono a capacitarsi di quella rimozione. Riferisce dell’interessamento dei vicini che invece hanno sentito in televisione la descrizione dei corpi ancora non identificati ed hanno subito capito; finalmente Anna dopo una telefona all’obitorio decide di partire verso la capitale emiliana insieme a due amici. E’ lunedì 11 agosto, giunta all’istituto di medicina legale entra, sono le nove di sera e all’interno c’è poca luce, i suoi amici non resistono all’odore, tutt’intorno ci sono resti di cadaveri, Anna «vede il corpo del fratello, esce e dice di non averlo riconosciuto». Chiama Marcello a Roma per sapere se Mauro avesse dei pantaloni di velluto grigio. La risposta non offre scampo: «E’ lui».
Il mistero inesistente del diario
A chiarire invece il mistero del diario ci pensa Lotta continua che il 21 agosto 1980 ne pubblica il testo integrale insieme a una lettera firmata «I compagni di Mauro». Nel resoconto del viaggio Di Vittorio racconta di essere partito da Roma in automobile insieme a un amico di nome Peppe, probabilmente il 28 luglio. Due giorni dopo alla frontiera di Friburgo i doganieri tedeschi trattengono la macchina di Peppe perché due anni prima era stato trovato senza biglietto sulla metropolitana di Monaco e non ha ancora pagato la multa. Mauro gli lascia tutti i suoi soldi e prosegue solo, in autostop, con la speranza di arrivare rapidamente a Londra, nello squat di Brixton dove viveva, per trovare altro denaro da inviare a Peppe. I numerosi dettagli riportati offrono facili possibilità di riscontro sulla veridicità intrinseca del racconto e se ancora non bastasse c’è l’importo del biglietto del treno non pagato da Mauro durante il viaggio di ritorno che arrivò alla famiglia, quasi come una beffa, dopo la morte. Ancora più interessante è la lettera dei suoi compagni, dalla quale si capisce che Mauro non era un militante e non era mai stato vicino all’Autonomia. Gli autori del testo sono ex di Lotta continua del circolo di Torpignattara, ancora aperto nel 1980 – come accadde anche per altre sedi del gruppo – punto di riferimento per una parte di quella fragorosa comunità politico-esistenziale che non si era rassegnata allo scioglimento dell’organizzazione quattro anni prima. Mauro, che dopo la morte prematura del padre aveva lasciato la scuola per aiutare la famiglia, era molto conosciuto, amato e stimato. I suoi compagni lo descrivono come «Una persona, un compagno inestimabile che sapeva dare tutto a tutti. Capace di dare se stesso in qualsiasi momento. La persona che tutti avrebbero voluto vicino per qualsiasi cosa: per un viaggio, per parlare di se stessi, della vita, delle contraddizioni e dei problemi che ci si presentano quotidianamente».
Un indiano metropolitano a Londra
La domenica successiva, sempre su Lotta Continua, appare un’altra lettera che è quasi una seduta pubblica d’autocoscienza. In polemica con i toni ritenuti troppo politici della prima, i suoi autori che si firmano «Alcuni amici di Mauro» sostengono che «per Mauro la parola compagno era diventata vuota e priva di senso come lo è diventata per noi, perché questa maturazione l’avevamo vissuta insieme e insieme avevamo smesso di illuderci e insieme avevamo visto crollare miti, ideologie e propositi rivoluzionari. Quindi, oggi, il minimo che possiamo fare è rispettare il suo modo di vedere, le sue disillusioni. Evitare quindi cose che suonano speculative, evitare analisi che lui non avrebbe fatto, evitare termini in cui non si riconosceva più, evitare inni alla rivolta di cui tutti conosciamo la falsità e la vuotezza».
C’è l’intera parabola di quel che accadde in un pezzo del movimento del 77 in queste frasi che annunciano l’epoca del grande riflusso, dove le grandi narrazioni cedono spazio a traiettorie più intimistiche e personali, in ogni caso situate a una distanza siderale dall’immagine del giovane dalla doppia vita con la valigia piena di esplosivo suggerita da Enzo Raisi. Mauro Di Vittorio con i suoi lunghi capelli neri che sembrano anticipare la moda dei dread, la barba folta e l’aspetto freak, era un’altra persona. Chi lo descrive oggi come l’autore della strage di Bologna lo ha ucciso una seconda volta.
«Quest’accusa – replica Gian Carlo Calidori – ci sta facendo vivere un’esperienza sgradevole, ma nonostante ciò continuiamo a confidare, come sempre, nelle Istituzioni della Repubblica Italiana».
E Anna aggiunge: «Nell’agosto del 1980 sono andata a Bologna. Ho visto il cadavere di mio fratello Mauro: era intatto; non carbonizzato; con una sola ferita, mortale, nel costato. Poi, ho incontrato la Polizia Ferroviaria che, molto umanamente, mi ha consegnato gli effetti personali di mio fratello, tra cui il diario di Mauro».

sabato 8 settembre 2012

STRAGE DI BOLOGNA. PER I SERVIZI IL CASO E' CHIUSO

Il comunicato stampa che segue apre nuovi scenari sulla strage di Bologna del 1980 e tira dentro un militante dell'estrema sinistra milanese, Francesco Marra. Di lui si disse in passato che era un brigatista, poi un infiltrato di Dalla Chiesa. Un uomo dei servizi, un Rambo. Illazioni, mai corroborate da documentazione attendibile. Si tratta di un nuovo depistaggio, molto rumore per motivi forse elettorali.
O perché, lasciato da parte Mario Moretti, inattaccabile nonostante tutte le diffamazioni scritte sul suo conto, la storia delle Br deve essere cancellata da quella italiana, in qualche modo. Siamo così arrivati all'accusa più infamante.
Da fonte dei servizi segreti militari, fonte diretta, che ho raccolto in due diversi momenti, ho saputo due cose. Per loro le Br sono una storia italiana (noi lo sapevamo da sempre). E il fascicolo "strage di Bologna" è chiusa da tempo. E questo è più sorprendente. La notizia è di metà agosto. Riservata. Pubblica, ora. 



COMUNICATO STAMPA
STRAGE BOLOGNA. RAISI (FLI), PRESENZE DI MARRA, FROHLICH, KRAM E DI
VITTORIO INDIVIDUATE 32 ANNI DOPO: E' INCREDIBILE
Roma, 6 settembre 2012

Il due agosto a Bologna- giorno della strage alla stazione- c'erano
certamente Thomas Kram, Krista Margot Frohlich, il povero Mauro Di
Vittorio e ora scopriamo anche il presunto brigatista rosso Francesco
Marra: così è riportato in  atti e documenti ufficiali. Si tratta di
persone tutte collegate fra loro o ricollegabili politicamente e, come
diceva Agatha Christie scriveva spesso che “una coincidenza è una
coincidenza, due coincidenze sono un indizio, tre coincidenze
rassomigliano ad una prova”. Non so se nella nuova inchiesta sulla
strage se ne terrà conto, resta il fatto che appare incredibile come
queste presenze significative e di cui qualcuna addirittura
inquietante (basti pensare cosa dice il brigatista Alberto
Franceschini su Marra), siano state individuate e focalizzate a 32
anni dalla strage. Prendo atto comunque,  che si stanno rompendo gli
argini del silenzio e dell'omertà e speriamo che ciò porti a quella
verità tanto attesa dai familiari delle vittime e da tutti gli
italiani. A Bologna quel giorno c'erano molte persone ed alcune sono
state individuate mentre altre ancora no, ma probabilmente lo saranno
nei prossimi giorni. Certo, rispetto ad una sentenza che non ha
dimostrato alcuna presenza in città, a cominciare proprio dai tre
condannati che- vale la pena sottolinearlo ancora una volta-  vengono
puniti per la “partecipazione” all'attentato e non in quanto esecutori
o presenti quel giorno, siamo arrivati a chiarimenti molto
importanti, decisivi.

E’ quanto dichiara Enzo Raisi, responsabile nazionale promozione e
immagine di Fli.

domenica 29 aprile 2012

ANCORA SULLA STRAGE DI BOLOGNA



NUOVO ARTICOLO DI SANDRO PADULA SULLA STRAGE DI BOLOGNA E LA "PISTA PALESTINESE". LE CONTRADDIZIONI E LE ILLAZIONI (e per ulteriori info e genesi di piste "oscure" si veda www.fascinazione.info)



Stage di Bologna: le due varianti della pista palestinese ormai si negano a vicenda.
di Sandro Padula
Nella polemica fra me e l’onorevole Raisi, incentrata su cinque punti e sviluppatasi su Internet, ho cercato di evidenziare le contraddizioni antitetiche fra due varianti della “pista palestinese”: l’ipotesi dell’incidente, sostenuta dallo stesso Raisi, e l’ipotesi di una “ritorsione contro il governo italiano” che sarebbe stata causata dall’arresto, avvenuto nel novembre 1979, di  Abu Saleh, un membro del’Fplp di George Habash.
Adesso gli autori di “Dossier Strage di Bologna”, sostenitori della seconda ipotesi, tentano di nascondere il carattere inconciliabile di quelle due varianti e puntano ad affrontare questioni che non c’entrano letteralmente nulla con il tema in discussione.
Tanto per fare un esempio, cercano di dimostrare che le Br furono eterodirette, in ciò ripetendo il teorema del Kgb e di Pecchioli del Pci che, mentre ufficialmente accusavano i settori neoconservatori della Cia, pensavano che all’origine della lotta armata nell’Italia degli anni ’70 ci fosse qualche vecchio militante della Volante Rossa esiliato in Cecoslovacchia con l’aiuto dello stesso Pci.
I russi del Kgb, coscienti già negli anni ’70 che il blocco dell’est avrebbe fatto una brutta fine, in Europa cercavano a malapena di mantenere la propria sfera di influenza nella parte orientale del continente. Il Pci di Pecchioli invece – fra le varie cose - fece leva  su quel teorema per sganciarsi sempre più dal blocco dell’Est e dal proprio passato filorusso per diventare una specie di frazione italica del “partito democratico”  statunitense.
Le menzogne del Kgb e del Pci di Pecchioli sulle Br erano strumentali ma dettate da divergenti linee politiche.
Gli studiosi di storia dovrebbero approfondire l’analisi di tali dinamiche ma, al di là delle loro opinioni, debbono riconoscere che  il fenomeno brigatista non ha niente a che vedere né con Carlos (e il signor Bellini, un autonomo creativo tirato in ballo dagli autori di “Dossier Strage di Bologna” come presunto collegamento fra Carlos e le Br) né tantomeno con la strage di Bologna.
Torniamo perciò ai cinque punti della controversia fra me e Raisi. Per comodità di esposizione chiamerò variante 1 l’ipotesi di Raisi e variante 2 l’ipotesi degli autori di “Dossier Strage di Bologna”.

Primo Punto

Secondo Raisi, il signor Carlos avrebbe fatto “scena muta” all'interrogatorio con il pm Cieri nel 2009. I sostenitori della variante 2 dicono invece l’esatto contrario. Chi ha ragione?  A me non interessa nulla di quello che fa Carlos. Desidero soltanto sottolineare che delle due l’una: o dice la verità Raisi o dicono la verità i fans della variante 2.
La documentazione e la logica ci danno una sola risposta. Non è vero che Carlos fece “scena muta” con il pm Cieri nel 2009. Il presupposto della variante 1 è quindi totalmente falso e smentito da amici dello stesso Raisi come gli autori di “Dossier Strage di Bologna”, cioè dai massimi esponenti della variante 2.
Non mi pare il caso di continuare a discutere sul primo punto. I fatti dimostrano che la variante 1 è sbagliata fin dall’inizio.
Negli ultimi tempi Raisi ha capito che il movente  di cui parlano gli autori di “Dossier Strage di Bologna” è storicamente e politicamente infondato e allora cerca di rielaborare la variante dell’“incidente”.  In tale operazione però sbaglia tutto fin dal principio e questa circostanza è davanti agli occhi di ognuno di noi.

Secondo punto

Secondo l’onorevole Raisi non sarebbe stato mai fatto nessun paragone fra il materiale sequestrato alla Frohlich all’aeroporto di Fiumicino nel 1982 e quello usato nella strage di Bologna del 2 agosto 1980.
A tale proposito, nel precedente scritto di critica al teorema di Raisi, ho citato tre fonti che – lette insieme - smentiscono questa affermazione e negano l’esistenza di una compatibilità fra il primo e il secondo materiale esplosivo: un articolo del Resto del Carlino del 6 aprile 2012, la sentenza del secondo processo di Appello sulla strage di Bologna del 16 maggio 1994 e l’interpellanza urgente 2-01636 presentata giovedì 28 luglio 2005 da Vincenzo Fragalà nella seduta n.664.
Ho scelto solo alcune delle fonti che, oltre a non avere nulla a che fare con me, sono considerate attendibili da Raisi e perfino dai teorici della variante 2.
Chiarito questo, desidero ricordare un altro dato di fatto: l’interpellanza urgente 2-01636 presentata giovedì 28 luglio 2005 da Vincenzo Fragalà nella seduta n.664 è stata pubblicata nell’Appendice 24  del “Dossier Strage di Bologna” e mai messa in discussione nei testi scritti da Gabriele Paradisi, Gian Paolo Pelizzaro e François de Quengo de Tonquédec. Se loro l’avessero considerata imprecisa o inesatta l’avrebbero dovuto dire subito per semplice onestà intellettuale.
Adesso, arrampicandosi sugli specchi, i tre autori del dossier preannunciano che pubblicheranno qualcosa a tale riguardo sul settimanale LiberoReporter Week.
Ad ogni modo, al di là di eventuali ed ulteriori “precisazioni” da parte dei teorici di questa o quella variante della “pista palestinese”, sul terzo punto non si può continuare a discutere. I fatti parlano da soli e di conseguenza nessuno se la può prendere con me se Raisi afferma il contrario di quello che hanno pubblicato nel “Dossier Strage di Bologna”  i tre autori di quest’ultimo. La verità, come al solito, è una. Chi dice il vero sulla questione dell’esplosivo? Il signor Raisi o chi, negli ultimi decenni e non da qualche ora, afferma il contrario? Ai posteri, magari fra 100 anni, l’ardua sentenza.
Qui non si tratta di stare a discutere della buona fede o meno di Tizio o Caio. Tutti possono sbagliare, ad esempio nei ricordi. Però, sulle questioni più delicate, come quelle relative all’arma di un delitto, non ci si può basare sui ricordi di qualche sgangherato articolo letto ma solo ed esclusivamente su dati scientifici.
Esistono esperti che sono pagati dallo Stato, cioè con i nostri soldi, per fare le analisi sulle armi di un crimine. Se poi le hanno eventualmente fatte male nessuno può rompere le scatole per questo a chi non ne ha la benché minima responsabilità.
Quelle analisi, per quanto riguarda la strage di Bologna, furono fatte ed escludevano implicitamente la “pista palestinese”. Potevano far capire piuttosto che l’esplosivo stragista conteneva il Compound B, cioè materiale bellico della Nato.

Terzo punto

Raisi aveva cercato di mettere in connessione una presunta residenza di Carlos nella Francia  del 1980 con il biglietto della metro di Parigi che sarebbe stato trovato nelle tasche di Mauro Di Vittorio, una delle vittime della strage di Bologna, come se questo giovane romano, allora ventiquattrenne, fosse stato strumentalizzato da qualcuno e avesse dovuto fare degli spostamenti di materiale esplosivo (innescato!) da Bologna a Parigi per consegnarlo a Carlos stesso.
La fantapolitica non ha limiti ma anche in questo caso le due varianti della “pista palestinese” hanno dimostrato di essere inconciliabili.
Raisi ha parzialmente modificato la sua già fantasiosa idea. Contraddetto pure dai teorici della variante 2, adesso parla di una possibile presenza di qualcuno del “gruppo operativo” di Carlos nella Francia del 1980.
Anche quest’ultima favola non trova adepti ed è smentita dalle numerose indagini delle forze di polizia francesi.
Chi cerca di buttare in caciara la discussione sul terzo punto, ad esempio scrivendo la storia palestinese del triennio 1978-1979-1980 in senso opposto a quella effettiva e inventa impossibili rapporti fra le Br e l’Fplp di quel tempo, è quindi pregato di smettere di lanciare delle stupide calunnie e di rispondere definitivamente al terzo  punto: c’era o non c’era un “gruppo operativo” di Carlos nella Francia del 1980? Sì o no? La storia reale ci dice di no. Nessuno inventi altre idiozie dietrologiche riferendosi addirittura a qualcosa che sarebbe avvenuto in un anno diverso dal 1980!

Quarto punto

Il quarto punto è l’idea di Raisi secondo cui ci sarebbe stata una qualche (involontaria) responsabilità di Mauro Di Vittorio rispetto alla strage del 2 agosto.
Prendiamo atto che i teorici della variante 2, sapendo per altro di rischiare una querela per diffamazione, hanno preso le distanze da questa idea iperfantapolitica di Raisi: “non intendiamo occuparci della questione sollevata da Raisi, in quanto non abbiamo nessun elemento a riguardo e teniamo a precisare che detta questione non è mai stata citata nel nostro libro”.
Come ha infine precisato Ugo Maria Tassinari nel suo blog, non esistono prove sul coinvolgimento di Mauro Di Vittorio nella responsabilità della strage di Bologna.
Quinto punto
Sono certo della totale estraneità di Christa Margot Frohlich rispetto al crimine che il 2 agosto 1980 produsse a Bologna ben 85 vittime e centinaia di feriti.
Lei non era la donna che nella Bologna di quel tempo fu vista in un albergo, si definiva madre ed ex ballerina e “parlava in lingua italiana con un forte accento tedesco”.
Chista Margot Frohlich, arrestata a giugno del 1982, non aveva figli e non era mai stata una ballerina! Inoltre, perfino nel settembre del 1983, dopo oltre un anno di detenzione nella penisola, ancora non conosceva a sufficienza la lingua italiana, tanto che mi spinse a comprare un dizionario di tedesco per comunicare con lei tramite la posta da carcere a carcere.
La situazione cambiò verso la seconda metà degli anni Ottanta: un giorno la sentii per telefono – sempre da carcere a carcere – e ricordo un fatto curioso che mi colpì. Lei, grazie alle amiche detenute e dopo anni (ho detto anni e non mesi) di detenzione nelle carceri speciali italiane, aveva imparato a parlare in modo comprensibile la nostra lingua ma non aveva un “forte accento tedesco”, come poteva essere quello della cantante Nina Hagen.
La sua voce era melodiosa e senza un “forte accento tedesco”. In altre parole, se nel 1980 la Frohlich avesse avuto la capacità di parlare la lingua italiana avrebbe avuto un basso accento tedesco, l’esatto contrario di quanto ipotizzano e cercano di dimostrare gli autori di “Dossier Strage di Bologna”. 
Come se ciò non bastasse, non mi risulta che lei – così come ognuno degli autonomi arrestati ad Ortona nel 1979 - abbia mai avuto una condanna per appartenenza a qualche “banda armata” (capito signori teorici della variante due? Ringraziate il cielo che pochi hanno letto il vostro libro altrimenti vi beccavate decine di querele per diffamazione!) e, senza dubbio, è ontologicamente avversa allo stragismo statuale e interstatuale che provocò numerose vittime nell’Italia dal 1969 al 1980.
Anche Kram, da quanto si riesce a capire, è innocente. Non spetta a me scagionarlo. Non faccio il giudice o il poliziotto. Cerco solo di proporre dei ragionamenti di buon senso.
Sull’eventuale e cosciente responsabilità di Kram non insiste più di tanto nemmeno l’onorevole Raisi.
Una cosa comunque è certa, i  “giovani” - “due come tanti altri” - visti da Rolando Mannocci all’interno della stazione di Bologna il 2 agosto 1980 mentre posavano qualcosa nell’angolo in cui avvenne l’esplosione (rileggasi bene La Stampa del 4 agosto 1980) non avevano nulla a che vedere con  l’allora trenduenne, alto e magro Kram e la trentottenne e bassa Frohlich. Fra i due, che non potevano essere definiti “giovani” - “due come tanti altri” - c’era e c’è una notevole differenza di altezza confermata dai loro rispettivi e autentici documenti anagrafici (carte di identità e passaporti).
Di conseguenza, si cerchino altrove quei “giovani”, “due come tanti altri”, dalla corporatura media e normale, senza alcun particolare segno in faccia (come può essere una barba per un maschio), che poco prima della strage furono visti da Rolando Mannocci all’interno, e non all’esterno, della stazione di Bologna!   

sabato 21 aprile 2012

STRAGE DI BOLOGNA. PRECISAZIONI NECESSARIE

Ricevo dall'amico Sandro Padula, e volentieri pubblico queste precisazioni sulle indagini riguardanti la strage di Bologna del 1980.



Strage di Bologna: la ricerca della verità completa non giustifica l’avallo di nuovi depistaggi 

Dopo il mio articolo intitolato “Fascicolo bis sulla strage di Bologna: la “pista palestinese” non regge e Raisi accusa la Procura” (Ristretti Orizzonti, 16 aprile 2012)  si è aperto un dibattito su diversi siti Internet al quale ha partecipato, attraverso una replica articolata in cinque punti (vedasi sito www.fascinazione.info), lo stesso parlamentare di Futuro e Libertà di cui avevo criticato il teorema.
Rispondo perciò punto per punto a Enzo Rasi, amico e portavoce della coppia Mambro & Fioravanti che a sua volta, nel quadro della battaglia per ottenere la libertà condizionale della donna ex militante dei Nar (vedasi «Le lettere (e una cena) a Giusva e Mambro: vi perdoniamo», Corriere della sera del 3 agosto 2008), alcuni anni fa fece amicizia con Anna Di Vittorio, sorella di Mauro, la vittima della strage di Bologna che oggi secondo lo stesso Raisi potrebbe aver avuto qualcosa a che fare con quel crimine.

Primo punto

Le Br, organizzazione in cui ho militato nella seconda metà degli anni ’70 e fino al momento del mio arresto avvenuto nel novembre 1982, non hanno mai intrattenuto rapporti politici o d’altra natura con il cosiddetto gruppo di Carlos e neppure con il Fplp. Ciò premesso, per semplice amore della verità vanno corrette le numerose informazioni false e inesattezze sostenute da Raisi.
Il parlamentare di Futuro e Libertà afferma che “all'interrogatorio con Cieri nel 2009 Carlos ha fatto scena muta e ha detto che parlava solo di fronte ad una commissione parlamentare”.
In realtà, pur non firmando nulla, Carlos fece un discorso al pm Cieri in riferimento alla strage di Bologna, poi riportato dalla stampa italiana, nel quale dichiarò in sintesi quanto segue:  «….  è roba della Cia, i servizi segreti italiani e tedeschi lo sanno bene». (Corriere della Sera, 26 aprile 2009). Questo fatto, cioè l’assenza di una “scena muta”, è dato per certo a pagina 158 del “Dossier strage di Bologna”, un libro scritto da Gabriele Paradisi, Gian Paolo Pelizzaro, François de Quengo de Tonquédec, persone amiche di Enzo Raisi e pubblicizzato da quest’ultimo il 10 settembre 2011 nel corso di un meeting di Futuro e Libertà a Mirabello.

Secondo punto

L’onorevole Raisi asserisce che nessun paragone sarebbe mai stato fatto sulla compatibilità del materiale sequestrato alla Frolich all’aeroporto di Fiumicino nel 1982 e quello usato nella strage di Bologna del 2 agosto 1980.
Una recente notizia di stampa, pubblicata proprio sul quotidiano bolognese al quale Raisi spesso rilascia delle interviste, fornisce sulle indagini condotte una versione molto diversa: “dalla comparazione tra i documenti sulla qualità degli esplosivi utilizzati dal gruppo del terrorista Carlos e le perizie sull’esplosivo usato per l’attentato del 2 agosto 1980 non è, al momento, risultata alcuna immediata compatibilità. Quella della comparazione sulla qualità degli esplosivi era una delle strade che vengono seguite nell’inchiesta bis sulla strage della stazione. Una strada che al momento quindi non registra novità. Il pm Enrico Cieri aveva chiesto ed ottenuto delle autorità francesi i documenti sulla qualità dell’esplosivo utilizzato dal gruppo dello Sciacallo. Parimenti negativa sarebbe stata la comparazione fatta con la qualità dell’esplosivo che Margot Frohlich (indagata nell’inchiesta assieme a Thomas Kram) aveva in una valigia quando fu arrestata a Fiumicino nell’82.” (Resto del Carlino, 6 aprile 2012).
Come se non bastasse, la natura dell’esplosivo trovato alla Frolich è nota da molto tempo anche ai principali teorici della “pista palestinese”. In una interpellanza urgente si affermava: “il 18 giugno 1982, quindi due anni e mezzo dopo le stragi di Ustica e Bologna e due anni prima della strage del 904, all'aeroporto di Fiumicino veniva fermata per un controllo la cittadina tedesca Christa Margot Frolich trovata in possesso di una valigia contenente due detonatori e tre chili e mezzo di miccia detonante, contenente esplosivo ad alta velocità di tipo Pentrite, una sostanza detonante che entra nella composizione del Semtex” (interpellanza urgente 2-01636 presentata giovedì 28 luglio 2005 da Vincenzo Fragalà nella seduta n.664).
Come è altresì noto, l’ordigno impiegato per la strage di Bologna non era costituito da esplosivo di tipo Pentrite ma “da un esplosivo contenente gelatinato e Compound B” (sentenza secondo processo di Appello sulla strage di Bologna, 16 maggio 1994). E il Compound B, una miscela di tritolo e T4, è roba della Nato.

Terzo punto

Smentito anche dall’amico Gabriele Paradisi sulla circostanza che avrebbe visto Carlos vivere a Parigi nel 1980, come aveva affermato sul Resto del Carlino dell’8 aprile 2012, il parlamentare futurista dieci giorni dopo tenta di salvarsi in corner sostenendo che Carlos “a Parigi aveva un gruppo operativo della sua organizzazione denominata Separat.”
Una presenza stabile in Francia di un nucleo del gruppo Carlos, per altro già ristretto ad un numero molto limitato di componenti, non ha mai trovato conferma nelle lunghe indagini condotte dalla polizia francese. Forse Raisi, sbagliando comunque le date, voleva fare riferimento al periodo di detenzione nel carcere di Fresnes di due esponenti del gruppo Carlos: Bruno Breguet e Magdalena Kopp, detenuti dal febbraio 1982 al maggio e settembre 1985.
Fin qui nulla di nuovo dunque. Si tratta della solita rimasticatura di alcuni elementi utilizzati per dare corpo al depistaggio che vorrebbe orientare le nuove indagini verso la “pista palestinese”. A tale proposito va ricordato che l’OLP, di cui faceva parte integrante il pur critico e marxista Fplp, considerava un piccolo passo positivo la dichiarazione del Consiglio europeo di Venezia del 13 giugno 1980, contestata solo dagli Usa e dal governo israeliano, a favore dell’autodeterminazione del popolo palestinese. Non vi era dunque alcuna ragione di colpire obiettivi italiani da parte di chi aderiva all’OLP.

Quarto punto
La vera novità stavolta è il cinico coinvolgimento da parte di Raisi e dei suoi mandanti di una delle vittime della strage: Mauro Di Vittorio.
Perché proprio Di Vittorio? Semplice: era romano e simpatizzava col “Movimento” di quegli anni. Attribuendogli una precisa identità politica, ovvero quella di militante di Autonomia operaia romana, Raisi intende richiamare ancora una volta la “pista palestinese” che si regge sull’assunto che qui cito: “Ricordo che Pifano e altri componenti del gruppo di Via dei Volsci, autonomia romana, furono arrestati con Abu Saleh ad Ortona per i famosi missili che appartenevano all'Fplp e al gruppo Separat, cioè al gruppo di Carlos.”
A quanto risulta, tre autonomi del collettivo del Policlinico (Daniele Pifano, Giorgio Baumgartner e Lusiano Nieri) furono arrestati nel novembre 1979 e poi condannati per il trasporto di due lanciamissili (non i missili) che appartenevano esclusivamente all’Fplp, erano smontati e dovevano essere spediti in Medioriente.
Inoltre il cosiddetto gruppo di Carlos si chiamava Ori (Organizzazione dei rivoluzionari internazionalisti) e non certo Separat (vedasi “A Bologna a colpire furono Cia e Mossad”, Corriere della sera del 23 novembre 2005 ).
Infine, a differenza di quanto sostiene Raisi, quei tre autonomi non “furono arrestati con Abu Saleh ad Ortona”. Abu Anzeh Saleh fu “fermato a Bologna una settimana dopo l’arresto degli autonomi” (pagina 25 del “Dossier strage di Bologna” scritto dagli amici di Raisi).
La vicenda è sufficientemente nota e chiara come quella connessa allo strumentale tentativo del generale Dalla Chiesa che, tanto per produrre un nuovo teorema accusatorio corollario del 7 aprile, fece pressioni su Saleh affinché dichiarasse che quei lanciamissili servivano ad Autonomia in Italia. Ciò detto, non risulta minimamente che il ventiquattrenne Mauro Di Vittorio avesse mai fatto parte del Collettivo del Policlinico in cui militavano i tre autonomi arrestati ad Ortona.
Dalle cronache dell’epoca si evince che era un giovane del movimento di quegli anni. Al funerale venne salutato dai compagni e dalle femministe del suo quartiere, Tor Pignattara. Una scheda biografica è presente sul sito dell’associazione dei familiari delle vittime della strage di Bologna. Il tentativo di coinvolgerlo è dunque una volgare azione di sciacallaggio, in particolare se si tiene conto del fatto che la sorella di Di Vittorio fece passi significativi in favore della coppia Mambro-Fioravanti. Il livello di strumentalizzazione a questo punto raggiunge vertici di cinismo abissale.
Perché tutto questo? Pur di arrivare alla revisione del processo, i due ex militanti dei Nar insieme a Raisi sono disposti a gettare fango in ogni direzione, creando così ennesimi capri espiatori.

Quinto punto
Nel 1983, quasi un anno dopo il mio arresto, conobbi la detenuta Christa Margot Frolich tramite posta controllata dalla censura del carcere. Lei si trovava in cella con una mia coimputata, non parlava affatto bene la lingua italiana, non era mai stata una ballerina, non aveva figli e nel 1980 aveva 38 anni. In altre parole, Christa Margot Frolich non era per niente l’ex ballerina e donna madre tedesca che nell’agosto 1980 fu vista frequentare un albergo di Bologna e che, secondo i testimoni, conosceva alla perfezione la lingua italiana.
Lo stesso discorso vale per Kram. A parte le sue idee politiche antitetiche allo stragismo, un tipo come lui – secondo i documenti anagrafici ben conosciuti da teorici della “pista palestinese” come gli autori di “Dossier strage di Bologna” - non sarebbe certo passato inosservato nella stazione di Bologna del 2 agosto 1980 se avesse lasciato la valigia della strage nella sala d’attesa della seconda classe in cui scoppiò.
"Poco prima dell'esplosione — ha detto Rolando Mannocci alla figlia e al fratello accorsi al suo capezzale — ho notato due giovani aggirarsi nella sala. Li ho seguiti per un po' con lo sguardo. Ho visto che hanno posato un qualche cosa, forse una valigia, proprio nell'angolo dove dieci minuti dopo è avvenuta l'esplosione. Non mi sono insospettito, non c'era alcun motivo perché lo dovessi essere. Erano due come tanti altri. Invece forse...». (La Stampa del 4 agosto 1980).
I giovani, per essere tali, debbono almeno avere un’età sotto i 30 anni. Per poi considerarli “come tanti altri” dovrebbero avere un’altezza media di circa 1 metro e 65 per le ragazze e di circa 1 metro e 75 per i ragazzi.
Tutto ciò significa, a rigor di logica, che Thomas Kram - alto quasi due metri e allora trentaduenne - non era certo uno dei “giovani” - “due come tanti altri” - visti da Rolando Mannocci all’interno della stazione di Bologna il 2 agosto 1980 mentre posavano qualcosa nell’angolo in cui avvenne l’esplosione.
Infine vorrei ricordare a Raisi che la legittima ricerca della verità completa sulla strage di Bologna, che persone come me hanno sempre appoggiato, è cosa diversa dall’avallare depistaggi che di fatto sono la continuazione dello stragismo con altri mezzi.