sabato 2 giugno 2018

LA FINE E L'INIZIO. LABORATORIO ITALIA



L’Italia è di nuovo laboratorio politico. Se ci fermiamo alla fine della guerra fredda, abbiamo avuto Berlusconi e una certa idea di democrazia e di potere, un’idea che ha messo in crisi l’opposizione, convinta di combatterlo sul piano giudiziario, lasciando ampi spazi politici alla magistratura, ma anche a altre potenziali forze politiche, che hanno trovato uno sviluppo impressionante negli ultimi dieci anni. Oggi siamo punto e capo, ma con la differenza, positiva, che la magistratura non ha più lo spazio degli anni berlusconiani. Al potere ci sono forze sovraniste (un nuovo modo di chiamare il nazionalismo novecentesco, di cui sono l’evoluzione), e populiste. Chiariamo cosa si debba intendere con questa ultima espressione, perché se ne sono sentite di ogni. Non c’entra nulla il populismo russo del XIX secolo, il “narodnichestvo”, al quale si sono richiamati alcuni importanti giornalisti. Senza entrare in lezioni di storia, quello era un piccolo movimento di persone illuminate che esortavano una “andata al popolo” (un popolo a loro abbastanza alieno) per trarlo fuori dalla propria ignoranza.
Oggi le forze populiste sono sostenute dal popolo, dalla gente, che di fronte a problemi sociali enormi, come la disoccupazione, la povertà e l’emarginazione ha trovato risposte facili: «sono i politici che rubano, sono gli immigrati che ci tolgono lavoro, è l’Europa che ci opprime». Le due forze che rappresentano in modo diverso queste istanze sono ad oggi il più vecchio partito italiano (Lega), con un presidente a vita - Bossi -, e un movimento nuovissimo, i 5S, che è un marchio registrato della Casaleggio Associati, che può concedere a chiunque il logo e la lista, ma può anche toglierlo in qualsiasi momento. È un nuovo modo di far politica alleato alla tradizione della Lega. Ma anche la Lega parla direttamente ai propri elettori in una sorta di campagna elettorale permanente. L’organizzazione della macchina propagandistica è fondamentale e la crisi dell’intermediazione (i politici rubano) è sostituita con una sorta di democrazia diretta (altro elemento di populismo) che si muove all’interno degli umori immediati della gente. A coordinare il tutto - un primo ministro sconosciuto fino a poche settimane fa, la figura ideale per dimostrare ai propri sostenitori che in fondo l’esperienza non serve, che il politico di professione (ricordate Berlusconi?) è un male non necessario e che se si è onesti e si segue un programma tutti possono fare tutto.
In questo contesto di democrazia diretta alle piazze e ai mercati della Lega si sono affiancati i social media, che non sono altro che la forma ultramoderna del megafono da piazza: dirette facebook e tweet hanno contribuito a cambiare paradigma e fase di sviluppo, al punto che il presidente della repubblica è stato accusato di tradimento attraverso una telefonata a Fabio Fazio. Almeno Berlusconi lo aveva chiamato, ormai secoli fa, per protestare contro di lui e il suo modo di condurre. Oggi si è lasciato usare come megafono. 
Non esiste un ministero propaganda solo perché non ce n’è più bisogno. La comunicazione è libera e inarrestabile.

Da un punto di vista politico vedremo cosa vorrà fare questo governo Jamaica. Il primo obiettivo del neo ministro Salvini è l’aumento degli stipendi della PS e la caccia agli immigrati clandestini: legge e ordine, ovviamente a discapito dei più deboli. Poi c’è lo stop alle grandi opere: Barbara Lezzi, ministro del Mezzogiorno, vuole la chiusura del Tap. Il gasdotto in costruzione che arriva in Puglia e i cui lavori sono stati contestati da una parte della popolazione.

Quindi si cercheranno i fondi per la riforma fiscale e per il reddito di cittadinanza, mentre il rapporto con l’Europa è tutto da scrivere.

Nel frattempo, l’opposizione è inesistente, priva di bussola, ritardataria, isterica e risentita, ma di slogan e ideologia straripano i fiumi della storia. Oggi servono idee e iniziative.

martedì 29 maggio 2018

LA MARCIA SULLA REPUBBLICA


LEGA e 5S stavano colpendo  le nostre istituzioni: hanno delegittimato  il ruolo del parlamento. Questa crisi è stata tutta extraparlamentare; i presidenti delle camere non hanno detto una parola, i capigruppo neanche; ruolo: meno di zero. 
Hanno delegittimato il ruolo del presidente del consiglio. Uno qualunque vuole dire: ci può andare anche il mio vicino Totoro. Non è lì che si decide. Stavano delegittimato il ruolo del presidente della Repubblica: prima imponendo Conte, poi non cedendo su Savona, provocando Mattarella e mettendolo in un angolo.  Se il capo dello stato cedeva su Savona non contava più niente, e con lui il suo ruolo. 
Dopo 20 minuti dal fallimento di Conte sono partite le prime ipotesi di impeachment. Una reazione immediata, politicamente grave, anche se costituzionalmente prevista.
Si è aggiunto, quindi, il richiamo a Roma per il 2 giugno, la festa della Repubblica. Mentre ai Fori Imperiali sfileranno i carri e i militari, di fianco ci saranno i 5S con le bandiere italiane contrapposte a Mattarella e a questa Repubblica. 
 Siamo di fronte a una spaccatura netta del paese sul nostro futuro. Il nostro modo di pensare, i nostri valori, il nostro rapporto con le istituzioni sono messe in discussione dai sostenitori di uno Stato etico nel quale pochi hanno in tasca i paradigmi di convivenza mentre il popolo bue li segue. Scardinando l'euro e costringendo Roma a uscire dall'UE si mette il paese in ginocchio economicamente. Chiuderanno le frontiere prima ai capitali, poi alle persone. La povertà spingerà il popolo a chiedere un governo ancora più forte in grado di proteggerle dal nemico esterno. Prima erano i migranti, poi la politica europea che permetteva gli sbarchi, infine gli stranieri europei di Berlino e Parigi. Il nemico esterno è impalpabile, inosondabile, invisibile e dunque sempre presente, dunque sempre minaccioso. Un paese già impaurito avrà sempre più timore e sarà manipolabile più facilmente. Il 2 giugno i 5S e i Leghisti non vanno a difendere la costituzione ma a darle una prima spallata sfidando il Quirinale a casa sua nel suo giorno. È la prima marcia sul colle, alla quale ne seguiranno altre. Prepariamoci a difenderci.

MC

lunedì 26 marzo 2018

VIA FANI. L'AVVOCATO DI FAMIGLIA


Via Fani, quando l’avvocato della famiglia Ricci accusava Moro «per la nauseante puzza di petrolio che si sentiva in aula»


Rivelazioni – Il carteggio tra l’avvocato Edoardo Ascari, legale della famiglia dell’appuntato dei carabinieri Domenico Ricci e il Vice comandante dell’Arma dei carabinieri, generale De Sena. Un inedito che apre nuovi squarci sulla genesi del paradigma vittimario



(Acs, Migs, Busta 11, E. Ascari, Lettera al Vice comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, Generale Mario De Sena, p. 3)
Era franco e diretto l’avvocato Edoardo Ascari, autore delle parole indicate nel riquadro, scritte per conto della signora Maria Rocchetti, vedova dell’appuntato dei Carabinieri Domenico Ricci ucciso la mattina del 16 marzo 1978 in via Fani da un gruppo di fuoco delle Brigate rosse mentre conduceva la Fiat 130 con a bordo il presidente del Consiglio nazionale della Dc Aldo Moro. Originario di Modena, ritenuto un principe del foro, ex ufficiale degli alpini scampato alla campagna di Russia, difensore storico dell’Arma dei Carabinieri, Ascari è scomparso nel 2011 all’età di 89 anni. I cronisti della giudiziaria lo consideravano uno dei “quattro moschettieri” dell’avvocatura, insieme a Franco Coppi, Vittorio Chiusano e Gioacchino Sbacchi. Nella sua lunga carriera di penalista, oltre al processo Moro aveva seguito altre importanti vicende giudiziarie che segnarono la storia della prima Repubblica: nel primo dopoguerra si era occupato dei procedimenti contro i partigiani accusati delle uccisioni di ex esponenti del regime fascista nel cosiddetto “triangolo della morte” (Castelfranco, Manzolino, Rastellino), successivamente patrocinò le parti civili nel giudizio sul disastro del Vajont, sostenne anche i parenti di undici dei sedici morti nella strage fascista di Piazza Fontana, prese parte al processo per il sequestro dell’Achille Lauro da parte di un gruppo di guerriglieri palestinesi, partecipò al giudizio sulla morte del commissario Calabresi e difese Giulio Andreotti, insieme a Franco Coppi, accusato della morte di Mino Pecorelli.
Ma torniamo al 6 dicembre 1985 quando, incassata da pochi settimane (il 15 novembre 1985) la sentenza di Cassazione che metteva fine all’iter giudiziario del primo processo Moro, nel quale erano confluite le istruttorie Moro 1 e 1 bis, confermando per i 57 imputati chiamati a giudizio i 22 ergastoli pronunciati in appello, sommati ad altre centinaia di anni di carcere (per 17 di loro ci fu un rinvio in appello per una nuova rideterminazione della pena), l’avvocato Ascari scriveva una lettera al Vice comandante dell’Arma dei carabinieri, Generale De Sena, lamentando il comportamento delle altre parti civili.
Nella missiva contestava la posizione minimalista tenuta dagli avvocati Fausto Tarsitano, Guido Calvi, Giuseppe Zupo, Armando Costa, Luciano Revel e Antonio Capitella, che su mandato del Partito comunista – secondo quanto scrive Ascari – avevano rappresentato nel processo gli interessi dei familiari degli agenti di polizia Francesco Zizzi, Raffaele Iozzino e Giulio Rivera, oltre che della famiglia del giudice Palma. In sostanza, il legale della famiglia Ricci, a sua volta incaricato dall’Arma dei Carabinieri, riteneva che «gli avvocati di ubbidienza comunista» avevano operato nel corso del processo «in modo da non danneggiare le tesi del loro partito […] avendo il Pci sposato la causa di pentiti e dissociati», come sintetizza il rapporto [pubblicato a fine articolo] che accompagnava la lettera di Ascari, redatto il 23 dicembre 1985 dal II Reparto dello Stato maggiore, Ufficio criminalità organizzata dei Carabinieri, testo che porta, tra gli altri, timbro e sigla dell’allora Capo sezione coordinamento, tenente colonnello Mario Mori (Acs, Busta 11).
Scriveva Ascari:
«Anzitutto i patroni delle famiglie degli Agenti di P. S. Francesco Zizzi, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera – Avv.ti Tarsitano, Calvi ed altri – hanno semplicemente letto le loro conclusioni senza discuterle. Il fatto è che il P.C.I., che era il vero mandante – era dalla parte dei “dissociati” e dei “pentiti” e, quindi, l’Avv. Tarsitano e i suoi colleghi hanno preferito ubbidire agli ordini del Partito che li pagava, anziché ai doveri che loro derivavano dal mandato ricevuto, almeno formalmente, dalle famiglie degli Agenti di P.S. assassinati».
A questo punto il legale della famiglia Ricci rivelava al Generale De Sena un episodio accaduto prima dell’avvio del processo Moro in Corte d’Assise, nel 1983:
«Desidero qui ricordare che la cosa, da me largamente prevista, dette luogo a un aspro – molto aspro – scambio di “opinioni” tra il Gen. Corsini [capo di Stato maggiore dell’Arma dei Carabinieri] e l’allora Ministro dell’Interno Rognoni: l’episodio accadde quando io segnalai che il P.C.I. si era attivato avvicinando le famiglie degli Agenti, lasciate sole, sussidiandole e promettendo loro ogni assistenza gratuita».
Nella seconda parte della lettera Ascari rivendicava a sé (escludendo polemicamente tutte le altre parti civili, compreso il collega patrocinante la vedova del maresciallo dei carabinieri Leonardi) il merito di aver condotto la Suprema Corte, presieduta per l’occasione da Corrado Carnevale, a rivedere la propria giurisprudenza restrittiva sulla disciplina del concorso morale, estendendola «ai capi promotori» per i delitti commessi dagli altri associati sulla semplice base di questa «loro qualità». Impostazione che in due precedenti sentenze non era stata recepita dai giudici di Cassazione.
La corte d’Assise, presieduta da Severino Santiapichi, aveva comminato ben 32 ergastoli. Sempre in primo grado vennero inflitte 27 condanne per un episodio mai avvenuto [leggi qui, qua e ancora qui], come i fantomatici spari che da una moto sarebbero stati indirizzati contro Alessandro Marini, un occasionale passante che transitava all’incrocio tra via Fani e via Stresa. Nel successivo giudizio di appello, una più attenta definizione delle responsabilità personali e l’applicazione della legislazione premiale sulla dissociazione e la collaborazione permisero una parziale riduzione del numero degli ergastoli e dello stratosferico monte pene iniziale.
Ma è la parte finale della lettera che riserva le maggiori sorprese:
«Per quanto riguarda i patroni della famiglia Moro, il loro comportamento è stato vicino alla vergogna.
Infatti, essi hanno chiesto sostanzialmente alla Corte di dichiarare che Moro era un brav’uomo – il che non è, anche per la nauseante puzza di petrolio che si sentiva in aula – e che i terroristi, poi, in fondo, andavano “compresi” nelle loro motivazioni e nei loro “retroterra culturali”.
Quanto, poi, ai dissociati, il perdono della famiglia doveva portare con sé tutti gli altri perdoni umani e divini.
Per dire le cose da vecchio alpino, uno schifo».
Ascari non risparmiava parole per censurare la linea processuale dei legali della famiglia Moro, accusata di avere avuto attenzione solo per la tutela della onorabilità dello statista e ritenuta troppo disponibile al perdono verso i dissociati. Attaccava pesantemente la stessa figura del leader democristiano, alludendo al suo coinvolgimento nello “scandalo petroli”, un gigantesco giro di frodi fiscali (2 mila miliardi di lire) venuto alla luce nei primi anni 80 e da cui scaturivano anche finanziamenti occulti per alcune correnti Dc. L’inchiesta e il successivo processo videro coinvolti Sereno Freato, capo della segreteria personale di Moro, altri dipendenti dello studio personale dello statista democristiano, situato in via Savoia, il capo del servizio informazioni della Guardia di Finanza, Donato Lo Prete, il Generale Raffaele Lo Giudice, Comandante generale della Guardia di Finanza, numerosi petrolieri, tra cui Bruno Musselli, grande elemosiniere della corrente politica del dirigente democristiano, molto attivo nei giorni del sequestro quando fornì la propria disponibilità a coprire una eventuale richiesta di riscatto, al pari dell’avvocato Agnelli. Alla fine dell’iter giudiziario, dopo la metà del decennio 80, Freato che trascorse anche un periodo in carcere uscì indenne dalle accuse di partecipazione diretta alla frode e alla truffa. Il processo lambì la stessa moglie dello statista democristiano. Anche se le responsabilità politiche non vennero evidenziate, l’episodio in qualche modo annunciò quanto sarebbe accaduto di lì a pochi anni con le inchieste di “Mani pulite” che travolsero il sistema politico della Prima repubblica.
Seguendo le indicazioni dell’ufficio che aveva redatto un’analisi dei contenuti della lettera, e nella quale si segnalava come Ascari sottolineasse di «essersi trovato col solo appoggio del PM a sostenere i buoni diritti delle vittime dei terroristi» (accanto alla frase si legge una glossa manoscritta, «posizione giustificabile»), e auspicasse «che il comportamento delle parti civili sia reso noto in opportuna sede», a fine anno il Generale De Sena rispose con un diplomatico ringraziamento – preparato dallo stesso ufficio – per «le notizie fornitemi» congratulandosi con il legale per il suo operato processuale. (Acs, Migs, Busta 11)
Il rapporto dell’ufficio tecnico dello Stato maggiore dei CC che analizza la lettera dell’avvocato Ascari (Acs, Migs, Busta 11):

lunedì 8 gennaio 2018

ROBERTO GUERRA DETTO BIBBI

Dopo il terremoto del 2016 si sono avute moltissime manifestazioni di impegno e solidarietà. Oggi il Rotary Club di Amatrice ha deciso di premiare alcune persone particolari. Per questo serve il nostro sostegno.

Invito i lettori a collegarsi alla pagina http://www.rotaryeclubamatriceitalia.org e votare per Roberto Bibbi Guerra, un amico, un fratello, a cui tutti vogliamo bene.




Roberto Guerra, detto Bibbi, è nato a Roma l’8 gennaio 1964. Primo Maresciallo dell’Aeronautica, è da sempre Capricchiaro e Amatriciano ed è conosciuto praticamente in tutte le frazioni. Fin da adolescente, spinto dalla volontà di fare per il proprio paese, ha organizzato un solido gruppo di giovani che, affiancati alla Pro Loco di Capricchia, ha sensibilmente migliorato la frazione: campi di calcio, un campo da tennis e uno di pallavolo, giochi per i più piccoli e, quando sono state progressivamente chiuse le osterie, un bar con spazi per i giochi di carte e il forno per le pizze. Da 25 anni organizza l’estate capricchiara, che ha come fiore all’occhiello la Sagra della panonta. Dopo essere stato presidente della Pro Loco di Capricchia, nel 2015 ha favorito la riorganizzazione del comitato con l’ingresso di una nuova generazione di capricchiari. 
La notte  del 24 agosto 2016 Roberto si trovava ad Amatrice, dove aveva appena finito di lavorare al festival delle frazioni per lo stand di Capricchia. Dopo la scossa è riuscito a mettere in salvo sé e la sua famiglia e ha aiutato persone in gravissima difficoltà. Da quel momento si è trasferito a Capricchia, prima facendosi distaccare presso il 3 stormo di Villafranca, impegnato ad Amatrice, quindi ottenendo il trasferimento presso la stazione dell’Aeronautica del Terminillo. 
A Capricchia, Roberto ha assistito moltissimi capricchiari che venivano a recuperare qualcosa nelle case, ma soprattutto si è occupato della logistica, della razionalizzazione degli aiuti e di tenere aperta per tutto il 2016 e il 2017 la Pro Loco, che ha fornito un numero indefinibile di pasti a squadre di soccorso, amatriciani, forze dell’ordine e giornalisti; inoltre, dalla mattina del 24 agosto e fino al 7 agosto 2017 il bar è rimasto aperto e gratuito per tutti. Unendo i suoi sforzi a quelli delle associazioni Capricchia nel Cuore, Pro Loco e SOS Capricchia, la frazione non solo è rimasta viva, ma è cresciuta come numero di abitanti rispetto a prima del sisma, né ha ceduto dopo i terremoti di ottobre e del gennaio 2017. Proprio nel 2017 è stata organizzata una nuova estate capricchiara con presenze medie giornaliere di 70 persone.

Oggi Roberto vive assieme alla famiglia a Capricchia in una SAE, dove continua a svolgere la sua attività di sostegno al paese. 



lunedì 6 novembre 2017

CRONACHE DALLA RIVOLUZIONE 3

Dopo la partenza della missione diplomatica italiana da Pietrogrado, il consolato italiano fu posto alle dipendenze della legazione svizzera funzionando come II sezione dell’ambasciata. Pirone fu aiutato nel suo lavoro da Angelo Fratini, un italiano che viveva a Pietrogrado da molti anni e che sarebbe rimasto, da vice presidente della comunità italiana, anche dopo la conclusione della guerra civile, e da Giacomo Bastucchi. Essi cercarono di proteggere, tra l’altro, anche gli interessi dei pochi greci del Dodecaneso «contro l’applicazione di tasse di guerra, contribuzioni per la rivoluzione, leggi fiscali sul lavoro obbligatorio» e se in questo si riuscì sempre nell’intento, molto «più difficile fu lottare contro la confisca di beni terrieri in provincia o di esercizi di vendita in città: confische che rivestirono spesso il carattere di violenta rapina».
Come a Mosca, anche a Pietrogrado, del resto, l’attitudine delle autorità bolsceviche verso gli stranieri peggiorava con i mutamenti della situazione politica e strategica in Russia e quando ai primi di luglio del 1918 scoppiò a Pietrogrado la rivolta armata dei socialisti-rivoluzionari, prontamente repressa, Zinov’ev, («altro ebreo, di cognome Apfelbaum», commentò Pirone), e il capo della Čeka Urickij ricevettero poteri straordinari, divenendo in pratica i veri padroni. Cominciò anche lì «il periodo terribile dell’estate – autunno 1918: una sequela di delitti impressionanti, di violenze, di vendette».  Pietrogrado «che durante la guerra aveva visto pulsare più intensa la sua vita; che durante la rivoluzione parve presa in un turbine di follia, col terrore cominciò a morire: decadde, si spopolò, tra gli arresti e l’esodo della popolazione, cambiò aspetto, divenne tetra, soffocante [...]. Cadevano morti per fame i cavalli delle vetture, sempre più rare, e le carogne abbandonate, furono dapprima preda dei cani, più tardi degli uomini [...]. Spesso, con gli animali, cadevano per fame gli uomini; ma a questi si badava meno. I rari passanti, se della vecchia società, si riconoscevano al portamento signorile [...]; se della nuova borghesia dei soviety, la «sovbur», spiccavano per lo sguardo sfacciato ed insolente e assai più per i lineamenti tipici della razza ebraica, per il viso completamente raso e quegli occhiali a stanghetta, che non so se fossero moda o camuffamento di tutti gli ebrei del partito comunista». Raffaele Pirone ricorda, poi, che a partire dall’attentato a Lenin «la violenza vendicativa dei bolscevichi non ebbe più limiti: [...] migliaia di vittime cristiane furono sacrificate ai mani di Urickij ebreo; barconi interi di arrestati furono affondati allo sbocco della Neva fra Pietrogrado e Kronštadt; centinaia di inermi, ammassati sulla spiaggia di Oranienbaum e massacrati con le mitragliatrici». Il 4 settembre (il 31 agosto, secondo Pirone), poi, fu invasa l’Ambasciata britannica di Pietrogrado, fatto che costò la vita dell’addetto navale, il capitano F.A. Cromie, mentre lo stato maggiore del consolato britannico e della missione fu arrestato. «Ricordo», stigmatizzò da Mosca Majoni, «il gatto schiacciato dall’autocarro, fra le esclamazioni di commiserazione della folla. Il cadavere dell’ufficiale dilaniato non suscita invece nemmeno un timido richiamo al più elementare senso di umanità». I funerali, che si svolsero il 6 settembre, segnarono una nuova svolta negativa, perché da quel giorno «tutti i consoli cominciarono ad esser pedinati». 
I diplomatici rimasti in città poterono poco: essi si recarono ripetutamente da Zinov’ev per protestare contro la violazione del diritto internazionale (molto significativo fu il fatto che le legazioni di Germania e Austria-Ungheria si unirono alla protesta), ma non riuscirono a ottenere la liberazione dei cittadini stranieri arrestati. Fu quello il momento in cui moltissimi italiani, decisi a restare in Russia nonostante la rivoluzione, furono infine «presi dalla febbre della partenza».
Coinvolto in prima persona anche negli affetti Pirone, che conosceva la Russia dal di dentro per avervi abitato diversi anni, cercò di leggere gli avvenimenti dando loro una spiegazione non contingente, ma di principio, proprio com’è abitudine dei russi dai quali, in parte, raccolse il giudizio, sebbene con alcune varianti. Egli, infatti, attribuì lo scoppio del terrore «all’odio degli ebrei per la Russia, da cui non avevano avuto che ingiustizie ed oppressione; e se ne adduceva a fondamento il fatto che gli autori del colpo di mano di ottobre fossero quasi tutti ebrei, proscritti o perseguitati dal regime zarista», ed era possibile, aggiungeva il console di Avellino, «che in ciò vi sia del vero», ma al contrario dei russi vide anche nel comportamento «agnostico» delle Potenze un contribuito decisivo all’ascesa dei bolscevichi dopo il 7 novembre: «se, invece della solita politica del fare e non fare, i governi occidentali l’avessero davvero rotta con la Russia, ma di un colpo, e seguendo una linea concorde; e se, infine, invece di tentare di uccidere il mostro con irritanti ferite, avessero pensato veramente al colpo mortale, forse il terrore non sarebbe stato quello che fu: lo scatenamento della più cieca e cinica barbarie. Io che ho assistito a strazi, dolori, rovine inenarrabili, ritengo che migliaia di vittime sarebbero state risparmiate, molte rovine evitate, se dal 1918 i bolscevichi non fossero rimasti senza controllo, assoluti padroni di una terra immensa». Il grave giudizio, dettato dall’emotività di chi ha vissuto in prima persona quelle vicende, attribuisce agli Alleati facoltà che essi non ebbero (decidere con la loro azione i destini di un Paese), né tiene conto di alcune contingenze ben precise in parte già osservate ma che è bene ripetere: tra il 1917 e il 1918 la guerra mondiale influì in modo profondo sulla politica delle Potenze, le quali non potendo concentrare gli sforzi nelle vicende russe, furono costrette ad agire in una situazione geopolitica poco chiara. Per loro, come si è già evidenziato, era fondamentale la prosecuzione della guerra da parte della Russia, ma quando questa firmò la pace con la Germania, la paura che i bolscevichi si trasformassero in pedine in mano al nemico condizionò nuovamente le decisioni degli uomini dell’Intesa. Le Potenze, inoltre, si trovavano ad agire in una terra che diventava per loro sempre più ostile, ed erano impossibilitate a usare i loro eserciti, impegnati altrove; cercarono, quindi, di appoggiare quelle forze russe che contrastavano i bolscevichi dal di dentro, senza, peraltro, riuscire a proteggerle in modo decisivo. I fronti, inoltre, come i governi in Russia in quel periodo, erano molteplici e poco chiara la situazione di vaste regioni come il Caucaso, occupato nel 1918 dai tedeschi, o l’Ucraina, divisa tra tedeschi, bolscevichi e truppe leali al governo provvisorio di Kerenskij, o i Paesi baltici. Le Potenze, insomma, non solo non poterono agire in modo deciso durante l’ultimo anno di guerra per cercare di destabilizzare il regime sovietico ma non poterono intervenire neanche dopo il novembre 1918 in quanto nessuno era disposto a impegnarsi in un nuovo conflitto dopo quattro anni di tragedie mentre anche l’epidemia di febbre spagnola, che mieté milioni di vittime, contribuì ad allargare i margini  della catastrofe europea. Si perse in tal modo nuovamente del tempo prezioso e quando, infine, il regime bolscevico si stabilizzò, furono troppi gli uomini politici, specialmente di sinistra, che a ovest descrissero, in buona o cattiva fede, la nuova realtà come un sistema diverso da quello che era, suscitando in alcuni strati della società europea infondate speranze e in altri, forse, insperati allarmi.

Il giudizio di Pirone appare dettato dalla disperazione di chi si sentì abbandonato dai suoi superiori e visse in prima persona le drammatiche esperienze della guerra civile russa. L’autunno del 1918, poi, segnò l’inizio di nuovi e più drammatici avvenimenti. Dopo aver saccheggiato i palazzi dell’aristocrazia, racconta Pirone nelle sue memorie, «i proletari si dettero alla distruzione delle case di legno, per ricavarne il legname, che vendevano poi a prezzi favolosi e sempre più alti con l’incalzare del freddo. L’inverno del 1918 – 1919! Un inverno senza luce: mancava elettricità per mancanza di combustibile; mancava il petrolio; le candele steariche, una rarità, [...] si mangiavano invece del grasso [...]. Che non si mangiò allora! La putrida carne di cavallo era una ghiottoneria. L’olio di ricino rancido, che una cooperativa straniera [...] vendeva a prezzo d’oro, era un grasso ricercatissimo. Cereali non ve ne erano. Il pane, un tritume di paglia, segatura di legno e crusca, non si aveva tutti i giorni. Le patate fradice andavano a ruba». Convinto di poter comunque lasciare Pietrogrado, dopo l’evacuazione di un congruo numero di italiani avvenuta verso la fine del 1918 Pirone si rese conto di essere divenuto un ostaggio «sia per gli italiani partiti, sia per gli atti di ostilità che l’Italia compiva verso la Russia con l’occupazione insieme agli ex alleati di Arkangel’sk e la partecipazione dei nostri soldati, partiti per la Siberia, alle mosse di Kolčak».
Con il 1919 Pietrogrado la situazione di Pietrogrado peggiorò ulteriormente, tanto che all’inizio di febbraio fu abbandonata anche dalle rappresentanze dei paesi neutrali; partì, con esse, la legazione svizzera e solo i pochi consoli «o piuttosto una finzione di corpo consolare», commenta Pirone, «rimasero ormai il tenue filo che legava ufficiosamente i bolscevichi all’Europa». Prima di partire l’ambasciatore svizzero Jounod convocò i rappresentanti consolari di Italia, Belgio, Gran Bretagna e Olanda per un incontro con il rappresentante del commissariato agli Esteri della comune di Pietrogrado, Šlovskij, che chiese ufficialmente il riconoscimento del governo rivoluzionario. Questi parlò anche di una tassa di guerra da applicare agli stranieri, abbastanza onerosa e diversa a seconda si trattasse o meno di appartenenti a uno stato belligerante. Šlovskij promise la sicurezza degli immobili e delle persone e Pirone ebbe l’impressione che questi «volesse trattare con noi a ogni costo e con ogni mezzo». Gli sembrò anche che la Svizzera, in definitiva, non era aliena all’idea di entrare in trattative con il governo bolscevico «e non con il solo scopo di compenso per l’esonero degli svizzeri dalla tassa straordinaria». A distanza di poche ore, però, Pirone mandava un’ulteriore e più drammatica nota a Roma dove parlava della soppressione morale «di ogni libertà umana» e di una vita «ridotta a una primitività che fa pensare all’uomo delle caverne». Pietrogrado «è squallore, miseria, desolazione, rovina; vi si muore di fame e freddo più che di tifo petecchiale e vaiolo», mentre il prezzo degli alimenti era salito ad altezze inverosimili. I negozi, per la maggior parte, erano stati requisiti e chiusi e la merce confiscata era finita al mercato nero. Il denaro latitava in quanto il sistema bancario era bloccato e continuava una certa fuga di capitale all’estero. Fu quella, commenta Pirone, «l’epoca in cui le autorità stesse divennero rigidissime in fatto di partenze degli stranieri, ciò che contribuì a rendere la posizione di molti nazionali quanto mai critica». Restavano a Pietrogrado una trentina di famiglie, circa 150 persone, per lo più «malate o rovinate dalle sofferenze e dalle privazioni che non sono assolutamente in condizione di tentare un lungo viaggio». In questo contesto il console rammenta che la società di beneficenza di Pietroburgo di cui era presidente aveva esaurito i fondi «dopo aver per cinquant’anni esplicato un’opera altamente patriottica e filantropica, per la quale non vi saranno mai lodi sufficienti». 
Nei mesi successivi la realtà della Russia si incupì ulteriormente. Nel marzo 1919 Pirone si ammalò; fu dapprima colpito da una retinite all’occhio sinistro, quindi da un attacco di appendicite. Ciò nonostante il medico e console italiano continuava il lavoro, dopo essere riuscito ad ottenere dal rappresentante a Pietrogrado del commissariato agli Esteri nuove immunità per sé e per il consolato e dal commissiariato agli Approvvigionamenti il permesso per gli italiani di acquistare mensilmente viveri nelle cooperative sovietiche attraverso una tessera. «Mi vedevo talvolta al consolato», ricorda Pirone, «facce sospette di ebrei, che venivano a domandarmi le cose più insignificanti; altra volta mi accorgevo per via di essere pedinato. Non vi era notte senza perquisizioni, arresti di conoscenti o amici, con interrogazioni dirette o indirette sulle relazioni con me». I sospetti del console si rivelarono esatti e dopo qualche tempo i bolscevichi, in risposta all’offensiva delle truppe bianche contro Pietrogrado cominciata il 13 maggio, decisero di procurarsi dei nuovi ostaggi. Il 2 giugno 1919 Pirone e gli altri consoli alleati rimasti a Pietrogrado furono arrestati dalla Čeka. Di ritorno dall’Istituto, egli trovò l’abitazione piena di agenti diretti da un uomo e una donna, «faccia e  portamento degli ebrei di bassa provenienza: lui era il commissario, lei era la segretaria, interprete, non so». Nel corso della perquisizione che seguì furono trovate, tra l’altro, minute di articoli scientifici scritti da Pirone, oltre che in italiano, in tedesco, francese e inglese; anche in questo caso il medico italiano non nasconde la propria attitudine verso i bolscevichi: «Mi domanda perché scrivessi in tante lingue oltre il russo; e poi perché avessi tanti libri stranieri, e tante vedute, e carte geografiche di vari Paesi. Era la curiosità dell’inquisitore, o quella dell’ebreo vissuto fino allora in qualche oscuro fondaco di rigattiere, e portato di botto alla luce del giorno dai confratelli della rivoluzione bolscevica?». Mentre la perquisizione procedeva anche il vice console Angelo Fratini fu condotto con la forza in casa di Pirone e fino al 4 giugno entrambi furono trattenuti in casa mentre il consolato italiano veniva saccheggiato. Una collega di Pirone, la dottoressa Nakonečnaja, che sarebbe divenuta in seguito la sua seconda moglie, fu arrestata, mentre lo stesso medico italiano, dopo un ennesimo attacco di appendicite, fu trasferito in un ospedale per essere operato dal suo amico, il dottor Gol’dberg, dove ebbe modo di conoscere la figlia di un degente suo vicino di letto; la descrizione che egli fa di un colloquio con lei merita di essere riletta: «Era una israelita e, come molti correligionari, lontana dalla sinagoga; ma lontana pure dal tempio di Cristo. Sentiva, però, l’aridità del suo spirito ed il bisogno di sollevarsi; e non nascondeva la sua poca simpatia per le idee del padre: un rigido sionista ed osservante al punto da imporre al figlio, fidanzatosi con una ortodossa, che questa passasse all’ebraismo per essere degna di entrare nella casa loro. Parlammo dell’Italia, di Roma, dove lei sognava di andare per vedere soprattutto San Pietro, i musei vaticani e il papa, specialmente questi. Chissà, forse perché il padre affermava che i papi erano stati assai più remissivi verso gli ebrei di molti liberalissimi príncipi?». 
Nonostante l’interessamento dell’Istituto dove lavorava, dell’Accademia delle scienze e dell’associazione dei medici russi, Pirone non fu rilasciato e poco dopo l’operazione, il 28 giugno, fu prelevato dalla polizia politica e portato al carcere della Spalernaja. Ancora convalescente fu rinchiuso in una cella di isolamento le cui pareti erano «muffite, sozze; un telaio di ferro fissato al muro con su un lurido sacco era il giaciglio; uno sgabello di ferro pure attaccato al muro; in un angolo del pavimento una buca aperta da cui esalava un fetore pestilenziale [...]. Guardai il sacco prima di buttarmici su, formicolava di insetti». L’infermiere che lo venne a trovare poco dopo il suo ingresso era «un ebreo; guardò attorno nella cella e mi domandò, prima di tutto, perché avessi gettato via il pagliericcio; gli feci vedere che era pieno di insetti; egli scattò violento e mi disse che ero in carcere, e non in un sito di villeggiatura, dove mi sarei potuto far passare i miei capricci borghesi». 
Nonostante l’accoglienza, in pochi giorni Pirone riuscì a farsi trasferire nell’infermeria del carcere, dove incontrò personaggi a lui noti, tra cui un vecchio funzionario del regime zarista, un chirurgo professore della Facoltà di Medicina, il lettore di inglese della facoltà di Lingue e un «professore dell’Istituto elettrotecnico, vittima di un suo ex alunno ebreo, diventato uno dei più duri commissari della Ceka». 
All’inizio di luglio Pirone fu trasferito assieme ad altri reclusi a Mosca. Il viaggio, in condizioni estreme, durò tre giorni, dal 6 al 9, finché il convoglio di prigionieri giunse in un sobborgo della capitale, il campo di Novopeskovskij; questo «campo deposito» somiglia, nella descrizione di Pirone, a tutti i campi di concentramento che a diverse latitudini e in periodi differenti del secolo appena trascorso hanno segnato le vite di tanti uomini: «era un fabbricato mezzo diruto che, durante la guerra, era stato un lazzaretto per disinfezioni; e conservava della primitiva destinazione una stufa a vapore, un bagno a doccia e la conduttura d’acqua. Il dormitorio era un’unica sala, malridotta, che avrebbe potuto contenere forse duecento persone, ma dovette accoglierne più di quattrocento». La permanenza in questo lager non durò molto e già il 14 luglio il medico fu trasferito, senza un processo o una precisa accusa ai lavori forzati al campo dell’Andronevskij Monastyr, uno dei monasteri più antichi di Mosca, trasformato dai bolscevichi prima in caserma, quindi in campo di concentramento. «Nel 1919», ha scritto Solženicyn, «ramazzando intorno a veri e presunti complotti [...] a Mosca, a Pietrogrado e altre città si fucilava secondo elenchi (ossia si prendeva chiunque, direttamente, per la fucilazione) e si rastrellava l’intelligencija cosiddetta paracadetta», ossia «tutta la cerchia scientifica, universitaria, artistica e letteraria». Pirone, però, si salvò grazie alla sua professione; svolse all’interno del campo le mansioni di medico, arrivando a percepire un paradossale salario «da quel governo che, in nome della stessa legge, mi aveva privato della libertà e depredato di tutto». Per i reclusi, del resto, la vita inizialmente non fu molto dura; le donne e gli uomini dai 18 ai 52 anni, infatti, cominciavano il lavoro dopo le otto indistintamente dentro o fuori dal campo. Si pulivano i cortili, i viali del cimitero, si andava in città a comprare, o a cercare, le cose più diverse «specialità dei reclusi ebrei», commenta Pirone, «che sapevano far sorgere ogni giorno nuove necessità per tentare di uscire». L’amministrazione cittadina, comunque, richiedeva anche uomini di fatica per le stazioni ferroviarie o i mercati, che erano forniti dal campo di concentramento. Tutto questo, però, durò pochi mesi: il liberalismo delle autorità, infatti, era direttamente proporzionale alla situazione militare, e a ogni avanzata delle truppe bianche, tanto a sud sotto la guida di Denikin, quanto a nord con Judevic, corrispondeva un giro di vite nei confronti dei prigionieri. A peggiorare le cose si aggiunse l’epidemia di tifo che colpì il campo a partire dalla fine del luglio 1919.  
In qualità di medico Pirone ebbe modo di conoscere tutti gli uomini del GULag, tra i quali si distingueva «il fior fiore dell’aristocrazia russa» o, almeno, il fiore che non era riuscito ad emigrare in tempo. Tra gli altri sono ricordati un principe Dolgorukij, un Gorčakov, un Volkonskij, un Gagarin e un Šerinskij – Šachmatov. Vi erano anche governatori di provincia, generali e ammiragli, magistrati, senatori, professori universitari, industriali. Era l’inizio di quella grande purga che avrebbe colpito dapprima la società russa, quindi lo stesso partito bolscevico, per trasformare il Paese in altro da sé nel giro di un paio di lustri. Si colpì, dunque, la base sociale più solida, il nucleo produttivo e intellettuale, per sostituirlo con la nuova leva di direttori – burocrati, i futuri uomini del regime stalinista o, per dirla con Milovan Gilas, la «nuova classe». Quando Denikin prese ad avanzare, il campo si riempì ulteriormente di nuovi arrivati, tutti «testimoni di strazi, di uccisioni, di orrori», tra cui «i più avevano anche subito sevizie inaudite».
La precaria situazione e il clima generale sempre più cupo influirono direttamente sui giudizi di Pirone in merito agli ebrei russi: se fino a poche settimane prima vedeva in essi i principali capi della rivoluzione, il GULag gli sottopose soggetti diversi, come un certo Israil Haikin, che «veniva dalla zona di confino degli ebrei; era proprio uno di quei paria della sua razza di cui vi erano in Russia più di quanto non si credesse. Conosceva gli orrori dei pogromy ed era fuggito con la moglie e i figlioletti dinanzi al saccheggio della sua terra da parte dei russi, che gli avevano tolto ogni cosa e gli avevano ucciso perfino il vecchio padre». Gli ebrei prigionieri, secondo Pirone, finirono per creare una rete di informazioni in grado di riportare con una certa correttezza quanto stesse accadendo al fronte; oltre a loro, comunque, era indice degli sviluppi esterni la stessa frequenza con la quale venivano condotti nuovi reclusi, il cui numero cresceva proporzionalmente ai successi dei bolscevichi. Si giungeva, a volte, alla paradossale situazione per la quale l’aumento della sorveglianza e del rigore era salutato dai prigionieri come l’indice di una prossima probabile liberazione, mentre la mollezza e l’indisciplina come il segno che tutto fosse passato e che sarebbe tornato l’ordine rivoluzionario. 
Verso la fine dell’estate la gestione dei campi di concentramento passò direttamente in mano alla Čeka e tutto cambiò: furono introdotte nuove regole, fu vietato il lavoro esterno e fu avviata una certa campagna propagandistica tesa al «recupero» dei borghesi e degli aristocratici che attraverso il duro lavoro avrebbero «finalmente» compreso la realtà della nuova società socialista. In ogni angolo dei GULag comparve perfino la frase, firmata «Lenin», «kto ne rabotaet, tot ne est», ossia «chi non lavora non mangia», in un Paese dove «mangiare» diventava comunque ogni giorno più complicato.  In quel periodo il campo divenne qualcosa «fra la casa di pena, il domicilio coatto, i lavori forzati, la casa di correzione, il deposito temporaneo di giudicabili», dove si trovavano insieme politici e delinquenti comuni, civili e prigionieri di guerra, «galantuomini e omicidi e ladri, gentildonne e prostitute», ma Pirone non poté più seguire l’evoluzione di quella realtà perché il 22 agosto giunse per lui l’ordine di trasferimento in un nuovo monastero moscovita, l’Ivanovskij, fondato nel XVI secolo sotto il gran principe Vasilij III. 
La situazione che l’ormai ex console italiano incontrò nel nuovo GULag, dove avevano stazionato Fratini e Bastucchi, liberati prima del suo arrivo,  era notevolmente peggiore rispetto a quella lasciata all’Andronevskij; il campo era sporco oltre ogni limite e la gente, polacchi, inglesi, americani, serbi, romeni, svizzeri, francesi, cechi e slovacchi, dormiva per terra in mezzo ai rifiuti e all’umidità. Pirone era lì da pochi giorni quando la pessima situazione sanitaria impose l’inizio di una  vaccinazione di massa tra la popolazione carceraria, in quanto le epidemie di  tifo e colera scoppiate a Mosca si erano ormai estese anche al campo. All’inizio di ottobre, poi, si assisté a un nuovo giro di vite. Il 28 settembre 1919 le truppe bianche comandate dal generale Judenič lanciarono una possente controffensiva dall’Estonia e riuscirono a conquistare i sobborghi di Pietrogrado. La situazione nel campo divenne pessima, in quanto i bolscevichi annunciarono, in caso di sconfitta, una rappresaglia nei confronti dei detenuti. Il 15 ottobre l’ufficio politico del comitato centrale del Partito comunista russo bolscevico ordinò alle truppe impegnate nella difesa della città di non arrendersi, mentre il 19 ottobre fu pubblicato l’appello di Lenin «Agli operai e ai soldati della guardia rossa di Pietrogrado» nel quale il capo bolscevico chiedeva di resistere fino all’ultima goccia di sangue. Il 21 ottobre, infine, cominciò la controffensiva bolscevica, che si concluse con una schiacciante vittoria sulle truppe bianche. Come previsto, gli arresti e le esecuzioni sommarie si moltiplicarono e i campi di concentramento si gonfiarono di nuovi inquilini: «Con i soldati e ufficiali di Denikin sempre affamati, laceri, disfatti fisicamente e moralmente, cominciarono a venire da Kronštadt, dalle frontiere della Finlandia, da Luga, da Pskov ostaggi in gran numero, in massima parte donne. Vedove e orfane di ufficiali di marina, uccisi a Kronštadt, le quali dovevano aver conosciuto chi sa quali orrori della fame, per trovare un tesoro il nostro già scarso e orribile cibo [...]. E poi vecchie cadenti e bambini che non sapevano neppure dire dove fossero e perché; e contadine della Carelia, che spesso non parlavano una parola di russo. Fra queste, una aveva un bambino di poco più di una settimana che le agonizzava fra le braccia per il freddo e la fame». Il numero dei prigionieri del campo triplicò in breve tempo e tutto prese l’aspetto di «qualcosa tra la fiera, la piazza, il marciapiede e talora la bolgia, in cui una accozzaglia di gente si moveva, si agitava, si esprimeva nei più diversi modi e nelle più diverse lingue». Gli uomini e le donne presenti provenivano dalle parti più lontane di quello che era stato l’Impero russo ed erano di nazionalità e astrazione sociale le più diverse: «[...] ebrei e tartari; armeni e russi; polacchi, ucraini, stranieri; ufficiali con la divisa a brandelli e borghesi stracciati; monaci e preti, vecchi gentiluomini che conservavano, sotto i vestiti laceri, residui di nobiltà nel portamento, e sfacciati bolscevichi che male nascondevano, sotto la divisa delle guardie rosse, la loro criminalità [...]. E fra le donne: donne del popolo sguaiate e sciatte e dame della vecchia aristocrazia compassate e raccolte nei loro cenci; contadine del litorale estone-finlandese [...] e delle province baltiche; ucraine nei loro costumi e signore della nobiltà polacca; propietarie di campagna della Siberia e operaie della città; suore di carità e donne equivoche; e poi artiste, letterate, studentesse [...]». Nel giro di pochi giorni quelle persone diventarono «anime a nudo» impegnate in «bassezze morali e viltà», in «manifestazioni di egoismo brutale», mentre dilagavano «immoralità e vizio [...] nelle forme più basse e senza ritegno dal fondo della putredine»

martedì 24 ottobre 2017

CRONACHE DALLA RIVOLUZIONE 2

La missione militare italiana

Accanto alla diplomazia italiana, i membri della missione militare guidata dal generale Giovanni Longhena Romei svolsero un ruolo non secondario, distinguendosi per una certa capacità analitica e una professionalità che, salvo rare eccezioni, consentì loro di limitare l’osservazione quasi asettica alla sola evoluzione degli avvenimenti, senza nulla aggiungere di quanto, se non dimostrabile, avrebbe potuto insinuare la sostanza delle loro parole. 
Romei, che si trovava a Stavka, sede dello Stato maggiore dell’esercito russo fedele al governo provvisorio, fu informato del rivolgimento dal capitano Laderghi Ruggeri, presente nella capitale; era il 6 novembre quando questi gli comunicò l’inizio del movimento massimalista e il prossimo arresto dei membri del governo provvisorio. Il 7 parlò dell’occupazione di alcune stazioni ferroviarie e delle banche e anche di «pochi torbidi», quindi di «barricate e fucilate». Le truppe bolsceviche «hanno occupato e presidiano centro della vita. Loro automitragliatrici blindate percorrono le vie della città. Deboli tentativi di resistenza». Anzi, «situazione resa più angosciosa e ne accresce l’importanza il fatto che con sopraggiunti elementi massimalisti operano oltre elementi tedeschi anche elementi monarchici russi e reazionari». Il 10 novembre Ruggeri telegrafò al superiore l’avvenuta conquista della capitale: «massimalisti sono padroni tutti centri di vita. Qualche fucilata ed esplosione di panico», quindi il giorno dopo lo ragguagliò degli ulteriori sviluppi: «Non circolano che proclami del partito massimalista. Riesce pertanto difficile rendersi contro della situazione analoga a quella d’una città assediata. Tuttavia partito massimalista si rivela incapace mantenere potere e troppo debole per opporre resistenza a truppe del governo se queste agiranno. Tutta opinione pubblica si mostra contraria ai massimalisti [...]. Alcuni reparti che erano massimalisti hanno dichiarato che aderivano a movimento delle truppe del governo [...]. Corre voce che direzione massimalista tra cui Lenin e Trockij tentino fuggire [...]. Nei sobborghi combattimenti fomentati da operai e da teppisti». Poi, il 12, in modo enfatico: «In città panico e disordini causati da teppisti. Le vie d’accesso a Pietrogrado sono presidiate da truppe massimaliste [...] decisi di battersi sino la raggiungimento del loro scopo». Il 13 si parla ancora di lievi disordini causati da «teppisti», mentre «le banche, i telefoni e altri importanti centri della vita pubblica hanno cessato di funzionare». Ruggeri comunica l’imminente arrivo di forze governative, ma ne ignora la consistenza, mentre il 14 registrò la «paralisi quali completa della vita pubblica». Costretto per motivi burocratici a recarsi allo Smol’nyj, cautelativamente in borghese, raccolse in quei giorni anche alcune informazioni dirette sulle intenzioni dei bolscevichi, che sembravano desiderare una pace separata e speravano che il loro «trionfo possa agevolare causa del proletariato contro capitalismo in Germania et Austria». Se dopo più di una settimana sembrava essersi stabilizzata solo l’incertezza («situazione generale invariata. Massimalisti tengono città in loro potere malgrado ostilità maggioranza popolazione e agitazioni alcuni comitati tra cui attivissima la Duma cittadina», scriveva Ruggeri), la necessità di continuare in qualche modo il lavoro e la comunicazione con i comandi supremi costrinse i rappresentanti delle missioni militari alleate a riunirsi il 16 novembre a Pietrogrado per trovare il modo di entrare in «relazione con partito massimalista perché questo permetta senza diritto veto e senza controllo scambi telegrammi delle missioni militari e dello stato maggiore russo tra Stavka e Pietrogrado et estero». 

Le prime difficoltà 

Pirone, con i militari italiani, fu tra i pochi a comprendere che i bolscevichi costituissero già dai primi giorni di novembre «l’unico gruppo di gente mossa da un ideale concreto da raggiungere, al quale erano riusciti a far aderire quanti si poteva della pesante, inerte massa dei soldati e dei contadini». Fin dal principio «vi fu chi altezzosamente manifestava per essi il disprezzo che i russi sentono per gli ebrei, ed ebrei erano quasi tutti i capi del colpo bolscevico [...]. E non si pensava che questi ebrei erano audacissimi; che da circa un anno lavoravano per impadronirsi del potere; che presolo, mostrarono immediatamente una volontà ferrea, ed una energia di cui da tempo non si aveva esempio». La mattina dell’8 novembre era possibile vedere nel centro di Pietrogrado i segni della violenza: «gli edifizi pubblici, il Palazzo imperiale in particolare modo, avevano i vetri infranti, le facciate crivellate di colpi: per le strade, sui marciapiedi, lungo le case, macchie e grumi di sangue congelato [...]. La città pareva morta; chiusi i magazzini, le vie deserte: s’incontravano solo gruppi, o pattuglie di marinai armati, qualcuno ancora ubriaco o ferito, i quali sui ponti, o ai crocicchi delle strade principali, fermavano i passanti, per domandare loro i documenti, perquisirli, arrestare i sospetti». 

I bolscevichi manifestarono nei giorni immediatamente successivi al rivolgimento del 7 novembre una particolare insofferenza nei confronti degli stranieri, indistintamente dalla loro nazionalità, che venivano fermati con ogni pretesto, condotti presso la sede dei Soviet e rilasciati dopo l’interessamento della relativa ambasciata; la dinamica veniva usata dagli estremisti per essere avvicinati dai rappresentanti delle Potenze europee che si erano rifiutate di riconoscere il loro governo e Pirone fu costretto a recarsi ripetutamente allo Smol’nyj per parlamentare la liberazione di alcuni connazionali, non mancando in ogni circostanza di marcare la propria attitudine verso gli ebrei. «Com’era cambiato» afferma Pirone dello Smol’nyj; «Nell’ampio e solitario cortile non più l’aria di pace e tranquillità dei giorni antichi; ma cannoni e mitragliatrici. Nel porticato, qualche cosa fra la caserma ed il bivacco, un’aria greve e triste; marinai e soldati armati, la più parte facce da criminali [...]. In un angolo un tavolino; seduta ad esso un’ebrea [...] verificava i documenti di coloro che avevano bisogno di penetrare in quella bolgia». La prima volta che si incontrò con M. C. Urickij, vice di Trockij e futuro capo della VČK (meglio nota come Čeka), lo descrisse come un uomo «piccolo, deforme, lo sguardo duro e maligno, i lineamenti e il parlare tipico degli ebrei di bassa provenienza, con un’aria tra sprezzante ed ironica». Dopo qualche settimana conobbe Trockij, sempre allo Smol’nyj e ancora in occasione di una protesta ufficiale a seguito di un saccheggio perpetrato nei confronti della casa di un segretario dell’Ambasciata italiana. Il capo bolscevico lo accolse «con una certa garbatezza, pur conservando una fisionomia tra accigliata e contratta, che metteva in maggior rilievo i tratti della stirpe. Urickij, con la sua improntitudine, aveva finito per mettermi di buon umore; Trockij mi ispirò una istantanea ripugnanza [...]. I suoi occhi neri, piccoli, mobili, che non fissavano, sfuggivano anzi il mio sguardo; l’accenno di sorriso tra ironico e maligno, che errava sulle sue labbra, quando parlava ed accentuava la durezza della sua fisionomia, mi parvero in tale contraddizione con quel che diceva, che mi affrettai a porre termine alla visita». Centro temporaneo della vita politica della Russia, lo Smol’nyj fu visitato in quei giorni anche da Taliani, per ricevere dalle autorità bolsceviche il permesso di condurre l’auto in città: «Facce sulla porta. Uomini di mezza età dalle lunghe barbe, facchini mongoli, rivenduglioli ebrei, donne discinte che si agitano chiamandosi con un urlo». 
Sinossi del clima che in quel periodo si respirava un po’ ovunque in Europa, a prescindere dalla longitudine o dalla nazionalità di chi scriveva, simili giudizi razziali apparvero in quei giorni in Italia con una certa enfasi sulle colonne de «il Popolo d’Italia». L’11 novembre 1917 Mussolini si esprimeva nei confronti dei fatti appena accaduti: «A Pietrogrado è tornato Lenin, o altrimenti detto Uljanov o, col vero nome di battesimo e di razza, Ceorbaum. Colla odierna rivolta dei massimalisti la Germania ha conquistato senza colpo ferire Pietrogrado. Gli altri tre signori che compongono la tetrarchia bolscevica hanno questi nomi: Apfelbaum, Rosenfeld, Bronstein. Siamo, come ognuno vede, in piena, autentica tedescheria [...]. L’avvento al potere degli estremisti russi può significare la pace separata. In fondo questa pace separata è ormai un fatto compiuto, dal momento che i soldati russi invece di battersi tengono dei comizi o fraternizzano coi tedeschi [...] non v’è dubbio che il movimento massimalista a Pietrogrado è ispirato, sovvenzionato, armato dalla Germania. Non v’è dubbio che la Germania difenderà con tutti i mezzi il colpo di stato di Lenin». Il 3 dicembre 1917 così parlò di Nikolaj Vasil'evič Krylenko, da poco diventato commissario della guerra e chiamato il napoleone della viltà: «Meravigliosa carriera quella dell’aspirante Krylenco. Un momento. È venuto fuori anche il vero nome di costui. Ci aspettavamo di sapere che si chiamasse Schoenberg o Zimmermann. Invece si chiama Abram. Altro impasto di lettere che puzza di tedesco e di sinagoga». Il giorno dopo fu di nuovo la volta di Lenin: «Il governo di Lenin è tedesco. Bisogna sempre ricordare che Uljanov è tornato in Russia attraverso la Germania. La Germania conclude in realtà un armistizio con se stessa, in quanto che il Governo di Pietrogrado è creatura della Germania».
Se il ruolo della Germania e il “colpo di mano ebraico” sembrano costituire il filo conduttore di una certa interpretazione che andava per la maggiore tra gli osservatori occidentali sulla situazione russa, la diplomazia ufficiale si consumava in una dicotomia che presto l’avrebbe condotta verso l’impasse. Impegnati a cercare di comprendere le future intenzioni dei bolscevichi, i governanti dell’Intesa cullarono a lungo la speranza che il nuovo potere fosse solo una parentesi temporanea e persero l’occasione di incidere sulla sua politica, nella convinzione di poter convincere comunque la Russia a mantenere in vita il fronte orientale con la Germania. La guerra e la sua continuazione, anzi, divennero presto l’argomento fondamentale attorno al quale ruotarono le decisioni riguardo all’atteggiamento da mantenere di fronte ai bolscevichi e per questo motivo fu convocato a Parigi per la fine di novembre 1917 un vertice dei capi di stato alleati dove, lo si vedrà, le decisioni prese segnarono una svolta negativa nei loro rapporti con il governo di Pietrogrado.