sabato 5 settembre 2015

LA BUONA SCUOLA CON LE GAMBE CORTE

Il trasferimento di città con un bimbo di pochi mesi il ministro dell’Istruzione Stefania Giannini l’ha vissuto sulla sua pelle. «Avevo trent’anni, vinsi una cattedra a 350 chilometri di distanza da casa, mio figlio aveva pochi mesi...».

E cosa ha fatto? Si è trasferita con suo figlio?
«Non era possibile, ho fatto la pendolare settimanale, è stato un grande sacrificio, quindi ho il massimo rispetto per le storie individuali visto che l’ho vissuto sulla mia pelle».

E' la ministra Giannini che parla. Purtroppo, la cattedra di cui parla non era scolastica, bensì universitaria. La Giannini, infatti, è nata nel 1960 a Lucca. Nel 1991, dunque a 31 anni, vinse una cattedra di professoressa associata all'Università di Perugia. Si tratta di 120 ore di lezione all'anno e di una situazione normale per l'Università italiana, che sta in piedi (traballanti) grazie ai pendolari.

Dunque, nessuna necessità di cambiare vita, a meno che non lo si voglia. Altra storia per i docenti di scuola, che "timbrano" ogni giorno. Insomma, la ministra dà informazioni parziali durante un'intervista (e poi, diciamolo, ma perché l'esperienza personale di una ministra dovrebbe in qualche modo essere "giustificativa?) e il giornalista neanche si insospettisce. 

lunedì 20 luglio 2015

Il Piano Schäuble-Lamers

La ragione per cui cinque mesi di negoziati tra la Grecia e l’Europa hanno portato all’impasse è che questo è proprio quello che il dottor Schäuble voleva si realizzasse.
Nel periodo dei miei primi incontri a Bruxelles all’inizio di febbraio, una potente maggioranza in seno all’Eurogruppo si era già formata. Si muoveva  intorno alla pressante figura del ministro delle Finanze della Germania, la sua missione era quella di bloccare qualsiasi accordo sulla costruzione di un terreno comune tra il nostro governo appena eletto e il resto della zona euro. [1. “Le elezioni non possono cambiare nulla” e “O il Memorandum o nulla” furono le affermazioni di principio con cui salutò il mio primo intervento all’Eurogruppo.]
Così cinque mesi di intensi negoziati non hanno mai avuto la possibilità di uno sbocco reciprocamente utile. Erano condannati a condurre alla situazione di stallo, il loro scopo era quello di preparare il terreno per quello che il dottor Schäuble aveva già deciso che fosse ‘ottimale’ ben prima che il nostro governo fosse stato eletto: il principio che la Grecia doveva essere aiutata a uscire fuori della zona euro, al fine di disciplinare gli stati membri a condividere il suo piano molto specifico per la ristrutturazione della zona euro. Questa non è una mia teoria. Come faccio a sapere che la Grexit è una parte importante del piano del Dr. Schäuble per l’Europa? Perché mi ha detto così!
Sto scrivendo questo non come un politico greco critico nei confronti della stampa tedesca per la denigrazione delle nostre proposte ragionevoli, o del rifiuto di Berlino di considerare seriamente il nostro piano di ristrutturazione moderata del debito, o della decisione altamente politica della Banca centrale europea di soffocare il nostro governo, oppure della decisione dell’Eurogruppo di dare alla BCE la luce verde per chiudere le nostre banche. Sto scrivendo questo come europeo osservando lo svolgersi di un piano particolare per l’Europa – il Piano del dottor Schäuble. E io pongo una semplice domanda ai lettori informati del Die ZeitSi tratta di un piano che voi approvate? E’ questo un buon piano per l’Europa?
Il Piano del dottor Schäuble per l’Eurozona
La valanga di salvataggi tossici che ha seguito la prima crisi finanziaria della zona euro offre un’ampia prova che il non credibile principio de ‘alcuna clausola di salvataggio’ fosse un terribile facente funzione al posto dell’unione politica. Wolfgang Schäuble lo sa e ha messo in chiaro il suo piano di forgiare una unione più stretta. “Idealmente, l’Europa sarebbe un’unione politica”, ha scritto in un articolo congiunto con Karl Lamers, ex capo degli affari esteri (Financial Times, 1 settembre 2014) della CDU.
Il Dr Schäuble ha ragione a sostenere cambiamenti istituzionali che potrebbero fornire alla zona euro i meccanismi politici che le mancano. Non solo perché è impossibile altrimenti affrontare le crisi finanziarie della zona euro, ma anche allo scopo di preparare la nostra unione monetaria per la prossima crisi. La domanda è: è il suo piano specifico una cosa buona?E’ un programma che gli europei dovrebbero volere di più? Come i suoi autori propongono che venga attuato?
Il Piano Schäuble-Lamers si basa su due idee: «Perché non ha un commissario del bilancio europeo” chiese Schäuble e Lamers “? Con poteri di respingere i bilanci nazionali se non corrispondono alle regole che abbiamo concordato congiuntamente”. “Abbiamo anche favorito”, hannoaggiunto “un parlamento dell’Eurozona che comprenda i deputati dei paesi della zona euro per rafforzare la legittimità democratica delle decisioni che riguardano l’area della moneta unica”.
Il primo punto da rilevare sul Piano Schäuble-Lamers è che è in contrasto con qualsiasi nozione di federalismo democratico. Una democrazia federale, come la Germania, gli Stati Uniti o in Australia, si fonda sulla sovranità dei suoi cittadini che si riflette nella forza positiva dei loro rappresentanti di legiferare quello che deve essere fatto in nome del popolo sovrano.
In netto contrasto, il Piano Schäuble-Lamers prevede solo poteri preclusivi verso gli stati: un Signore supremo del Bilancio dell’Eurozona (forse una versione abbellita del Presidente dell’Eurogruppo) equipaggiato da poteri esclusivamente negativi, di veto, delle attribuzioni dei parlamenti nazionali.
In primo luogo, tutto questo non sarebbe sufficiente ad aiutare a salvaguardare i fondamentali macroeconomici della zona euro. In secondo luogo, violerebbe i principi fondamentali della democrazia liberale occidentale.
Consideriamo gli eventi, sia prima della scoppio della crisi dell’euro, nel 2010, che dopo. Prima della crisi, se il Lord protettore del Bilancio immaginato da Schauble fosse esistito, lei o lui sarebbero stati in grado di porre il veto sulla dissenatezza del governo greco, ma non sarebbero assolutamente stati in grado di fare nulla per quanto riguarda lo tsunami di finanziamenti derivanti dai banche private di Francoforte e Parigi alla periferia di banche private.  
Tali deflussi di capitale hanno creato un debito insostenibile che, inevitabilmente, ha trasferito di nuovo sulle spalle del settore pubblico l’implosione dei mercati finanziari. Post-crisi, il Leviatano di bilancio del dottor Schäuble si sarebbe dimostrato ancora impotente, di fronte alla potenziale insolvenza dei diversi stati causati dal loro salvataggio (diretto o indiretto) delle banche private.
In breve, il nuovo massimo ufficio previsto dal Piano Lamers-Schäuble sarebbe stato impotente a prevenire le cause della crisi e nell’ affrontare le sue ripercussioni. Inoltre, ogni volta che avesse posto in atto il suo potere,  ponendo il veto a un bilancio nazionale, il nuovo alto incarico avrebbe annullato la sovranità di un popolo europeo senza averla sostituita con una sovranità di ordine superiore a livello federale o sovranazionale.
Il Dr Schäuble è stato coerente in modo impressionante nel suo immaginare il connubio tra un’unione politica e l’andare contro i principi fondamentali di una federazione democratica.
In un articolo su Die Welt pubblicato il 15 giugno 1995, egli ha respinto il “dibattito accademico” sul fatto se l’Europa debba essere “… una federazione o un’alleanza di Stati”. Era giusto affermare che non c’è alcuna differenza tra una federazione e un’ alleanza di stati? Io sostengo che la mancata distinzione tra i due costituisce una grave minaccia per la democrazia europea.
I prerequisiti dimenticati per una società democratica, multinazionale unione politica liberale.
Un fatto spesso dimenticato nelle democrazie liberali è che la legittimità delle sue leggi e la costituzione non è determinata dal suo contenuto giuridico, ma dalla politica. Affermare, come ha fatto il dottor Schäuble nel 1995, e implicitamente di nuovo nel 2014, che non fa alcuna differenza se la zona euro sia un’alleanza di stati sovrani o uno Stato federale è ignorare volutamente che quest’ultimo possa creare autorità politica mentre la prima non può.
Per un ‘alleanza di Stati’ è possibile, naturalmente, concludere accordi reciprocamente vantaggiosi contro un aggressore comune (ad esempio nel contesto di un’alleanza militare difensiva), o accettando standard comuni in diversi settori, o anche effettuare una zona di libero scambio. Ma, tale alleanza di Stati sovrani non può mai creare legittimamente un Protettore con il diritto di eliminare la sovranità degli stati, poiché non vi è alcuna scelta collettiva, a livello di alleanza, da cui trarre l’autorità politica necessaria per farlo.
È per questo che la differenza tra una federazione e un ‘alleanza di Stati’  è una questione enorme. Infatti, mentre una federazione sostituisce la sovranità incamerando quella a livello nazionale o statale con un nuova sovranità a livello federale unitario, centralizzare il potere all’interno di un ‘alleanza di Stati’ è, per definizione, illegittimo e privo di qualsiasi corpo politico sovrano che lo renda possibile.
Né può alcuna Camera del Parlamento europeo, legittimare il potere di veto del commissario per il bilancio su parlamenti nazionali, ove manchino altri poteri e competenze legislative.
Per dirla in modo leggermente diverso, le piccole nazioni sovrane, ad esempio, l’Islanda, hanno scelte politiche da fare nelle materie più ampie creati per loro dalla natura e per il resto dell’umanità. Anche se limitato in alcune di queste scelte il corpo politico islandese mantiene l’autorità assoluta di mantenere i propri funzionari eletti responsabili delle decisioni che hanno raggiunto entro i vincoli esogeni dell’interesse della loro piccola nazione e quindi di eliminare o stravolgere ogni atto legislativo che hanno deciso in passato.
In contrapposizione, i ministri delle finanze della zona euro spesso tornano dalle riunioni dell’Eurogruppo lamendosi  delle scelte a cui hanno appena aderito, usando la scusa standard che “è stata la migliore che abbiamo potuto negoziare all’interno dell’Eurogruppo”.
La crisi dell’euro ha ampliato tale vulnus democratico al cuore dell’Europa, in modo orribile. Un organo informale, l’Eurogruppo, le cui decisioni non sono verbalizzate, e alle quali ci si attiene senza regole scritte, non è responsabile verso nessuno, e governa con le sue regole macroeconomiche una delle più grandi economie del mondo, con una Banca centrale che lotta per rimanere all’interno di regole vaghe che crea di pari passo a come va l’economia,  senza che nessun corpo politico fornisca la base necessaria di legittimità politica sui cui possano poggiare le decisioni fiscali e monetarie.
Semmai, è solo avvolgere l’attuale  inefficace e autoritaria governance politica dell’Eurogruppo in un mantello di pseudo-legittimazione.I tumori maligni della presente ‘Alleanza degli Stati’ sarebbero codificati come legittimi e il sogno di una federazione europea democratica sarebbe spinta ulteriormente verso un futuro incerto.
La pericolosa strategia del Dr. Schäuble per l’attuazione del Piano di Schäuble-Lamers.
A maggio, in margine all’ennesima riunione dell’Eurogruppo, avevo avuto il privilegio di una conversazione affascinante con il dottor Schäuble. Abbiamo parlato a lungo sia per quanto riguarda la Grecia e per quanto riguarda il futuro della zona euro. Più tardi, all’ordine del giorno della riunione dell’Eurogruppo fu incluso un articolo sulle modifiche istituzionali future per rafforzare la zona euro. In quella conversazione, era evidente che il piano del dottor Schäuble fosse l’asse attorno al quale convergessero la maggior parte dei ministri delle finanze.
Anche se la Grexit non è stata menzionata direttamente in quella riunione dell’Eurogruppo di diciannove ministri, più i leader delle istituzioni [FMI, BCE e Commissione], i riferimenti velati erano sicuramente fatte ad essa. Ho sentito un collega dire che gli stati membri che non possono soddisfare i loro impegni non dovrebbero contare sull’indivisibilità della zona euro, in quanto una disciplina rafforzata era essenziale.
Alcuni hanno menzionato l’importanza di conferire a un Presidente permanente dell’Eurogruppo il potere di veto sui bilanci nazionali.
Altri hanno discusso la necessità di convocare una Camera di parlamentari dell’eurozona per legittimare la sua autorità. L’eco del Piano del dottor Schäuble risuonava in tutta la stanza.
A giudicare da quella conversazione dell’ Eurogruppo, e dai miei colloqui con il ministro delle Finanze della Germania, le caratteristiche della Grexit erano, per il piano del dottor Schäuble, come una mossa cruciale che desse il via al processo della sua attuazione.
Una escalation controllata del dolore dei greci  a lungo sofferenti, intensificata dalla chiusura delle banche e lenita da alcuni aiuti umanitari, è stata prefigurata come il momento precursore della nuova zona euro.
Da una parte, il destino dei greci “spendaccioni” avrebbe agito come un racconto morale per i governi che vogliono giocherellare con l’idea di sfidare le ‘regole’ esistenti (ad esempio Italia), o di resistere al trasferimento della sovranità nazionale sui bilanci all’Eurogruppo (ad esempio la Francia).D’altra parte, la prospettiva di (limitati) trasferimenti fiscali (ad esempio, una più stretta unione bancaria e un fondo comune  di aiuti contro la disoccupazione) offrirebbe la “carota” (che le nazioni più piccole desideravano).
Mettendo da parte tutte le obiezioni morali o filosofiche in relazione all’idea di costituire un’unione migliore attraverso l’aumento della sofferenza della popolazione di un stato membro costituente, alcune domande più ampie si pongono con urgenza:
– sono i mezzi adatti alle finalità?
– l’abrogazione della indivisibilità costituzionale della zona euro [si può quindi cacciare uno Stato mantenendo l’Euro per gli altri ndr] un mezzo sicuro di assicurare il suo futuro come un regno di prosperità condivisa?
– Può il sacrificio rituale di uno stato membro aiutare a riunire gli europei?
– La tesi secondo cui le elezioni non possono cambiare nulla negli stati membri indebitati ispira fiducia nelle istituzioni europee?
– Oppure potrebbe avere l’effetto opposto, come paura e disgusto che diventano elementi fondati delle relazioni tra Stati in Europa?
Conclusioni: l’Europa a un bivio.
I difetti delle fondamenta della zona euro si sono rivelate in Grecia, prima che la crisi li diffondesse altrove. Cinque anni più tardi, la Grecia è di nuovo alla ribalta per lunico statista tedesco sopravvissuto dell’epoca che ha forgiato l’euro, Wolfgang Schäuble, il quale ha un piano per ristrutturare l’unione monetaria europea che deve  disfarsi della Grecia con la scusa che il governo greco non ha ‘credibili’ riforme da offrire in cambio.
La realtà è che un Eurogruppo venduto al Piano del dottor Schäuble, e alla sua strategia, non ha mai avuto alcuna seria intenzione di trovare un nuovo accordo con la Grecia che rifletta gli interessi comuni dei creditori e di una nazione il cui reddito era stato schiacciato, e la cui società era stata frammentata,  a seguito di un ‘programma’ progettato in modo assurdo.L’insistenza ufficiale dell’ Europa, che questo Programma non riuscito deve essere il ‘Programma’ del nostro nuovo governo,  ‘oppure’ si deve uscire, non era altro che l’innesco per l’attuazione del Piano del dottor Schäuble.
È piuttosto indicativo che, nel momento in cui i negoziati sono crollati, la tesi del nostro governo per cui il debito della Grecia doveva essere ristrutturato come parte di un qualsiasi accordo fattibile, è stata, tardivamente, riconosciuta. Il Fondo Monetario Internazionale fu la prima istituzione a farlo. Straordinariamente, lo stesso Dr. Schauble riconobbe che la riduzione del debito era necessaria ma si affrettò ad aggiungere che era politicamente impossibile. Sono sicuro che volesse dire che era sgradita, a lui, perchè il suo obiettivo è giustifcare un Grexit che permetta la realizzazione del suo Piano per l’Europa.
Forse è vero che, da greco e da  protagonista dei negoziati negli ultimi cinque mesi, la mia valutazione del Piano Schauble-Lamers, e dei mezzi da loro scelti, è posto in modo troppo fazioso per essere considerata in Germania.
La Germania è stata una leale cittadina europea e il popolo tedesco, occorre riconoscerlo, ha sempre desiderato di incardinare il suo Stato-Nazione dentro un’Europa unita. Così, mettendo da parte i miei punti di vista sulla questione, la domanda è questa:
Caro lettore, cosa ne pensi? Il Piano del Dr Schauble è in conformità con il tuo sogno di un’Europa democratica?
Oppure la sua realizzazione inizierà con il trattamento della Grecia come qualcosa tra uno “Stato paria” e un agnello sacrificale, che innescherà un feedback continuo tra l’instabilità economica e l’autoritarismo che da questa trae energia.

giovedì 2 luglio 2015

I GIORNI DEL NO

La Grecia ha detto molti No nel corso della sua storia. No ai Persiani (certo, un'altro mondo), no ai Turchi, no agli Italiani. Ha sempre pagato un prezzo altissimo, perché la vita non perdona chi non subisce i rapporti di forza, chi non si piega e non rinuncia alla propria libertà di fronte a "generose offerte".
Oggi il dilemma è simile a quello del 1940, anche se storicamente ha un significato ancora più profondo. Allora, nel 1940, il NO della Grecia all'ultimatum di un membro dell'Asse, veniva dopo una serie di innumerevoli SI, che con la complicità delle Potenze europee occidentali avevano sconvolto la carta europea (diviso la Cecoslovacchia, ridotto la Boemia a un protettorato tedesco, l'Etiopia a una colonia italiana, l'Albania a un'appendice del nostro re, la Romania e l'Ungheria a pedine in mano di Berlino, messo in un angolo, isolata da tutti, l'Unione Sovietica, costretta a un accordo con il nazismo - accordo molto discutibile, certo - per non restare isolata). E quei SI avevano permesso, infine, alla Germania di conquistare l'Europa intera, con l'esclusione di Spagna e Portogallo, Italia (per modo di dire) e parte dell'Unione Sovietica (1941). Insomma, la Grecia fu l'unico paese ad andare in guerra sapendo di perdere, ma con la volontà di resistere. Pagò un prezzo altissimo, ma ancora oggi può scrivere che l'unico alto prelato europeo che protestò ufficialmente con i tedeschi per la deportazione degli ebrei, fu l'Arcivescovo di Atene (per esempio). E l'unica isola europea occupata da cui non fu deportato un solo ebreo, perché tutti vennero nascosti in montagna, fu, sempre per esempio, Zacinto. 
Ebbene, oggi il NO dei greci è un sacrificio immane, che pagherebbero per i popoli europei ancora una volta. Le conseguenze non saranno deportazioni o bombardamenti, magari neanche la fame, ma probabilmente una depressione economica ancora più forte di quella di oggi. Un sacrificio, però, che significherebbe politicamente la più grande vittoria no global del nostro tempo, una Genova vendicata, un NO alla politica finanziaria delle multinazionali, allo sfruttamento dell'uomo sull'uomo nelle condizioni di questo mercato, ai diktat dei tecnocrati europei, alla crescita ineguale e alla mancanza di solidarietà tra i paesi. Un NO a tutto questo sarebbe un SI alla vita, a una vita sconosciuta, per ora, ma diversa da questa, a una eco-nomia più vicina all'uomo, una bio-nomia, un SI per tutti quelli che si sono ritirati nel privato aspettando GODOT. Ebbene, GODOT è finalmente arrivato e si chiama OXI.








lunedì 22 giugno 2015

TANTE COSE

Sono successe troppe cose, nella vita di Marconista ma soprattutto in questo mondo, per riuscire a stare al passo. Ogni volta è una lama che taglia e lascia carne viva. Ogni volta è un setto nasale sanguinante, una soglia spinta più in là. Là, dove non si ascolta più.

Ho conosciuto anche il Palazzo, in questi giorni. Il Palazzo tante volte sentito e letto ed ora toccato con mano.

La cosa più sconvolgente è stata questa. Come Manhattan quando torni dal Bronx e pensi che i pazzi sono loro, così entri in questo ciarpame di sottogoverno, dove si passano i pizzini e spartiscono strisce di particolare.

Il particolare. Fuori dalla nostra vita. Ci siamo incontrati - era inevitabile  prima o poi. Per ora basta così



giovedì 14 maggio 2015

LE PAROLE DELLA SCUOLA






Boicottare le prove INVALSI in relazione a questo governo e alla sua riforma della scuola è una sciocchezza. Questo governo non ha a che fare con le prove più di quanto non ne abbiano avuto i precedenti. Sono dell'opinione, invece, che bisognerebbe ci fosse da parte di tutti una problematizzazione della questione. Che cosa testano le prove INVALSI? E perché? Quali conseguenze comportano i risultati? Che tipo di scuola e quindi anche di politica scolatisca implicano? Le prove tendono ad accertare le competenze, parola ricorrente già da qualche anno e divenuta “chiave”, tanto che gli insegnanti ora devono programmare “per competenze”. La parola può essere intesa come una serie di abilità, capacità e conoscenze complesse, ma può anche essere svilita a un semplice “saper fare” privo di contenuti. Ed è questo secondo modo di intenderla che a mio avviso sta alla base delle prove di cui parlo. L'alunno o allievo viene messo di fronte ad un problema, in senso lato, di tipo linguistico o matematico o geometrico o statistico a cui deve dare la risposta. E tutto finisce lì. Non c'è interazione tra le discipline testate, non è rischiesta la capacità di collegamento, di un ragionamento che metta a confronto diverse aree del sapere. Come se la mente fosse fatta a compartimenti stagni, a settori che non interagiscono tra loro. Come mai? Da molti anni ci siamo persi una parola molto importante nel processo educativo e di apprendimento: interdisciplinarietà. Hanno introdotto nella scuola primaria, quella che dà la forma mentis al bambino e futuro cittadino, una pluralità di maestri per singola classe sostenendo che più il docente era specializzato nella disciplina, più l'insegnamento sarebbe stato efficace. Ma questo ha fatto sì che le discipline non parlassero più tra loro (è difficile mettere d'accordo due o più teste, soprattutto quando sono abituate a lavorare per conto proprio e quando sono gelose del proprio sapere e metodo). Mi spiego: se ho un'ora di educazione all'immagine, posso fare nel contempo geometria, geografia, storia, musica e fare sviluppare al bambino capacità deduttive, basta che scelga di far loro disegnare il motivo geometrico di un vaso mettiamo greco, ma ritrovato magari a Siracusa. Come ci è finito lì? Facciamo delle ipotesi, troviamo una risposta, scopriamo la Magna Grecia, mentre disegnamo ascoltiamo musica antica. Non voglio dire che non ci siano insegnanti che operano in questo modo, certo che ci sono, ne conosco più di qualcuno e spesso vengono ripresi dai colleghi che percepiscono il loro metodo come una invasione di campo, ma non è questo il punto. Il punto è l'impostazione scolastica attuale e la formazione che ne deriva. Ci siamo persi un'altra parola a mio avviso piuttosto importante: programma nazionale. I programmi come li abbiamo conosciuti noi che siamo ormai di una o due generazioni fa, non ci sono più da qualche anno, sono stati sostituiti dalle “Indicazioni nazionali” dal sapore molto anglosassone, e che sembrano pensati per favorire la tanto sbandierata autonomia. “Indicazione” non fornisce i contenuti, dice solo cosa gli studenti devono essere in grado di fare, fornisce indicazioni appunto sul periodo da trattare, ma che cosa poi sappiano di geografia, storia, letteratura, cultura dei paesi stranieri di cui si studiano le lingue, non è affare dello stato. Ognuno ci metta quello che vuole, a seconda del territorio in cui vive. Si rischia ancora parcellizzazione, perdita progressiva dello sguardo d'insieme.
Le prove INVALSI servono, secondo alcuni, a verificare la capacità di insegnare dei docenti e a quanto pare ci credono pure loro stessi, tanto che alcuni piegano un anno di insegnamento alla preparazione ai test. Ma insegnare è faccenda molto più complessa e in questo modo si perde di vista la funzione molto articolata che la scuola deve, ma vien voglia di dire dovrebbe, avere nella formazione della persona cittadino. È svilente e dannoso per tutti. Gli insegnanti dovrebbero preoccuparsi di difendere il proprio lavoro, prima del posto di lavoro e dello stipendio, pur sacrosanti.
A corollario della prove viene allegato un questionario dal quale dovrebbero emergere dati di tipo sociologico (composizione familiare, grado di istruzione e professione dei genitori, quantità di libri non scolastici presente in casa, collegamenti a internet...), psicologico e motivazionale (come mi sento a scuola, che studente penso di essere, se sono stato oggetto di bullismo o se sono io stesso un bullo, se le lezioni di italiano sono noiose...), ed altro. In forma anonima giustamente, ma fino a che punto è giusto somministrarlo? Fino a che punto gli studenti sono sinceri in alcune risposte?
Vorrei infine capire perché certe fondazioni legate al potente mondo industriale conducano ricerche sulla scuola, un ambito così lontano dal loro e che non dovrebbe riguardali. Che cosa hanno a che fare soprattutto con la primaria? Domanda retorica, naturalmente.
Nella scuola entrano moltissime altre parole importanti, concetti e princìpi basilari e irrinunciabili di cui tutti si riempiono la bocca in questi giorni. Oggi ne ho aggiunte due che ormai nessuno nomina più, ma che stanno dalla parte di insegnanti e apprendenti.

martedì 5 maggio 2015

ISTITUTI DI CULTURA

Il 30 marzo scorso il ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale Paolo Gentiloni ha nominato i direttori di tre dei più importanti Istituti italiani di Cultura all’estero: Marco Delogu è andato a quello di Londra, Giorgio Van Straten a New York e Olga Strada a Mosca. La nomina è avvenuta, dice il comunicato del ministero al termine della procedura prevista per l’individuazione dei Direttori “di chiara fama” [virgolettato loro] e basato sul lavoro istruttorio “di una commissione in cui erano rappresentati, accanto agli Esteri, i ministeri dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo e dell’Università e della Ricerca”.
Negli anni passati una nostra concittadina, Paola Cioni, si è distinta dimostrando grandi capacità in diversi Istituti italiani di Cultura, tra cui quelli di Mosca, Francoforte e Toronto, ma non è mai arrivata a occupare la carica di Direttore. Carica, che come si è visto, ora si ottiene solo per “chiara fama” (virgolettato). Tanto per essere chiari, non sono i nomi a essere messi in discussione; non è forse la sede, ormai sono in carica e, a parte uno, li conosciamo poco. Ci interessa, invece, capire il senso delle nomine, il denominatore comune che le sostiene e alimenta, in altre parole, cosa è importante per il ministro Gentiloni, e cosa risulta, invece, dirimente. Delogu è un fotografo, forse tra i migliori che abbiamo in Italia nonché, come dice il ministero, “editore, regista, curatore di mostre, direttore artistico di vari Festival”. Van Straten uno “scrittore, vincitore del premio Viareggio”, ma è stato anche consigliere di amministrazione della Biennale di Venezia, consigliere di amministrazione Rai, presidente dell’Azienda Speciale PalaExpo di Roma e presidente dell’Agis. La Olga Strada, figlia di Vittorio Strada, uno dei massimi slavisti italiani, è “organizzatrice culturale”.  Ha una “profonda conoscenza di ambienti culturali russi anche grazie [anche grazie] alle sue iniziative presso le maggiori istituzioni museali del Paese, tra i quali il Museo di Mosca [che, vi assicuro, non esiste], e il Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo” [che per fortuna esiste]. Quali siano state queste iniziative, però, non viene specificato.
Come si vede, il profilo dei chiara fama [senza virgolette, essendo una locuzione in uso in italiano] è generico e ha una forte connotazione manageriale, mentre sono del tutto assenti produzione scientifica e curricula accademici. Cosa abbiano fatto in Commissione i rappresentati degli altri due ministeri, chi fossero e cosa si sono detti (i verbali delle sedute, per esempio), resta sconosciuto.  L’Italia, si sa, è un paese particolare. Si occupano posti così importanti senza concorso, mentre si lasciano a casa decine di migliaia di docenti medi “idonei” perché, come ha detto oggi il ministro [la ministra] Stefania Giannini, “un concorso non l’hanno vinto”. L’Italia, si sa, è un paese irriconoscente. La nostra Paola magari non ha organizzato mai mostre [ma forse sì], però ha lavorato sodo per anni, parla cinque lingue e conosce perfettamente il mondo culturale russo. Magari è stata ferma un giro. O magari nessuna chiara fama, mai. 

Ricordo con esattezza un fatto: era il 1995, venti anni fa. A San Pietroburgo giunse un trentenne come direttore dell’Istituto culturale olandese. Per un po’ visse anche a casa mia, in attesa di trovare un posto adeguato. Aveva fatto domanda a l’Aja, presentato un progetto, ed era stato scelto da una commissione. E non era neanche olandese, bensì belga, della parte fiamminga.


Markonista

domenica 3 maggio 2015

LA VIOLENZA

Una riflessione a più voci (tra loro non corali) su quanto accaduto a Milano.

Marconista, 3 maggio

L'ipocrisia più grande è quella di gridare alla "non violenza", quella di indiganrsi se un migliaio di giovani violenti danno sfogo allo scontro sociale rompendo vetrine e bruciando qualche auto. Noi siamo circondati dalla violenza. Sono 13 anni che bombardiamo il Medio Oriente, mentre il Mediterraneo è diventata una tomba di povera gente. 

La vera nemica della libertà non è la violenza ma l'indifferenza. La cosa più comoda è indignarsi, per voltarsi subito dall'altra parte.



David Bidussa

1 maggio 2015
A Milano, forse non si è ripetuta l’operazione che riuscì al G8 di Genova nel luglio 2001:  l’uccisione di una  generazione che poi negli anni successivi non ha trovato gli spazi, le parole, le forme e anche gli slogan per segnare una propria presenza.
Quella generazione non morì alla Diaz o alla scuola Pascoli nella notte tra il 21 e il 22 luglio e nemmeno morì il 20 luglio in Piazza Alimonda, dove morì Carlo Giuliani.
Quella generazione morì la sera di Giovedì 19 luglio, al termine della prima giornata di manifestazioni, quando non fu più in grado di andare oltre l’espulsione dei Black bloc e pensò che quella scena fosse la propria vittoria. Si trattava di prendere in mano la questione, affrontarla non come ordine pubblico, o come provocazione. Bensì di proporre  le proprie parole, la èpropria agenda come tema. Ma il giorno dopo non fu questo. Il giorno dopo quella generazione non aveva più voce. Altri avevano la voce, le parole, gli slogan. Si presero il centro della scena e uccisero la generazione che li aveva espulsi da quella piazza il giorno prima.
Rispetto ad allora, la voglia di riflettere che è cresciuta in questi mesi intorno ai temi di EXPO Milano 2015 , intorno a “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita”i due slogan che stanno al centro della riflessione pubblica promossa dall’occasione di EXPO, indica che la possibilità di non essere scippati è consistente. Ma appunto il problema è mettere al centro temi, riflessioni, percorsi, proposte. In breve esserci.
E’ possibile che la scena del 19 luglio sera, una scena che nessuno ricorda più appunto, perché lì una generazione è morta e non ha avuto chi ne parlasse, non si ripeta oggi.
Dipenderà da molte cose, ma sicuramente la differenza la può fare la riflessione pubblica e la può fare quella generazione che dal futuro si sente coinvolta in termini di scelte da fare, di agende da riempire, di questioni da porre, di voglia di pensare e fare.
Insomma se il vocabolario in cui si combinano diritti, scelte, impegni e responsabilità trova la possibilità di trasformarsi in linguaggio pubblico.
Lì si vedrà se appunto nuovamente una generazione verrà uccisa o se invece, a differenza di 14 anni fa , come è auspicabile, avrà modo di riprendersi in mano un futuro.
E tuttavia quando l’attacco si fa duro non basta solo dichiarare la propria voglia di riflettere. Occorre anche dare la prova inconfutabile che si è pronti a fare. Ora.
Oggi questa disponibilità, significa dare una parte del proprio tempo per aiutare a rimettere in piedi Milano, una città oggi ferita, ma che è un “bene comune” che oggi va tutelato, meglio “ripristinato”.
Si chiama “nessuno tocchi Milano”, è il luogo virtuale dove darsi appuntamento per aiutare a rimettere a posto ciò che è stato devastato. E riaprire la partita, riappropriarsi del diritto di parola, tornare protagonisti, laddove qualcuno ha cercato di sottrarre la parola a tutti nel pomeriggio di oggi.
Non perché si è buoni e “loro” sono i cattivi. Ma per marcare una spaccatura verticale tra chi prova a darsi un futuro e chi fa di tutto per uccidere quelli della sua generazione che non sono d’accordo con lui perché si accontenta della rabbia che ha dentro e non la tramuta in iniziativa, perché gli basta coccolarla per dire a se stesso che è vivo.

Guri Schwarz

Vandalismi e distruzioni verificatisi ieri a Milano possono essere letti in relazione a una questione su cui ragionano gli storici della Resistenza da qualche tempo. Nel libro intitolato ‘La Resistenza perfetta’, Giovanni De Luna ha messo in evidenza come oggi risulti per molti versi incomprensibile un dato centrale della lotta antifascista, ovvero l’esercizio della violenza. È una questione su cui ho provato a richiamare l’attenzione con un contributo pubblicato qui il 25 aprile.
C’era un tempo in cui la politica era – anche – violenza, ovvero la violenza era uno strumento di lotta politica. Quel tempo, che possiamo dire nasca con la politica moderna, e quindi con la rivoluzione del 1789, si esaurisce –  a grandi linee –  con la fine della stagione dei movimenti e del terrorismo.
Negli ultimi quaranta anni ci è sembrato di fare un grosso passo avanti liberandoci della violenza politica, mettendola nell’angolo, relegandola a fenomeno residuale, a barbarie da condannare.
Si è detto che ‘la violenza politica è fascismo’, mettendoci così nelle condizioni di non capire il fascismo, di non capire l’antifascismo  e soprattutto di non capire la politica.
Il risultato è che così facendo ci siamo persi per strada la politica, ma la violenza è rimasta. È quello che abbiamo visto ieri a Milano: violenza senza politica.
Quello che ci deve preoccupare non è la violenza in sé, ma la crisi della politica.


mercoledì 29 aprile 2015

GLI OCCHI DI M*



M* è alto sì e no un metro e cinquanta. Una zazzera di capelli neri, sparati sulla fronte, dritti come spaghi. La testa spesso piegata un po' in avanti, la nuca bloccata in una posizione rigida. Due occhietti da cinesino - anche se cinese non lo è affatto -, uno è strabico. Non ti guarda mai negli occhi M*. Ha lo sguardo puntato verso il basso, come se sul pavimento o su quella linea di congiuntura tra muro e pavimento si celasse il senso del mondo. M* non parla. Non dice una parola, non le articola nemmeno le parole. Tutto quello che esce dalla sua gola sono versi, ringhi. A labbra serrate. A volte all'improvviso il volto si apre in un sorriso enorme, luminoso e poi parte in una risata senza suono. Tutto il suo corpo ti dice che quella è una risata. Non so neppure quanti anni abbia, non è un allievo delle mie classi, studia in seconda al liceo delle scienze umane, che sta nello stesso edificio del mio. Quando mi capita di incontrarlo per i corridoi, lo saluto con un brioso “Ciao M*!” che non produce alcun effetto. Lui sembra impermeabile a me, io inesistente per lui. È il beniamino della docente di italiano e storia, che non è neppure la sua professoressa. Capita che M* sia agitato e così l'insegnante di sostegno lo tiene per un po' fuori dalla classe. Allora la professoressa di italiano e storia se lo prende in un vorticoso giro di valzer, ballano, ballano con la musica fatta con la voce. M* non dimostra alcuna emozione, il volto resta impassibile, ma si lascia trasportare da quel volteggiare leggero senza protestare. Finito il volo, ringhia con un suono rauco, neppure una vocale, un suono e basta. Oggi sta in sala insegnanti, seduto sul divanetto. Si torce le manine paffuttelle, con le dita piegate in modo innaturale, guarda in basso e dondola col busto avanti e indietro avanti e indietro. L'insegnante di sostegno lo stimola con dolcezza a finire la sua merenda: cubetti di formaggio che la mamma adottiva gli prepara nella giusta dimensione e che a lui piacciono da morire. Mangiatone uno esprime tutta la sua soddisfazione con un rauco “MMMMMMM!” e tu capisci che vuole anche dire: ancora! Io siedo al tavolone, gli do le spalle, ma con la coda dell'occhio lo vedo ugualmente. Cerco di concentrarmi sul voluminoso libro che ho davanti, ma sono piuttosto stanca e il periodo non è dei migliori, perciò mi capita più volte di sprofondare in qualche pensiero e di ritrovarmi con la guancia appoggiata alla mano e lo sguardo perso fuori dalla finestra. Ora M* si è fatto silenzioso, sembra più tranquillo, ha smesso di dondolare. Torno con gli occhi sulle righe fitte e nere. Ad un tratto sul mio braccio sinistro si appoggia il braccio dalla felpa rossa di M*, sento appoggiato alle mie spalle quel corpicino che mi sta abbracciando. Per un attimo resto di sasso dallo stupore, poi anche il mio corpo si placa, si abbandona. Riesco solo a dire, sorpresa, il suo nome e dargli una carezza sulla guancia e lungo tutto il braccio.