Visualizzazione post con etichetta Referendum. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Referendum. Mostra tutti i post

venerdì 9 dicembre 2016

L'ANALISI DEL DOPO 4 DICEMBRE

NON É EVOCANDO WEIMAR CHE LA EVITEREMO

Il referendum di domenica 4 dicembre e il suo esito, in particolare, hanno determinato la fine di qualcosa.
Non rappresentano solo la fine di un’esperienza di governo o della legislatura che ha, evidentemente, esaurito gran parte della propria ragione politica. Si è esaurito un intento riformista che ha caratterizzato l’impegno di molti durante un arco di tempo ventennale e che aveva al suo centro il tentativo di modernizzare e di innovare le istituzioni come risposta ai bisogni sociali. I bisogni sociali, però, sono arrivati prima dell’esito e del risultato di quell’intento, complici gli effetti di una crisi, prima negata, poi usata e finalmente affrontata e non ancora arrestata i cui effetti hanno surclassato questo sforzo riformista.
Si tratta quindi di vedere e comprendere la fine di una fase. La fine di questa lunga fase della vicenda repubblicana inevitabilmente ne apre un’altra sia in termini storici che politici.
Sono convinto che questo referendum assumerà presto una funzione simbolica di ampia portata come lo furono i referendum di inizio anni ’90, che inaugurarono una stagione maggioritaria e tendenzialmente bipolare.
Se è vero che assistiamo alla fine di una fase e di certi suoi intenti riformisti, allora è altrettanto vero che sarebbe auspicabile terminassero anche elementi deleteri di questa stagione, primo fra tutti la subalternità della politica alla tecnica e alla burocrazia. Subalternità ricercata come risposta ad un una domanda di frenare la corruzione e l’assenza di moralità, rivelatasi inutile se non deleteria anche in questo senso.
Non possiamo guardare al risultato referendario con il miopismo di chi considera solo i numeri assoluti, i 13 milioni contro i 19, e nemmeno di chi si abbandona a scenari evocativi ricercando analogie nei risultati percentuali.
Per una volta dovremmo provare a considerare non solo quanti voti abbiamo preso, ma quali e dove. Non possiamo esimerci da constatare che chi ha raccolto con maggiore ardore la possibilità di cambiamento offerta da questa sfida riformista raccoglie consensi in luoghi e ceti che si sono sentiti più al riparo da una crisi che non è solo economica, ma sociale e molto più marcatamente culturale. La cosa più triste è che questo consenso, se venisse tradotto in consenso elettorale non verrebbe raccolto nemmeno da chi, opponendosi tentativo di cambiamento, occupa uno spazio “preteso di sinistra”. Queste formazioni, anzi, al netto del minoritarismo congenito che le mina dal proprio interno, subiscono ancora più del Partito Democratico la propria limitazione di consenso ad ceto riflessivo, basso, medio o alto che sia.
La fase che si apre è difficilissima ed è caratterizzata da una reale minaccia per le istituzioni e, come si sarebbe detto un tempo, per la tenuta democratica. Questa minaccia è rappresentata dal grillismo e da tutti gli altri movimenti populisti e xenofobi presenti nel nostro panorama nazionale, in questo non dissimile, per una volta, dal contesto europeo.
Purtroppo è evidente che non prenderemo un solo voto in più continuando a denunciare quale pericolo rappresentino queste forze. Aumenteremo il nostro consenso solo risultando efficaci nelle proposte rispetto alla loro volgarità e rappresentazione anche estetica di un disagio a cui non offrono risposta né rappresentanza, ma una inutile auto-rappresentazione indulgente.
Non è evocando Weimar, per quanto il pericolo sia quanto mai reale e drammaticamente ravvicinato, che eviteremo Weimar. Questo grido resterà inascoltato e un redivivo spirito proporzionalista non ci aiuterà in alcun modo, in questo senso. Eviteremo Weimar solo se ne saremo capaci davvero.
E’ tempo, che in questa nuova fase la politica esca dalla subalternità alla burocrazia e alla tecnica in cui si è cacciata, o è stata cacciata.
Il protagonismo della politica, come luogo di programmazione ed azione, deve tornare altrimenti non vi sarà più politica. Serietà e capacità dei propri gruppi dirigenti, non scelti solo come destinatari di consenso, sono l’anticorpo per non soccombere alla soverchiante preponderanza delle macchine burocratiche, locali o nazionali. Solo così chi ricopre figure istituzionali potrà non doversi quasi scusare dei propri incarichi perché risiederà nella propria efficacia d’azione la natura stessa del proprio rispetto. Non più la percezione di essere “ceto politico”, ma semplice e primigenia rappresentanza delle istituzioni per poter essere giudicati in base alle proprie azioni e non denigrati per il proprio stesso incarico.
Si tratta, in primo luogo, di un’operazione culturale che deve investire tutti e in tempi che probabilmente non saranno brevi.
Si tratta di un ritorno al passato questa nuova fase? Per alcuni di quelli che l’hanno volutamente determinata certamente si. Sono tuttavia convinto che vivere questa nuova fase guardando al passato non servirà di certo ad affrontarla ma quasi sicuramente a soccombervi.

giovedì 2 luglio 2015

I GIORNI DEL NO

La Grecia ha detto molti No nel corso della sua storia. No ai Persiani (certo, un'altro mondo), no ai Turchi, no agli Italiani. Ha sempre pagato un prezzo altissimo, perché la vita non perdona chi non subisce i rapporti di forza, chi non si piega e non rinuncia alla propria libertà di fronte a "generose offerte".
Oggi il dilemma è simile a quello del 1940, anche se storicamente ha un significato ancora più profondo. Allora, nel 1940, il NO della Grecia all'ultimatum di un membro dell'Asse, veniva dopo una serie di innumerevoli SI, che con la complicità delle Potenze europee occidentali avevano sconvolto la carta europea (diviso la Cecoslovacchia, ridotto la Boemia a un protettorato tedesco, l'Etiopia a una colonia italiana, l'Albania a un'appendice del nostro re, la Romania e l'Ungheria a pedine in mano di Berlino, messo in un angolo, isolata da tutti, l'Unione Sovietica, costretta a un accordo con il nazismo - accordo molto discutibile, certo - per non restare isolata). E quei SI avevano permesso, infine, alla Germania di conquistare l'Europa intera, con l'esclusione di Spagna e Portogallo, Italia (per modo di dire) e parte dell'Unione Sovietica (1941). Insomma, la Grecia fu l'unico paese ad andare in guerra sapendo di perdere, ma con la volontà di resistere. Pagò un prezzo altissimo, ma ancora oggi può scrivere che l'unico alto prelato europeo che protestò ufficialmente con i tedeschi per la deportazione degli ebrei, fu l'Arcivescovo di Atene (per esempio). E l'unica isola europea occupata da cui non fu deportato un solo ebreo, perché tutti vennero nascosti in montagna, fu, sempre per esempio, Zacinto. 
Ebbene, oggi il NO dei greci è un sacrificio immane, che pagherebbero per i popoli europei ancora una volta. Le conseguenze non saranno deportazioni o bombardamenti, magari neanche la fame, ma probabilmente una depressione economica ancora più forte di quella di oggi. Un sacrificio, però, che significherebbe politicamente la più grande vittoria no global del nostro tempo, una Genova vendicata, un NO alla politica finanziaria delle multinazionali, allo sfruttamento dell'uomo sull'uomo nelle condizioni di questo mercato, ai diktat dei tecnocrati europei, alla crescita ineguale e alla mancanza di solidarietà tra i paesi. Un NO a tutto questo sarebbe un SI alla vita, a una vita sconosciuta, per ora, ma diversa da questa, a una eco-nomia più vicina all'uomo, una bio-nomia, un SI per tutti quelli che si sono ritirati nel privato aspettando GODOT. Ebbene, GODOT è finalmente arrivato e si chiama OXI.








giovedì 28 agosto 2014

OSPEDALE AMATRICIANO 1.



Questa estate siamo arrivati sulle prima pagine dei giornali non per la pasta o per le querele del sindaco contro chi usa l'espressione "all'amatriciana", ma per la quesitone dell'ospedale. Si vorrebbe uscire dal Lazio, come soluzione, anziché discutere. Peccato che il consiglio comunale, all'atto di prendere la decisione sul referendum, si è "dimenticato" di votare, tanto che è stato riconvocato d'urgenza il consiglio per il primo settembre, ore 17,30. Qui alcune riflessioni di Marconista, redattore del giornale "Fuori dal Comune", che raccoglie le opinioni della minoranza di centro sinistra. 

____________


La minoranza del Consiglio Comunale di Amatrice appare incompetente. Questo sembra il giudizio finale, finale nel senso di “definitivo”, che appare sul sito personale del primo cittadino. In tre successivi post del 13, 21 e 25 agosto, la minoranza è stata accusata di volere “annullare importanti delibere di Giunta”, di “mediocrità politica”, di incompetenza, al punto che, si legge nello scritto del 25 agosto, “per carità di Patria non vado oltre, sarebbe come sparare sulla Croce Rossa”. Ora, di questi tempi, sparare sulla Croce Rossa non sembra uno sport affascinante. Non solo perché se si vuole mantenere l’Ospedale Grifoni, la Croce Rossa è indispensabile, ma anche e soprattutto, perché le guerre locali che drammaticamente infiammano Europa e Medio Oriente, al punto che il Pontefice ha recentemente richiamato i fedeli al pericolo di un imminente scoppio della Terza guerra mondiale, richiedono proprio una Croce Rossa forte, presente e competente. Ad Amatrice, per fortuna, non c’è la guerra. L’Italia è ancora un paese a democrazia liberale, dove assieme a una maggioranza i cittadini eleggono anche una minoranza. Minoranza che non ha meno diritti o dignità di chi amministra e che, se svolge bene il suo lavoro, deve anche cercare di bloccare, o modificare, delibere di Giunta che ritiene sbagliate. È la normalità. È la democrazia. E in una democrazia, dove Amatrice non è il centro del mondo, può accadere che si prendano decisioni in altre sedi che incontrino l’opposizione di chi amministra (amministra, non governa) un comune (un comune, mica uno Stato). Perché dico questo? Perché vorrei riportare tutto alla sua dimensione. Che si sia andati a finire sui mezzi di informazione nazionale significa ben poco. A chi scrive, per esempio, è accaduto molte volte per il suo lavoro, ma non per questo è diventato ministro dell’Istruzione. Allora, la dimensione di un comune che da qualche tempo ha cominciato a usare la magistratura come strumento di battaglia politica (per l’espressione “all’amatriciana”, per la questione dei rifiuti, ora per l’ospedale), è sintomo di un fatto: questa dimensione sta stretta agli amministratori. Sembra che ci si stia difendendo da un assedio posto ad Amatrice Comune, ma non si sa da chi, né da quando. Assedio virtuale? Neanche un po’. Io credo che, parlando in generale, la magistratura sia entrata già oltre ogni lecita aspettativa nella vita politica italiana, e credo che sia venuto il tempo di rispedirla a fare il lavoro per cui è nata: l’amministrazione della giustizia, non delle dispute politiche. E credo anche, pur non avendo mai votato Berlusconi, che il personaggio abbia subito una persecuzione inaccettabile in un paese democratico. Questo per essere chiari. Perché la politica va risolta, appunto, sul piano politico. Venendo al problema dell’ospedale, vorrei porre una domanda che fino ad ora non è stata posta: ma siamo certi che l’eliambulanza creata con finanziamenti regionali non abbia giocato un ruolo nella presunta (ripeto e sottolineo, PRESUNTA) decisione di trasformare lo status giuridico dell’ospedale Grifoni? Perché mi viene da pensare: di fronte a una coperta stretta, com’è il budget regionale per la sanità, se devo fare una scelta di tagli (e ripeto, SE), vado a vedere chi sta meglio di altri e taglio lì. Siccome Amatrice è diventato sito di atterraggio per elicotteri, mi chiedo se l’ospedale non diventi un doppione, visto che comunque tutto porta a Rieti (o altrove, secondo necessità). Tutti vogliamo che l’ospedale continui a esistere (anche se poi otto anni fa quando mi ruppi qui il naso mi spedirono a Rieti per il ricovero), tutti sappiamo, comprendiamo, che Amatrice è, lo sottolineo, una sede disagiata in territorio montano. Ma siamo certi che il Lazio non ci voglia più? E siamo certi che sbattere la porta, sperando che il rumore sia percepito fino a Roma, ma nello stesso tempo ricorrendo al TAR, quindi con l’intento, immagino, di restare nel Lazio altrimenti che ricorso è?, sia la mossa politica giusta? Ossia, quella mossa che, oltre a portare Amatrice al TG1, risolva pure il problema? Perché non è mica assodato tutto questo. Per esempio: Zingaretti è il presidente della Regione Lazio e la sua giunta è stata democraticamente eletta. Se sposiamo il ragionamento del primo cittadino di Amatrice, le importanti decisioni di una giunta democraticamente eletta non si dovrebbero poter discutere. Secondo: l’opposizione ad Amatrice non credo voglia chiudere l’ospedale. Però, mi pare di aver capito, non vuole abbandonare il Lazio. Ecco perché può accettare il ricorso al TAR (a mio giudizio sbagliato per i motivi che ho detto) e astenersi al voto sul referendum. Non è mica una contraddizione, anzi, anche se, me ne rendo conto, non è immediato coglierlo. Terzo: i paragoni sono spesso fuorvianti. Che c’entra Monterotondo con Amatrice? Da qui conosciamo quella realtà? Sappiamo forse quanto sia difficile raggiungere Roma e un ospedale facendo quella parte di via Salaria? Da Monterotondo all’ospedale Umberto Primo si impiega in giorni normali lo stesso tempo che serve da Amatrice a raggiunger Rieti, Ascoli o l’Aquila, scegliete voi. Senza contare che lì, di eliambulanza, neanche l’ombra. Siamo messi meglio, non c’è dubbio. Ma il discorso politico è un altro: con forza si deve dire alla giunta regionale, fuori da ogni populismo, che Amatrice vuole restare nel Lazio, ma non è disposta a dismettere l’ospedale, perché a fronte di una popolazione minima durante l’inverno, in estate diventa una città di media grandezza per le proporzioni italiane e se l’elicottero può bastare d’inverno, certamente è insufficiente durante i mesi estivi. Questa è la forza della politica. La forza della ragione, invocata dal primo cittadino con tanto di citazione da un film, è già contenuta nel concetto precedente. Perché è il dialogo, in un mondo come il nostro, che salva l’uomo.