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martedì 31 gennaio 2017

COL TERREMOTO SI DEVE CONVIVERE


Mi sembrano tra le parole più di buon senso lette in questi mesi


ALESSANDRO BIANCHI


Tra le innumerevoli domande su “come vorresti il 2017”, credo che quella che riguarda le persone colpite dai terremoti di agosto e ottobre dello scorso anno sia una tra le più difficili a cui rispondere, perché quello che un terremoto porta con sé è il repentino sconvolgimento di tutto ciò che attiene all’esistenza stessa delle persone.
Non è solo una vicenda di crolli e distruzioni di case, edifici, spazi pubblici, luoghi di lavoro, ambienti di vita. È che in un istante si vedono scomparire familiari, amici, conoscenti, concittadini; si tranciano i fili di storie singole e collettive; si perde ogni riferimento ad una comunità. Sicché ha ragione Papa Francesco a chiedere di “ricostruire non solo le case ma anche i cuori”.
Ma è l’operazione più difficile da fare ed è certamente al di fuori della portata di chi è in grado di dire qualcosa solo per quel che riguarda il soccorso alle persone, la ricostruzione del patrimonio fisico e la difesa preventiva del territorio.

È dunque su questi tre aspetti che provo a dire come vorrei che fosse il 2017.
Vorrei, anzitutto, che la macchina dei soccorsi – che sta già dando buona prova di sé – continui ad essere migliorata nella dotazione di mezzi, nel numero e nell’addestramento delle persone e nella disponibilità di risorse economiche adeguate. Se pensiamo a quanto accaduto in occasione di eventi precedenti, quando agli effetti disastrosi del sisma si sono sommati ritardi, imperizia, carenza di uomini e mezzi, i miglioramenti sono stati notevoli. Ma siccome parliamo, sopra ogni altra cosa, della vita delle persone, quello che si fa non è mai abbastanza.
Quindi “vorrei” che la Protezione Civile e tutte gli altri organismi preposti diventassero sempre più pronti ed efficienti.
Vorrei, poi, che la questione della ricostruzione venisse affrontata in modo serio sia sul piano tecnico-scientifico che su quello politico-amministrativo, cominciando dall’evitare banalità del tipo “ricostruiremo tutto come era e dove era”.

Non solo non sarà possibile ricostruire tutto com’era e dov’era, ma in moltissimi casi non sarà corretto farlo: perché si è costruito male all’inizio; perché si è modificato-aggiunto-trasformato in modo tecnicamente sbagliato e in spregio alle regole; perché si è costruito dove non si doveva; perché nel tempo sono entrate in vigore nuove norme che devono essere applicate (sulla sicurezza, sull’isolamento termico, sull’efficienza energetica).

Per tutte queste ragioni è un cattivo messaggio quello di far credere che, ad esempio, Amatrice tornerà uguale a prima del terremoto.
Ma bisognerà anche stare attenti alle farneticazioni degli apprendisti stregoni, quelli che vogliono costruire (vedi L’Aquila) delle new-towns, termine di cui ignorano il significato oltre a non conoscerne le storiche realizzazioni, e anche a quelli che pensano che la soluzione migliore sia il trasferimento altrove, che è come dire accettare il taglio delle radici.
Poi, qualunque cosa si faccia, bisognerà impedire che la ricostruzione diventi un campo libero per la corruzione e l’affarismo. Non c’è reato più disgustoso di quello commesso sulle disgrazie altrui e, quindi, va represso nel modo più deciso laddove si annidano corrotti, corruttori e affaristi: nelle amministrazioni centrali e locali, nelle grandi imprese e nei piccoli sub-appaltatori, tra le archistar e tra i tecnici di paese.
Dunque quello che “vorrei” è che ci si dedicasse alla rigenerazione, che vuol dire sì ricostruzione del patrimonio fisico, ma vuol dire anche ricomposizione del tessuto sociale, e vuol dire ancora virtuosità dei comportamenti.

Vorrei, infine, che il terremoto venisse finalmente affrontato per quello che è: un fenomeno inevitabile e non prevedibile, che continuerà a ripetersi ovunque nel nostro Paese perché è un fenomeno endemico.

Anche considerando solamente gli ultimi cinquanta anni, abbiamo avuto nove terremoti distruttivi – nel Belice (1968), nel Friuli (1976), in Irpinia (1980), in Umbria (1997), nel Molise (2002), a L’Aquila (2009), in Emilia (2012), ad Amatrice e a Norcia (2016) – che hanno causato quasi 5000 vittime, un numero imprecisato di feriti e hanno comportato una spesa per le ricostruzioni stimabile in circa 130 miliardi di euro.
Di fronte a questo quadro drammatico, quello che ci dobbiamo chiedere è se possiamo continuare a porci nei confronti dei terremoti solo in termini di soccorsi e ricostruzioni. Detto in altri termini ci dobbiamo rassegnare a vedere crolli, distruzioni e vittime ed intervenire solamente dopo per proteggere chi è stato colpito e per tentare di ricostruire con costi enormi quello che i terremoti hanno distrutto?
La risposta è no; non dobbiamo affatto rassegnarci perché sappiamo esattamente cosa fare: dobbiamo mettere in sicurezza il territorio contro gli effetti dei terremoti, quindi prima che questi si verifichino. Dobbiamo fare in modo che le case, le scuole, i presidi sanitari, i municipi, le chiese, le aziende, il patrimonio artistico siano in grado di resistere ai terremoti.

È possibile? Le conoscenze scientifiche e tecniche, che negli anni più recenti si sono notevolmente affinate, ci dicono di sì; ci dicono che sappiamo cosa fare e che abbiamo gli strumenti tecnici per farlo. Lo sanno i sismologi, i geologi, gli ingegneri, gli architetti, gli urbanisti, gli storici, gli economisti, gli imprenditori.
Allora cosa manca? Le risorse economiche, come spesso si sente ripetere? No perché è facile dimostrare che quanto si è speso e si continuerà a spendere per “ripristinare” le distruzioni è di gran lunga superiore a quanto si spenderebbe per “impedire” le distruzioni.

In realtà quello che manca è la volontà politica di intraprendere la strada della prevenzione, probabilmente perché nelle sedi decisionali – a partire dal Parlamento e dal Governo – manca la capacità di comprendere il nocciolo della “questione terremoto” e di ragionare su come affrontarla nei tempi lunghi.
Quello che occorre è un “Piano di rigenerazione preventiva”, vale a dire un piano che abbracci l’intero territorio nazionale, che stabilisca le azioni da intraprendere, che fissi un orizzonte temporale e le priorità, che costruisca le procedure adeguate, che reperisca le risorse necessarie.
Per elaborare e realizzare un simile Piano occorrerà mettere al lavoro un esercito di studiosi, tecnici, amministratori e imprenditori, serviranno 100 miliardi o forse più e ci vorranno 20-25 anni per vederne l’attuazione. Ma è quello che si deve fare e che “vorrei” fosse fatto a partire dal 2017.
*Professore ordinario di urbanistica, Rettore dell’Università Telematica Pegaso, già Ministro dei Trasporti nel secondo governo Prodi

mercoledì 18 gennaio 2017

NEVE SUL TERREMOTO

I terremoti del 24 agosto e del 30 ottobre, oltre ad aver provocato 299 vittime, hanno distrutto l'economia di interi comuni del centro Italia.
Cominciamo il racconto di quei giorni e di quanto sta ancora accadendo, ma la cronaca oggi ha il sopravvento. In basso la nostra frazione, Capricchia, sabato. In poche ore è divenuta invivibile. Roberto, Massimo, Alessandra, Carmen, Virginio, Alessandro, Pietro, Lucia, Sabatino, Rossella, Simona, Nunzio, i loro figli e parenti, in tutto 23 persone, sono isolate. Questa notte intorno alle 3 è arrivato l'esercito per pulire le strade. Purtroppo la neve è continuata a cadere come mai prima. Siamo a circa due metri. Nelle foto di seguito, Capricchia com'è ora. [le foto di oggi sono di Roberto Bibbi Guerra]. Nel frattempo, tra le 10,25 e le 10,30 ci sono state due grandi scosse, una del 5.3 e l'altra di 3.2 con epicentri Montereale e Amatrice. Ho parlato adesso con Roberto. Gli unici che possono aiutare sono i militari che si trovano già ad Amatrice, che al momento è quasi isolata.














giovedì 28 agosto 2014

OSPEDALE AMATRICIANO 1.



Questa estate siamo arrivati sulle prima pagine dei giornali non per la pasta o per le querele del sindaco contro chi usa l'espressione "all'amatriciana", ma per la quesitone dell'ospedale. Si vorrebbe uscire dal Lazio, come soluzione, anziché discutere. Peccato che il consiglio comunale, all'atto di prendere la decisione sul referendum, si è "dimenticato" di votare, tanto che è stato riconvocato d'urgenza il consiglio per il primo settembre, ore 17,30. Qui alcune riflessioni di Marconista, redattore del giornale "Fuori dal Comune", che raccoglie le opinioni della minoranza di centro sinistra. 

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La minoranza del Consiglio Comunale di Amatrice appare incompetente. Questo sembra il giudizio finale, finale nel senso di “definitivo”, che appare sul sito personale del primo cittadino. In tre successivi post del 13, 21 e 25 agosto, la minoranza è stata accusata di volere “annullare importanti delibere di Giunta”, di “mediocrità politica”, di incompetenza, al punto che, si legge nello scritto del 25 agosto, “per carità di Patria non vado oltre, sarebbe come sparare sulla Croce Rossa”. Ora, di questi tempi, sparare sulla Croce Rossa non sembra uno sport affascinante. Non solo perché se si vuole mantenere l’Ospedale Grifoni, la Croce Rossa è indispensabile, ma anche e soprattutto, perché le guerre locali che drammaticamente infiammano Europa e Medio Oriente, al punto che il Pontefice ha recentemente richiamato i fedeli al pericolo di un imminente scoppio della Terza guerra mondiale, richiedono proprio una Croce Rossa forte, presente e competente. Ad Amatrice, per fortuna, non c’è la guerra. L’Italia è ancora un paese a democrazia liberale, dove assieme a una maggioranza i cittadini eleggono anche una minoranza. Minoranza che non ha meno diritti o dignità di chi amministra e che, se svolge bene il suo lavoro, deve anche cercare di bloccare, o modificare, delibere di Giunta che ritiene sbagliate. È la normalità. È la democrazia. E in una democrazia, dove Amatrice non è il centro del mondo, può accadere che si prendano decisioni in altre sedi che incontrino l’opposizione di chi amministra (amministra, non governa) un comune (un comune, mica uno Stato). Perché dico questo? Perché vorrei riportare tutto alla sua dimensione. Che si sia andati a finire sui mezzi di informazione nazionale significa ben poco. A chi scrive, per esempio, è accaduto molte volte per il suo lavoro, ma non per questo è diventato ministro dell’Istruzione. Allora, la dimensione di un comune che da qualche tempo ha cominciato a usare la magistratura come strumento di battaglia politica (per l’espressione “all’amatriciana”, per la questione dei rifiuti, ora per l’ospedale), è sintomo di un fatto: questa dimensione sta stretta agli amministratori. Sembra che ci si stia difendendo da un assedio posto ad Amatrice Comune, ma non si sa da chi, né da quando. Assedio virtuale? Neanche un po’. Io credo che, parlando in generale, la magistratura sia entrata già oltre ogni lecita aspettativa nella vita politica italiana, e credo che sia venuto il tempo di rispedirla a fare il lavoro per cui è nata: l’amministrazione della giustizia, non delle dispute politiche. E credo anche, pur non avendo mai votato Berlusconi, che il personaggio abbia subito una persecuzione inaccettabile in un paese democratico. Questo per essere chiari. Perché la politica va risolta, appunto, sul piano politico. Venendo al problema dell’ospedale, vorrei porre una domanda che fino ad ora non è stata posta: ma siamo certi che l’eliambulanza creata con finanziamenti regionali non abbia giocato un ruolo nella presunta (ripeto e sottolineo, PRESUNTA) decisione di trasformare lo status giuridico dell’ospedale Grifoni? Perché mi viene da pensare: di fronte a una coperta stretta, com’è il budget regionale per la sanità, se devo fare una scelta di tagli (e ripeto, SE), vado a vedere chi sta meglio di altri e taglio lì. Siccome Amatrice è diventato sito di atterraggio per elicotteri, mi chiedo se l’ospedale non diventi un doppione, visto che comunque tutto porta a Rieti (o altrove, secondo necessità). Tutti vogliamo che l’ospedale continui a esistere (anche se poi otto anni fa quando mi ruppi qui il naso mi spedirono a Rieti per il ricovero), tutti sappiamo, comprendiamo, che Amatrice è, lo sottolineo, una sede disagiata in territorio montano. Ma siamo certi che il Lazio non ci voglia più? E siamo certi che sbattere la porta, sperando che il rumore sia percepito fino a Roma, ma nello stesso tempo ricorrendo al TAR, quindi con l’intento, immagino, di restare nel Lazio altrimenti che ricorso è?, sia la mossa politica giusta? Ossia, quella mossa che, oltre a portare Amatrice al TG1, risolva pure il problema? Perché non è mica assodato tutto questo. Per esempio: Zingaretti è il presidente della Regione Lazio e la sua giunta è stata democraticamente eletta. Se sposiamo il ragionamento del primo cittadino di Amatrice, le importanti decisioni di una giunta democraticamente eletta non si dovrebbero poter discutere. Secondo: l’opposizione ad Amatrice non credo voglia chiudere l’ospedale. Però, mi pare di aver capito, non vuole abbandonare il Lazio. Ecco perché può accettare il ricorso al TAR (a mio giudizio sbagliato per i motivi che ho detto) e astenersi al voto sul referendum. Non è mica una contraddizione, anzi, anche se, me ne rendo conto, non è immediato coglierlo. Terzo: i paragoni sono spesso fuorvianti. Che c’entra Monterotondo con Amatrice? Da qui conosciamo quella realtà? Sappiamo forse quanto sia difficile raggiungere Roma e un ospedale facendo quella parte di via Salaria? Da Monterotondo all’ospedale Umberto Primo si impiega in giorni normali lo stesso tempo che serve da Amatrice a raggiunger Rieti, Ascoli o l’Aquila, scegliete voi. Senza contare che lì, di eliambulanza, neanche l’ombra. Siamo messi meglio, non c’è dubbio. Ma il discorso politico è un altro: con forza si deve dire alla giunta regionale, fuori da ogni populismo, che Amatrice vuole restare nel Lazio, ma non è disposta a dismettere l’ospedale, perché a fronte di una popolazione minima durante l’inverno, in estate diventa una città di media grandezza per le proporzioni italiane e se l’elicottero può bastare d’inverno, certamente è insufficiente durante i mesi estivi. Questa è la forza della politica. La forza della ragione, invocata dal primo cittadino con tanto di citazione da un film, è già contenuta nel concetto precedente. Perché è il dialogo, in un mondo come il nostro, che salva l’uomo.