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domenica 26 aprile 2015

NESSUNO SPARO' AL TESTIMONE


LA RICOSTRUZIONE DI PAOLO PERSICHETTI DI UNA DELLE BUFALE PIU' DIFFICILI DA METTERE IN DISCUSSIONE O SMONTARE DEL CASO MORO. LA MOTO HONDA, I SERVIZI, IL MOTORINO

Il ciclomotore Ciao della Piaggio che vedete raffigurato nella foto è il motorino del famoso super testimone di via Fani, quell’Alessandro Marini che aveva dichiarato d’aver visto una moto Honda partecipare al rapimento di Aldo Moro e successivamente di aver ricevuto dei colpi di arma da fuoco (singoli in alcune deposizioni, a raffica in altre) da uno dei passeggeri della stessa moto (per poi, in realtà, tornare sulle sue parole in altre circostanze). Colpi che a suo dire avevano distrutto il parabrezza del ciclomotore, mentre la moto si allontanava a tutta velocità verso via Stresa dietro la 132 che portava via il presidente della Democrazia cristiana. Anche un senatore, Luigi Granelli, membro della commissione Stragi, nel febbraio del 1994 scrisse in una relazione che il parabrezza era stato attinto da un colpo di pistola, come avrebbe stabilito una perizia. Gianremo Armeni, nel suo libro appena pubblicato, Questi fantasmi. il primo mistero del caso Moro (Tra le righe libri), ha dimostrato prove alla mano che quella perizia non venne mai realizzata perché il parabrezza, acquisito dalla Digos solo nel settembre 1978, non uscì mai dall’ufficio corpi di reato, salvo in due brevi circostanze (marzo e maggio 1994) per essere sottosposto a ricognizione.






Poco prima della scorsa estate, rileggendo le deposizioni di Marini, avevo notato che in quella del 1994 dichiarava di non ricordare bene quando era tornato a prendere il motorino che aveva lasciato incustodito. A quel punto mi sono chiesto se tra le tantissime foto che raffigurano via Fani la mattina del 16 marzo, non ce ne fosse qualcuna dove era visibile un ciclomotore. Non un ciclomotore qualunque ma un motorino (Marini aveva un Ciao) munito di parabrezza. Non un parabrezza qualunque ma  – come precisava lo stesso testimone – un parabrezza tenuto trasversalmente da un nastro da pacchi a causa di una caduta dal cavalletto avvenuta nei giorni precedenti.

In ogni caso sufficienti a stabilire che si trattava del motorino descritto da Marini. Era la prova, l’ennesima – come poi ha dimostrato Armeni nel suo saggio – che il super testimone aveva mentito su tutta la linea. Devo riconoscere che l’estrema facilità con la quale sono arrivato a questo risultato mi ha stupito molto, possibile che in tutti questi decenni a nessuno sia venuto in mente di fare una verifica del genere? Comprendo che le verifiche non siano materia per i complottisti, che quando incontrano elementi del genere che smentiscono le loro ipotesi fanno capriole e passano oltre, ma l’esercito di inquirenti e magistrati che si sono occupati della vicenda dove guardavano? Un singolare strabismo investigativo su cui torneremo più avanti.
Nelle settimane scorse, Nicola Lo Foco, autore di un saggio pubblicato nel gennaio 2015,Il caso Moro. Misteri e segreti svelati (Gelsorosso editrice), una accurata demistificazione delle ricostruzioni dietrologiche del rapimento Moro, rivolgendo la propria attenzione non solo a quel che accadde in via Fani la mattina del 16 marzo 1978 ma anche ad altri toposdella vulgata misteriologica sulla vicenda, come la base delle Brigate rosse di via Gradoli e l’appartamento prigione via Montalcini, nel quale l’uomo di Stato venne tenuto per tutti i 55 giorni del rapimento, dopo aver letto l’inchiesta in 5 puntate apparsa su Insorgenze.net  e sul Garantista, nella quale pubblicavamo le foto del motorino di Marini, ha messo in rete un formato molto più grande della foto a colori in cui è raffigurato il ciclomotore. Immagine di migliore qualità che permette di ingrandire con un efficacia superiore il dettaglio. Lo ringraziamo per questo prezioso contributo.
A questo punto possiamo dire che il cerchio è chiuso!

martedì 1 ottobre 2013

SOKOLOV SUL MANIFESTO




1 ottobre, il Manifesto, Marconista

Il caso Moro è recentemente tornato attuale a causa della proposta di istituire una nuova Commissione Parlamentare di Inchiesta e della decisione della Procura di Roma di riaprire un fascicolo sul rapimento dell’allora presidente della Democrazia Cristiana. L’ex giudice Ferdinando Imposimato, autore di lunghi studi sulla vicenda ai quale si sono richiamati i due parlamentari del PD firmatari della proposta di legge per la Commissione, Gero Grassi e Giuseppe Fiorono, sostiene da tempo che nel delitto Moro abbiano avuto un ruolo primario forze esterne e, in particolare, il KGB. Come altri prima di lui, si è concentrato sulla figura di Sergej Sokolov, uno studente sovietico che guinse in Italia pochi mesi della strage di via Fani con una borsa di studio in Storia del Risorgimento e che frequentò anche alcune lezioni di Aldo Moro alla “Sapienza”. Lo stesso sarebbe tornato in Italia nel 1981 come corrispondente della Tass, per poi comparire nelle liste dell’Archivio Mitrokhin, rapporto Impedian N° 83 del 23 agosto 1995 dove si dice che tale Sergej Fedorovich Sokolov, nato il 5 giugno 1953 [dove?], è stato un ufficiale del KGB “di comprovata attendibilità, con accesso diretto ma parziale”, e corrispondente della Tass a Roma dal 1981 al 1985.
Al di là del fatto che essere un membro dei servizi di sicurezza sovietici non comporta il necessario coinvolgimento della struttura di appartenenza a un complotto internazionale, prima di qualsiasi discussione sarebbe utile individuare con certezza la persona di cui si parla. La storia del KGB è piena di Sokolov: in una raccolta neanche tanto voluminosa  di documenti sulla Ljubjanka, già sede del KGB [330 pp., Mosca 1997] sono presenti tre Sokolov, P.N., Ja.P. e I.I. e altri quattro in una successiva [Mosca 2004], uno senza iniziali, un A.G., un P.A. e un F.V. In tutto, sette Sokolov che hanno avuto a che fare con i servizi, dei quali nessuno è certamente Sergej. Dunque, Sokolov è un cognome molto diffuso in Russia, così come lo è il nome Sergej. Per individuare con certezza una persona in caso di piena omonimia di nome e cognome, l’uso russo fornisce come parte integrante del nome anche la paternità, o patronimoco. Se il Sergej dell’archivio Mitrokhin è lo stesso che nel 1978 frequentò le lezioni di Moro, intanto per cominciare il patronimico deve coincidere. Secondo quanto si legge nel libro “Doveva Morire”, edito da Chiarelettere e scritto da Imposimato insieme a Sandro Provvisionato, il Sergej [Fedorovich?] Sokolov studente che frequentò le lezioni di Moro nel 1978, in patria si occupò del notissimo dissidente Andrej Sacharov e di sua moglie Elena Bonner, che visitò più volte a Gor’kij (oggi Nizhnij Novgorod) durante gli anni dell’esilio. Ecco quanto riportato a p. 230:

“Nell’estate del 1985 il governo di Mosca è fortemente preoccupato del fatto che l’attenzione dei media di tutto il mondo sia puntata sul destino dell’intellettuale Andrej Dmitrevic Sacharov, l’emblema stesso del dissenso all’interno dell’impero sovietico. Il compito di controllare l’intellettuale e sua moglie, Yelena Bonner, viene affidato a un ufficiale del KGB, proprio Sokolov, che incontra Sacharov nell’ospedale dove è ricoverato, al confino di Gor’kij”.

La figura di questo ufficiale è messa in cattiva luce sostenendo che incaricò i medici di nutrire in modo coatto Sacharov durante uno sciopero della fame e che in seguito propose un accordo allo stesso fisico sovietico: permettere a lui e alla moglie di andare negli Usa per vedere la famiglia a patto che non rilasciassero dichiarazioni pubbliche. Ebbene, anche il Sokolov che si occupò di Sacharov si chiama Sergej, ma il patronimico comincia con la lettera I [Ivanovich?]. Inoltre, secondo le memorie dello stesso dissidente, quel rapporto sembra essere più complesso. Anzitutto, Sergej I. Sokolov era un agente del KGB già nel 1973. Scrive Sacharov:

“Nei primi giorni di novembre [del 1973] Ljusia [Elena Bonner] ricevette una citazione che la convocava in veste di testimone a Lefortovo [dove si trova la sezione istruttoria del KGB; a Lefortovo c’è anche il carcere istruttorio, tecnicamente definito isolamento istruttorio]; la citazione le ingiungeva di presentarsi dal giudice istruttore Gubinskij. Prima dell’interrogatorio la conversazione venne condotta da un certo Sokolov (ora pensiamo si trattasse del capo della sezione locale del KGB; in seguito lo incontrammo varie volte a Gor'kij)”.

Se questo è il Sokolov nato nel 1953, nel 1973 aveva 20 anni. Chi conosce il funzionamento dei servizi sovietici sa che è impossibile che a quell’età si potesse essere già a capo di una sezione locale degli stessi, o avere la responsabilità di una dissidente del livello di Sacharov e Elena Bonner. Più avanti nelle sue memorie, pubblicate in Italia da Sugarco nel 1990, Sacharov riprende il discorso [pp. 707-708]:

“Il mattino del 5 settembre [1985] arrivò [a Gor’kij] inaspettatamentee un inviato del KGB dell’URSS, S.I. Sokolov. Probabilmente era direttore di uno degli uffici del KGB incaricati di seguire il mio caso e quello di Ljusja. Nel novembre del 1973, prima che Ljusja fosse interrogata da Syscikov, Sokolov aveva usato con lei, nel corso di un ‘colloquio’, accenti persuasivi. Nel maggio del 1985 era venuto a trovarci per parlare con me e Ljusja (separatamente). Con me era stato assai duro, voleva convicermi dell’assoluta inutilità dello sciopero della fame allo scopo evidente di costringermi a interromperlo”.

Tre sono le cose importanti di questo passaggio: la prima è che il Sokolov che viene a trovare Sacharov nel 1985 è lo stesso di 12 anni prima. La seconda è che egli non ordinò l’alimentazione coatta, ma cercò di dissuadere Sacharov a continuare lo sciopero della fame. Tanto che quando il fisico premio Nobel per la Pace parla nel suo libro di alimentazione forzosa, non fa alcun riferimento a Sokolov. La terza riguarda l’anno: l’11 marzo 1985 venne eletto segretario generale del CC del Pcus Michail Sergeevich Gorbachev che diede il via all’ultimo tentativo di riforma del sistema sovietico, noto come perestrojka. Sokolov giunse a Gor’kij su incarico dello stesso Gorbachev per contrattare con Sacharov il viaggio all’estero di sua moglie e, eventualmente, quello di Sacharov stesso, al quale chiese esplicitamente una sola condizione vincolante: non rivelare i segreti sugli armamenti nucleari sovietici che il dissidente conosceva perché tra i padri della bomba termonucleare sovietica, cosa per la quale era stato insignito in passato per ben tre volte dell’onorificenza di eroe del lavoro socialista.
            Per concludere, prima di ogni altra possibile discussione sul presunto coinvolgimento del KGB nel caso Moro, è bene individuare con precisione il Sokolov di cui si sta parlando. Dai riscontri oggettivi, infatti, appare molto probabile che il borsista sovietico e l’agente dei servizi siano due persone diverse.

domenica 8 settembre 2013

PIANO MIKE



Cosa accadde il 9 maggio 1978? Dopo artificieri e servizi segreti, giovani di leva e email anonime, una ricostruzione basata sulla documentazione accessibile, conservata presso l'archivio del Senato.
L'ipotesi di istituire una ennesima nuova commissione d'inchiesta è stata un'uscita estiva estemporanea, che cadrà presto assieme al governo (anzi, non se ne parla più). Sarebbe utile solo se l'impostazione andasse nella direzione di sbugiardare tutti i dietrologi. Non credo che, però, era quella l'intenzione dei promotori. Comunque, nel caso, Marconista è disponibile al confronto, con tutti.



Il 9 maggio 1978, poco dopo mezzogiorno, l’allora militante delle Brigate rosse Valerio Morucci telefonò a un assistente di Aldo Moro per comunicargli le ultime volontà del presidente della Democrazia Cristiana e il luogo in cui era stato lasciato il suo corpo. La telefonata venne intercettata dalla Questura di Roma, che in un rapporto dello stesso giorno conservato presso l’archivio del Senato riferisce:

“Intorno alle ore 12,10 odierne, personale dipendente ha intercettato una telefonata pervenuta all’abitazione del prof. Giuseppe Tritto, assistente dell’onorevole Moro presso la cattedra di diritto e procedura penale della locale università. Con detta telefonata, un anonimo ha comunicato che l’onorevole Moro era stato ucciso ed il corpo si trovava in una Renault rossa targata Roma N-5 parcheggiata in via Caetani. Sono stati subito fatti confluire sul posto elementi della DIGOS, agli ordini di un funzionario, i quali hanno effettivamente trovato un’autovettura Renault 4 di colore amaranto targata Roma N-57686 [...] All’interno, nel vano portabagagli della citata autovettura, è stato notato un plajd che copriva qualcosa di voluminoso ma non definibile. Per ovvi motivi di sicurezza è stato inviato sul posto un artificiere, il quale ha provveduto ad aprire la macchina. Sotto il plajd, coperto da un cappotto, è stato trovato il corpo privo di vita di un uomo, che è stato riconosciuto per l’onorevole Moro”.

Fu, dunque, l’intercettazione a far scattare l’operazione di recupero della salma: sul posto fu inviato un gruppo di agenti, quindi un artificiere mentre la zona intorno a via Caetani veniva isolata. Si tratta di una ricostruzione attendibile, logica, lineare, o quella mattina, com’è stato ipotizzato recentemente sul sito www.vuotoaperdere.it, ci fu un doppio ritrovamento, cominciato prima della telefonata di Morucci?
Per rispondere a questa domanda sono state consultate le carte acquisite dalla Commissione Stragi conservate presso l’Archivio del Senato. Il documento della Questura indica come orario d’inizio dell’operazione le ore 12,10. Da quel momento viene messo in atto il protocollo previsto in caso di ritrovamento senza vita dell’ostaggio, il “piano Mike” (dove Mike sta per Moro morto), concordato dopo il comunicato numero 9 delle Br, quello di “eseguendo la sentenza”, tra il ministro degli Interni, Cossiga e il competente ufficio della Procura Generale della Repubblica presso la Corte di Appello di Roma guidato allora dal dott. Guasco, sostituto del procuratore generale Pascalino. Il protocollo prevedeva quanto segue:

Immediato avviso al Procuratore Generale della repubblica dott. Pascalino e al sostituto dott. Guasco per obbligatorio sopralluogo. 2) Occorre far giungere sul posto gli artificieri, per scongiurare eventuali trappole esplosive. 3) Il luogo del ritrovamento deve essere completamente isolato: prima della autorizzazione del magistrato, nessuna autorità (fatta eccezione della polizia scientifica e per un ristretto numero di investigatori) può accedere (più ministro dell’Interno – presidente del Consiglio – alte autorità di Polizia, Carabinieri e Guardia di finanza – esclusa la famiglia). 4) Dare immediato avviso al prof. Silvio Merli (medico legale) e al prof. Antonio Ugolini, e accompagnarli sul posto. 5) Va predisposto un contestuale rigoroso servizio d’ordine davanti all’abitazione ed allo studio dell’on. Moro. 6) L’ente (Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza) che per primo avrà notizia, dovrà dopo l’immediato avviso al magistrato, avvertire gli altri due Enti.

Il piano era stato inviato in plichi riservati tra il 5 e il 6 maggio al capo di Stato Maggiore del Comando generale dei Carabinieri, al capo di Stato Maggiore del Comando generale della Guardia di Finanza, al Questore di Roma, al Comandante della legione dei Carabinieri di Roma, al Comandante della legione della Guardia di Finanza di Roma e ai seguenti dirigenti del ministero degli Interni: Silvestro Tricarico, Giuseppe Pansini, Gianlorenzo Fiore, Emilio Comes, Donato Colonna, Nuzio Rapisarda, Francesco Congiusta, Raffaele De Astis, Renato Nicastro, Enzo Mosino e Mario Licciardello. Contestualmente, “il ministro [degli Interni] telefona a: Leone, Andreotti, Ingrao, Fanfani, Zaccagnini, Berlinguer”, ossia le quattro cariche più alte dello Stato e i segretari dei due maggiori partiti.
Dal momento dell’intercettazione si segue quanto previsto: sul luogo viene inviata una pattuglia, quindi sono chiamati gli artificieri incaricati di aprire l’auto e lasciare che gli inquirenti possano procedere ai successivi rilevamenti. Secondo i ricordi di Marco Tosatti, il giornalista che per primo diede la notizia del ritrovamento di Moro, la volante giunse in via Caetani – che egli percorreva ogni giorno – proprio mentre stava rientrando a casa per pranzo; ne scesero due agenti, aprirono il portellone, scorsero un corpo, lo richiusero e avvertirono i superiori per telefono (le notizie importanti in quel periodo non passavano mai per la radio di servizio, facilmente intercettabile). Nell’arco di una mezzora via Caetani era bloccata e piena di agenti e autorità. L’auto – di cui vengono aperti prima gli sportelli, quindi con delle cesoie il portabagagli – è ispezionata da più persone. Il già citato rapporto della Questura afferma che nella Renault “è stato reperito anche un borsello, contenente oggetti personali della citata personalità. La zona è stata quindi isolata, con l’ausilio di un contingente di guardie di PS per consentire gli ulteriori accertamenti del caso. La salma del presidente della DC è stata infine traslata all’obitorio, dove, da un primo esame, sono state rilevate varie ferite da arma da fuoco, coperte con tamponi, all’altezza del cuore. Nelle scarpe e nei risvolti dei pantaloni del defunto sono state trovate tracce di sabbia”.
Quanto tempo può aver richiesto l’operazione? Dal momento della telefonata di Morucci all’apertura dell’auto, almeno un’ora, se tutti sono stati veloci e non si è formata una comprensibile confusione. Al massimo due ore, arrivando ragionevolmente all’apertura dell’auto tra le 13 e 30 e le 14. Secondo Tosatti, quando vide arrivare la prima pattuglia era “tarda mattinata” e il giornale per cui lavorava, “Stampa Sera”, era in chiusura. A dire di un altro giornalista, Franco Alfano, che all’epoca lavorava per la tv commerciale romana “GBR” e che fu tra i primi a giungere in via Caetani, quando gli artificieri aprirono gli sportelli della R4 e scoprirono il cadavere, “erano circa le 14”.
Nonostante fosse noto che in via Caetani probabilmente era stato ritrovato il corpo di Aldo Moro, il TG1 delle 13,30 non aprì con la notizia. I brigatisti presenti in via Montalcini, la prigione del popolo, che avevano visto partire prestissimo la Renault 4 per il centro di Roma, non capirono il ritardo e, come scrivono nelle loro memorie, se ne preoccuparono. Solo in coda all’edizione, poco dopo le 14, Bruno Vespa diede la conferma.
Cosa accadde in via Caetani? Perché tanto tempo prima di rendere pubblica la notizia? Si volle forse nascondere qualcosa? Apparentemente (e io credo anche sostanzialmente), no. La situazione era stata già delineata nel protocollo “Mike” e prevedeva di dare, in caso di ritrovamento di Moro morto, “notizie in forma dubitativa all’ANSA e notizie in forma dubitativa alla RAI TV (Basili)”. Dunque, il ritardo è voluto dalla Procura generale della Repubblica e dal ministero degli Interni per ritardare il più possibile l’arrivo dei giornalisti e, anche, per estendere a tutta la penisola il controllo dell’ordine pubblico in previsione di reazioni di massa. Poco dopo la diffusione della notizia attraverso i mezzi di informazione nazionale, la polizia procede ad alcune perquisizioni nella zona: il 10 maggio 1978 il dirigente della Digos dr. Corrias, comunica alla Questura di Roma che alle ore 14,30 del 9 e alle 15 del 10 maggio, “personale dipendente unitamente at squadra verifiche habet effettuato accurata ispezione cantiere via Michelangelo Caetani nr. 32 con esito negativo” (si tratta del palazzo accanto al quale fu lasciata la Renault, che all’epoca era in ristrutturazione). Dunque, con sicurezza alle 14,30 del 9 la zona intorno alla macchina con il cadavere di Moro viene perquisita dalla Digos. Il giorno 11, quindi, si passa alla chiesa adiacente e a una serie di box, viene interrogato un falegname che era aperto il 9 e che poteva controllare con lo sguardo un cortile dietro via Caetani. Altri testimoni, infine, in una strada di passaggio perché sede di una importante biblioteca romana, ricordano di aver notato la Renault poco dopo le 8,10 del mattino.
Alla luce di tutto ciò, è forse ragionevole pensare che qualcuno possa aver trovato il cadavere di Moro prima delle 12,10 e possa essere riuscito a mantenere segreti i sopralluoghi degli artificieri, sopralluoghi avvenuti necessariamente con la zona isolata, per poi attendere la telefonata delle Br e predisporre tutto da capo? Francamente, la logica e il buon senso, oltre alle carte conservate in Senato e ad alcune testimonianze oculari, portano a escludere tale possibilità. Chi si sarebbe assunto la possibilità di lasciar esplodere un’eventuale auto-bomba in pieno centro di Roma?
Qualcosa, però, effettivamente accadde quel il 9 maggio 1978, in via Caetani. Qualcosa di importante, che in un punto stravolse il piano Mike. Questo, a differenza del piano Viktor (Moro vivo), prevedeva che la famiglia non avesse accesso alla zona del ritrovamento. Nel corso dei 55 giorni, per vari e gravi motivi, i rapporti tra la famiglia Moro e lo Stato si erano incrinati, al punto che – si legge in più di un documento – la famiglia dell’ostaggio, più che di aiuto, risultava di “intralcio” alle indagini. Le ultime volontà di Moro, invece, indicavano che il suo corpo dovesse essere restituito ai familiari. Si aprì così una contraddizione all’interno delle autorità incaricate di gestire il ritrovamento, che portò probabilmente a un rallentamento delle operazioni. Cossiga e il sostituto procuratore della Repubblica dovevano decidere se e in che termini cambiare il punto 3 del protocollo.
E, in effetti, le ultime volontà di Moro furono rispettate, al punto che le istituzioni avrebbero inscenato un macabro funerale alla presenza di tutte le maggiori cariche dello Stato, ma senza il corpo del presidente democristiano.
Alla luce di quanto si è visto consultando le carte della Commissione stragi, carte il cui contenuto è indirettamente confermato da alcuni testimoni oculari molto attendibili, in quanto autori di articoli firmati quello stesso giorno, l’ipotesi di un doppio ritrovamento, così come quella, ormai datata, del “doppio ostaggio”, risulta ostica da un punto di vista logico e, quando si cercano, non sostenuta da riscontri documentali adeguati. 

martedì 21 maggio 2013

IL GIORNO IMPERFETTO

Si è svolto ieri a Monza al Binario 7 un convegno su Aldo Moro in occasione del 35° anniversario del suo rapimento e della sua uccisione.
Nella stessa sala era esposta parte della mostra di Daniela Novella "Un giorno Imperfetto", di cui riporto alcune immagini.

Di seguito il lungo intervento che avevo scritto e al quale ho poi rinunciato per parlare più in generale di una storia di cui, a 35 anni di distanza, si fa ancora molta fatica a tracciarne almeno contorni fermi per l'opinione pubblica. La quale è sempre più confusa, convinta di cose sbagliate e senza riscontro, ammaliata e martellata dai mezzi di comunicazione che ogni anno propongono un nuovo tema e un nuovo mistero da sciogliere.
Oggi i dietrologi sono di seconda generazione. A differenza della prima, ci troviamo di fronte a studiosi preparati, che citano anche fonti bibliografiche attendibili, non mettono in discussione più che le Br siano state le Br e Moro - Moro. Ma spostano poi il discorso sulle "edizioni della prigione del popolo", la manipolazione e la costruzione dell'ostaggio. E qualcuno diventa pure senatore.





MONZA. BINARIO 7




L’ultima battaglia politica di Aldo Moro

Partiamo da un concetto che deve essere fermo: non esiste un’edizione critica delle lettere di Moro, né può esistere perché le stesse contengono molte correzioni fatte dallo stesso autore. Si può ricostruire un Uhrtext da versioni corrotte nel corso dei secoli dai copisti, ma non di un testo di cui abbiamo testimonianza diretta e che non ha subito corruzioni del genere. Del resto, si pone subito un problema insuperabile: come ricostruire lo stemma codicum? L’originalità di quel pensiero si può pertanto ritrovare solo dal contesto della vicenda: da un lato quella più generale delle Brigate Rosse. Dall’altro del sequestro e l’assassinio di Aldo Moro. Il quale, caduto nelle mani dell’organizzazione militare, cominciò dalla “prigione del popolo” una doppia partita politica finalizzata a spingere il governo verso un accordo con la banda armata, una trattativa: qualcosa di estremamente concreto, ma non più di un’ipotesi, come ha osservato di recente M. Mastrogregori [La lettera blu. Le Brigate rosse, il sequestro Moro e la costruzione dell’ostaggio, Ediesse, Roma 2012, p. 23]. Allo stesso tempo, tentò di difendersi dalle accuse di quello che venne chiamato “processo”, ma che fu, in realtà, la scontata conclusione di un passaggio già deciso: condannare a morte l’ostaggio per costringere le parti politiche a una trattativa. Con le lettere, quindi, Aldo Moro si rivolse ai suoi pari per spingerli ad aperture verso le richieste dei brigatisti, mentre con il cosiddetto Memoriale, o meglio – Memoria difensiva – l’ostaggio tentò di difendersi dalle accuse dei brigatisti e dimostrare la propria responsabilità, che intendeva essere relativa rispetto a scelte più globali. In questa sede ci occuperemo del contenuto di alcune lettere con le quali Moro cercò argomenti a sostegno del suo progetto di mediazione, senza dimenticare che le stesse vanno lette in modo dialettico con il contenuto della sua Memoria difensiva.
Il 16 marzo 1978, poco dopo il rapimento dello statista, Fanfani annotava sul suo diario: “Ora la situazione è disperata. Da parte eversiva si ha un gruppo di cervelli, da parte governativa nulla”. E il 19 marzo, commentando il primo comunicato Br, lo definiva “molto significativo. È un appello a tutti gli insoddisfatti di sinistra di concentrarsi nel partito comunista proletario combattente. Da ciò il concentrarsi di critiche al sistema, che per vari aspetti è una antologia che ogni componente di estrema sinistra tira fuori”.
Fanfani, e come lui molti altri politici democristiani, lessero il comunicato come se per la prima volta si trovassero di fronte a uno scritto delle Br. Meno impreparata apparve la dirigenza del Pci, che assunse immediatamente la linea più intransigente. Berlinguer pubblicò sull’Unità del 19 marzo un pezzo nel quale parlò di

forze potenti, interne e internazionali, che muovono le fila di questo attacco spietato contro lo Stato e le libertà repubblicane. [...] È giunto il momento di decidere da che parte si sta. Noi la scelta l’abbiamo fatta. Essa è scritta nella nostra storia. Il regime democratico e la Costituzione italiana sono conquiste decisive e irrinunciabili del movimento popolare, delle sue lotte, del suo cammino.


Antonio Tatò, un cattolico segretario particolare di Berlinguer, ebbe a dichiarare:

Se [...] aderissimo al principio della trattativa per salvare la vita fisica di Moro, in realtà (e senza alcuna garanzia di riaverlo vivo) faremmo credere che anche noi siamo interessati a che Moro mantenga i suoi segreti: avvaloreremmo cioè la difesa di uno Stato e di una Dc che vogliono tenere nascosti i loro misfatti [...] la politica del compromesso storico [porterebbe allora] la classe operaia e i suoi vecchi e nuovi alleati al progressivo cedi- mento, alla capitolazione, alla resa nei confronti della Dc, “lo scudo crociato della borghesia, degli imperialisti e delle multinazionali”, come le Br chiamavano la Dc. [Barbagallo, p. 67]



Per parte sua, il segretario della DC Zaccagnini ricordò il primo problema politico che avrebbe influito immediatamente sulla posizione della Dc e, quindi, sulla sorte di Moro: le cinque vite umane spezzate in via Fani dai brigatisti. L’agguato di via Fani condizionò inevitabilmente la risposta della Dc e Zaccagnini fu costretto a parlare di Repubblica, governo e Stato, di escalation della guerriglia, e di reazione «con misure organiche e proporzionate al terrorismo». Gli uomini della Dc erano

tutti insieme ad Aldo Moro per la sua salvezza e per il suo ritorno alla fa- miglia, all’Italia e al nostro partito, [ma erano] particolarmente con tutti i cittadini, gli agenti di Ps, i carabinieri, i magistrati, i giornalisti, gli uomini politici che sono stati più direttamente colpiti da questo tentativo di devastazione.


Insomma, non c’era solo Moro.


Il quale, prigioniero delle Brigate rosse, ha un interesse comune con i rapitori: che si apra una trattativa con lo Stato per la sua liberazione. A differenza delle Br, che giocano una partita tutta politica, Moro deve lottare per la vita. Le Br sostengono una linea dura: Parlano di processo [comunicato numero 2, 24 marzo], di interrogatorio [comunicato n. 3, 29 marzo], e di condanna a morte [comunicato n. 6, 15 aprile]. Solo con il comunicato n. 8 del 24 aprile chiedono una contropartita per Moro: la liberazione di SANTE NOTARNICOLA, MARIO ROSSI, GIUSEPPE BATTAGLIA, AUGUSTO VIEL, DOMENICO DELLI VENERI, PASQUALE ABATANGELO, GIORGIO PANIZZARI, MAURIZIO FERRARI, ALBERTO FRANCESCHINI, RENATO CURCIO, ROBERTO OGNIBENE, PAOLA BESUSCHIO e CRISTOFORO PIANCONE.

Mentre ciò si sviluppa nell’arco di più di un mese, Moro ha cominciato la sua battaglia politica, doppia, come abbiamo detto all’inizio. Da un lato, con la memoria difensiva, vuole convincere le Br di non essere il burattinaio o l’uomo dello Stato Imperialista delle Multinazionali che esse credono. Dall’altra, con le missive, è intento a stimolare e indirizzare in qualche modo la risposta della Dc alle mosse dei brigatisti.

Scrive perciò, prima di tutti, a Cossiga il 29 marzo, una missiva recapitata con il terzo comunicato.

Caro Francesco,
mentre t'indirizzo un caro saluto, sono indotto dalle difficili circostanze a svolgere dinanzi a te, avendo presenti le tue responsabilità (che io ovviamente rispetto) alcune lucide e realistiche considerazioni.
Prescindo volutamente da ogni aspetto emotivo e mi attengo ai fatti. Benché non sappia nulla né del modo né di quanto accaduto dopo il mio prelevamento, è fuori discussione - mi è stato detto con tutta chiarezza - che sono considerato un prigioniero politico, sottoposto, come Presidente della D.C., ad un processo diretto ad accertare le mie trentennali responsabilità (processo contenuto in termini politici, ma che diventa sempre più stringente). [...] Devo pensare che il grave addebito che mi viene fatto, si rivolge a me in quanto esponente qualificato della DC nel suo insieme nella gestione della sua linea politica.
In verità siamo tutti noi del gruppo dirigente che siamo chiamati in causa ed è il nostro operato collettivo che è sotto accusa e di cui devo rispondere.


Moro propone una linea politica che sosterrà con molta dignità, senza mutazioni degne di nota, per tutti i 55 giorni del rapimento. Questo è forse il suo limite. Egli cercherà una via sempre partendo dallo stesso punto di vista, quello del Palazzo. Del resto, è l’unico riferimento che conosce. Ed è l’unico che resta estraneo ai brigatisti.
Le Br non comprendono lo scopo che Moro si era prefissato nello scrivere la missiva a Cossiga, tanto che la rendono pubblica là, dove era necessario che restasse segreta. Lo fanno per debolezza. Hanno paura di una trattativa che rischiano di non controllare politicamente. E travisano, tanto che indicano nella lettera «una esplicita chiamata di correità» da parte di un imputato che sapeva «di non essere il solo» e che sollecitava «gli altri gerarchi a dividere con lui le responsabilità».
Ovviamente, le Br sbagliavano. Moro conosceva la Dc come pochi dirigenti e sapeva che quello era sempre stato il partito della mediazione. La segretezza serviva a dare margine al partito per trovare una versione per l’opinione pubblica, la più opportuna dal punto di vista politico.
Nel frattempo il fronte della fermezza si consolida. Il Pci difende la propria linea appellandosi alla ragione di Stato, un’ottica che si rivelerà alquanto miope, perché significa rinunciare a salvare la vita di Moro a prescindere da qualsiasi novità. E Moro per il Pci non è un politico qualunque, ma l’uomo che stava portando, seppur in modo tattico e non strategico, il partito di Botteghe oscure al governo. Assistiamo a quello che può sembrare un paradosso. Mentre l’artefice del governo di solidarietà nazionale si trova nelle mani di un gruppo rivoluzionario che tende ad impedire a quell’accordo di assestarsi e migliorare, i partiti messi insieme proprio da Moro si stringono su una linea di non ascolto. E tanto Moro quanto le Br ne restano sorprese. Le Br proprio dalla posizione del Pci. Moro da quella del suo partito.

Afferma Moretti:

C’è stata un’ingenuità al limite dell’autolesionismo. Il Pci aveva portato a compimento la parabola, non c’era più margine perché la base esprimesse qualcosa di diverso. Forse lo sapevamo già ma non volevamo crederci. Quando il Pci si compatta sulla fermezza, questo ci colpisce come una mazzata [Una storia italiana]

Moro viene informato; gli forniscono ritagli di giornale, attraverso i quali può prendere atto delle posizioni comunista e democristiana. E ne rimane «incredulo, sconcertato, irritato». Comprende, allora, che per aprirsi uno spiraglio, doveva rompere la solidarietà che proprio lui aveva creato tra le due forze politiche, rimandando il Pci all’opposizione. Fu in quei frangenti che Moro progettò una vera politica con il suo partito e probabilmente fu grazie alla sua azione che si creò quel margine nel quale si infilò con grande capacità il neosegretario del Psi Bettino Craxi. In questo frangente nascono i presupposti politici degli anni Ottanta, con le prime presidenze del consiglio non democristiane e il Pci che finirà i suoi giorni politicamente e strategicamente sconfitto. 
Il 4 aprile, insieme al comunicato numero 4 delle Br, viene recapitata una lettera a Zaccagnini, il segretario della Dc. Nel comunicato le Br scrivono: “La manovra messa in atto dalla stampa di regime, attribuendo alla nostra organizzazione quanto Moro ha scritto di suo pugno nella lettera a Cossiga, è stata subdola quanto maldestra. Lo scritto rivela invece, con una chiarezza che sembra non gradita alla cosca democristiana, il suo punto di vista e il nostro”. Quello delle Br riguarda i prigionieri politici, quello di Moro la già ricordata chiamata in correità dei dirigenti democristiani:

Abbiamo più volte affermato che uno dei punti fondamentali del programma della nostra Organizzazione è la liberazione di tutti i prigionieri comunisti e la distruzione dei campi di concentramento e dei lager di regime. Che su questa linea di combattimento il movimento rivoluzionario abbia già saputo misurarsi vittoriosamente è dimostrato dalla riconquistata libertà dei compagni sequestrati nei carceri di Casale, Treviso, Forli, Pozzuoli, Lecce etc. 
Certo perseguiremo ogni strada che porti alla liberazione dei comunisti tenuti in ostaggio dalla Stato Imperialista, ma denunciamo come manovre propagandistiche e strumentali i tentativi del regime di far credere nostro ciò che invece cerca di imporre: trattative segrete, misteriosi intermediari, mascheramento dei fatti

Vediamo, invece, cosa afferma Moro, che ha come riferimento la linea del Pci:

Caro Zaccagnini,
scrivo a te, intendendo rivolgermi a Piccoli, Bartolomei, Galloni, Gaspari, Fanfani, Andreotti e Cossiga ai quali tutti vorrai leggere la lettera e con i quali tutti vorrai assumere le responsabilità, che sono ad un tempo individuali e collettive. Parlo innanzitutto della D.C. alla quale si rivolgono accuse che riguardano tutti, ma che io sono chiamato a pagare con conseguenze che non è difficile immaginare. Certo nelle decisioni sono in gioco altri partiti; ma un così tremendo problema di coscienza riguarda innanzitutto la D.C., la quale deve muoversi, qualunque cosa dicano, o dicano nell'immediato, gli altri. Parlo innanzitutto del Partito Comunista, il quale, pur nella opportunità di affermare esigenze di fermezza, non può dimenticare che il mio drammatico prelevamento è avvenuto mentre si andava alla Camera per la consacrazione del Governo che m'ero tanto adoperato a costituire. [...] Sono un prigioniero politico che la vostra brusca decisione di chiudere un qualsiasi discorso relativo ad altre persone parimenti detenute, pone in una situazione insostenibile. Il tempo corre veloce e non ce n'è purtroppo abbastanza. Ogni momento potrebbe essere troppo tardi.

Siamo al 4 aprile. Mancano 14 giorni al 18 aprile, giorno del falso comunicato con la morte di Moro, e 20 all’8 comunicato, che contiene la condanna a morte dell’ostaggio e la richiesta di liberazione dei detenuti che abbiamo visto. Cosa accade nel frattempo? Le Br rendono noto un passo della memoria difensiva su Paolo Emilio Taviani, pubblicato sul “Corriere della Sera l’11 aprile, Moro si rivolge a personalità diverse, nazionali e internazionali e, in particolare, a Paolo VI con una lettera il cui incipit serve ad accattivarsi il destinatario: Moro si dice “memore della paterna benevolenza che la Santità Vostra mia ha tante volte dimostrato”, e tra l’altro quando io ero giovane dirigente della Fuci”. La lettera è scritta intorno all’8 aprile. Il papa risponde dopo una decina di giorni. La sera del 21 aprile, dopo la recita del rosario, il Papa si ritirò nella sua camera per stendere una missiva con la quale chiedere la liberazione di Moro direttamente ai brigatisti, ma sulla base dell’appello del 2 aprile, non delle richieste dell’ostaggio; egli si rivolge «agli uomini delle Brigate rosse» perché restituiscano alla libertà, alla sua famiglia, alla vita civile l’onorevole Aldo Moro, un uomo onesto e buono, che nessuno può accusare di scarso senso sociale e di mancato servizio alla giustizia e alla pacifica convivenza civile. Ricorda di essere stato suo amico di studi, quindi, parlando in modo di- retto ai rapitori nel nome di Cristo, li prega in ginocchio di liberarlo «semplicemente, senza condizioni, non tanto per motivo della mia umile e affettuosa intercessione, ma in virtù della sua dignità di comune fratello in umanità».
Il gesto è apparentemente di alto profilo morale; Paolo VI si appella ai rapitori di Moro, li chiama per nome e chiede che l’agire politico lasci il posto a considerazioni umanitarie. Per un verso, quindi, egli si pone umilmente in ginocchio di fronte a loro; per un altro, però, dimostra di aver compreso la posizione del governo italiano e il suo nobile gesto non travalica i confini che regolarono l’azione politica di Palazzo Chigi. La missiva, infatti, non coincide in nulla con quanto richiesto da Moro, secondo il quale non era ai brigatisti che il Papa avrebbe dovuto rivolgersi, bensì al governo. E se è vero, come affermato da molti, che si tratta di un documento considerevole, è anche lecito sostenere che il pontefice sceglie in coscienza di scrivere una lettera molto diversa da quanto richiesto da Moro. Il Vaticano, insomma, che a partire dal 19 marzo era in costante contatto con il governo italiano, non poteva andare contro la politica della fermezza, con la quale concordava e verso la quale, nei 55 giorni del sequestro, non ebbe mai una parola di biasimo. Un’altra circostanza, inoltre, proprio in quei giorni suggeriva prudenza, sebbene la sua influenza, in questo caso, fu di secondo piano. Attenendoci a quanto accertato da Vladimiro Satta, nonché confermato in tempi diversi da Giulio Andreotti, da monsignor Fabbri e da Pasquale Macchi, in una data compresa tra il 15 e il 22 di aprile Paolo VI attraverso i suoi collaboratori incaricò il capo dei cappellani delle carceri italiane e di San Vittore a Milano, Cesare Curioni, di ricercare il modo di favorire l’ipotesi del pagamento di un forte riscatto (si parla di cinque miliardi di lire) per la liberazione di Moro. Curioni era stato avvicinato in carcere da un sedicente brigatista, che gli aveva prospettato tale possibilità e il Vaticano si era fatto premura di avvertire il governo nella persona di Andreotti, che aveva manifestato il proprio assenso all’operazione dopo essersi consultato con Berlinguer.
Una serie di circostanze riportate da Satta, però, fanno ritenere che quel sedicente emissario fosse, in realtà, un impostore che avrebbe sfruttato il falso comunicato del 18 aprile, quello che rendeva nota la morte di Moro e l’occultamento del suo cadavere nel lago della Duchessa, per accreditarsi di fronte al Vaticano, annunciandone, appena diffuso, la falsità e la prossima smentita da parte brigatista. Secondo Andreotti, addirittura, lo stesso personaggio avrebbe segnalato la diffusione dell’apocrifo ancora prima che esso fosse reso noto, avvertendo che si trattava di un falso. Se così è stato, si spiega chiaramente lo scopo del falso comunicato (provare la credibilità di un emissario «brigatista» al fine di estorcere denaro per la liberazione del prigioniero), mentre cadono le congetture e i collegamenti con la scoperta della base di via Gradoli, avvenuta quello stesso giorno a Roma; e la questione non muta nemmeno nel caso si tratti, da parte di Andreotti, di un falso ricordo e quel personaggio abbia parlato dell’apocrifo solo dopo la sua diffusione. Il sedicente brigatista, infatti, tentò in ogni caso di sfruttare la vicenda del falso comunicato per accreditarsi, ma scomparve la mattina del 9 maggio, adducendo scuse, dopo il ritrovamento del cadavere dell’ostaggio in via Caetani, senza essere riuscito a spostare la «trattativa» dal suo stato embrionale.
L’appello di Paolo VI fu diffuso il 22 aprile sulla prima pagina dell’«Osservatore Romano» e venne accolto positivamente da molte forze politiche, sebbene il cavallo di razza Amintore Fanfani non sembrasse aver del tutto gradito; «generale» scrisse «è il riconoscimento del gesto del Papa», ma «discusso qualche aspetto della lettera». L’attenzione di tutti, com’è naturale, si concentrò sulla locuzione «senza condizioni» e in seguito Guerzoni dichiarò che sarebbe stato Andreotti a imporla al Papa, circostanza mai provata. A mio parere non furono né Andreotti né altri a suggerire quelle parole al pontefice, ma le circostanze, la situazione politica, la strettissima strada scelta dal governo italiano, che non concesse a nessuno – pena il chiamarsi fuori – la possibilità di uscire dagli angusti limiti della fermezza, che prevedeva solo il bene e il male, senza alcuna zona grigia. Andreotti, comunque, accolse positivamente il documento del pontefice:

Il Papa, con inaspettata decisione, rivolge un elevatissimo appello per la liberazione di Moro [...]. Lo ha scritto questa notte di getto; lo ha poi ri- veduto e copiato di suo pugno perché – dalla pubblicazione – si vedesse chiaro la natura personale del gesto stupendo.

A dire del presidente del Consiglio, che il 25 inviò una sua missiva di ringraziamento in Vaticano, il Papa aveva fatto per la liberazione di Moro «più dell’immaginabile con forza e insieme con delicatezza», ma «la durezza del cuore dei destinatari ha resistito anche a questo eccezionale appello». Nella medesima lettera, inoltre, il capo del governo sentì il bisogno di spiegare ufficialmente il motivo per il quale uno scambio non fosse proponibile: era assurdo equiparare gli ostaggi di un gruppo criminale con coloro che dovevano rispondere alla giustizia per gravi delitti (coloro per i quali si chiedeva lo scambio). L’ipotesi di Moro, secondo cui ci si sarebbe trovati in guerra, era vista come un espediente dei brigatisti per giustificare uccisioni e attentati; inoltre «gli umili servitori dello Stato» non avrebbero potuto sopportare che per liberare un uomo politico si calpestassero le leggi, e anche una grazia presidenziale avrebbe provocato una rivolta morale. Affermava infine che il Parlamento condivideva la linea della fermezza «nella coscienza che diversamente si aprirebbero davvero pagine di avventura in una irrefrenabile spirale di violenza».

Dentro la prigione del popolo, però, l’appello del papa provoca un dramma e azzera le speranze di liberazione. È in questo preciso momento che Moro si sente perduto. Conoscendo come gira il palazzo, egli è in grado di interpretare il significato vero di quel messaggio “apolitico”: il sigillo a una decisione che non si sarebbe più mossa.

Arriviamo così al comunicato n. 8 con la “condanna a morte” di Moro del 24 aprile.

Quattro giorni dopo Moro scrive alla DC una lettera di cui – lo ricordo – abbiamo tre versioni e che Mastrogregori, autore de La Lettera blu, ha definito “un evidente, documentato montaggio di fogli autografi dell’ostaggio” [p. 89], “edito a cura dei terroristi” [p. 96]. Recentemente, su alcune lettere è stata eseguita un’analisi da parte dell’Istituto centrale per il restauro e la conservazione del patrimonio archivistico e librario italiano. La direttrice del laboratorio di biologia dello stesso, Flavia Pinzari, ha affermato che sono state trovate tracce saline che fanno pensare a lacrime. La missiva alla Dc è la seconda di un gruppo di undici, scritte tra il 20 e il 29 aprile, che a suo dire supporta più di tutte il peso psicologico del sequestro [Il Venerdì di Repubblica, 13 gennaio 2012, p. 18]. Aggiunge la direttrice dell’Istituto, Maria Cristina Misiti, che “la lettera alla Dc p la più lunga di tutte: si compone di 10 fogli ed è l’unica ad essere stata scritta su carta extra strog”. La migliore qualità della carta rispetto alle altre ha posto la questione: “Perché è stata scelta? E chi ha deciso? [...] E’ evidente che questa lettera dovesse condensare l’estremo appello di Moro” [ivi], e forse è per questo che adesso ne viene messa fortemente in dubbio non l’autenticità ma la paternità, nel senso che: “Le lettere sono autentiche, ne senso che non sono scritte sotto dettatura delle Brigate rosse. Sono però costruite, montante, portate all’esterno del covo [...] sotto la direzione e a cura delle Brigate rosse” [Il Venerdì, cit].. Per completezza di informazione, quello che Filippo Ceccarelli considera il massimo esperto “dell’estremo moroteismo”, Miguel Gotor, sostiene che le lettere erano vagliate dai brigatisti e quindi riconsegnate all’ostaggio perché ne ricopiasse la versione finale [Il Venerdì, cit., p. 22].
Ciò detto, e spiegato che più semplicemente Moro scriveva e riscriveva le proprie missive per trovare le parole più adatte a farsi comprendere dai propri interlocutori, vediamo un passaggio della lettera alla DC.

Dopo la mia lettera comparsa in risposta ad alcune ambigue, disorganiche, ma sostanzialmente negative posizioni della D.C. sul mio caso, non è accaduto niente. Non che non ci fosse materia da discutere. Ce n'era tanta. Mancava invece al Partito, al suo segretario, ai suoi esponenti il coraggio civile di aprire un dibattito sul tema proposto che è quello della salvezza della mia vita e delle condizioni per conseguirla in un quadro equilibrato. E' vero: io sono prigioniero e non sono in uno stato d'animo lieto. Ma non ho subito nessuna coercizione, non sono drogato, scrivo con il mio stile per brutto che sia, ho la mia solita calligrafia. Ma sono, si dice, un altro e non merito di essere preso sul serio. Allora ai miei argomenti neppure si risponde. E se io faccio l'onesta domanda che si riunisca la direzione o altro organo costituzionale del partito, perché sono in gioco la vita di un uomo e la sorte della sua famiglia, si continua invece in degradanti conciliaboli, che significano paura del dibattito, paura della verità, paura di firmare col proprio nome una condanna a morte. [...] Ma tra le Brigate Rosse e me non c'è la minima comunanza di vedute. E non fa certo identità di vedute la circostanza che io abbia sostenuto sin dall'inizio (e, come ho dimostrato, molti anni fa) che ritenevo accettabile, come avviene in guerra, uno scambio di prigionieri politici. E tanto più quando, non scambiando, taluno resta in grave sofferenza, ma vivo, l'altro viene ucciso. [...] Da che cosa si può dedurre che lo Stato va in rovina, se, una volta tanto, un innocente sopravvive e, a compenso, altra persona va, invece che in prigione, in esilio? Il discorso è tutto qui. [...] Vorrei ora tornare un momento indietro con questo ragionamento che fila come filavano i miei ragionamenti di un tempo. [...] in moltissimi casi scambi sono stati fatti in passato, ovunque, per salvaguardare ostaggi, per salvare vittime innocenti. Ma è tempo di aggiungere che, senza che almeno la D.C. lo ignorasse, anche la libertà (con l'espatrio) in un numero discreto di casi è stata concessa a palestinesi, per parare la grave minaccia di ritorsioni e rappresaglie capaci di arrecare danno rilevante alla comunità. E, si noti, si trattava di minacce serie, temibili, ma non aventi il grado d'immanenza di quelle che oggi ci occupano. Ma allora il principio era stato accettato.

“Accettato” al punto che possediamo una nota informativa dell’Ucigos del 1979 che fa il punto della situazione sul terrorismo palestinese in Italia. A p. 8 si legge:

Dal 1974 al 1978 nelle vicende del terrorismo si alternano periodi di fecondità a periodi di stasi, ma per quanto riguarda l’Italia essa resta un punto di riferimento costante nell’ottica delle varie organizzazioni arabe. La politica dei vari governi italiani è sempre stata ispirata a non irritare i regimi arabi affinché non attuassero misure di rappresaglia in campo economico. Lo scotto di questo vantaggio è stato tuttavia pagato in termini di insicurezza nazionale.

E ancora: “Da tale premesse discende quindi coerente l’esigenza dell’adozione di misure cautelative attraverso il potenziamento dei mezzi, la revisione dei criteri finora seguiti nel controllo degli stranieri e l’individuazione degli strumenti garantistici se non si vuole che l’Italia diventi, nel volgere di poco tempo, più fertile terreno per i fautori del terrorismo [p. 9]. E, a p. 4, “l’Italia è base preferita dei terroristi palestinesi” dal 1968.


Racconta Valerio Fioravanti: “Cossiga ci ricordò che l’accordo a cui faceva riferimento Pifano era un accordo informale di cui lui, né come ministro dell’interno, né come primo ministro, né come presidente della repubblica aveva mai trovato una versione scritta, ufficiale. Ma era risaputo che si trattava d’un accordo raggiunto nel 1974 da Aldo Moro, subito dopo l’attentato palestinese all’aeroporto di Fiumicino del 15 dicembre 1973 in cui si contarono 32 morti e 15 feriti. In base a quell’accordo l’Italia avrebbe lasciato libertà di passaggio ai palestinesi; in cambio, i palestinesi s’impegnavano a non fare altri attentati in Italia, a non dirottare aerei italiani, a non colpire cittadini italiani all’estero. Inoltre, l’Italia s’impegnava ad impedire che i servizi segreti israeliani continuassero a compiere “omicidi mirati” di palestinesi sul suolo italiano.”



Dunque, Aldo Moro sapeva di cosa stava parlando, così come lo sapevano i dirigenti del suo partito.
Disperando di riuscire ad aprire una trattativa, due giorni più tardi, direi con grave ritardo, le Br nella persona di Moretti telefonano a casa Moro:

Noi facciamo questa telefonata per puro scrupolo perché suo padre insiste nel dire che siete stati un po’ ingannati e probabilmente state ragionando su un equivoco. Finora avete fatto tutte cose che non servono assolutamente a niente. Noi crediamo invece che i giochi siano fatti e abbiamo già preso una decisione. Nelle prossime ore non possiamo fare altro che eseguire ciò che abbiamo detto nel comunicato numero 8. Quindi chiediamo solo questo: che sia possibile un intervento di Zaccagnini, immediato e chiarificatore in questo senso. Se ciò non avviene, rendetevi conto che noi non potremo fare altro che questo. Mi ha capito esattamente? [...] Ecco, quindi è possibile solo questo. Lo abbiamo fatto semplicemente per scrupolo nel senso che, sa, una condanna a morte non è una cosa che possa essere presa alla leggera neanche da parte nostra. Noi siamo disposti a sopportare le responsabilità che ci competono. [...] Il problema è politico e a questo punto deve intervenire la Democrazia cristiana. Abbiamo insistito moltissimo su questo, perché è l’unica maniera in cui si può arrivare eventualmente a una trattativa. [...] Solo un intervento diretto, immediato e chiarificatore, preciso di Zaccagnini può modificare la situazione. Noi abbiamo già preso la decisione. Nelle prossime ore accadrà l’inevitabile, non possiamo fare altrimenti. Non ho niente altro da dirle.


Pochissimi giorni prima, tra il 22 e il 23 aprile, Moro aveva scritto a Bettino Craxi, di cui aveva colto, tra frammentarie notizie, “una forte sensibilità umanitaria del tuo partito”. In questa lettera si può vedere il tentativo di Moro di portare Craxi verso la rottura con il governo di solidarietà nazionale perché si doveva dar luogo “con la dovuta urgenza ad una seria ed equilibrata trattativa per lo scambio di prigionieri politici” [...] Ogni ora che passa potrebbe renderla vana ed allora io ti scongiuro di fare in ogni sede opportuna tutto il possibile nell’unica direzione giusta che non è quella della declamazione”. Craxi ebbe a definire il 24 maggio in occasione del CC del partito, che la sua iniziativa fu “costituzionale” e non umanitaria. Il 30 aprile, parlando con Mitterand, allora segretario del PSF si sfogò, come ricorda il futuro presidente francese: “Craxi ha ricevuto ieri una lettera del prigioniero e attende dalle pressioni congiunte di Paolo VI, Fanfani e Saragat sul presidente della Repubblica Leone, che questo firmi un decreto di grazia e che il governo si decida a uno scambio limitato – uno contro uno – con le Brigate Rosse, le quali, raggiunto il loro obiettivo, possono accontentarsi. Craxi ha avuto parole terribili per la Democrazia Cristiana” [Mitterand, La paglia e il grano, p. 188].
            Nel 1995 “Critica Sociale” pubblicò un volume intitolato Lettere dal patibolo, che conteneva 38 missive scritte da Moro durante i 55 giorni. L’introduzione, non firmata, era opera di Craxi. In questo scritto l’ex leader socialista offre una lettura inedita della figura di Moro, non uomo della mediazione, ma addirittura dello scontro con i comunisti. Parte dalla memoria pubblica: la statua di Moro con in tasca una copia dell’Unità. Secondo Craxi le cose non erano in questi termini: “Il Pci – scrive – aveva un rapporto di solidarietà con Mosca che l’eurocomunismo aveva solo in parte incrinato facendo sorgere sospetti tanto nell’uno che nell’altro campo”. Mentre uomini come Zaccagnini e La Malfa aprono ai comunisti, sarebbe stato Moro a imporre un governo monocolore, rifiutando addirittura ministri tecnici graditi ai comunisti e inserendo uomini come Toni Bisaglia e Carlo Donat Cattin che erano “nella lista di proscrizione del Pci”. Questa lettura rovescerebbe tutto il quadro di chi ha visto in Moro l’uomo del compromesso storico e nelle Br l’arma in mano a qualcuno che quel programma volle far fallire. 














giovedì 9 maggio 2013

LE FOTO DI IERI





MURO ITALIANO






MURO DI BEIRUT

LE SOLITE CAZZATE DI REPUBBLICA. MA PER TRATTARE SI DEVE ESSERE IN DUE!




Fanno fatica a capirlo ancora oggi. Le Br non volevano denaro per Moro, ma una contropartita politica. Ecco perché l'aria fritta che segue, pubblicata ovviamente da Repubblica, non ha ragione di essere. Non c'è mai stata trattativa, come del resto si ricava dallo stesso articolo. Tra l'altro, si tratta di cose ampiamente note. "L'intermediario" delle Br era un fake, uno che si voleva prendere quel denaro.


Una cifra dai 10 ai 15 miliardi di lire era stata messa a disposizione di Paolo VI per salvare la vita di Aldo Moro. Un riscatto che riservati emissari pontifici, la mattina del 9 maggio 1978 - 35 anni fa - avrebbero dovuto consegnare a persone "vicine" ai terroristi delle Brigate Rosse che 55 giorni prima avevano rapito il presidente della Dc e massacrato la sua scorta a via Fani, a Roma, lo stesso giorno in cui Giulio Andreotti si presentò in Parlamento per ottenere la fiducia per il varo del primo governo nato d'intesa col Pci di Enrico Berlinguer. "Tutto era pronto per la liberazione di Moro, ma quella mattina del 9 maggio qualcosa andò storto o qualcuno si mise in mezzo per far fallire il piano voluto da Paolo VI, e finì come tutti sappiamo", racconta il teologo Gianni Gennari, giornalista Rai e titolare della popolare rubrica quotidiana "Rosso Malpelo" che da 17 anni tiene sul quotidiano cattolico Avvenire. Gennari ne ha parlato alla recente presentazione del libro "La zona franca" - sottotitolo, "Così è fallita la trattativa segreta che doveva salvare Aldo Moro", edito da Castelvecchio -  scritto dal giornalista Rai Alessandro Forlani.

Il corsivista della rubrica "Rosso Malpelo" ha anche fornito alcuni particolari inediti che riportano alla luce per la prima volta tutta la passione con cui papa Montini tentò di salvare Moro. Passione e determinazione che emersero pubblicamente alcuni giorni dopo il rapimento e la strage della scorta del leader Dc con la storica lettera aperta "Agli uomini della Brigate Rosse" nella quale il Papa implorò, prostrandosi simbolicamente ai loro piedi, di liberare Moro, "uomo giusto e buono". Gennari ha quindi presentato il fascicolo originale di Civiltà Cattolica in data 16 aprile 1978 (le bozze della rivista dei gesuiti sono sempre vistate in anticipo dalla Segreteria di Stato vaticana) in cui era scritto che, salvo il riconoscimento politico delle Br, bisognava fare tutto il possibile per la salvezza di Aldo Moro. Pochi però sanno  - ha specificato - che Paolo VI, affiancato dal suo segretario, monsignor Pasquale Macchi, mise in moto riservatamente tra i suoi amici un tam tam di solidarietà per raccogliere la cifra destinata al riscatto per la liberazione del presidente Dc, tenendo fuori dall'iniziativa i politici italiani.

I canali con la Santa Sede erano tenuti in piedi da due sacerdoti, noti nell'ambiente romano, ma lontani dalle alte sfere ecclesiastiche: padre Carlo Cremona, collaboratore del Gr2 e amico di monsignor Macchi, e don Cesare Curioni, il cappellano capo delle carceri italiane, che dopo il sequestro di Moro ha incontrato più volte a Torino, durante il processo, i capi storici della Br Renato Curcio e Alberto Franceschini, ricevendo l'assicurazione che loro con il rapimento Moro non c'entravano nulla. In questo contesto proprio padre Cremona aveva avuto l'incarico di attendere una telefonata la mattina del 9 maggio da parte di un intermediario delle Br che gli avrebbe annunciato dove trovare Moro per liberarlo. "Tutto pareva pronto", ha detto Gennari, "e in quella stessa mattina nella Direzione della Dc Amintore Fanfani avrebbe formalizzato anche la proposta di uno scambio per la liberazione della brigatista Paola Besuschio. Qualcuno o qualcosa vanificò l'iniziativa" e il corpo di Moro fu trovato crivellato di colpi in via Caetani all'interno della Renault R4 amaranto.

Secondo la testimonianza di don Curioni - ha ancora ricordato il teologo - sul cadavere del presidente Dc era presente un solo colpo che lo aveva ucciso con i segni del sangue. E c'erano poi altri colpi sparati a distanza di tempo che procurarono ferite che non presentavano tracce di sangue esterno. Probabilmente i cervelli di tutta l'operazione vollero essere sicuri in anticipo dell'uccisione dell'ostaggio e poi fecero credere ad alcuni dei brigatisti che avevano sparato uccidendo il presidente dc che in realtà era già morto. Per Gennari è chiaro che tutta l'operazione aveva come scopo principale l'eliminazione del personaggio principale di quel momento storico della politica italiana e la conseguente destabilizzazione dei due attori principali di quel momento, la Dc di Moro e di Benigno Zaccagnini e il Pci di Enrico Berlinguer. Tra l'altro, Gennari ha ricordato - e la cosa ha il sapore amaro dell'ironia della sorte - che Zaccagnini, se quel giorno non avessero rapito Moro, avrebbe dato le dimissioni da segretario dc in dissenso su alcune nomine di quel governo Andreotti. Non solo, ma, come ha ricordato l'onorevole Franco Salvi, braccio destro di Zaccagnini, sul Mattino del 29 ottobre 1993, "il Pci aveva deciso di votare contro il governo Andreotti, ma poi disse un sì coraggioso e difficile davanti all'emergenza". 

ERA DI MAGGIO

9 maggio nella storia: 1945: la Germania firma la resa senza condizioni nelle mani dell'Armata Rossa. 1976. La militante della Rote Armee Fraktion Ulriche Meinhof viene trovata morta nel carcere di sicurezza di Stammheim, Germania Occidentale. 1978. Peppino Impastato, militante di Democrazia Proletaria, viene ucciso dalla mafia. Le Brigate Rosse concludono l'operazione Moro con l'uccisione dell'ostaggio dopo che per 55 giorni lo Stato ha rifiutato di aprire una trattativa per la sua liberazione