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giovedì 16 gennaio 2014

IL PAESE DEL FINE PENA MAI


(fonte, il fatto quotidiano)

Preferisce l’eutanasia alla morte in carcere. Vincenzo Di Sarno ha 35 anni e un tumore che in cella, sostiene, non gli può essere curato come si deve. Da oltre quattro è recluso nel carcere di Poggioreale a Napoli per una condannato a 16 anni per omicidio. In una lettera, ha chiesto al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano di concedergli l’eutanasia, dopo che più volte ha chiesto la grazia. “Mio figlio non ce la fa più a vivere in queste condizioni, – spiega Maria Cacace, la madre che lancia un ultimo appello a Napolitano: “Gli conceda la grazia prima che sia troppo tardi”.
Di Sarno è stato ritenuto colpevole di omicidio. Un assassinio maturato durante una lite con un extracomunitario, scoppiata nei pressi della stazione di piazza Garibaldi, a Napoli, mentre aspettava un pullman che lo avrebbe portato a casa, nel Vesuviano. La condanna è stata confermata dalla Corte di Appello: ora si attendono le decisioni della Cassazione a cui la famiglia Di Sarno si è rivolta lo scorso mese di novembre.
Il giovane è affetto da un tumore cervico-midollare che lo sta consumando e che, per la sua gravità, richiede controlli e cure assidue. Ha già subito due interventi chirurgici (alla testa e alla colonna vertebrale) che, però, non hanno debellato il male. “Era un ragazzone da 115 kg, alto 1,85, – fa sapere Maria – adesso ne pesa solo 53. Le cure di cui ha bisogno non gli possono essere praticate in carcere. Da madre disperata chiedo al presidente di concedergli la grazia, prima che faccia la stessa fine di Federico Perna (il 34enne morto a Poggioreale lo scorso mese di novembre,ndr)“. “Napolitano – aggiunge Maria Cacace – conosce le condizioni di mio figlio, sa come l’ha ridotto la malattia, l’ha visto durante una sua visita a Napoli. Vincenzo non può restare in carcere, ha bisogno continuamente di cure”.
Circa 15 giorni fa è stato trasferito nel padiglione San Paolo del carcere, dove gli possono praticare le cure in maniera più agevole. Ma, secondo Maria, questo non basta. Anzi, da allora, le sue condizioni di salute addirittura sono peggiorate. “Non sta più mangiando, – dice ancora Maria – sono molto preoccupata per la sua sorte perché non so se stia rifiutando il cibo per protesta o se, come temo, per l’inappetenza determinata dalla malattia. Bisogna fare presto, altrimenti morirà”

martedì 22 ottobre 2013

LETTERA DI COSSIGA A PAOLO PERSICHETTI

Senato della Repubblica
Francesco Cossiga

Signor Paolo Persichetti
Casa Circondariale Marino del Tronto
Frazione Navicella, 218
63100 Ascoli Piceno



Gentile Signor Persichetti,
ho letto la Sua intervista a "La Stampa" e La ringrazio per l'attenzione che Lei e i Suoi compagni riservate alle mie valutazioni e ai miei giudizi.
Io ho combattuto duramente il terrorismo, ma ho sempre ritenuto che certo si trattasse di un gravissimo e deprecabile fenomeno politico, ma che affondava le sue radici nella particolare situazione sociale politica del Paese, e non invece un "humus delinquenziale".
Il terrorismo di sinistra - frutto anche di chi nei partiti e nella CGIL lanciava la pietra e nascondeva la mano, e che insegnava la "violenza" in Parlamento e "in piazza", ma non si é poi assunto, tutt'altro, la responsabilità delle conseguenze pratiche degli insegnamenti stessi -, nasce a mio avviso da una lettura "non storica" del marxismo-leninismo e da una "mitizzazione" della Resistenza e della Liberazione che, nel contenuto sociale e politico della sinistra, è fallita perché ha portato alla ricostituzione di un "regime delle libertà borghesi".
Ritengo che l'estremismo di sinistra, che era non un terrorismo in senso proprio (non credeva infatti che solo con atti terroristici si potesse cambiare la situazione politica), ma era "sovversione di sinistra" come agli albori era il bolscevismo russo, e cioè un movimento politico che, trovandosi a combattere un apparato dello Stato, usava metodi terroristici come sempre hanno fatto tutti i movimenti di liberazione, Resistenza compresa (l'assassinio di un grande filosofo, anche se fascista, che camminava tranquillamente per strada, Giovanni Gentile, da parte di Gap fiorentini si può giudicare positivamente o negativamente, ma da un punto di vista teorico è stato pur sempre un atto di terrorismo) pensando di innescare - e qui era l'errore anche formale - un vero e proprio movimento rivoluzionario.
Voi siete stati battuti dall'unità politica tra la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista Italiano, e per il fatto che non siete stati in grado di trascinare le masse in una vera e propria rivoluzione. Ma tutto questo fa parte di un periodo storico dell'Italia che è concluso; e ormai la cosiddetta "giustizia" che si è esercitata e ancora si esercita verso di voi, anche se legalmente giustificabile, è politicamente o "vendetta" o "paura", come appunto lo è per molti comunisti di quel periodo, quale titolo di legittimità repubblicana che credono di essersi conquistati, non con il voto popolare e con le lotte di massa, ma con la loro collaborazione con le Forze di Polizia e di Sicurezza dello Stato. Per questo, io che sono stato per moltissimi di voi: "Cossiga con la K" e con le due [N.d.R. qui viene lasciato uno spazio riempito poi con due "S" runiche, a mano], e addirittura "un capo di assassini e un mandante di assassinii", oggi sono perché si chiuda questo doloroso capitolo della storia civile e politica del Paese, anche ad evitare che pochi irriducibili diventino cattivi maestri di nuovi terroristi, quelli che hanno ucciso D'Antona e Biagi che, per le Forze di Polizia e per la giustizia, è facile ricercare tra di voi, perché voi siete stati sconfitti politicamente e militarmente con l'aiuto della sinistra: andare a cercarli altrove potrebbe essere forse più imbarazzante...
Purtroppo ogni tentativo mio e di altri colleghi della destra o della sinistra di far approvare una legge di amnistia e di indulto si è scontrato soprattutto con l'opposizione del mondo politico che fa capo all'ex-partito comunista.
Leggo che Le hanno rifiutato l'uso di un computer, che onestamente non sapevo costituisse un'arma da guerra! Qualora Lei lo richieda ancora e ancora glielo rifiutassero, me lo faccia sapere, che provvederò io a farglielo dare.
Non perda mai la Sua dignità di uomo neanche in carcere, luogo non fatto e non gestito certo per "redimere" gli uomini! E non perda mai la speranza.
Cordialmente,


Francesco Cossiga

giovedì 18 luglio 2013

ANTONIO GRAMSCI E FASSINO


Quando Antonio Gramsci morì il 27 aprile 1937 la sua famiglia di Mosca, la moglie Julija e i figli Delio e Giuliano, stavano per affrontare assieme a tutta la popolazione sovietica uno dei periodi più bui del regime staliniano, passato alla storia come “il Grande Terrore”. Si trattò di un biennio drammatico, nel corso del quale l’epurazione cominciata nel partito comunista si estese a tutta la società, colpendo direttamente intere categorie di cittadini e indirettamente le loro famiglie. Circa 700.000 persone vennero fucilate e tra esse anche 108 italiani giunti in Urss negli anni precedenti come rifugiati politici. Per commemorarne la memoria, qualche anno fa è stato inaugurato nel cimitero di Levashovo, nei pressi di San Pietroburgo, un monumento alla presenza di Piero Fassino, allora segretario dei Democratici di sinistra. Nell’occasione è stato ricordato il nome di Antonio Gramsci, purtroppo in modo improprio e fuori contesto, perché a dire di Fassino avrebbe intercesso per un comunista italiano negli anni Venti, salvandolo non si sa bene da cosa. Allora, infatti, il Grande Terrore era di là da venire e non lo si poteva prevedere. Incuranti di alcune precisazioni fatte immediatamente dai membri di Memorial (la più importante ONG russa che si occupa di stalinismo e repressioni politiche), sia il “Corriere della Sera”, sia la “Repubblica” hanno intitolato “Gramsci salvò gli italiani dal Grande Terrore”. Non è la prima volta che il nome di Gramsci viene usato in contesti storici particolari. La sua prigionia nelle carceri fasciste, dal novembre del 1926 a pochi giorni prima della morte, fu particolarmente tormentata e ancora oggi si discute se ci fu una volontà criminale nei suoi confronti da parte dei suoi compagni. Secondo alcuni, Togliatti non lo volle far liberare per non rischiare una sua condanna una volta eventualmente tornato a Mosca a causa di alcune critiche fatte nel 1926 dallo stesso Gramsci nei confronti della vincente fazione stalinista del Pc sovietico. Secondo altri, invece, Stalin e lo stesso Togliatti fecero fallire le trattative con Roma per un suo scambio, proprio a causa della visione politica eterodossa del comunista sardo. A spingere le ricerche in questa direzione qualche anno giunse un nuovo documento rinvenuto in archivio a Mosca; si tratta di una lettera della moglie Julija del dicembre 1940 indirizzata a Stalin nella quale si ipotizza un coinvolgimento di Togliatti in un complotto per lasciare Gramsci in carcere. Sembrò la quadratura del cerchio, ma le cose, come si comprese in seguito, erano più complesse. Per cercare di fare chiarezza prima di tutto è utile operare alcune precisazioni sui ruoli dell’epoca. Togliatti era in quegli anni uno dei segretari del Comintern e tale rimase fino allo scioglimento dell’organizzazione, avvenuto nel 1943. Quando egli parlava, assumeva una decisione o si confrontava con altri dirigenti, era l’internazionalista ad agire e non il dirigente del Pcd’I. Negli anni Trenta, inoltre, non esistevano dubbi sul fatto che tutti i comunisti fossero degli “stalinisti”. Oggi il concetto ha assunto un’accezione negativa, in particolare a partire dai libri di Annah Arendt sul totalitarismo sovietico, ma allora essere degli stalinisti era una cosa positiva. Significava non essere caduti nel frazionismo o nell’opportunismo trockista o di altra natura e sostenere la linea del Partito comunista sovietico e le risoluzioni dell’Internazionale. Stalin non era il male assoluto ma, al contrario, il più conseguente marxista del mondo, in grado di guidare tutti i comunisti verso un futuro di lotte e successi. Togliatti, per esempio, lo ammirava moltissimo, così come tanti altri uomini politici di allora, tra cui non ultimo Winston Churchill. Lo stesso Gramsci, a dirla tutta, non era alieno alle idee di Stalin e le sue critiche del 1926 non riguardavano la sostanza politica dello scontro in atto con Zinov’ev e Trockij, e neanche i metodi di lotta, bensì i provvedimenti presi contro gli oppositori, che a suo dire si allontanavano dalla tradizione leninista di ricomposizione finale dei dissensi. Una volta arrestato, Gramsci partecipò poco al dibattito politico, ma in alcuni casi sembrò assumere posizioni non sempre in linea con Mosca. Fu questa una sua peculiarità? Non esattamente. Molti dirigenti del Pcd’I sostennero posizioni eterodosse rispetto a Mosca, tanto che alla fine degli anni Trenta, dopo innumerevoli mediazioni, i vertici del partito vennero azzerati dal Comintern. Ci mancò poco che il Pcd’I non facesse la stessa fine del Pc polacco, che fu sciolto su decisione anche di Togliatti, ma proprio grazie a questi non si giunse a tanto. Ora, la lettera della moglie di Gramsci, indirizzata a Stalin (ma che questi non lesse mai) si inserisce in un contesto ben diverso da quello di un complotto. Dopo la morte di Gramsci, infatti, sia Togliatti, sia Julija, rivendicarono l’eredità letteraria di Antonio e la disputa fu risolta da un intervento del Comintern e in particolare di Dimitrov, il segretario generale, che creò un paio di commissioni e alla fine decise di lasciare gli scritti originali a Togliatti. Quella lettera, però, ci dice anche un’altra cosa, e cioè che da parte di Julija si aveva piena fiducia in Stalin, molta di meno in Togliatti, anche se in quel contesto a mio parere ella fece un uso strumentale del sospetto, e dopo una serie di accertamenti non venne creduta. Grazie alla decisione del Comintern, Togliatti poté studiare gli scritti lasciati da Gramsci, quindi farli giungere in Italia dopo il 1944 attraverso l’ambasciata sovietica. Fece uscire alcuni estratti dei quaderni del carcere su “Rinascita” e nel 1947 diede alle stampe una prima versione delle Lettere dal Carcere, che vinsero il premio Viareggio. Desiderio della dirigenza del Pci era portare in Italia i figli di Gramsci, i cittadini sovietici Delio e Giuliano, per ritirare il premio in denaro, 500.000 lire. Mentre per Giuliano l’espatrio non presentava grandi problemi, Delio era un ufficiale di marina e aveva bisogno di speciali permessi. Al fine di ottenerli, come la madre nel 1940, Delio si rivolse a Stalin con una missiva che porta la data del 1° ottobre 1947 nella quale racconta del premio, del libro e della figura di martire del padre; aggiunge, infine, che il denaro vinto sarebbe stato speso per la pubblicazione di una biografia di Stalin in Italia in quanto “mio padre, se fosse stato vivo, avrebbe fatto lo stesso”. La lettera venne letta da Michail Suslov, che la girò agli uffici competenti per i permessi necessari ed effettivamente Giuliano e Delio poterono recarsi in Italia. Di quali ombre su Gramsci si può allora parlare, se il figlio e la moglie scrivono ai massimi dirigenti sovietici in due importanti occasioni? E se Togliatti era veramente sospettato di avere impedito la liberazione di Antonio (ma per chi conosce i meccanismi del potere statale sovietico, partitico e dell’Internazionale comunista è facile comprendere come non ne avesse mai avuto né la facoltà né le forza politica per poterlo fare), perché poi i figli lo sarebbero andati a trovare in Italia e lo avrebbero sempre visto con grande piacere a Mosca ad ogni sua visita, come ricorda Giuliano Gramsci in un recente libro curato da Anna Maria Sgarbi? (Le lettere nel cuore, Gabrielli editore, prefazione di W. Veltroni). E perché quando Togliatti morì a Jalta nel 1964, la famiglia Gramsci si attivò con l’ambasciata italiana, firmando tutti i permessi affinché la tomba di Gramsci nel cimitero acattolico di Roma potesse accogliere eventualmente anche le ceneri di Togliatti, cosa che poi non si realizzò, ma non per una volontà negativa di Julija, Delio o Giuliano? Per rispondere a queste domande si devono abbandonare pregiudizi e letture ideologiche della storia e attenersi alla sola documentazione disponibile, oltre che alla conoscenza dei meccanismi del potere in Urss. Si vedrà, allora, che Mosca tentò ripetutamente di liberare Antonio dal carcere, ma i fallimenti delle trattative furono dovuti sia a irrigidimenti da parte di Mussolini, sia a periodi di avvicinamento tra i due paesi, nel corso dei quali non si volevano turbare le trattative per accordi commerciali con questioni politiche. Togliatti si impegnò, per quelle che erano le sue competenze, per salvare la memoria del suo antico compagno. Riunì nei giorni successivi la morte di Antonio i maggiori dirigenti del Comintern a Mosca e lesse un lungo discorso funebre, face in modo che le ceneri di Gramsci restassero a Roma, riportò tutti i suoi scritti in Italia e li fece pubblicare, si occupò della famiglia rimasta a Mosca e cercò di sostenere moralmente i due orfani e la vedova malata. Tutto questo all’ombra del regime staliniano, considerato allora il più progressista del mondo.

sabato 13 aprile 2013

I DELATORI




Le carceri italiani sono sovraffollate. Ad hoc si creano le condizioni perché gli istituti di pena diventino dei luoghi di delazione affinché il singolo prigioniero si veda migliorare la propria condizione.
Marconista

Tratto da "Ristretti Orizzonti", 13 aprile

“Un terzo dei detenuti è ad alto rischio di malattie mentali. Su quasi 70 mila persone oggi presenti nelle carceri italiane i conti sono presto fatti.
Ventimila è un numero calcolato per difetto: psicosi, depressione, disturbi bipolari e di ansia severi sono la norma nel 40% dei casi, a cui vanno aggiunti poi i disturbi di personalità borderline e antisociale. Persone a volte già ammalate, altre che si ammalano durante la detenzione complici il sovraffollamento, i contesti sociali inimmaginabili, la popolazione straniera di difficilissima gestione. In questa situazione i cosiddetti detenuti sani finiscono con trovarsi in un inferno aggiuntivo che, nella peggiore delle ipotesi, può portare anche al suicidio. In Italia, quelli compiuti in carcere, hanno numeri 9 volte superiori rispetto alla popolazione generale con tassi aumentati negli ultimi anni di circa il 300% (dai 100 del decennio 1960-1969 a più di 560 nel 2000-2009 con oltre il 36% di decessi). Crescita che non si arresta: nel 2011 sono stati 63 i suicidi (0.9% per 1.000 detenuti), più di mille i tentati suicidi (15%) e oltre 5.600 gli atti autolesivi (84%). A farne le spese anche l’organizzazione interna alle carceri: tra il 2000 e il 2011, 68 suicidi solo a carico degli operatori di Polizia Penitenziaria. Di questo si è parlato in occasione del congresso dei Giovani Psichiatri in corso a Roma (“La psichiatria tra pratica clinica e responsabilità professionale”)”. Lo si legge in un comunicato della Sip, Società Italiana di Psichiatria. “Tutto ciò accade dopo anni di abbandono, da parte delle Istituzioni, della salute mentale italiana, fuori e dentro le carceri - spiega Claudio Mencacci, presidente della Società Italiana di Psichiatria - e questo è il conto da pagare. Salatissimo e non finito perché la norma entrata in vigore nel 2012 che avrebbe dovuto avere una Sezione di Osservazione Psichiatrica funzionante e bastevole per ogni Regione è stata fortemente disattesa a causa di fondi specifici carenti. Anche su questo aspetto chiediamo l’intervento del Ministero tanto più ora che abbiamo prorogato la chiusura degli OPG, ma solo per un anno. Questa è quindi una cambiale a breve scadenza, ma non sappiamo quando potremo pagarla”. “Il sovraffollamento, a livelli record (150 detenuti per 100 posti, rispetto ai 107 del resto d’Europa), è già una condizione di grave disagio per il detenuto sano. Figuriamoci per un paziente con malattia mentale. Appena chiuderanno gli OPG una parte di questi detenuti tornerà in carcere. Se la situazione non sarà cambiata, e non vi sono le premesse perché lo sia, potrebbe davvero diventare esplosiva”. “Il superamento degli Opg e il pieno passaggio dell’assistenza psichiatrica nelle carceri al sistema sanitario nazionale devono procedere parallelamente - spiega Mencacci - nell’ambito della più ampia riorganizza zione della Sanità Penitenziaria e delle nuove competenze dei Dipartimenti di Salute Mentale. A questi sono attribuite importanti responsabilità per la tutela della salute mentale dei cittadini detenuti. Si tratta, infatti, delle uniche Istituzioni, nell’ambito del servizio pubblico, in grado di garantire una visione d’insieme ed un approccio realmente integrato al raggiungimento degli obiettivi sanitari ed assistenziali che vengono affidati dal SSN alle proprie strutture”. “I Dipartimenti di salute mentale possono validamente interconnettersi con tutte le altre Istituzioni operanti in ambito carcerario, risolvendo uno dei problemi più rilevanti ancora aperti, cioè la frammentazione degli interventi sanitari in questo contesto, incluso le Dipendenze. Infine dal punto di vista operativo i Dipartimenti offrono strutture e competenze multi professionali in grado di coprire, dentro e fuori dal carcere, gli interventi opportuni, e la continuità terapeutica”. “Tutto bene fino ad ora - conclude il presidente SIP - ma solo sulla carta, perché nessuno ha ancora pensato e predisposto risorse per questa operazione. Si ritiene inderogabile, pertanto, che i Dipartimenti di Salute Mentale, siano potenziati e dotati delle risorse necessarie e sufficienti per garantire tale operatività in carcere, anche attraverso una dotazione di personale rispondente ai compiti affidati, e di strutture sovranazionali, quali i Centri di Osservazione Neuro Psichiatrica (Conp, nei fatti Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura intra carcerari, finalizzati alla gestione dell’urgenza) e i Reparti di Osservazione Psichiatrica (Rop, nei fatti, aree specialistiche di osservazione diagnostica qualificata a tempo definito)”.

sabato 1 dicembre 2012

BERIOZKA

Colore Betulla

BERIOZKA in russo significa "BETULLA", il nome che si è scelto un giornalista italiano che lavorava per i servizi di una potenza straniera.
E' anche l'autore dell'articolo che ha mandato in carcere, alla fine, Sallusti.
No al carcere è uno dei punti fermi di questo Blog. Abolizione dell'ergastolo e pene alternative. Non faccio eccezione per Sallusti. E' bene leggere per capire. E, comunque, Sallusti sta facendo di tutto per finirci davvero, in carcere, luogo dove non lo vorrebbero proprio vedere i giudici.

Ecco il pezzo, firmato allora da Dreyfus (altro pseudonimo di Betulla) uscito su "Libero". Pezzo, completamente privo di ogni fondamento e mai rettificato, nonostante le richieste in tal senso.


Una adolescente di Torino è stata costretta dai genitori a sottomettersi al potere di un ginecologo che, non sappiamo se con una pillola o con qualche attrezzo, le ha estirpato il figlio e l’ha buttato via.


Lei proprio non voleva. Si divincolava. Non sapeva rispondere alle lucide deduzioni di padre e madre sul suo futuro di donna rovinata.
Lei non sentiva ragioni perché più forte era la ragione dei cuore infallibile di una madre.

Una storia comune. Una bambina, se a tredici anni sono ancora bambine, si era innamorata di un quindicenne. Quando ci si innamora, capita: e così qualcosa è accaduto dentro di lei. Lei che era una bambina capiva di aspettare un bambino. Da che mondo è mondo non si è trovata un’ altra formula: non attendeva un embrione o uno zigote, ma una creatura a cui si preparava a mettere i calzini, a darle il seno.

I genitori hanno pensato: «È immatura, si guasterà tutta la vita con un impiccio tra i piedi».
Hanno deciso che il bene della ñglia fosse: aborto. In elettronica si dice: reset. Cancellare. Ripartíre da zero.
Strappare in fretta quel grumo dal ventre della bimba prima che quell’Intruso frignasse, e magari osasse chiamarli, loro tanto giovani, nonna e nonno. Figuriamoci.
Tutta ’sta fatica a portare avanti e indietro la pupa da casa a scuola e ritorno, in macchina con la coda, poi a danza, quindi in piscina. Ora che lei era indipendente, ecco che si sarebbero ritrovati un rompiballe urlante e la figlia con i pannolini per casa.

Il buon senso che circola oggi ha suggerito ai genitori: i figli devono essere liberi, vietato vietare. Dunque, divertitevi, amoreggiate. Noi non eccepiamo. Siamo moderni. Quell’altro che deve nascere però non era nei patti, quello è vietato, vietatissimo. Accettiamo che tutti facciano tutto, ma non che turbino la nostra noia.

Un magistrato allora ha ascoltato le parti in causa e ha applicato il diritto – il diritto! – decretando: aborto coattivo. Salomone non uccise il bimbo, dinanzi a due che se lo contendevano; scelse la vita, ma dev’ essere roba superata, da antico testamento.

Ora la piccola madre (si resta madri anche se il figlio è morto) è ricoverata pazza in un ospedale.
Aveva gridato invano: «Se uccidete mio figlio, mi uccido anch’io».

Hanno pensato che in fondo era sì sincera, ma poi avrebbero prevalso in lei i valori forti delle Maldive e della discoteca del sabato sera, cui l’avevano educata per emanciparla dai tabù retrogradi. Che vanno lavati con un bello shampoo di laicità. Se le fosse rimasto attaccato qualche residuo nocivo di sacralità, niente di male, ci vuole pazienza. E una vacanza caraibica l’avrebbe riconciliata dopo i disturbi sentimentali tipici dell’età evolutiva.

Non è stato così. La ragazzina voleva obbedire a qualcosa scritto nell’anima o – se non ci credete – in quel luogo del petto o del cervello da cui sentiamo venir su il nome del figlio. Ma no: non anima, né petto, né cervello.
Le dava dei calci proprio nella sua pancia che le dava il vomîto.
Una nausea odiosa, ma così rasserenante: più antica dell’effetto serra, qualcosa che sta alla fonte del nostro essere. Si sentiva mamma. Era una mamma.
Niente.
Kaput.
Per ordine di padre, madre, medico e giudice per una volta alleati e concordi. Stato e famiglia uniti nella lotta.

Ci sono ferite che esigerebbero una cura che non c’è. Qui ora esagero. Ma prima domani di pentirmi, lo scrivo: se ci fosse la pena di morte, e se mai fosse applicabile in una circostanza, questo sarebbe il caso. Per i genitori, il ginecologo e il giudice.

Quattro adulti contro due bambini. Uno assassinato, l’altro (l’altra, in realtà) costretto alla follia.
Si dice: nessuno tocchi Caino, ma Caino al confronto avevale sue ragioni di gelosia. Qui ci si erge a far fuori un piccolino e a straziare una ragazzina in nome della legge e del bene.

Dopo aver messo in mostra meritoriamente questo scempio, il quotidiano torinese la Stampa che fa? Mette pacificamente in lizza due pareri. Sei per il Milan o l’Inter? Preferisci la carne o il pesce?

Non si riesce a credere che ci possano essere due partiti. Sì, perché in fondo la vera notizia è questa, e cioè che ci sia un’opinione ritenuta rispettabile e che accetti la violenza più empia che esista: il costringere una madre a veder uccidere il figlioletto davanti ai suoi occhi.
Non c’è neanche bisogno del cristianesimo. Basta l’Eneide di Vlrgjlio, la saggezza classica. L’orrore è quando i greci assassinano davanti agli occhi di Priamo il figlio.

Invece qui già ci sono`due partiti. Quello pro e quello contro. È incredibile. Come se fosse possibile fare un bel dibattito sul genocidio: uno si esprime a favore, il secondo è perplesso. Ma che bella civiltà, piena di dubbi.
Come scriveva Giovanni Testori, più battiti e meno dibattiti. Specie quando il battito di un innocente è stato soffocato con l’alibi della libertà e della felicità di una che non sa che farsene, se il prezzo è l’aborto.

Questo racconto tenebroso è specchio dei poteri che ci dominano. Lasciamo perdere i genitori, che riescono ormai a pesare solo come ingranaggi inerti.
Ma che la medicina e la magistratura siano complici ci lascia sgomenti. Però a pensarci non è una cosa nuova.
Nicola Adelfi propose, sempre sulla Stampa, l’aborto coattivo, in grado di eliminare i fastidiosi problemi dicoscienza, perle donne di Seveso rimaste incinta al tempo della diossina (2 agosto 1976).

Abbiamo udito qualcosa di simile aproposito di lager nazisti e di gulag comunisti. Ma che questo sia avvenuto in Italia e che abbia menti pronte a giustificarlo è orribile.






giovedì 7 giugno 2012

CARCERE. UNA PICCOLISSIMA RIFORMA
















Giustizia: nella Circolare Dap nessuna “autogestione”, ma solo una piccolissima riforma



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di Sandro Padula

Ristretti Orizzonti, 6 giugno 2012

Con la Circolare Dap sui detenuti a “media sicurezza” non si introduce l’impossibile logica della “autogestione delle carceri” ma solo una piccolissima riforma.
Di fronte alla sostanziale paralisi politica del governo Monti e del parlamento in relazione ai diritti delle persone detenute, il capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (Dap) Giovanni Tamburino cerca di affrontare con pochi e ordinari mezzi la presente e catastrofica realtà carceraria.
La circolare del Dap n. 3594-6044 del 25 novembre 2011 recante “Modalità di esecuzione della pena. Un nuovo modello di trattamento che comprenda sicurezza, accoglienza e rieducazione” proponeva, per svariate persone detenute a “ridotta pericolosità”, modalità custodiali meno rigide “procedendo a modificazioni di talune prassi sin qui seguite” e superando, inoltre, la “dicotomia tra i concetti di sicurezza e trattamento “per pervenire alla “auspicata apertura verso modelli di detenzione più consoni alle finalità costituzionali della pena”.
La Circolare G-DAP 0206745-2012 riguardante le linee programmatiche per la “Realizzazione circuito regionale ex art. 115 d.p.r. 30 giugno 2000 n. 230” si muove nella stessa logica di quella del 25 novembre, cerca di “ampliarne la portata positiva” e punta a favorire la “realizzazione di circuiti regionali ex art. 115 d.p.r. 30 giugno 2000 n. 230” nei quali la “media sicurezza” tenda ad evolversi verso la crescita e l’ampliamento degli “spazi utilizzabili dai detenuti” e l’incentivazione delle “iniziative trattamentali e i rapporti con la comunità esterna”. 
Il modello di organizzazione per “accompagnare e sostenere l’attuazione di un sistema del genere” ha come snodo il “livello regionale, ossia il Provveditorato”. 
Ogni Provveditore, a sua volta e “sulla base del lavoro preliminare che i Direttori d’istituto hanno approntato insieme ai Comandanti di reparto e le Equipe di trattamento per l’applicazione della circolare di novembre, sentiti in conferenza di servizio i Direttori d’Istituto e d’Uepe (ufficio di esecuzione penale esterna) della regione”, dovrà elaborare un progetto regionale ispirato a un “sistema integrato di istituti differenziato per le varie tipologie detentive ...” e individuare - per tutti gli istituti a “media sicurezza” e in particolare nelle case di reclusione - le modalità più congrue per ampliare gli “spazi utilizzabili dai detenuti” di tipo scolastico, formativo, lavorativo, culturale, ricreativo e sportivo. Inoltre, ove possibile, dovrà destinare un istituto o una sezione di questo totalmente a “regime aperto” (art. 115, 3° comma).
Da quanto si legge, non viene proposto il “regime aperto” in modo generalizzato ma, in ogni Regione, sempre ove possibile, dovrebbe esserci almeno un Istituto o una sezione al suo interno con tale regime per detenuti identificati nella categoria della “media sicurezza” che da un lato hanno un fine pena inferiore ai 18 mesi e dall’altro sottoscrivono un “patto” con l’amministrazione con cui “accettano le prescrizioni ivi contenute”.
Il “regime aperto”, una specie di oasi nel deserto relazionale per la massa prigioniera del circuito carcerario, è una forma di autodisciplina pattuita da alcuni gruppi di detenuti a cui corrisponde il massimo sviluppo, al posto del mero e impossibile controllo continuo, di una sorveglianza dinamica da parte della polizia penitenziaria coadiuvata dalle altre figure istituzionali (educatori, psicologi, assistenti sociali) che per altro risponde a una direttiva dettata dalla Raccomandazione R (2006) 2 sulle Regole penitenziarie Europee del 2006 e alla legge del15 dicembre 1990 n. 395 per la riforma della Polizia Penitenziaria in un Corpo specializzato sotto il profilo custodiale e trattamentale.
In questo ambito si collocano anche le proposte di creare “Istituti a custodia attenuata per detenute madri” come prevede la legge 21 aprile 2011 n. 62 e “Istituti a custodia attenuata per tossicodipendenti” per incrementare i percorsi alternativi alla detenzione indicati dal d.p.r. 9 ottobre 1990 n. 309. Tutto ciò potrà riguardare “anche detenuti non direttamente gestiti dai Provveditori (a esclusione, in ogni caso, di coloro sottoposti al regime restrittivo ex art 41-bis l. 354/75)”.
In linea di principio e fatta eccezione per i regimi carcerari ad Alta Sorveglianza, la Circolare pone i problemi di una sicurezza intesa “quale condizione per la realizzazione delle finalità del trattamento” e di una individuazione dei posti di servizio “sulla base del personale effettivamente a disposizione, previa decurtazione della percentuale di assenze dovute per la fruizione di congedi e riposi equamente ripartiti, sulla base della tipologia dell’istituto e degli obiettivi prefissati”.
Per diversi aspetti il “regime aperto” già esiste. A Roma ad esempio c’è da molti anni il reparto G8 del carcere di Rebibbia Nuovo Complesso che, oltre a non riguardare solo persone detenute che hanno un fine pena inferiore ai 18 mesi, viene considerato all’avanguardia nell’Unione Europea. 
In questo senso la Circolare, lungi dal costituire una qualche rivoluzione, appare come una piccolissima riforma che tende a razionalizzare il sistema carcerario italiano facendo leva sull’esistente.
Il suo vero limite, oltre alla questione degli scarsi fondi per le attività trattamentali, è l’indiretto avallo di una logica di differenziazione accentuata e permanente fra l’Alta Sorveglianza e gli altri regimi detentivi. È l’assenza di una strategia volta a rendere l’intero sistema carcerario subordinato allo scopo rieducativo previsto dall’articolo 27 della Costituzione. 
È come se da un lato ci fosse la coscienza garantista e libertaria di dover colmare il gap fra la Costituzione formale e la Costituzione materiale e dall’altro non si abbia la forza e la coerenza per proporre una linea strategica di riduzione della differenziazione dei gradi di sorveglianza, di eliminazione progressiva del carcere duro e di tendenziale abolizione della pena detentiva, sostituita da un multiforme sistema di risarcimento sociale delle trasgressioni, perché far penare legalmente qualcuno fabbricandone il dolore è sempre una forma di vendetta istituzionale.
La Circolare d’altra parte, al di là della sua concreta efficacia, sembra abbastanza chiara e attenta rispetto alle condizioni di vita e di lavoro della Polizia Penitenziaria ma proprio da quest’ultima sono arrivate le critiche più severe.
Secondo l’opinione di Donato Capece, Segretario Generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe (il primo e più rappresentativo della Categoria), “la circolare del Dap è illegittima nella parte in cui stravolge l’organizzazione del lavoro della Polizia Penitenziaria, perché questa è materia di confronto sindacale che non c’è stato, e per tale ragione adiremo le competenti sedi della Giustizia. Ma c’è di più: la nota di Tamburino è incredibilmente anacronistica, perché si rivolge ai detenuti con pene brevi da scontare che in tutta Europa scontano la pena fuori dal carcere”.
Il segretario nazionale dell’Ugl Polizia Penitenziaria Giuseppe Moretti rincara la dose affermando che la Circolare del Dap, prevedendo una “sorveglianza dinamica” senza un “preventivo confronto con i rappresentanti dei lavoratori”, introdurrebbe la “logica dell’autogestione” e aumenterebbe “il rischio di implosione delle carceri”.
In realtà il parere dei Comandanti della Polizia Penitenziaria è previsto dalla Circolare rispetto alla formazione del Progetto da parte di ogni Provveditore e senza dubbio risulta sempre possibile il confronto sindacale sull’organizzazione del lavoro. 
Sulla circostanza per cui la Circolare auspica il “regime aperto” solo per detenuti a “media sicurezza” aventi un fine pena inferiore ai 18 mesi, quelli che in altri paesi europei scontano la pena residua fuori dalle carceri, Capece ha ragione.
Il punto su cui il segretario del Sappe e il segretario dell’Ugl Polizia Penitenziaria vanno al di fuori di una cultura garantista e libertaria è quando invece ritengono che la Circolare rischi di consegnare le carceri all’autogestione dei detenuti.
Questa critica, al di là delle intenzioni e delle mode comunicative di sapore populistico penale, è infondata. Ritenere che la Circolare introdurrebbe la logica dell’autogestione delle carceri da parte dei sepolti vivi è come credere che nei cimiteri si possa manifestare l’autogestione dei sepolti defunti da parte dei sepolti defunti. 
In questa specifica critica sindacale alla circolare del Dap traspare una cultura che, nel concreto, potrebbe ostacolare ogni forma di transizione da un sistema di controllo continuo ad uno di sorveglianza dinamica. E questo non va bene per nulla!
In Italia la categoria della polizia penitenziaria svolge un’attività difficile, dura e stressante ma ha la buona fortuna di avere un posto di lavoro garantito ed uno stipendio superiore alla media dei redditi complessivi da lavoro dipendente perché da una parte lo Stato la finanzia col denaro pubblico, cioè con le tasse pagate dai cittadini (compresi i parenti dei detenuti e i detenuti lavoranti), e dall’altra un’irriducibile popolazione prigioniera - passata il 31 maggio 2012 alle 66487 unità - ne costituisce l’indispensabile “datore di lavoro”, come fece intendere il romanziere Andrea Camilleri in una prefazione del 2007 all’ironico Elogio del crimine di Karl Marx.
Se quindi la polizia penitenziaria - attraverso i suoi svariati sindacati - desidera proporre qualcosa di democratico e pacifico per eliminare il problema del sovraffollamento del sistema penitenziario e ridurre il numero dei suicidi in carcere dovrebbe recepire, con grande senso di responsabilità e spirito altruistico, i bisogni comuni delle moltitudini imprigionate.
Persone detenute e persone della Polizia Penitenziaria stanno sulla stessa barca. Se quest’ultima dovesse affondare le conseguenze si riverserebbero su tutti. O si capisce che la difesa della dignità delle persone detenute e dell’articolo 27 della Costituzione deve essere interna ad ogni piattaforma dei sindacati della Polizia Penitenziaria oppure si andrà verso la comune rovina di tutte le soggettività che vivono nel carcere o grazie al carcere.

giovedì 31 maggio 2012

41 BIS. VENTI ANNI


di Sandro Padula

La “Relazione sullo stato di attuazione della legge recante “modifica degli articoli 4-bis e 41-bis della legge 26 luglio 1975, n. 354, in materia di trattamento penitenziario” (Triennio 2009-2011)” presentata il 9 marzo 2012 alla Camera dei Deputati dal Ministro per i rapporti con il Parlamento (Giarda) non è stata presa in debita considerazione dalla stampa nazionale ma fornisce dei dati statistici sul 41 bis che ci permettono di fare, sia pur in modo sintetico, un bilancio generale.
L’articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario, erede dell’abolito articolo 90 applicato ai detenuti per banda armata nei primi anni 80, viene approvato nel giugno 1992 in un cosiddetto “super decreto antimafia” Scotti-Martelli, come risposta alla strage che il 23 maggio di quel medesimo anno provocò la morte del giudice Giovanni Falcone e degli agenti della sua scorta.
Il testo precisa che i provvedimenti “cessano di avere effetto trascorsi tre anni dalla entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto”. In realtà, il 41 bis subisce continue proroghe.
Fin dall’inizio, pur trattandosi di una misura che avrebbe dovuto essere limitata nel tempo, si manifestano molteplici dubbi sulla sua costituzionalità ma nel 2002, in piena cultura della “tolleranza zero” e della “guerra preventiva” propagandata dagli Usa di Bush junior, viene trasformato da articolo di una norma legislativa dell’emergenza in qualcosa di permanente (legge n. 279/2002) non solo per contrastare la “criminalità organizzata” ma anche il “terrorismo”.
La legge n. 94/2009, infine, produce “un rafforzamento del regime speciale, sia dal punto di vista della stabilità della sua applicazione (aumento della durata del provvedimento a quattro anni per la prima applicazione e a due per la proroga, riduzione delle possibilità di impugnazione, esclusione dell’annullamento parziale, unificazione della competenza nel Tribunale di Sorveglianza di Roma), sia dal punto di vista dell’irrigidimento delle regole di gestione (restrizione della socialità con gruppi composti da non più di quattro soggetti, rafforzamento delle misure logistiche, tra le quali il divieto di comunicazione tra appartenenti a diversi gruppi di socialità).” (“Relazione sullo stato di attuazione della legge recante “modifica degli articoli 4-bis e 41-bis della legge 26 luglio 1975, n. 354, in materia di trattamento penitenziario” - Triennio 2009-2011).
Dopo le riforme dell’istituto effettuate prima dalla legge n. 279/2002 e poi dalla legge n. 94/2009 l’applicazione del regime detentivo speciale continua comunque a restare affidata alla discrezionalità amministrativa (del Ministero della Giustizia) e applicata non quando vi siano acclarate prove di pericolosità ma nella misura in cui “si presume” non vi sia un’interruzione dei rapporti fra la persona detenuta e le organizzazioni extralegali esterne al carcere.
Discrezionalità amministrativa e presunzione di pericolosità sociale colpiscono così non solo persone già condannate, alcune delle quali si riveleranno innocenti - come è successo ad alcuni ergastolani condannati per errore dell’omicidio del giudice Borsellino (19 luglio 1992) e scarcerati nell’ottobre 2011 - ma anche persone semplicemente imputate e non ancora condannate in via definitiva.
Nel frattempo il regime detentivo speciale si fa sempre più mastodontico e privo di quella pur minima, discutibile e temporanea necessità che avrebbe potuto esserci dopo le stragi mafiose del 1992-1993.
I tempi cambiano, la vecchia mafia viene sconfitta dalla mafia finanziaria in giacca e cravatta ben radicata nei mercati mondiali e nessuno se ne accorge. Per venti anni si ragiona come se ci fosse una sorta di effettiva e necessaria Emergenza contro la mafia agro-pastorale che non sa né leggere né scrivere! Fra il 1992 e il 2011, mentre il totale complessivo dei “Nuovi decreti di applicazione emessi nel corso dell’anno” è uguale a 2.320, la media annuale dei detenuti in articolo 41 bis è pari a 560, cifra quest’ultima in realtà mai raggiunta prima del 1999 e di gran lunga superata in anni recenti come il 2010 (680) e il 2011 (673).
I “collaboratori di giustizia” emersi dopo l’esperienza del carcere duro sono invece 200, in media 10 all’anno, cioè l’1,87% sul totale medio dei detenuti in 41 bis a fine di ogni anno del periodo considerato. Analizzando i dati disaggregati vediamo però che la media è superata nettamente solo nel 1993 (5,29%), nel 1996 (4,62%), nel 1995 (4,12%) e nel 1994 (3,15%).
Nel 1993, in particolare, mentre il numero di persone detenute in 41 bis (473) è chiaramente al di sotto della media ventennale, viene prodotta la quota record di 25 “pentiti” fra gli ex 41 bis.
Nel 2010, al contrario, quando si determina il maggior numero assoluto di persone sottoposte al 41 bis (680), i detenuti provenienti dal carcere duro e divenuti “collaboratori di giustizia” sono 8, quindi al di sotto della media.
Dopo la sovrapproduzione di “pentiti” verificatasi fra il 1993 e il 1996, il 41bis si rivela perciò inutile anche sotto il profilo della (in sé discutibile) produzione di “collaboratori di giustizia”.
Nel presente appare come un dinosauro del passato che, rimanendo in vita grazie alla formalizzazione giuridico-legislativa ordinaria di una parte della legislazione dell’emergenza antimafia, più cresce meno serve e meno serve più dimostra di essere un trattamento al di fuori di ogni rispetto della dignità individuale e della nostra intelligenza collettiva.
Oggi esiste una sovrapproduzione di persone detenute in 41 bis e di suicidi fra di loro. Il 41 bis ormai produce più suicidi che “pentiti”. Nel circuito carcerario italiano è la principale fabbrica della morte sociale, affettiva, relazionale e anche fisica. Nessuno, a partire dagli “intellettuali” che citano a sproposito Cesare Beccaria, faccia finta di non saperlo.

martedì 22 maggio 2012

MILLE ANNI DI CARCERE




A Paolo Persichetti non è stato concesso l'affidamento. Estradato dalla Francia perché sospettato di appartenere alle "nuove Br" e di essere direttamente responsabile dell'omicidio di Marco Biagi, tutte ipotesi investigative rivelatesi prive di fondamento, Paolo sta scontando anni di carcere per la sua militanza nelle UCC alla fine degli anni Ottanta. Nonostante un lavoro come giornalista, una famiglia e un comportamento irreprensibile, la semilibertà non si è trasformata in affidamento per motivazioni tutte ideologiche. Paolo è un prigioniero politico, per motivi politici non lo rilasciano, ma non lo dicono.

Lo stesso racconta com'è andata. Da leggere con attenzione. Può accadere a tutti, anche se non ci si crede mai.

http://insorgenze.wordpress.com/2012/05/22/paolo-granzotto-e-il-funzionario-giuridico-pedagogico-di-rebibbia/

sabato 5 maggio 2012

LUSI IN CARCERE E IL PARTITO

























Richiesta di arresto per il senatore Lusi. In un precedente post, su questo blog, avevo raccontato la sua storia da giovane [http://primadellapioggia.blogspot.it/2012/02/luigi-lusi.html].
Vi si parlava, allora, di un suo amico, fratello di un noto giornalista di Repubblica. Con un certo disagio leggo che il suo nome è saltato fuori, perché risulta tra gli indagati di cui il pubblico ministero chiede l'arresto: Francesco Piva. Ne sono molto dispiaciuto, anche perché stamattina ho saputo che Francesco è molto malato. Spero si tenga conto delle sue condizioni. Noi siamo contro il carcere. A maggior ragione se si tratta di una persona in difficoltà. Da notare che la consorteria dei giornalisti, e questo non è un bene, ha evitato di collegarlo a "Repubblica". Se fosse stato il fratello di un noto imprenditore, al contrario, non ci sarebbero stati dubbi.
Per quanto riguarda Lusi, ha dichiarato di essere un "vulcano inesploso", e gli credo. Come si può credere, prosegue "che io per dodici anni abbia deciso, da solo, dove dovevano andare i soldi". Lusi ha firmato tutto ciò che è uscito dalle casse della Margherita dal 2001 al 2011, ma "chi mi ha detto di farlo"? Questo è l'argomento. e prosegue: "Penso che questo paese non ha capito come funzionano i partiti. Funzionano con sistemi che spesso sono leciti e a volte, invece, sono border line. il confine è labile e soggettivo".
Una dichiarazione forte. Importante (aggettivo che detesto per l'uso che se ne fa, ma qui ci va bene, almeno secondo me). Certo che sappiamo come funzionano i partiti. Io almeno dagli anni Ottanta, da quando c'ero dentro e vedevo con i miei occhi i giri di uomini. Non di soldi, ma il marcio era visibile a occhio nudo. Pensavo, allora, che dietro agli uomini ci fosse solo il potere e la sua gestione. Ero ingenuo. Non si dà potere senza denaro. E il denaro, a volte, corrompe. La giunta del Senato per le immunità, di cui Lusi faceva parte, ma dalla quale si è dimesso a febbraio, deciderà presto sulla richiesta di arresto. Il suo ex partito voterà a favore. Il presidente, Marco Follini, anche. Lusi spera nel garantismo del Pdl. E forse nella cattiva coscienza della Lega. Staremo a vedere.
Ma, forse, non è ora che parli un po'?