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sabato 22 marzo 2014

FINE PENA

Oggi è stato liberato Paolo Persichetti. Estradato dalla Francia in Italia il 25 agosto 2002, in violazione per la prima volta della "dottrine Mitterand", era stato condannato a 22 anni di carcere per concorso morale nelle uccisioni del generale Licio Giorgieri, omicidio portato a termine dall'Unione dei Comunisti Combattenti.
In Francia Paolo non viveva in clandestinità. Anzi. Stava portando a termine un dottorato di ricerca a Paris 8 ed aveva anche un incarico di insegnamento nello stesso Ateneo. I suoi saggi erano stati apprezzati e pubblicati, in Francia come in Italia e solo il suo coinvolgimento errato nelle indagini sull'omicidio di Marco Biagio, al quale è poi risultato (ovviamente) del tutto estraneo, consentirono infine all'Italia di ottenerne l'estradizione dopo che per ben tre volte la Francia l'aveva rifiutata.
Oggi Paolo è libero perché ha interamente scontato la pena. Perché non esistono automatismi nella concessione di benefici  previsti dal nostro ordinamento, che valgono per ogni condannato in via definitiva, ma decisioni del giudice di sorveglianza, che possono essere anche negative. Per Paolo, questo è spesso avvenuto, fino alla fine. Secondo la lettera dell'ultimo decreto "svuotacarceri" di dicembre, sarebbe dovuto uscire già prima della fine del 2013, ma l'applicazione era stata bloccata.
In questi mesi Paolo, che ha lavorato come giornalista per "Liberazione" e nel frattempo ha anche vinto una causa contro Saviano, dal quale era stato denunciato per diffamazione,  è tornato alla ricerca. Da oggi, a tempo pieno.

ps

Marco Biagi venne definito dall'allora ministro degli Interni Scajola, quello dell'appartamento al Colosseo, "un rompicoglioni", perché chiedeva la scorta con insistenza. La sua frase, registrata dai giornalisti e pronunciata nel giugno 2002, fu questa:

"ma che protagonista, chiedete a maroni, Biagi era un rompicoglioni che voleva il rinnovo del contratto"

Allora Scajola si dimise, ma poi inspiegabilmente divenne nuovamente ministro, di nuovo dimessosi per la casa al Colosseo. Oggi, dopo l'assoluzione in primo grado dall'accusa di finanziamento illecito dei partiti, chiede a gran voce di tornare in politica. Ma quanto cazzo di potere ha quest'uomo? Ovvero, ma quanti segreti conosce e quante persone riesce a tenere in scacco uno che in un altro paese non sarebbe più uscito di casa dopo quella frase?







mercoledì 15 maggio 2013

LA MACCHINA DEL FANGO

Gli risponde, allo scortato, una grande Baruda (baruda.net)



Caro Roberto Saviano,
pochi minuti fa hai risposto sulla questione della telefonata con Felicia, la mamma di Peppino Impastato, che sarebbe avvenuta poco prima della sua morte e prima della tua notorietà. 
Pensavo, sinceramente facessi come con Vittorio Arrigoni, pensavo non avresti risposto, tacendo.
La lettera della nuora di Felicia Impastato
La lettera della nuora di Felicia Impastato
Ma dimenticavo che ti piace infierire con i più deboli, e la tua querela contro Paolo Persichetti e la testata per cui scriveva, nonchè la tua risposta di poco fa, lo palesa: non solo un giornalista infatti, ma un detenuto.
Che ogni sera varcava la soglia del carcere perchè accusato di aver preso parte ad un’organizzazione armata sciolta più di 25 anni fa, e “rapito” dalle autorità italiane nell’agosto 2002 in barba alle normali procedure di estradizione.
A causa della querela, e di ciò che ne è seguito, per più di un anno si è visto negare l’affidamento ai servizi sociali (praticamente a fine pena) e questo è una sentenza di Cassazione a raccontarcelo, come tu ben saprai.
Le stesse cose dette da Persichetti son state sostenute dal Centro Impastato e dai suoi portavoce, ma hai denunciato il più debole, un giornalista in semilibertà che lo raccontava.
Non mi risulta che tu ti accanisca nello stesso modo con personaggi come Aldo Grasso, meno deboli certamente, che hanno scritto anche di peggio.
Nessun tribunale ha detto che quella telefonata non c’è stata, non era lì a stabilire quello: ci ha detto che il giornalista Paolo Persichetti, e non quello che le tue parole ci descrivono come una specie di assassino livoroso, ha lavorato nel modo giusto, appoggiandosi a fonti più che certe e provabili. Come i familiari.
Il resto sta al buon senso di chi legge carte e fatti.
La tua risposta dimostra che sei fatto di tanta spocchia e megalomania, e accolli agli altri un livore tutto tuo solo perché raccontano dei dati di fatto. La macchina del fango, appunto.

VOCE DEL VERBO LORDARE

Pubblica Saviano su FB, in evidente ambasce dopo che la notizia dell'assoluzione di Paolo Persichetti, da lui denunciato per diffamazione, finalmente è diventata di contezza nazionale.
Scrive, dunque, lo scortato:



"Ho ripensato a quando nell'agosto del 2009 Giovanni Impastato, fratello di Peppino, mi invitò a Cinisi, nella pizzeria estiva di famiglia. Un posto divenuto il simbolo delle iniziative antimafia, un luogo di resistenza. La resistenza di una madre, Felicia Impastato, che per trent'anni ha aspettato che fosse fatta giustizia per suo figlio, che i responsabili della sua morte venissero riconosciuti tali e condannati. A giugno di quello stesso anno, due mesi prima, era uscito “La bellezza e l’inferno” una raccolta di miei scritti che comprendeva anche un ricordo che nel 2004 avevo pubblicato su Nazione Indiana, in occasione della scomparsa di Felicia Impastato. Giovanni Impastato mi invitò a Cinisi per presentare il mio libro e il suo, “Resistere a Mafiopoli”, che dava il nome all’evento organizzato dall’associazione Peppino Impastato - Casa della Memoria e dal Centro Siciliano di Documentazione “G. Impastato”. Erano giorni difficili quelli, perché Gaetano Pecorella aveva detto pubblicamente che non era ancora chiaro il movente dell’omicidio di Don Peppe Diana. Decidemmo con Giovanni Impastato di dedicare quell’incontro – erano presenti anche l’allora Procuratore Nazionale Antimafia Piero Grasso e il giornalista Francesco La Licata – alla memoria di Don Peppe. Nella corrispondenza di quel tempo, che conservo scrupolosamente, chiesi a Giovanni di poter visitare la tomba di Peppino e di Felicia Impastato, cosa che facemmo, insieme a Ciccio La Licata e alla mia scorta.
A Cinisi, pensando a Peppino Impastato, ricordai e condivisi con i presenti ciò che mi disse Enzo Biagi dopo avermi intervistato. "Non ti perdoneranno mai". Io pensavo ai camorristi, ma lui intendeva tutti gli altri. Avrei solo con il tempo capito quelle parole. Ecco, ciò che negli anni mi ha più colpito è la trasversalità con la quale mi si odia, da destra a sinistra, camorristi, brigatisti, Berlusconi, antimafiosi, intellettuali. Mi detesta anche chi non ha mai letto un mio scritto. Mi si attacca cercando e trovando le alleanze più inconsuete.
Di solito mi scrollo il fango di dosso, pensando che sia il prezzo da pagare, ma su questo non ce la faccio. Su questo ho deciso di non tacere, per il rispetto profondo che provo per la memoria di Felicia Impastato e per il disprezzo profondo per chi, odiando me, lorda chiunque trovi sulla sua strada.
Quando nel 2000 è uscito “I cento passi” e nel 2001 e nel 2002, con le condanne di Vito Palazzolo e Tano Badalamenti, si è chiuso il processo sull’omicidio di Peppino Impastato che durava dal 1984, ho pensato a quanto l’arte, in qualunque sua forma, abbia la forza di riaccendere i riflettori su vicende fondamentali che restano però nella cura e nella memoria di comunità attive ma esigue. Un film aveva giocato un ruolo essenziale perché l’Autorità Giudiziaria desse una risposta definitiva su un caso che ormai ciascuno sentiva vicino. Un film aveva avuto il merito di creare un’urgenza sociale. Un’urgenza giudiziaria. Dopo “I cento passi” nessuno poteva più dire di non conoscere Peppino Impastato e la sua vicenda. Queste parole le avevo scritte in un libro, “La parola contro la camorra”, pubblicato nel 2010, e sono valse la diffida all’editore Einaudi dal presidente del Centro Siciliano di Documentazione “G. Impastato” (lo stesso che solo qualche mese prima mi aveva invitato a Cinisi) e una lettera a Fabio Fazio e Paolo Ruffini, con la quale si intimava – “come il ministro Maroni” (cito testualmente) – un invito a Vieni via con me o a presentare un libro a Che tempo che fa per replicare a quanto avevo affermato sui meriti del film.
Quante cose si volevano estorcere per una mia valutazione, mia e non vincolante, non offensiva. E quanto ora si mistifica il racconto di quella telefonata con Felicia Impastato di cui avevo scritto per la prima volta nel 2004 e poi nel 2009, ma che assume importanza solo ora, quando diventa vitale screditarmi.
Le mie valutazioni su “I cento passi” non erano piaciute nemmeno a un ex brigatista condannato a 22 anni e 6 mesi di carcere per l’omicidio del generale dell’aeronautica Licio Giorgieri. Non avrei avuto titoli, secondo lui, per parlare di Peppino Impastato – sulla cui morte ci sono stati depistaggi da parte delle forze dell’ordine – perché “marionetta nelle mani di alcuni apparati” (anche qui, cito testualmente le parole del terrorista). Ecco, per questa affermazione e altre simili, ho presentato una querela che è stata archiviata perché il Giudice le ha ritenute espressione del diritto di critica. Accetto serenamente la decisione del magistrato, ma non le mistificazioni. Si è detto che il Giudice avrebbe stabilito che la telefonata che Felicia Impastato mi fece prima di morire sarebbe una mia invenzione. FALSO. Mai nelle motivazioni dell’ordinanza, che ognuno può leggere online, si afferma questo. E soprattutto in nessun passaggio si dice che non sia avvenuta. È una cosa terribile. La nuora di Felicia Impastato dice: “La madre di Peppino non aveva il telefono e faceva le telefonate tramite me. Non mi risulta che abbia telefonato a Roberto Saviano. Faccio notare che mia suocera è morta nel 2004 e il libro Gomorra è uscito nel 2006”. Una ragazza aveva letto i miei articoli e ne aveva parlato alla signora Felicia incontrandola a Cinisi. Le aveva passato me al telefono, all’epoca sconosciutissimo scrittore. Non avevo ancora scritto Gomorra e mandavo come gesto di omaggio gli articoli che scrivevo. Non è detto che ci si ricordi di un ragazzo che scrive di camorra e che nessuno conosce. Appunto, erano anni precedenti al 2004 e Gomorra esce solo nel 2006. Del resto, se avessi mentito, perché Giovanni Impastato mi avrebbe invitato a Cinisi nel 2009 per parlare di Peppino? Perché mi avrebbe portato sulla tomba di suo fratello? Avevo già scritto della telefonata con Felicia Impastato nel 2004 e poi ancora nel 2009, proprio nel libro che Giovanni Impastato mi aveva invitato a presentare. Perché non contestarmi la veridicità della telefonata in quel momento? Perché farlo ora? La macchina del fango urla falsità. Le urla ai tuoi amici, a chi ti è vicino. Cancella e mistifica la verità.
Nel 2004 quando Felicia Impastato morì, scrissi poche parole. Parole non richieste. Parole che non cercavano ricompensa. Quale ricompensa avrei mai potuto avere da un'anziana signora che non c'era più? Parole che nessuno o in pochissimi avrebbero letto. Non mi interessava, volevo ricordarla Felicia. Volevo ricordare il suo coraggio e la sua tenacia. Ma spesso gli amministratori della memoria ufficiale di chi non c'è più non hanno scrupoli. Non ci pensano troppo a trascinare nel fango chiunque. Attaccate me, come avete sempre fatto, con le solite accuse, ma lasciate stare chi nella vita ha avuto il coraggio di guardare negli occhi un mafioso e dirgli “fosti tu” a uccidere mio figlio.
Mi disgusta che le parole livorose di un ex brigatista condannato per omicidio, sostenute dal fango berlusconiano e alimentate da persone che volevano ottenere da me favori di promozione televisiva, provino a lerciare un mio ricordo scritto nove anni fa. Questo ho detto al Giudice in udienza e questo ritengo importante dire oggi: non intendo voltare la faccia di fronte a tanta meschinità. Lo devo al ragazzo che ero e a Felicia. Questo è il ricordo che scrissi della sua figura; mi farebbe piacere non venisse lordato."

martedì 4 dicembre 2012

"QUASI" SENZA CONSEGUENZE PER PAOLO

Si è risolto tutto, come informa lo stesso Paolo sul suo blog "insorgenze", ma non senza conseguenze.
Perché il carcere ti ricorda sempre che sei suo possesso. Anche se hai ragione.







Carcere e sanzioni disciplinari, un aggiornamento e poi basta

DICEMBRE 4, 2012
Da alcuni giorni arrivano da più parti preoccupate richieste di notizie sulla mia situazione dopo il post del 5 novembre (vedi qui) nel quale raccontavo dei possibili rischi di sanzioni disciplinari per quanto era accaduto il sabato precedente, 3 novembre, durante un surreale incontro con la Direttrice del reparto semiliberi di Rebibbia reclusione.
L’assenza di informazioni aggiornate sulla vicenda e il prolungato silenzio del blog, dovuto a diverse ragioni (sovraccarico di impegni e semi-vita familiare che ho dedicato più del solito a mio figlio), hanno creato un po’ di allarme.
Mi scuso innanzitutto con i compagni, gli amici e i lettori che ringrazio per l’attenzione e la premura dimostratami.
Corro subito ai ripari cercando di spiegare per sommi capi cosa è successo nel frattempo.
La contestazione disciplinareCol senno del poi posso dire che la decisione di raccontare subito quanto accaduto il mattino di quel sabato è stata una scelta lungimirante. Il lunedì successivo (5 novembre), infatti, al rientro serale in carcere l’ispettore di turno mi ha informato della presenza di una contestazione disciplinare mossa a mio carico dalla Direttrice di reparto protagonista dell’episodio.
Il testo, molto lungo e scritto a mano sul registro delle udienze, era di difficile lettura. Al suo interno si forniva un resoconto incompleto e non corrispondente allo svolgimento dei fatti avvenuti, soprattutto si delineava un profilo disciplinare della mia condotta verbale etichettata come «irrispettosa e offensiva».
Nel testo, che sembrava uscito da una pièce di Ionesco, la responsabile di reparto mi attribuiva frasi prive di senso, frutto di palesi equivoci tipici di chi non ha la capacità di ascoltare, come il fatto che io avessi sostenuto di possedere un “contratto di lavoro trimestrale” mentre avevo inutilmente tentato di spiegare che la mia retribuzione era «a cadenza trimestrale».
Nemmeno uno come Totò nei suoi mirabolanti “quiproquo” con Peppino de Filippo era mai arrivato a tanto.
Il testo della contestazione seppure carico di stizza furiosa aveva comunque del sublime, era qualcosa che toccava i vertici del teatro dell’assurdo. Ma purtroppo per me, come per tutti quelli che vivono questi episodi nel quotidiano del carcere, quella non era una messa in scena ma il realismo carnevalesco della punizione.
La Direzione archivia tutto
Preso atto delle contestazioni ho redatto delle note difensive inviate alla Direzione. A quel punto, secondo quanto previsto dalle norme dell’ordinamento e del regolamento penitenziario che regolano i procedimenti disciplinari, entro 10 giorni dalla contestazione avrebbe dovuto svolgersi un’azione disciplinare nel corso della quale si sarebbero dovuti valutare fondatezza ed eventuale portata dei fatti contestati, per poi decidere se erogare, o meno, una sanzione.
In quei giorni di attesa una domanda dominava su tutte le altre: chi sarebbe venuto a presiedere l’azione disciplinare?
La stessa responsabile di reparto, nella tripla veste di accusa, giudice e presunta parte lesa – eventualità ammessa dall’ordinamento penitenziario – oppure, molto più opportunamente, un altro dirigente d’Istituto?
Il dilemma è rimasto tale perché allo scadere dei 10 giorni non è accaduto nulla.
Con molta saggezza chi è gerarchicamente al di sopra della funzionaria che dirige il reparto Semiliberi ha deciso altrimenti, ritenendo evidentemente infondati i rilievi mossi.
La storia poteva dirsi conclusa qui. E invece no, il veleno è sempre nella coda, ci insegna madre natura.
La nota al magistrato in cui si segnalano «atteggiamenti di arroganza, offesa e di insofferenza nei confronti della Istituzione»Il 23 novembre mi viene notificato il rigetto di una licenza, di un solo giorno, che avevo chiesto nel fratempo per stare insieme a mia madre il giorno del suo settantasettesimo compleanno.
Leggendolo con attenzione ho scoperto che il rifiuto aveva valore di sanzione per l’episodio del 3 novembre.
Il provvedimento negativo era desunto da una nota proveniente dal carcere (la fonte non è indicata) allegata alla domanda di licenza, protocollata n° 17159/12, inviata il 7 novembre 2012, dunque due giorni dopo la contestazione disciplinare senza esito, nella quale si riferisce dell’arrivo di una «comunicazione circa comportamenti posti in essere dal Persichetti in data 5/11/12 [c'è un errore di data, Ndr] nei confronti della dottoressa Trapazzo, consistiti in atteggiamenti di arroganza, offesa e di insofferenza nei confronti della Istituzione e della singola persona».
Si riportano anche due frasi virgolettate che dovrebbero rappresenare la prova della condotta verbale incriminata. Frasi che però risultano indecifrabili.
Questo provvedimento di rigetto è ancora oggetto di ricorso presso l’ufficio del magistrato, dunque evito di entrare troppo nei dettagli. Il problema evidentemente non è il giorno di licenza rifiutato ma il merito di una sanzione erogata in assenza, non solo di infrazione disciplinare, ma addirittura della procedura prevista per valutarne il fondamento, dunque per un fatto nullo e non avvenuto. “Il fatto non sussiste” è la formula di rito in uso in questo caso.

martedì 22 maggio 2012

MILLE ANNI DI CARCERE




A Paolo Persichetti non è stato concesso l'affidamento. Estradato dalla Francia perché sospettato di appartenere alle "nuove Br" e di essere direttamente responsabile dell'omicidio di Marco Biagi, tutte ipotesi investigative rivelatesi prive di fondamento, Paolo sta scontando anni di carcere per la sua militanza nelle UCC alla fine degli anni Ottanta. Nonostante un lavoro come giornalista, una famiglia e un comportamento irreprensibile, la semilibertà non si è trasformata in affidamento per motivazioni tutte ideologiche. Paolo è un prigioniero politico, per motivi politici non lo rilasciano, ma non lo dicono.

Lo stesso racconta com'è andata. Da leggere con attenzione. Può accadere a tutti, anche se non ci si crede mai.

http://insorgenze.wordpress.com/2012/05/22/paolo-granzotto-e-il-funzionario-giuridico-pedagogico-di-rebibbia/