Alcune foto degli interventi durante la serata ad memoriam che si è svolta mercoledì 27 marzo al Nuovo Cinema Palazzo, Roma, dove sono intervenute circa 250 persone. Nell'ordine Renato Arreni, Erri De Luca, un attore che legge brani dal libro di Prospero (scusate ma non so il suo nome), Marconista, un grandissimo ed emozionante Sante Notarnicola e l'avvocato Caterina Calia, di cui non ho una foto purtroppo. Hanno preso la parola anche altri compagni tra gli organizzatori della serata.
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mercoledì 3 aprile 2013
martedì 26 marzo 2013
AUTOBIOGRAFIE E MEMORIA DEL '900
Questo è l'intervento al convegno organizzato al Nuovo Cinema Palazzo dal titolo "Autobiografie e memorie del 900. Un contadino nella metropoli", che si svolge domani 27 marzo a Piazza dei Sanniti 9 (via dei Volsci).
Come
avete scritto nella presentazione di questo incontro, Primo Levi riteneva la
memoria umana uno strumento meraviglioso, ma fallace: “I ricordi che giacciono
in noi non sono incisi sulla pietra; non solo tendono a cancellarsi con gli
anni, ma spesso si modificano, o addirittura si accrescono, incorporando
lineamenti estranei”.
Questo ci dice alcune
cose importanti: che la memoria è uno strumento, che però sbaglia, ossia,
spesso è inattendibile. La memoria, intesa come la capacità di ricordare gli
avvenimenti, è una macchina complessa che lavora per inclusioni ed esclusioni.
Strettamente collegato
a questo troviamo l’altro problema di cui si parla nella presentazione di
questo pomeriggio: l’autobiografia come fonte.
Si pone il problema delle
differenze sottese a ciascuna autobiografia, “specchio di diverse esperienze di
vita”. Ma ciò è ben più che naturale. Il vero problema, mi chiedo, non è forse
– come ho detto – che la memoria lavori per inclusioni ed esclusioni? Se è
così, appare secondario che nelle autobiografie ci siano differenze dovute alle
diverse esperienze di vita. perché ciò è normale. noi, invece, parliamo di
metodo prima che di contenuto.
E mi chiedo ancora: è vero
che “Un primo elemento di analisi applicabile a tutti i testi e, attinente in
realtà al genere autobiografico in generale, è il problema della memoria”?
La mia risposta è che
potrebbe esserlo, ma potrebbe anche non esserlo. Se io, nel momento in cui
scrivo una autobiografia, mi comporto come uno storico, e dunque inserisco documenti
a sostegno dei miei ricordi, che verifico constantemente, l’autobiografia cessa
di essere un problema della memoria.
In realtà la memoria è,
non solo e non soprattutto, il ricordo personale. ovvero: se potessi
intervistare tutti i partecipanti alla lotta armata degli anni settanta, mi
avvicinerei molto alla verità storica di quel periodo. La forchetta all’interno
della quale ricostruisco una vicenda sarebbe molto stretta. Ma un’operazione
del genere è complicata, al limite del possibile. Non mi fermo però a chiarire
perché. sono problemi di facile intuizione.
La memoria è anche il modo
in cui una generazione usa il ricordo, gli oggetti attraverso cui ricorda (che
trascendono la memoria personale) il luogo e il modo in cui questi oggetti sono
conservati e il momento in cui nella società scatta la possibilità che essi
diventino condivisibili. Che non è sinonimo di memoria condivisa, un concetto
politico che poco ha a che vedere con il lavoro dello storico e sul quale si
ritornerà. Condivisibili vuole dire “fruibili”, perché li si cerca, nella
società si accende intorno a loro un interesse e li si vuole vedere, conoscere,
valutare. ci si vuole confrontare.
In Italia tutti i tipi di
memoria degli anni settanta, tra cui la memoria incarnata nella cultura
materiale, non sono potuti diventare comune retaggio culturale. Non mi soffermo
sui motivi per cui questo è accaduto [l’elenco è lungo: posizione delle forze
politiche e dei loro eredi, posizione della stampa, delle associazioni dei
parenti delle vittime, delle istituzioni, ma anche del fatto che la storia
giudiziaria di alcuni ex ha perso progressivamente il carattere politico].
Perché ho parlato di “tipi di memoria”? Perché accanto alla memoria orale
troviamo quella materiale, che riveste un grande interesse nello studioso e una
grande importanza.
Ed è una memoria doppia:
vale per i combattenti, vale per – usando una definizione che neanche è del
tutto loro, perché non arrivano a tanto, ma ha un suo significato storiografico
preciso – la memoria delle vittime del terrore politico.
La
memoria degli oggetti, delle cose, così come ogni altra memoria, si divide in
privata e pubblica. privata è ciò che si conserva in famiglia in memoria di
coloro che sono morti. si tratta di oggetti lasciati da chi ha scelto la strada
della clandestinità, o da chi, non avendola scelta, è morto conducendo una vita
“normale”. Ma anche di tutti quegli oggetti conservati oggi di quel periodo da
chi ha passatto decine di anni in carcere. Gli oggetti di uso quotidiano, i regali
inviati a casa dal carcere.
La memoria pubblica è
invece composta da tre componenti principali: la prima è la collezione tematica
dei musei. La seconda sono le “cicatrici” della storia: luoghi dove sono state
eseguite, per esempio, stragi, o il cercere stesso. La terza è costituita dalle
lapidi commemorative e da singoli segni della memoria.
Una
raccolta di articoli di giornale riguardante un singolo episodio fa parte di
quella memoria privata che si conserva in famiglia, di norma in un luogo
appartato, da parte di una sola persona, che si è assunta l’incarico. Così come
le lettere, quaderni, materiale scritto che riporta la presenza della persona
morta. Vale per i militanti, vale per le vittime delle stragi, per quelle di
azioni militari (attentati). Si tratta di cose che vanno a costituire una
specie di archivio privato (se volete poi potrò tornare su un archivio che ho
rimesso in ordine a milano), ma che spesso restano lì. Non riescono a venire
alla luce, perché mancano nella società le condizioni per cui questo ciò
accada. per i parenti delle vittime, per esempio, si è dovuto attendere un
libro come “spingendo la notte più in là”, perché quelle memorie – al di là del
loro contenuto – fossero accettate dai circoli del mercato libraio italiano e
dai giornali come novità e quindi inizio di un nuovo genere. ma quanti anni ci
sono voluti?
Memoria
pubblica, che non c’entra qui con i giorni della memoria – legati strettamente
alla politica e non alla ricerca.
Collezioni
dei musei. Esiste un “Museo per la Memoria di Ustica”; per Bologna un archivio
virtuale. Poi ci sono i film, che è un modo strano per ricordare, ma rientrano
in questo genere. Le cicatrici della Storia sono i luoghi in cui si sono svolti
attentati, stragi, rivolte. Le piazze fotografate da Tano d’Amico, il circuito
dei camosci, i resti dell’aereo di Ustica, la crepa che ancora si vede nella
stazione ferroviaria di bologna.
Il
terzo sono i monumenti alle vittime. Prendiamo le lapidi che ricordano Pinelli,
come esempio. Due le troviamo in piazza fontana a pochi metri una dall’altra.
Una dice: “A Giuseppe Pinelli, ferroviere anarchico, innocente morto
tragicamente nei locali della questura di Milano”. è del comune di milano.
l’altra: “A Giuseppe Pinelli, ferroviere anarchico, ucciso innocente nei locali
della questura di Milano”. Gli studenti e i democratici milanesi, più un
intervento esterno.
Una
mano, in passato, ha corretto nel primo caso morto con ucciso. Si tratta di due
memorie: una pubblica, del comune, una privata resa pubblica, da parte di
“studenti e democratici milanesi”.
La
lapide di Bologna dice: 2 agosto 1980: vittime del terrorismo fascista. In più
l’orologio, fermo all’ora dell’attentato.
Per
piazza fontana:
IN QUESTA PIAZZA
LUOGO DI OPEROSI INCONTRI CIVILI
IL 12 DICEMBRE 1969
UN CRIMINOSO ATTENTATO
RECAVA TRAGICA SFIDA
ALLA CITTA' ED ALLE ISTITUZIONI
REPUBBLICANE
MILANO POPOLARE E DEMOCRATICA
ONORAVA CON DETERMINAZIONE
UNITARIA IL SACRIFICIO DELLE
VITTIME INNOCENTI MOBILITANDOSI
CONTRO L'ATTACCO EVERSIVO
E CONTRO OGNI TENTATIVO DI
AVVENTURISMO AUTORITARIO
A RICONFERMA DELL'ATTUALITA'
DEI VALORI DI LIBERTA' E GIUSTIZIA
CARDINI DEL RINNOVAMENTO
CIVILE E SOCIALE DEL PAESE
per
via fani e aldo moro, rispettivamente:
Oreste Leonardi, Francesco Zizzi, Domenico Ricci, Raffaele
Iozzino, Giulio Rivera. In questo luogo alle 9.05 del 16 marzo 1978 cinque
uomini fedeli allo Stato e alla democrazia sono stati uccisi con fredda ferocia
mentre adempivano il loro dovere.
Ecco cosa riporta la lapide di Moro in via Caetani:
Cinquantaquattro
giorni dopo il suo barbaro rapimento, venne ritrovato in questo luogo, la
mattina del 9 maggio 1978, il corpo crivellato di proiettili di Aldo Moro. Nato
a Maglie il 23 settembre 1916 professore ordinario dell’università di Roma
segretario politico e poi presidente della Democrazia Cristiana più volte
presidente del consiglio dei ministri della Repubblica italiana. Per oltre
trent’anni recò all’attività politica del paese rinato alla libertà e alla
democrazia il contributo impareggiabile della sua lucida intelligenza della
rettitudine morale di una squisita sensibilità capace di cogliere nella fedeltà
ai principi fermamente professati le varie esigenze emergenti nella società
italiana in rapida trasformazione. Il suo sacrificio freddamente voluto con
disumana ferocia da chi tentava inutilmente d'impedire l'attuazione di un
programma coraggioso e lungimirante a beneficio dell'intero popolo italiano
resterà quale monito e insegnamento a tutti i cittadini per un rinnovato
impegno di unità nazionale nella giustizia, nella pace, nel progresso sociale.
Il comune di Roma pose nel primo anno della morte.
Non
una parola, in entrambi i casi, sulle Brigate Rosse.
La
Memoria è sempre legata all’oblio. Cosa si sceglie di ricordare esclude ciò che
si decide di non ricordare.
C’è
poi la memoria che in realtà non lo è. Vi leggo cosa è stato scritto da
Repubblica in occasione del trentennale di via fani:
Quel che mette a disagio,
se ci si guarda intorno, è la memoria. Un'ingombrante memoria, in questo colle
di Roma, non aiuta quel po' di storia identitaria che abbiamo messo insieme
negli ultimi trent'anni. L'immagine del passato è ancora lì incorrotta come per
il ricordo dell'assassinio di JFK o dell'11 settembre. Non c'è chi non ricordi
dov'era e con chi in quel momento, che cosa disse e fece in quel momento
preciso quando seppe che cosa era accaduto a Roma. Non c'è chi non abbia ancora
negli occhi - al punto da poterne sentire ancora l'ansia - i parabrezza
frantumati, i fori neri nell'auto bianca, il corpo di Iozzino a braccia larghe
coperto da un lenzuolo bianco e la macchia di sangue sull'asfalto - densa,
scura - un caricatore vuoto accanto al marciapiede nel piano sequenza di 3
minuti e 12 secondi dell'operatore del Tg che accompagna la voce ansimante di
Paolo Frajese. Quel che non va è la storia, non la memoria. La storia, dopo
trent'anni, dovrebbe essere ferma, fissa in un ordine temporale chiuso e
ordinato, immobile, ragionevolmente condivisa alle nostre spalle e dovrebbe
essere deficit della memoria farsi abitualmente ondivaga, flessibile,
soggettiva, un po' falsaria. Per il "caso Moro" quest'equilibrio è
capovolto: la memoria è solida, resistente, "condivisa"; la storia è
fragile, contraddittoria, incerta, ancora precaria, quasi impedita dalla memoria.
Dalla memoria dei brigatisti che scrivono, parlano, raccontano tra silenzi e
omertà; la memoria di chi era al potere in quei giorni e ancora ha voce oggi:
più che parlare spiegando, dissimula, confonde reticente e ancora oggi nasconde
che cosa è stato.
Tutto
questo non ha nulla a che vedere con la memoria, per la quale il giornalista
intende il semplice ricordo. né con la storia. Le accuse sono buttate lì,
generiche, senza un nome, un fatto, un “fare i conti” con la storia. Tutto
troppo facile, come spesso accade.
prendiamo
una parte del discorso di Giorgio Napolitano in occasione del primo giorno
della memoria, il 9 maggio 2008, istituito dal parlamento italiano nel 2007.
anche qui troviamo degli importanti spunti di riflessione.
Questo
è il giorno del ricordo e del pubblico riconoscimento che l'Italia da tempo
doveva alle vittime del terrorismo. E' il giorno del sostegno morale e della
vicinanza umana che l'Italia sempre deve alle loro famiglie. Ed è il giorno
della riflessione su quel che il nostro paese ha vissuto in anni tra i più
angosciosi della sua storia e che non vuole mai più, in alcun modo,
rivivere.
Parlo del terrorismo serpeggiante in Italia a partire dalla fine
degli anni '60, e infine esploso come estrema degenerazione della violenza
politica ; parlo delle stragi di quella matrice e della lunga trama degli
attentati, degli assassinii, dei ferimenti che insanguinarono le nostre città.
L'obbiettivo che i gruppi terroristici così perseguivano era quello della
destabilizzazione e del rovesciamento dell'ordine costituzionale. Dedichiamo
l'incontro di oggi in Quirinale alle vittime di quell'attacco armato alla
Repubblica, che seminò ferocemente lutto e dolore.
Sappiamo che nell'istituire,
un anno fa, questo "Giorno della memoria" il Parlamento ha raccolto
diverse proposte, comprese quelle rivolte a onorare gli italiani, militari e
civili, caduti in anni recenti nel contesto delle missioni in cui il nostro
paese è impegnato a sostegno della pace e contro il terrorismo internazionale,
nemico insidioso capace di colpire anche a casa nostra. Alla loro memoria
rinnovo l'omaggio riconoscente delle istituzioni repubblicane e della nazione.
Sono certo che anche al loro sacrificio si rivolgerà pubblico omaggio nelle
manifestazioni e negli incontri cui darà luogo ovunque la celebrazione del
"Giorno della memoria". E colgo l'occasione per ricordare anche le
vittime causate da fatti di diversa natura, dal disastro di Ustica all'intrigo
delittuoso della Uno Bianca, ai caduti nell'adempimento del loro dovere e ai
semplici cittadini, uomini e donne, che hanno perso la vita in torbide
circostanze, su cui non sempre si è riusciti a fare pienamente chiarezza e
giustizia. Più in generale, mi inchino a tutti i caduti per la Patria, per la
libertà e per la legalità democratica, e dunque - come dimenticarle ! - alle
tante vittime della mafia e della criminalità organizzata.
Come
possiamo vedere, si tratta di un grande calderone, dove denominatori comuni
sono l’essere stati uccisi e l’essere italiani, civili o militari, in guerra o
in pace, non fa differenza. Però, qui viene per la prima volta nominata
l’organizzazione Brigate Rosse.
La
scelta della data per il "Giorno della memoria" è caduta per validi
motivi sull'anniversario dell'assassinio di Aldo Moro. Perché se nel periodo da
noi complessivamente considerato, si sono incrociate per qualche tempo diverse
trame eversive, da un lato di destra neofascista e di impronta reazionaria, con
connivenze anche in seno ad apparati dello Stato, dall'altro lato di sinistra
estremista e rivoluzionaria, non c'è dubbio che dominanti siano ben presto
diventate queste ultime, col dilagare del terrorismo delle Brigate Rosse. E il
bersaglio più alto e significativo che esso abbia raggiunto è stato il
Presidente della Democrazia Cristiana, sequestrato, tenuto prigioniero per
quasi due mesi e infine con decisione spietata ucciso.
Basterebbe un conto delle
vittime per definire il “tributo di sangue” (usiamo le loro parole) pagato per
mano delle BR meno incisivo di quello stragista, con un rapporto di uno a tre.
Si tratta forse di un riconoscimento della loro valenza politica, allora?
No, leggendo di seguito
non è così. ovviamente. La loro è una logica abberrante e Moro non viene
ricordato per aver detto che la DC non si sarebbe fatta processare in
parlamento o nelle piazze, ma perché aveva individuato
"manifestazioni di
violenza" che avevano "uno sfondo ideologico" e si collocavano
"tra la lotta politica e la lotta armata" ; di qui
l'"apprensione per il logoramento" cui erano "sottoposte le
istituzioni e le stesse grandi correnti ideali che credono nella
democrazia".
Sono costretto a fermarmi,
perché il tempo è terminato e forse sono andato oltre. Vorrei concludere con un cenno al libro di Prospero. Egli
dichiarò che nello scrivere la propria autobiografia avrebbe tentato di evitare
il senno di poi e di Raccontare attingendo a critiche, autocritiche, scomuniche,
valutazioni o giudizi maturati a posteriori. Avrebbe cercato di far riemergere
il filo dei pensieri e degli atti compiuti nel modo in cui, effettivamente
questi hanno attraversato e poi portato ad agire di conseguenza.
Un proposito difficile,
arduo da realizzare, ma di grande fascino. Il comportamento di chi, come detto,
si appresta a scrivere di se stesso con il rigore dello storico. Serve una
grande capacità di spersonalizzazione e di oggettivizzazione,
universalizzazione della materia e una vicenda cristallina alle spalle. Cose
che Prospero aveva.
venerdì 25 gennaio 2013
ORESTE SCALZONE RICORDA GALLO
dal blog di Paolo Persichetti
Vorremmo essere qui contadini della terra dove giaci,
e che concimi anzitempo,
companero de l’alma, compagno
e che concimi anzitempo,
companero de l’alma, compagno
(Miguel Hernandez)
E così, il “contadino nella metropoli”, se n’è andato anche lui.
Sempre, di “un uomo che muore”, si potrebbe venire a dire tutto un
concatenamento, una matassa anche aggrovigliata di cose, più o meno
‘rapsodicamente’ e senza l’assurda pretesa di poter racchiudere
chicchessìa in un giudizio, una biografia, un ritratto. Qui, tanti
approcci possibili : “Prospero come Prospero”, la persona; Prospero
nei contesti, sincronicamente e diacronicamente; Prospero e le
mutazioni d’epoca, di “spirito del tempo”, Zeit Geist; Prospero nella
lunga onda lunga, onda alta della sovversione, nei movimenti che nelle
cronologie possiamo periodizzare come seguìti al Sessantotto, e
chiamare “Sessantotto lungo”, lungo un anno, un lustro, e poi due, e
più; Prospero uno di noi in senso largo quanto si può, dando per
buone in generale le auto-certificazioni; Prospero e i più
strettamente “suoi”; Prospero e nojaltri in senso stretto; e in
tanti potremmo scrivere di “Prospero e io”.
Si potrebbe per esempio
cominciare da un Brecht in cui aveva trovato qualcuno che gli dava
voce: tra l’Elogio dell’agitatore nella cassa di zinco e l’Ode del
lavoro clandestino –
«Bello è / levare la voce nella lotta di
classe»…
Si potrebbe cominciare dal riaffiorare di ricordi, remoti, recenti…
Ma la rapsodìa diverrebbe troppo lunga.
La vita che tira per la giacca, strattona, la vita ‘che tossisce
tutta la notte e non vuol lasciarti dormire’, le voci che
sopravvengono incessanti spintonandosi accavallandosi, fatti e cose,
sussurri e grida, chiamate, perentorie domande, interrogazioni,
replicate da echi, mutazioni mutanti e mutagene, variazioni su tema,
che insorgono come voci-di-dentro : così il– e qui per evitare equivoci, malintesi e illazioni di dualismi e
differimenti impliciti, introdurrei d’arbitrio una virgola – (…),
mortale>, così, anche così si autodivora, tempus fugit, si restringe,
fugge, sfugge, si consuma – il tempo, manca.
Nel dispotismo, insomma, crudele della misura del tempo, crono-metrìa,
, non c’è spazio più di
tanto per piangere su noi stessi, che ad ogni addìo ci sentiamo un po’
più soli, e dobbiamo apprendere a elaborare il lutto della nostra
mortalità di esseri di, specie di esseri parlanti, la
cui singolarità – che è innanzitutto il “sapersi” e il “sapersi
sapere”, a cominciare dall’inferenza della mortalità e dell’alterità,
sé/altro: conoscenza/dannazione, ché conoscere implica separazione,
distinzione, divisione, strappamento –, la cui peculiarità è il
guardarsi vivere sapendosi morir[n]e, strappati alla pienezza di un
presente attanagliato dai tempi che lo riducono a una linea sottile
inconsistente, come a zero.
Corrono così giorni prima che chi vi scrive, sempre più
intempestivamente anche qui, riesca a “metter nero su bianco” almeno
un po’ di quanto aveva cominciato a ‘traghettare’ dalla girandola di
emozioni e riflessioni, al foglio scritto: per tentare di mettere in
comune, per quanto è possibile, la tristezza, il sentirsi ancora un
po’ più soli per la disparizione dalla scena – dal ‘Gran Teatro del
Mondo’, e dalle proprie psico-cartografie più o meno immaginarie di
territori esistenziali, di tutto un arcipelago,da ciò che le separa> – di un amico.
E cominciare il lavorìo, il
travaglio, travail, dell’elaborazione del lutto per quest’altro,
ultimo addìo, per la morte – che per noi è la perdita, per lui la
“fine-del-mondo” – di un compagno, amico, che evoca il pane spezzato
e condiviso, ‘il pane e anche le rose’; la lotta, le spine e le
ferite, il, la ‘vita materiale’ e il
‘sogno di una cosa’ – espressione che non è di Pasolini, è di Marx…
(strana sempre, sorprendente la, le reazioni
concatenate, associazioni, sinergismi… mi affiora alle labbra,
finalmente, uno e poi un altro brandello dell’Urlo di Ginsberg
<…sono con te a Rockland, dove venticinquemila compagni matti
cantano tutti insieme le ultime strofe dell’Internazionale. Sono con
te a Rockland…>, e il verso di Miguel Hernandezdelle rose […] ti chiamo, ché dobbiamo parlare di molte cose,
companero de l’alma, companero>).
Sempre, di “un uomo che muore”, si potrebbe venire a dire tutto un
concatenamento, una matassa anche aggrovigliata di cose, più o meno
‘rapsodicamente’ e senza l’assurda pretesa di poter racchiudere
chicchessìa in un giudizio, una biografia, un ritratto. Qui, tanti
approcci possibili : “Prospero come Prospero”, la persona; Prospero
nei contesti, sincronicamente e diacronicamente; Prospero e le
mutazioni d’epoca, di “spirito del tempo”, Zeit Geist; Prospero nella
lunga onda lunga, onda alta della sovversione, nei movimenti che nelle
cronologie possiamo periodizzare come seguìti al Sessantotto, e
chiamare “Sessantotto lungo”, lungo un anno, un lustro, e poi due, e
più; Prospero uno di noi in senso largo quanto si può, dando per
buone in generale le auto-certificazioni; Prospero e i più
strettamente “suoi”; Prospero e nojaltri in senso stretto; e in
tanti potremmo scrivere di “Prospero e io”.
Si potrebbe per esempio
cominciare da un Brecht in cui aveva trovato qualcuno che gli dava
voce: tra l’Elogio dell’agitatore nella cassa di zinco e l’Ode del
lavoro clandestino –
«Bello è / levare la voce nella lotta di
classe»…
Si potrebbe cominciare dal riaffiorare di ricordi, remoti, recenti…
Ma la rapsodìa diverrebbe troppo lunga.
La vita che tira per la giacca, strattona, la vita ‘che tossisce
tutta la notte e non vuol lasciarti dormire’, le voci che
sopravvengono incessanti spintonandosi accavallandosi, fatti e cose,
sussurri e grida, chiamate, perentorie domande, interrogazioni,
replicate da echi, mutazioni mutanti e mutagene, variazioni su tema,
che insorgono come voci-di-dentro : così il
differimenti impliciti, introdurrei d’arbitrio una virgola – (…),
mortale>, così, anche così si autodivora, tempus fugit, si restringe,
fugge, sfugge, si consuma – il tempo, manca.
Nel dispotismo, insomma, crudele della misura del tempo, crono-metrìa,
tanto per piangere su noi stessi, che ad ogni addìo ci sentiamo un po’
più soli, e dobbiamo apprendere a elaborare il lutto della nostra
mortalità di esseri di
cui singolarità – che è innanzitutto il “sapersi” e il “sapersi
sapere”, a cominciare dall’inferenza della mortalità e dell’alterità,
sé/altro: conoscenza/dannazione, ché conoscere implica separazione,
distinzione, divisione, strappamento –, la cui peculiarità è il
guardarsi vivere sapendosi morir[n]e, strappati alla pienezza di un
presente attanagliato dai tempi che lo riducono a una linea sottile
inconsistente, come a zero.
Corrono così giorni prima che chi vi scrive, sempre più
intempestivamente anche qui, riesca a “metter nero su bianco” almeno
un po’ di quanto aveva cominciato a ‘traghettare’ dalla girandola di
emozioni e riflessioni, al foglio scritto: per tentare di mettere in
comune, per quanto è possibile, la tristezza, il sentirsi ancora un
po’ più soli per la disparizione dalla scena – dal ‘Gran Teatro del
Mondo’, e dalle proprie psico-cartografie più o meno immaginarie di
territori esistenziali, di tutto un arcipelago,
E cominciare il lavorìo, il
travaglio, travail, dell’elaborazione del lutto per quest’altro,
ultimo addìo, per la morte – che per noi è la perdita, per lui la
“fine-del-mondo” – di un compagno, amico, che evoca il pane spezzato
e condiviso, ‘il pane e anche le rose’; la lotta, le spine e le
ferite, il
‘sogno di una cosa’ – espressione che non è di Pasolini, è di Marx…
(strana sempre, sorprendente la
concatenate, associazioni, sinergismi… mi affiora alle labbra,
finalmente, uno e poi un altro brandello dell’Urlo di Ginsberg
<…sono con te a Rockland, dove venticinquemila compagni matti
cantano tutti insieme le ultime strofe dell’Internazionale. Sono con
te a Rockland…>, e il verso di Miguel Hernandez
companero de l’alma, companero>).
{A questo punto, per intanto, trascrivo qui di seguito delle prime
riflessioni, che avevamo messo in circolo ‘a caldo’, poche ore dopo la
notizia della morte di Prospero.
Il tempo manca, ora – ma proseguiremo nei prossimi giorni il
‘filo-del-discorso’ }
riflessioni, che avevamo messo in circolo ‘a caldo’, poche ore dopo la
notizia della morte di Prospero.
Il tempo manca, ora – ma proseguiremo nei prossimi giorni il
‘filo-del-discorso’ }
Innanzitutto, di Prospero Gallinari, un paio di cose.
Primo, quando nello si discuteva della
sospensione per gravissimi motivi di salute della pena che stava
scontando, ciò che faceva ostacolo, come un macigno, all’applicazione
di questa misura di scarcerazione che la stessa legge prevedeva per
qualsivoglia persona detenuta fosse in condizioni fisiche gravi ed a
rischio, era una considerazione extra-giudiziaria, d’ordine
ideologico-politico, di natura, a carattere
“tipologico”, ad personam: la – diciamo pure – convinzione, asserita
come certezza, dai Palazzi alle strade, da “scrittori e popolo”, che
Prospero fosse stato attore diretto, anche materiale, dell’esecuzione
dell’onorevole Aldo Moro.
[ In generale, sempre, questa tracimazione dal piano dellagiudiziaria> – che nello stesso Diritto penale una volta mondanizzato
e non più sorretto dalla presa in conto di un’ipotesi-Dio, non può
che essere un, una congettura, più o meno decentemente
fondata, ma mai, “pe’ la contraddition che nol consente”, certezza
assoluta, talchè una sentenza è pur sempre unproduzione di effetti di verità> – , questo spostamento ed irruzione
su quello detto nel léssico giuridico,
è arbitraria, abusiva.
La più plebiscitaria, unanime non può mai, in
punto logico, aveva la valenza che in altri codici e paradigmi è
attribuita alla, una volta che questa sia stata dichiarata
caduca, o comunque per convenzione tenuta fuori del campo normativo.
Nel campo penale più che in ogn’altro, la più convincente delle
deduzioni, la più forte delle verosimiglianze, non può essere asserita
come Verità assoluta, come la: questo vorrebbe dire
istituire, appunto, un...
Questa pretesa di veridizione assoluta, “obietiva”,
rende perciostesso falsità ogni illazione, nel momento stesso
in cui la spaccia per certezza avventurandosi sul terreno di ciò che,
in buona filosofia, è inattingibile, salvo ad una eventuale onniscienza – nello stretto
senso teologico – che “non è di questo mondo”.]
Primo, quando nello
sospensione per gravissimi motivi di salute della pena che stava
scontando, ciò che faceva ostacolo, come un macigno, all’applicazione
di questa misura di scarcerazione che la stessa legge prevedeva per
qualsivoglia persona detenuta fosse in condizioni fisiche gravi ed a
rischio, era una considerazione extra-giudiziaria, d’ordine
ideologico-politico, di natura
“tipologico”, ad personam: la – diciamo pure – convinzione, asserita
come certezza, dai Palazzi alle strade, da “scrittori e popolo”, che
Prospero fosse stato attore diretto, anche materiale, dell’esecuzione
dell’onorevole Aldo Moro.
[ In generale, sempre, questa tracimazione dal piano della
e non più sorretto dalla presa in conto di un’ipotesi-Dio, non può
che essere un
fondata, ma mai, “pe’ la contraddition che nol consente”, certezza
assoluta, talchè una sentenza è pur sempre un
su quello detto nel léssico giuridico
è arbitraria, abusiva.
La più plebiscitaria, unanime
punto logico, aveva la valenza che in altri codici e paradigmi è
attribuita alla
caduca, o comunque per convenzione tenuta fuori del campo normativo.
Nel campo penale più che in ogn’altro, la più convincente delle
deduzioni, la più forte delle verosimiglianze, non può essere asserita
come Verità assoluta, come la
istituire, appunto, un
Questa pretesa di veridizione assoluta, “obietiva”,
rende perciostesso falsità ogni illazione, nel momento stesso
in cui la spaccia per certezza avventurandosi sul terreno di ciò che,
in buona filosofia, è inattingibile, salvo ad una eventuale onniscienza – nello stretto
senso teologico – che “non è di questo mondo”.]
Come si è visto poi, con una successiva e ultima approssimazione alla
verità fattuale che è stata omologata dalla stessa parola finale sul
piano della ricostruzione e decretazione giudiziaria della “verità” in
punto di fatto, nel caso specifico l’illazione aveva un contenuto
falso.
Ebbene, nell’altalena di un’ipoteca radicale sul suo destino –
questione “di vita o di morte” in senso stretto e immediato, a dire di
tutte le perizie mediche –, Prospero Gallinari non si lasciò mai
estorcere alcuna confessione d’innocenza. Senza alcuna iattanza,
vociferazione altisonante, enfasi grandiloquente sui bordi delle
economie narcisistiche del “Guerriero” e del “Martire”, dell’eroismo
stilel’Imperatore>, del sacrificio, e poi dell’auto-identificazione come
vittima. Semplicemente, un po’ come ilProspero taceva o rispondeva di non aver nulla da dire,
. Esprimeva un rifiuto di entrare nella dialettica
dell’Innocenza e della Colpa. E anche dopo, non ritenne, pur incalzato da
domande che trasudavano innanzitutto stupore come di fronte a un
qualcosa d’impensato e impensabile, non aggiunse una mezza parola che
potesse anche semplicemente validare l’ipotesi affermatasi e non fatta
oggetto di confutazione alcuna.
La cosa parla da sé, non richiede commenti.
verità fattuale che è stata omologata dalla stessa parola finale sul
piano della ricostruzione e decretazione giudiziaria della “verità” in
punto di fatto, nel caso specifico l’illazione aveva un contenuto
falso.
Ebbene, nell’altalena di un’ipoteca radicale sul suo destino –
questione “di vita o di morte” in senso stretto e immediato, a dire di
tutte le perizie mediche –, Prospero Gallinari non si lasciò mai
estorcere alcuna confessione d’innocenza. Senza alcuna iattanza,
vociferazione altisonante, enfasi grandiloquente sui bordi delle
economie narcisistiche del “Guerriero” e del “Martire”, dell’eroismo
stile
vittima. Semplicemente, un po’ come il
. Esprimeva un rifiuto di entrare nella dialettica
dell’Innocenza e della Colpa. E anche dopo, non ritenne, pur incalzato da
domande che trasudavano innanzitutto stupore come di fronte a un
qualcosa d’impensato e impensabile, non aggiunse una mezza parola che
potesse anche semplicemente validare l’ipotesi affermatasi e non fatta
oggetto di confutazione alcuna.
La cosa parla da sé, non richiede commenti.
Secondo. Prospero che, secondo testimonianze molteplici, convergenti
e al di fuori della minima ombra di sospetto di logica utilitaristica,
perché fuori di ogni possibile “mercato penale”, mercato “delle
Giustizie e delle Grazie”, delle punizioni e delle indulgenze, aveva
pianto, non solo salutando un’ultima volta Aldo Moro, su questa morte.
Viene in mente la tragedia, etica, logica, del rompicapo, del vero e
proprio, della di De André. In
quel caso, dentro il carattere cogente come forza di gravità di un’inimicizia
in quel caso prescritta, comandata e subita, ma comunque
materialmente vigente, stato-di-fatto, il soldato Piero esita e non
spara per primo. Non già per distrazione, per grandezza o grandezzata
d’animo, o altre Elette virtù (in paradigmi diversi da quello
dell’egocentrismo parossistico del patriottismo, dei patriottismi
“eguali e contrari” il cui manifestarsi perfettamente all’unisomo non
può che, perciostesso, divenire massacro): semplicemente, per un
personalissimo egoismo, che gli renderebbe insopportabileocchi di un uomo che muore>, sopportare lo sguardo di uno che muore
per tua mano – è tutto.
e al di fuori della minima ombra di sospetto di logica utilitaristica,
perché fuori di ogni possibile “mercato penale”, mercato “delle
Giustizie e delle Grazie”, delle punizioni e delle indulgenze, aveva
pianto, non solo salutando un’ultima volta Aldo Moro, su questa morte.
Viene in mente la tragedia, etica, logica, del rompicapo, del vero e
proprio
quel caso, dentro il carattere cogente come forza di gravità di un’inimicizia
in quel caso prescritta, comandata e subita, ma comunque
materialmente vigente, stato-di-fatto, il soldato Piero esita e non
spara per primo. Non già per distrazione, per grandezza o grandezzata
d’animo, o altre Elette virtù (in paradigmi diversi da quello
dell’egocentrismo parossistico del patriottismo, dei patriottismi
“eguali e contrari” il cui manifestarsi perfettamente all’unisomo non
può che, perciostesso, divenire massacro): semplicemente, per un
personalissimo egoismo, che gli renderebbe insopportabile
per tua mano – è tutto.
Ora, la Storia – soprattutto quella per narrazioni di Grandi eventi,
è piena di chi per “interesse privato” e propensione istintuale,
radicata nella disperata lotta per la sopravvivenza, nella dedizione
alla predazione, alla sopraffazione, all’uso strumentale, al comando,
al possesso, fino all’annichilazione d’altrui.
Chiunque abbia praticato la decisione, l’impresa, il governo, il
comando, ha preso su di sé la responsabilità terribile di causare,
direttamente o indirettamente, la morte d’altrui.
Condottieri, profeti, fondatori di città e d’imperi, sovrani… Nelle
forme moderne in cui tutto questo appare più “automatico”, invisibile,
“oggettivo”, “tecnico”, necessitante, “naturale”.
, come nota Machiavelli nel Principe. […].
Chestatistica>, è frase terribile, può essere stolta se scagliata come
ritorsione animata da manicheismo, auto-negazionismo e surrettizia
“universalizzazione come Bene” della propria partigianità, ma è pur
sempre attualmente incontrovertibile.
è piena di chi per “interesse privato” e propensione istintuale,
radicata nella disperata lotta per la sopravvivenza, nella dedizione
alla predazione, alla sopraffazione, all’uso strumentale, al comando,
al possesso, fino all’annichilazione d’altrui.
Chiunque abbia praticato la decisione, l’impresa, il governo, il
comando, ha preso su di sé la responsabilità terribile di causare,
direttamente o indirettamente, la morte d’altrui.
Condottieri, profeti, fondatori di città e d’imperi, sovrani… Nelle
forme moderne in cui tutto questo appare più “automatico”, invisibile,
“oggettivo”, “tecnico”, necessitante, “naturale”.
Che
ritorsione animata da manicheismo, auto-negazionismo e surrettizia
“universalizzazione come Bene” della propria partigianità, ma è pur
sempre attualmente incontrovertibile.
Certo, questo vale anche per chi è ricorso alla violenza per moventi
opposti, d’insorgenza contro tutto questo; ma, dal nostro
irriducibile punto di vita all’opposto di quello istituito e imposto
come ‘corrente’, con una natura radicalmente diversa (sia pure con
tutti i benefici secondari, d’ordine narcisistica, che può motivare
questa condotta del ribelle).
Certo, non si sono mai viste rivoluzioni (e non solo quelle segnate
da una fondamentale omologia e mimetiche, marcate dalla contraddizione
in termini di una rivoluzione statale, ciò che ad avviso di chi scrive
condanna senza appello ad una eterogenesi dei fini e in una
trasformazione nel proprio più atroce contrario […]; ma in generale
anche insurrezioni, guerriglie di resistenza) al netto del sangue.
opposti, d’insorgenza contro tutto questo; ma, dal nostro
irriducibile punto di vita all’opposto di quello istituito e imposto
come ‘corrente’, con una natura radicalmente diversa (sia pure con
tutti i benefici secondari, d’ordine narcisistica, che può motivare
questa condotta del ribelle).
Certo, non si sono mai viste rivoluzioni (e non solo quelle segnate
da una fondamentale omologia e mimetiche, marcate dalla contraddizione
in termini di una rivoluzione statale, ciò che ad avviso di chi scrive
condanna senza appello ad una eterogenesi dei fini e in una
trasformazione nel proprio più atroce contrario […]; ma in generale
anche insurrezioni, guerriglie di resistenza) al netto del sangue.
Ciò detto, una distinzione di tipo etico si può fare, tra chi è
dotato di riflessività, consapevole delle sue responsabilità, e non
pretende – a mezzo della falsificazione delle propagande – di operare
una trasmutazione alchemica che faccia diventare ciò che
intrinsecamente è “male”, intrinsecamente “Bene”, “buono”
(addirittura pretendendo di convincerne chi lo subisce) – e chi no.
Tra chi si trincera, si nasconde dietro l’invisibilizzazione per
astrattizzazione “statistica” – tanto maggiore quanto più alto è il
numero degli schiacciati e sterminati, più indiretta, invisibilizzata,
la responsabilità, occultata da un concatenamento ferreo ma non
immediatamente evidente di cause ed effetti, di decisioni e
conseguenze –, e chi non sfugge il senso tragico della propria
responsabilità. Tra chi “manda”, e chi “va”.
dotato di riflessività, consapevole delle sue responsabilità, e non
pretende – a mezzo della falsificazione delle propagande – di operare
una trasmutazione alchemica che faccia diventare ciò che
intrinsecamente è “male”, intrinsecamente “Bene”, “buono”
(addirittura pretendendo di convincerne chi lo subisce) – e chi no.
Tra chi si trincera, si nasconde dietro l’invisibilizzazione per
astrattizzazione “statistica” – tanto maggiore quanto più alto è il
numero degli schiacciati e sterminati, più indiretta, invisibilizzata,
la responsabilità, occultata da un concatenamento ferreo ma non
immediatamente evidente di cause ed effetti, di decisioni e
conseguenze –, e chi non sfugge il senso tragico della propria
responsabilità. Tra chi “manda”, e chi “va”.
Nell’emergere sempre più incontestabile di una corsa delle logiche
istituite ad un crescente assurdo, con tutti i corrispondenti scenari,
la ‘cifra’ etica di un Prospero Gallinari rende tanti irriducibili
Soloni d’ogni taglia e bordo, dei sinistri e grotteschi nanerottoli.
Per intanto una frase:
non ama comandare>… […]
istituite ad un crescente assurdo, con tutti i corrispondenti scenari,
la ‘cifra’ etica di un Prospero Gallinari rende tanti irriducibili
Soloni d’ogni taglia e bordo, dei sinistri e grotteschi nanerottoli.
Per intanto una frase:
il 19 gennaio 2013, prima di partire per Reggio Emilia
Oreste Scalzone, & qualche complice
martedì 15 gennaio 2013
I LIBRI DI PROSPERO
Non è stato solo un contadino Prospero Gallinari e la sua autobiografia non è l'unico libro che ha scritto. Durante gli anni del carcere partecipò al dibattito interno che avrebbe portato le BR alla scissione, opponendosi alle tesi di Curcio e del Partito Guerriglia. Assieme ad Angelo Coi, Francesco Piccioni e Bruno Seghetti nel 1983 scrisse un lungo saggio, divenuto il libro Politica e Rivoluzione, oggi una rarità bibliografica che la casa editrice Odradek ha pensato, senza mai realizzarla, di fare un reprint.
Nel libro i quattro ribattono le tesi di Gocce di sole e analizzarono i motivi della sconfitta della lotta armata42. Si tratta di un testo complesso, che affronta i problemi cercando di mantenere una linea di corretta interpretazione del pensiero marxi- sta, correggendo l’impostazione di Curcio e Franceschini e, di conseguenza, portando un’ampia critica alla pratica del Partito guerriglia. Secondo Gallinari e gli altri, il capi- tale non era giunto a un punto di espansione totale, in quanto anche in una società molto avanzata tecnologicamente, accanto al lavoro superqualificato si incontravano condizio- ni di sottoccupazione, lavoro nero, part-time ecc. nel cuore stesso delle metropoli. Su scala planetaria, la dialettica sviluppo-sottosviluppo era la dimostrazione di come il dominio del capitale non fosse uniforme e producesse delle contraddizioni che non pote- vano essere risolte dal progresso. In altre parole, non ci si trovava di fronte a un «domi- nio totale» del capitale, né su scala mondiale, né nelle metropoli occidentali, all’interno delle quali, invece, permanevano aree estranee ai rapporti di produzione capitalistici. Dopo un’analisi accurata dei vari passaggi di Gocce di sole, che secondo i quattro auto- ri travisavano completamente il pensiero di Karl Marx, Politica e rivoluzione contesta- va le conclusioni di Curcio secondo le quali la metropoli doveva diventare il luogo dello scontro totale e permanente tra le classi. L’antagonismo di classe si trasformava in ini- micizia assoluta solo in un contesto rivoluzionario, dal quale si trovava ben lontana l’Italia del 1983. Il mondo non era affatto una metropoli informatizzata e non si era giun- ti per nulla alla «fine della Storia», come sembrava derivare dalla visione apocalittica dei fondatori del Partito guerriglia. Né era possibile accettare la concezione della violenza espressa da Curcio e Franceschini, che diventava violenza in sé, svincolata da qualsiasi motivazione politica, una sorta di catarsi individuale. Ma così era proprio la politica ad essere rifiutata dai due, in quanto la loro guerra usciva dagli schemi classici alla von Clausewitz (momentanea interruzione del dialogo politico) per diventare una guerra sociale totale al di fuori di qualsiasi fase, congiuntura, periodo di transizione ecc. Era, a dire di Piccioni e degli altri, la liquidazione della lotta armata come strategia di lotta e abbattimento dello Stato, della possibilità per il proletariato di conquistare il potere poli- tico e di gestirlo; ciò derivava dall’introduzione di teorie non marxiste e dal ritorno di un idealismo soggettivista che «ha tormentato fin dall’inizio la sinistra rivoluzionaria in Italia»43. Dunque, la «guerra totale» curciana non era mai stata una tesi delle Br, nean- che di quella produzione teorica «più contraddittoria» come sono giudicati L’ape e il comunista e la Risoluzione della direzione strategica del 1980. Essa, invece, è esclusiva caratteristica del Partito guerriglia, che era nato, a dire dei quattro, su tesi antimarxiste, anticomuniste e reazionarie, che avevano condotto Curcio e gli altri a negare in modo deciso la necessità di alcuna forma partito.
Dopo aver ampiamente criticato le posizioni di Curcio e Franceschini e del Partito guerriglia, dunque, Piccioni, Coi, Gallinari e Seghetti affrontarono la più generale crisi della lotta armata in Italia partendo dal fallimento dell’azione Dozier. Quel rapimento aveva definitivamente posto in uno stato di paralisi le organizzazioni comuniste combat- tenti, incapaci di adeguarsi alla nuova fase politica apertasi in Italia con la fine della ristrutturazione e della solidarietà nazionale. Il rapimento di Moro, infatti, aveva contri- buito a questa svolta, ma ciò aveva comportato la caduta del Pci in una crisi politica senza precedenti e che avrebbe avuto il suo apice nel 1985 con la sconfitta, come si vedrà, al referendum sulla scala mobile. L’ingresso dell’Italia nel serpente monetario (Sme) e l’installazione dei missili balistici sul territorio della penisola avevano visto il Pci su posizione critiche e determinato nuovi spostamenti, anche a livello internaziona- le; gli Stati Uniti, in particolare, dopo aver accarezzato per un certo periodo l’ipotesi di un Pci maggiormente impegnato all’interno della responsabilità governativa, pur conti- nuando a mantenere un rapporto importante con il partito di Berlinguer, compresero che i tempi non erano ancora maturi e preferirono appoggiare il rinnovato Partito socialista craxiano, finalmente più consistente anche da un punto di vista elettorale.
Dopo la marcia dei quarantamila del 1980 la centralità della fabbrica aveva perduto ogni consistenza, ma il brigatismo era stato incapace di compiere delle analisi adeguate per la comprensione dei nuovi rapporti di forza. Era necessario il ritorno a una mentalità scien- tifica, al ragionamento politico e al centralismo democratico, mentre l’approssimazione, le improvvisazioni e le deviazioni minoritarie del Partito guerriglia erano da respingere come reazionarie. In tale contesto la ritirata strategica era considerata necessaria al fine di «rimettere in discussione tutto nella strategia guerrigliera nella metropoli». Non si trattava di una resa, dunque, né di essere diventati «aspiranti bagnini alle Seychelles», come qual- cuno del Partito guerriglia li aveva definiti45. Il problema era più generale e stava nel ten- tativo curciano, ma anche di ex militanti dell’autonomia come Toni Negri, di togliere la valenza politica alla lotta armata, ridotta a un coacervo di tensioni sociali di giovani «arrab- biati e apolitici»46. Per gli autori del denso volume teorico, invece, si era chiuso un perio- do determinato, quello della «infanzia della lotta armata per il comunismo», dominato da una linea politica di sostanziale estremizzazione sistematica delle istanze rivoluzionarie.
Passando all’analisi del momento storico loro coevo, partendo dalla stessa nozione dello Sim si giungeva alla lettura dell’evoluzione internazionale del capitale all’interno di un mondo molto integrato e guidato dagli Stati Uniti. Per quanto riguarda lo Sim, il concetto veniva corretto nel senso che si metteva in risalto una dialettica tra gli interes- si dello Stato-nazione, che opera su progetti di medio e lungo termine per la crescita complessiva del paese, e le singole multinazionali, interessate al profitto immediato. Il capitale non si doveva interpretare come un Moloch onnipotente, ma come una comples- sa macchina che creava, operando, delle contraddizioni soprattutto all’interno del campo capitalista e, in particolare, proprio tra lo Stato-nazionale e le multinazionali.
Lo Stato delle Multinazionali, dunque, esisteva solo là dove la forza economica dello Stato era davvero debole e dipendente in modo quasi totale dal flusso commerciale garantito dalle imprese straniere. Nei paesi più ricchi, invece, lo Sim non si poteva realizzare per la resistenza dello Stato stesso all’invadenza delle corporations. Dunque, non ci si trovava di fronte a un unico progetto imperialista, ma a tanti in concorrenza tra loro e il «cuore dello Stato», di conseguenza era costituito dal progetto politico dominante in una determinata congiun- tura e non da un assoluto. L’aver letto il cuore dello Stato come il punto di rottura del potere capitalistico, al contrario, aveva condotto le Br nel vicolo cieco in cui si trovava la lotta armata come elemento strategico di emancipazione del proletariato. Allora, il parti- to armato non poteva essere l’elemento di organizzazione della vita delle masse ma solo l’organo tendente a diventare la loro direzione politico-militare, al fine di trasformare la loro mobilitazione rivoluzionaria in conquista del potere. Gli obiettivi politici del partito dovevano coincidere con l’interesse generale del proletariato e il suo programma doveva prevedere i contenuti politici generali della mobilitazione di classe (l’esempio portato è il no all’installazione dei missili balistici in Italia e il no alla revisione della scala mobile). Ma si tratta di obiettivi parziali, in quanto il proletariato sentirà la necessità di armarsi e combattere solo quando milioni di persone si sarebbero trovate a non poter più vivere come prima. Dunque, la fase nuova che si doveva aprire per le organizzazioni comuniste combattenti in Italia doveva necessariamente partire dal superamento dell’idea che l’atti- vità del partito e quella delle masse non potevano essere unificate da una pratica di lotta armata né giungere a una unità ideologica, ma che poteva aspirare a trovare dei momen- ti di mediazione in un programma politico generale, nuovo compito delle Br-pcc.
UN RICORDO DI PROSPERO DI UN SUO COMPAGNO
Il pezzo di Sandro Padula, che anticipiamo qui grazie a lui, sarà pubblicato presto su "Ristretti Orizzonti"
Gallinari: dopo 33 anni non aveva ancora ottenuto la libertà condizionale
di Sandro Padula
Quattordici gennaio 2013. Cielo grigio e piovoso.
“Stamattina è morto Prospero”, leggo in una mail.
“La brutta notizia, – precisa qualche minuto dopo un amico al telefono - è confermata da Sante che vive a Bologna”.
Sante Notarnicola, l’autore del libro “L’evasione impossibile”, conosceva bene Prospero Gallinari, colui che si definì “un contadino nella metropoli” nell’omonimo testo di memorie.
Ex brigatista rosso, 62 anni, in sospensione della pena carceraria per motivi di salute dal 1996, Prospero abitava a Reggio Emilia e, pur essendo stato arrestato l'ultima volta nel 1979, non aveva nemmeno ottenuto la libertà condizionale, la cui istanza fu da lui indirizzata qualche anno fa al tribunale di sorveglianza di Bologna e mai discussa. Sì, mai discussa.
Della libertà condizionale, il beneficio che funge da ultimo tunnel penale prima della libertà, non ha visto nemmeno l’ombra.
La sospensione della sua pena carceraria in senso stretto corrispondeva ad una misura ibrida fra gli arresti domiciliari e la semilibertà: Prospero poteva uscire di casa, in alcuni orari prestabiliti della giornata lavorativa, ma non di notte.
Agli amanti dei misteri non fa scandalo la realtà italiana per cui dopo 3 decenni ci sono ancora dei detenuti politici. Fa scandalo se da ragazzino Prospero era un marxista-leninista ortodosso o se, nei primissimi anni ’70 e per breve tempo, ebbe dei rapporti con Corrado Simioni, il teorico della “superclandestinità” abbandonato al suo destino da tutti i militanti delle Br – nessuno escluso - perché ritenuto megalomane, maldestro e inconcludente.
Prospero ha maturato le proprie idee a Reggio Emilia in un determinato periodo storico e le ha sviluppate nelle metropoli operaie del Nord Italia, nell’esperienza carceraria fra il 1974 e il 1976 e poi, dopo un’evasione, a Roma.
Fu sempre fedele alle persone amiche, condividendo con loro la propria vita e dimostrandosi particolarmente sensibile anche nei momenti più difficili, ad esempio dopo la seconda carcerazione quando, assieme a Linda Santilli, scrisse il primo libro italiano sull’effetto estensivo della pena detentiva ai parenti dei detenuti: “Dall'altra parte: l'odissea quotidiana delle donne dei detenuti politici” (Feltrinelli, 1995).
Prospero sapeva che in una organizzazione politica come le Br le responsabilità erano collettive e rimase coerente rispetto a tale consapevolezza fino all’ultimo giorno della sua vita.
Nel 2009 ha elaborato la postfazione di “Andate e ritorni. Conversazioni tra passato presente e futuro” (Colibrì editore), un libro dell’ex br Loris Tonino Paroli a cura di Giovanna Panigadi e Romano Giuffrida e con prefazione di Renato Curcio.
Nel 2011 ha partecipato a “Ils étaient les Brigades rouges", un documentario trasmesso a puntate in una televisione francese (vedasi l’estratto:http://www.dailymotion.com/video/xkua7m_extrait-du-film-ils-etaient-les-brigades-rouges_shortfilms#.UPVDHfI5gcY ).
Prospero resta quindi una figura limpida, una specie di libro multimediale aperto, per tutte le persone che, all’interno e all’esterno delle carceri, ne hanno conosciuto il coraggio, l’umiltà e l’altruismo.
lunedì 14 gennaio 2013
PROSPERO AMAVA GUCCINI
I suoi amici lo sapevano. Prospero amava Francesco Guccini. In casa ha tutti i suoi CD. Lo riteneva il cantautore italiano più bravo. E' difficile scegliere con quale canzone ricordarlo. Una forse vale l'altra.
Inutile cercare simboli. Allora una canzone cantata da Guccini, ma non scritta da lui.
Luci a San Siro
Inutile cercare simboli. Allora una canzone cantata da Guccini, ma non scritta da lui.
Luci a San Siro
CIAO PROSPERO
GALLINARI E' MORTO OGGI IN UN OSPEDALE DI REGGIO EMILIA.
SI ERA SENTITO MALE IN AUTO E UN PASSANTE HA CHIAMATO IL 118.
IN QUESTO VIDEO LA SUA INTERVISTA PIU' RECENTE
PER UN DOCUMENTARIO PRODOTTO DALLA TELEVISIONE TEDESCO-FRANCESE ARTE'
RICORDI DI PROSPERO QUI
Qui il ricordo della sua convalescenza al San Giovanni nel 1979
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