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martedì 26 marzo 2013

AUTOBIOGRAFIE E MEMORIA DEL '900

Questo è l'intervento al convegno organizzato al Nuovo Cinema Palazzo dal titolo "Autobiografie e memorie del 900. Un contadino nella metropoli", che si svolge domani 27 marzo a Piazza dei Sanniti 9 (via dei Volsci).




Come avete scritto nella presentazione di questo incontro, Primo Levi riteneva la memoria umana uno strumento meraviglioso, ma fallace: “I ricordi che giacciono in noi non sono incisi sulla pietra; non solo tendono a cancellarsi con gli anni, ma spesso si modificano, o addirittura si accrescono, incorporando lineamenti estranei”.

Questo ci dice alcune cose importanti: che la memoria è uno strumento, che però sbaglia, ossia, spesso è inattendibile. La memoria, intesa come la capacità di ricordare gli avvenimenti, è una macchina complessa che lavora per inclusioni ed esclusioni.

Strettamente collegato a questo troviamo l’altro problema di cui si parla nella presentazione di questo pomeriggio: l’autobiografia come fonte.

Si pone il problema delle differenze sottese a ciascuna autobiografia, “specchio di diverse esperienze di vita”. Ma ciò è ben più che naturale. Il vero problema, mi chiedo, non è forse – come ho detto – che la memoria lavori per inclusioni ed esclusioni? Se è così, appare secondario che nelle autobiografie ci siano differenze dovute alle diverse esperienze di vita. perché ciò è normale. noi, invece, parliamo di metodo prima che di contenuto.

E mi chiedo ancora: è vero che “Un primo elemento di analisi applicabile a tutti i testi e, attinente in realtà al genere autobiografico in generale, è il problema della memoria”?

La mia risposta è che potrebbe esserlo, ma potrebbe anche non esserlo. Se io, nel momento in cui scrivo una autobiografia, mi comporto come uno storico, e dunque inserisco documenti a sostegno dei miei ricordi, che verifico constantemente, l’autobiografia cessa di essere un problema della memoria.

In realtà la memoria è, non solo e non soprattutto, il ricordo personale. ovvero: se potessi intervistare tutti i partecipanti alla lotta armata degli anni settanta, mi avvicinerei molto alla verità storica di quel periodo. La forchetta all’interno della quale ricostruisco una vicenda sarebbe molto stretta. Ma un’operazione del genere è complicata, al limite del possibile. Non mi fermo però a chiarire perché. sono problemi di facile intuizione.

La memoria è anche il modo in cui una generazione usa il ricordo, gli oggetti attraverso cui ricorda (che trascendono la memoria personale) il luogo e il modo in cui questi oggetti sono conservati e il momento in cui nella società scatta la possibilità che essi diventino condivisibili. Che non è sinonimo di memoria condivisa, un concetto politico che poco ha a che vedere con il lavoro dello storico e sul quale si ritornerà. Condivisibili vuole dire “fruibili”, perché li si cerca, nella società si accende intorno a loro un interesse e li si vuole vedere, conoscere, valutare. ci si vuole confrontare. 

In Italia tutti i tipi di memoria degli anni settanta, tra cui la memoria incarnata nella cultura materiale, non sono potuti diventare comune retaggio culturale. Non mi soffermo sui motivi per cui questo è accaduto [l’elenco è lungo: posizione delle forze politiche e dei loro eredi, posizione della stampa, delle associazioni dei parenti delle vittime, delle istituzioni, ma anche del fatto che la storia giudiziaria di alcuni ex ha perso progressivamente il carattere politico]. Perché ho parlato di “tipi di memoria”? Perché accanto alla memoria orale troviamo quella materiale, che riveste un grande interesse nello studioso e una grande importanza.

Ed è una memoria doppia: vale per i combattenti, vale per – usando una definizione che neanche è del tutto loro, perché non arrivano a tanto, ma ha un suo significato storiografico preciso – la memoria delle vittime del terrore politico.

La memoria degli oggetti, delle cose, così come ogni altra memoria, si divide in privata e pubblica. privata è ciò che si conserva in famiglia in memoria di coloro che sono morti. si tratta di oggetti lasciati da chi ha scelto la strada della clandestinità, o da chi, non avendola scelta, è morto conducendo una vita “normale”. Ma anche di tutti quegli oggetti conservati oggi di quel periodo da chi ha passatto decine di anni in carcere. Gli oggetti di uso quotidiano, i regali inviati a casa dal carcere.

La memoria pubblica è invece composta da tre componenti principali: la prima è la collezione tematica dei musei. La seconda sono le “cicatrici” della storia: luoghi dove sono state eseguite, per esempio, stragi, o il cercere stesso. La terza è costituita dalle lapidi commemorative e da singoli segni della memoria.

Una raccolta di articoli di giornale riguardante un singolo episodio fa parte di quella memoria privata che si conserva in famiglia, di norma in un luogo appartato, da parte di una sola persona, che si è assunta l’incarico. Così come le lettere, quaderni, materiale scritto che riporta la presenza della persona morta. Vale per i militanti, vale per le vittime delle stragi, per quelle di azioni militari (attentati). Si tratta di cose che vanno a costituire una specie di archivio privato (se volete poi potrò tornare su un archivio che ho rimesso in ordine a milano), ma che spesso restano lì. Non riescono a venire alla luce, perché mancano nella società le condizioni per cui questo ciò accada. per i parenti delle vittime, per esempio, si è dovuto attendere un libro come “spingendo la notte più in là”, perché quelle memorie – al di là del loro contenuto – fossero accettate dai circoli del mercato libraio italiano e dai giornali come novità e quindi inizio di un nuovo genere. ma quanti anni ci sono voluti?
Memoria pubblica, che non c’entra qui con i giorni della memoria – legati strettamente alla politica e non alla ricerca.
Collezioni dei musei. Esiste un “Museo per la Memoria di Ustica”; per Bologna un archivio virtuale. Poi ci sono i film, che è un modo strano per ricordare, ma rientrano in questo genere. Le cicatrici della Storia sono i luoghi in cui si sono svolti attentati, stragi, rivolte. Le piazze fotografate da Tano d’Amico, il circuito dei camosci, i resti dell’aereo di Ustica, la crepa che ancora si vede nella stazione ferroviaria di bologna.
Il terzo sono i monumenti alle vittime. Prendiamo le lapidi che ricordano Pinelli, come esempio. Due le troviamo in piazza fontana a pochi metri una dall’altra. Una dice: “A Giuseppe Pinelli, ferroviere anarchico, innocente morto tragicamente nei locali della questura di Milano”. è del comune di milano. l’altra: “A Giuseppe Pinelli, ferroviere anarchico, ucciso innocente nei locali della questura di Milano”. Gli studenti e i democratici milanesi, più un intervento esterno.
Una mano, in passato, ha corretto nel primo caso morto con ucciso. Si tratta di due memorie: una pubblica, del comune, una privata resa pubblica, da parte di “studenti e democratici milanesi”.
La lapide di Bologna dice: 2 agosto 1980: vittime del terrorismo fascista. In più l’orologio, fermo all’ora dell’attentato.
Per piazza fontana:

IN QUESTA PIAZZA
LUOGO DI OPEROSI INCONTRI CIVILI
IL 12 DICEMBRE 1969
UN CRIMINOSO ATTENTATO
RECAVA TRAGICA SFIDA
ALLA CITTA' ED ALLE ISTITUZIONI
REPUBBLICANE
MILANO POPOLARE E DEMOCRATICA
ONORAVA CON DETERMINAZIONE
UNITARIA IL SACRIFICIO DELLE
VITTIME INNOCENTI MOBILITANDOSI
CONTRO L'ATTACCO EVERSIVO
E CONTRO OGNI TENTATIVO DI
AVVENTURISMO AUTORITARIO
A RICONFERMA DELL'ATTUALITA'
DEI VALORI DI LIBERTA' E GIUSTIZIA
CARDINI DEL RINNOVAMENTO
CIVILE E SOCIALE DEL PAESE



per via fani e aldo moro, rispettivamente:

Oreste Leonardi, Francesco Zizzi, Domenico Ricci, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera. In questo luogo alle 9.05 del 16 marzo 1978 cinque uomini fedeli allo Stato e alla democrazia sono stati uccisi con fredda ferocia mentre adempivano il loro dovere.

Ecco cosa riporta la lapide di Moro in via Caetani:

Cinquantaquattro giorni dopo il suo barbaro rapimento, venne ritrovato in questo luogo, la mattina del 9 maggio 1978, il corpo crivellato di proiettili di Aldo Moro. Nato a Maglie il 23 settembre 1916 professore ordinario dell’università di Roma segretario politico e poi presidente della Democrazia Cristiana più volte presidente del consiglio dei ministri della Repubblica italiana. Per oltre trent’anni recò all’attività politica del paese rinato alla libertà e alla democrazia il contributo impareggiabile della sua lucida intelligenza della rettitudine morale di una squisita sensibilità capace di cogliere nella fedeltà ai principi fermamente professati le varie esigenze emergenti nella società italiana in rapida trasformazione. Il suo sacrificio freddamente voluto con disumana ferocia da chi tentava inutilmente d'impedire l'attuazione di un programma coraggioso e lungimirante a beneficio dell'intero popolo italiano resterà quale monito e insegnamento a tutti i cittadini per un rinnovato impegno di unità nazionale nella giustizia, nella pace, nel progresso sociale. Il comune di Roma pose nel primo anno della morte.

Non una parola, in entrambi i casi, sulle Brigate Rosse.
La Memoria è sempre legata all’oblio. Cosa si sceglie di ricordare esclude ciò che si decide di non ricordare.

C’è poi la memoria che in realtà non lo è. Vi leggo cosa è stato scritto da Repubblica in occasione del trentennale di via fani:

Quel che mette a disagio, se ci si guarda intorno, è la memoria. Un'ingombrante memoria, in questo colle di Roma, non aiuta quel po' di storia identitaria che abbiamo messo insieme negli ultimi trent'anni. L'immagine del passato è ancora lì incorrotta come per il ricordo dell'assassinio di JFK o dell'11 settembre. Non c'è chi non ricordi dov'era e con chi in quel momento, che cosa disse e fece in quel momento preciso quando seppe che cosa era accaduto a Roma. Non c'è chi non abbia ancora negli occhi - al punto da poterne sentire ancora l'ansia - i parabrezza frantumati, i fori neri nell'auto bianca, il corpo di Iozzino a braccia larghe coperto da un lenzuolo bianco e la macchia di sangue sull'asfalto - densa, scura - un caricatore vuoto accanto al marciapiede nel piano sequenza di 3 minuti e 12 secondi dell'operatore del Tg che accompagna la voce ansimante di Paolo Frajese. Quel che non va è la storia, non la memoria. La storia, dopo trent'anni, dovrebbe essere ferma, fissa in un ordine temporale chiuso e ordinato, immobile, ragionevolmente condivisa alle nostre spalle e dovrebbe essere deficit della memoria farsi abitualmente ondivaga, flessibile, soggettiva, un po' falsaria. Per il "caso Moro" quest'equilibrio è capovolto: la memoria è solida, resistente, "condivisa"; la storia è fragile, contraddittoria, incerta, ancora precaria, quasi impedita dalla memoria. Dalla memoria dei brigatisti che scrivono, parlano, raccontano tra silenzi e omertà; la memoria di chi era al potere in quei giorni e ancora ha voce oggi: più che parlare spiegando, dissimula, confonde reticente e ancora oggi nasconde che cosa è stato.

Tutto questo non ha nulla a che vedere con la memoria, per la quale il giornalista intende il semplice ricordo. né con la storia. Le accuse sono buttate lì, generiche, senza un nome, un fatto, un “fare i conti” con la storia. Tutto troppo facile, come spesso accade.

prendiamo una parte del discorso di Giorgio Napolitano in occasione del primo giorno della memoria, il 9 maggio 2008, istituito dal parlamento italiano nel 2007. anche qui troviamo degli importanti spunti di riflessione.

Questo è il giorno del ricordo e del pubblico riconoscimento che l'Italia da tempo doveva alle vittime del terrorismo. E' il giorno del sostegno morale e della vicinanza umana che l'Italia sempre deve alle loro famiglie. Ed è il giorno della riflessione su quel che il nostro paese ha vissuto in anni tra i più angosciosi della sua storia e che non vuole mai più, in alcun modo, rivivere.
Parlo del terrorismo serpeggiante in Italia a partire dalla fine degli anni '60, e infine esploso come estrema degenerazione della violenza politica ; parlo delle stragi di quella matrice e della lunga trama degli attentati, degli assassinii, dei ferimenti che insanguinarono le nostre città. L'obbiettivo che i gruppi terroristici così perseguivano era quello della destabilizzazione e del rovesciamento dell'ordine costituzionale. Dedichiamo l'incontro di oggi in Quirinale alle vittime di quell'attacco armato alla Repubblica, che seminò ferocemente lutto e dolore.
Sappiamo che nell'istituire, un anno fa, questo "Giorno della memoria" il Parlamento ha raccolto diverse proposte, comprese quelle rivolte a onorare gli italiani, militari e civili, caduti in anni recenti nel contesto delle missioni in cui il nostro paese è impegnato a sostegno della pace e contro il terrorismo internazionale, nemico insidioso capace di colpire anche a casa nostra. Alla loro memoria rinnovo l'omaggio riconoscente delle istituzioni repubblicane e della nazione. Sono certo che anche al loro sacrificio si rivolgerà pubblico omaggio nelle manifestazioni e negli incontri cui darà luogo ovunque la celebrazione del "Giorno della memoria". E colgo l'occasione per ricordare anche le vittime causate da fatti di diversa natura, dal disastro di Ustica all'intrigo delittuoso della Uno Bianca, ai caduti nell'adempimento del loro dovere e ai semplici cittadini, uomini e donne, che hanno perso la vita in torbide circostanze, su cui non sempre si è riusciti a fare pienamente chiarezza e giustizia. Più in generale, mi inchino a tutti i caduti per la Patria, per la libertà e per la legalità democratica, e dunque - come dimenticarle ! - alle tante vittime della mafia e della criminalità organizzata.


Come possiamo vedere, si tratta di un grande calderone, dove denominatori comuni sono l’essere stati uccisi e l’essere italiani, civili o militari, in guerra o in pace, non fa differenza. Però, qui viene per la prima volta nominata l’organizzazione Brigate Rosse.

La scelta della data per il "Giorno della memoria" è caduta per validi motivi sull'anniversario dell'assassinio di Aldo Moro. Perché se nel periodo da noi complessivamente considerato, si sono incrociate per qualche tempo diverse trame eversive, da un lato di destra neofascista e di impronta reazionaria, con connivenze anche in seno ad apparati dello Stato, dall'altro lato di sinistra estremista e rivoluzionaria, non c'è dubbio che dominanti siano ben presto diventate queste ultime, col dilagare del terrorismo delle Brigate Rosse. E il bersaglio più alto e significativo che esso abbia raggiunto è stato il Presidente della Democrazia Cristiana, sequestrato, tenuto prigioniero per quasi due mesi e infine con decisione spietata ucciso.


Basterebbe un conto delle vittime per definire il “tributo di sangue” (usiamo le loro parole) pagato per mano delle BR meno incisivo di quello stragista, con un rapporto di uno a tre. Si tratta forse di un riconoscimento della loro valenza politica, allora?
No, leggendo di seguito non è così. ovviamente. La loro è una logica abberrante e Moro non viene ricordato per aver detto che la DC non si sarebbe fatta processare in parlamento o nelle piazze, ma perché aveva individuato

"manifestazioni di violenza" che avevano "uno sfondo ideologico" e si collocavano "tra la lotta politica e la lotta armata" ; di qui l'"apprensione per il logoramento" cui erano "sottoposte le istituzioni e le stesse grandi correnti ideali che credono nella democrazia".


Sono costretto a fermarmi, perché il tempo è terminato e forse sono andato oltre. Vorrei concludere  con un cenno al libro di Prospero. Egli dichiarò che nello scrivere la propria autobiografia avrebbe tentato di evitare il senno di poi e di Raccontare attingendo a critiche, autocritiche, scomuniche, valutazioni o giudizi maturati a posteriori. Avrebbe cercato di far riemergere il filo dei pensieri e degli atti compiuti nel modo in cui, effettivamente questi hanno attraversato e poi portato ad agire di conseguenza.

Un proposito difficile, arduo da realizzare, ma di grande fascino. Il comportamento di chi, come detto, si appresta a scrivere di se stesso con il rigore dello storico. Serve una grande capacità di spersonalizzazione e di oggettivizzazione, universalizzazione della materia e una vicenda cristallina alle spalle. Cose che Prospero aveva.


sabato 16 giugno 2012

DIMITRIS CHRISTOULAS E NEA DIMOKRATIA

Non deve essere piaciuto il gesto con cui Dimitris Christoulas affermò la propria libertà di protestare fino alle estreme conseguenze in piazza Syntagma il 4 aprile scorso. Durante il comizio finale di Samaras, documentato su questo blog, qualcuno ha rotto una perte del monumento che gli è stato dedicato alla memoria.
Dropi, si dice in greco in questi casi.

Ore 18.00 di sabato 16 giugno.
Chiara mi fa sapere che la lapide (che contiene il testamento di Dimitris) è stata riparata.
La sua foto.


giovedì 3 maggio 2012

IL DOPPIO STATO



Si avvicina il giorno del ricordo per le vittime del terrorismo. Che sarà commentato con un post. Apriamo l'argomento riprendendo la teoria del doppio stato, che sta anche alla base del film di Giordana "Romanzo di una strage", già commentato su queste pagine.

Lo Stato imperialista delle multinazionali non esisteva. Le Br cominciarono ad averne un chiaro segnale nei giorni del rapimento di Aldo Moro, quando il loro ostaggio rispondeva alle domande del processo senza cogliere gli intrecci che sottintendevano i brigatisti. Essi pensavano che ci fosse non già uno Stato nello Stato, ma un Sovrastato, potenziato e guidato dagli Stati Uniti, in grado di coordinare le politiche nazionali dei vari paesi del blocco occidentale. Quel mondo, pensavano i rapitori di Moro, stava andando verso una svolta strutturale che ne avrebbe mutato alle fondamenta le caratteristiche. Sarebbe cominciata la delocalizzazione del lavoro, la ristrutturazione della produzione e il primato del capitale finanziario su quello produttivo. Ma il processo non era irreversibile. Bastava scoprire gli ingranaggi, gli uomini, i referenti dello Sim per fermarlo e Moro era uno di questi.
 Si trovano, nella teorizzazione dello Sim, grandi intuizioni e capacità di lettura della realtà (fu ipotizzata nel 1975), ma anch ingenuità. La divisione del mondo in buoni e cattivi, in sodali e vittime innocenti non appartiene a una realtà complessa, che deve sempre tenere conto di moltissime forze, spesso in competizione, per restare in equilibrio. Quest'ultima considerazione si attaglia anche alla cosiddetta teoria del doppio Stato. Secondo alcuni, in Italia avrebbe a lungo convissuto un sistema nel quale lo Stato ufficiale sarebbe stato solo la parte visibile, emersa dell'intero apparato; alle sue spalle, nascosto, avrebbe agito un secondo Stato, che sarebbe coinvolto in un complesso disegno eversivo che partirebbe addirittura dalla strage del Primo Maggio 1947 a Portella della Ginestra, per dipanarsi attraverso tutta la storia italiana del secondo dopoguerra.  Un secondo Stato, dunque, all'interno del quale intere generazioni di funzionari, militari e civili, si sarebbero passate il testimone del complesso disegno. Questa ipotesi, che spesso diventa certezza in alcuni racconti, ha un grande pregio, ossia quello della semplificazione estrema: da una parte i democratici fedeli al dettato costituzionale, dall'altra i reazionari antidemocratici che pur di portare a termine il proprio sogno eversivo non hanno esitato a mettere bombe, depistare, assassinare personaggi divenuti scomodi. Per contro, i difetti sono molti, e tutti molto marcati. Uno studioso non può certo accontentarsi di una teoria senza riscontri, anche se a prima vista possa tornare utile per risolvere molti problemi. E i riscontri, per il doppio Stato, mancano. La filiera non è mai completa, i fatti si contraddicono, gli attentati e i depistaggi, veri o presunti, si accavallano senza una logica. Quando è stata scoperta la P2, molti ritennero che si fosse giunti alla testa del mostro. Poi, però, si è scoperto che in realtà i piduisti non erano dei golpisti, ma degli ultratlantisti, patrioti a modo loro, anzi, patrioti secondo molti parametri. La stessa delusione la diede Gladio; a capo Marrargiu non ci si addestrava per commettere attentati, ma per organizzare la resistenza armata contro l'invasione dell'esercito ungherese, quello destinato all'Italia in caso di guerra con il Patto di Varsavia. L'Italia sarebbe stata divisa in due e la resistenza concentrata, in attesa dei nostri, in Sicilia e Calabria. Se manca il nucleo di questo secondo Stato, ridurre tutto a uno Stato nello Stato, inoltre, impedisce allo storico e all'osservatore di cercare le responsabilità politiche che si sono succedute nel corso degli anni, di analizzare gli episodi al di fuori di contesti più ampi (per esempio internazionali), riducendo la storia italiana a mero complotto. La strage di Ustica e la copertura che è stata fatta del tentativo di uccidere il leader libico Gheddafi sui cieli italiani è paradigmatica di quanto si sostiene. Gli Stati Uniti non solo fallirono l'obiettivo, ma per errore provocarono l'abbattimento di un aereo di linea dell'Itavia e 81 morti civili. Le strutture dell'Aeronautica Militare italiana coprirono l'accaduto, ma poi la politica, tutta la politica, da sinistra a destra, mantenne il segreto sui fatti e a distanza di 32 anni ancora non abbiamo una versione ufficiale da parte del governo italiano. Davvero serve un secondo Stato per coprirci di vergogna? Si è trattato di uno dei maggiori, se non del maggiore depistaggio della storia repubblicana, eppure non compare mai tra le prove dell'esistenza di questo doppio Stato. Sarà perché a noi Gheddafi piace piaceva se Berlusconi lo adulava e Bettino Craxi lo avvertì nel 1986 dell'imminente bombardamento americano del suo quartier generale. Eppure non si può certo liquidare così la questione, né si può concordare pienamente con lo spirito delle parole del presidente Napolitano, che chiede una generica ricerca della verità senza assumersi la responsabilità di una posizione; neanche prese di posizione liquidatorie, del resto, ci soddisfano, perché quanti ritengono quella di Piazza Fontana una "strage di Stato" avevano e hanno motivi a sufficienza per farlo. E non bastano certo le parole di un presidente della Repubblica per superare il problema. Da quando, mi chiedo inoltre, la storia devono scriverla i politici? Pier Paolo Pasolini poco prima di morire stava lavorando alla stesura di un grande romanzo, Petrolio, che non riuscì a terminare. È la storia dell'Italia malata, dell'Italia delle stragi e delle morti violente, all'interno della quale si muovono persone reali, con nomi e cognomi e funzioni vere, non presunti attori mascherati o vestiti di ombre. In quei mesi Pasolini dichiarò di sapere i nomi dei mandanti, di conoscere i luoghi da dove erano partiti gli ordini delle stragi. Era il suo mestiere, disse, quello di conoscere queste cose, perché era uno scrittore.  L'Italia, sapeva Pasolini, è un paese fatto di tanti piccoli, a volte miserrimi interessi, che vanno tenuti insieme attraverso piccoli spostamenti, aggiustamenti appena percettibili. Qual è la logica per cui la nostra fedeltà alla Nato si è manifestata anche attraverso le bombe e gli attentati? La matrice degli attentati che hanno prodotto la carneficina che conosciamo è di destra. Esistono dei nomi, dei processi, delle condanne, delle prove al riguardo. Di materiale esplosivo e volontà eversiva fu piena l'Italia del dopoguerra. I gruppi neofascisti cominciarono a formarsi già dal 25 aprile e si svilupparono in particolare al Nord, dove infine negli anni Sessanta si passò all'azione. In determinanti momenti forze esterne, come poteva essere la Cia, o interne, come singoli uomini all'interno dei servizi, istigarono, o lasciarono fare, o coprirono post factum. Per questo Piazza Fontana è strage di Stato e per questo la strage alla stazione di Bologna fu  un attacco preciso al nostro paese da parte di un nemico. Che probabilmente prima ci era stato amico.  

venerdì 17 febbraio 2012

L'occupazione italiana della Grecia. La strage di Domeniko

E' passato da una settimana in Italia il giorno del ricordo. Il ricordo delle Foibe e dell'espulsione degli italiani dall'Istria, il cosiddetto ESODO.
Dal 1940 la Grecia ha subito innumerevoli catastrofi nella sua storia. La guerra contro l'Italia, l'occupazione militare, la guerra civile, la dittatura militare e ora i Diktat della Trojka.
Siamo stati a Domeniko, un paese vicino a Elasona, circa 25 km da Larisa, in Tessaglia, dove il 16 febbraio 1943 la divisione Pinerolo comandata dal generale Benelli, uccise a sangue freddo 154 civili, quasi tutti uomini con l'eccezione di due donne, di Domeniko, Damasio e Mesochorio, per rappresaglia contro un attacco degli andartes, i partigiani greci. Distrussero la vita economica di Domeniko, che ebbe 140 morti, e lasciarono una ferita che oggi resta ancora aperta nell'intera comunità.
I responsabili dell'eccidio raccontarono le gesta come un atto quasi eroico. Lo dicono i documenti ufficiali dell'esercito italiano
La strage venne compiuta in più luoghi. Quello di Kaykaki, dove si commemorano ogni anno le vittime, ha visto il maggior numero di uccisioni

IN QUESTO LUOGO SONO STATI ASSASSINATI 118 UOMINI DI DOMENICO, 5 DI DAMASIO, 12 DI MESOCHORIO IL 16 FEBBRAIO 1943 DALL'ESERCITO DI OCCUPAZIONE ITALIANO
ASSOCIAZIONE DI DOMENICO DI LARISA
DOMENIKO 1943 
KAYKAKI 1943 

UNA DONNA DI DOMENIKO ACCENDE DELLE CANDELE DI FRONTE ALLA CHIESA

DIETRO LA CHIESA


LA CROCE SUL MONUMENTO AI CADUTI

DOPO AVER RECITATO LA PREGHIERA

INTERNO DELLA CHIESA




UN PERENTE DI UNA VITTIMA

PARENTI DELLE VITTIME

LA COMMEMORAZIONE UFFICIALE






OMELIA DEI POPI




IL SINDACO DI ELASONA GIORGOS PASCHOPOULOS LEGGE IL DISCORSO DI COMMEMORAZIONE

STATHIS PROMIADIS. PER PRIMO HA COMINCIATO UNA BATTAGLIA LEGALE CON LO STATO ITALIANO
PERCHE' FOSSE RICONOSCIUTO IL CRIMINE

LETTURA DEI NOMI DEGLI UCCISI. A DIFFERENZA DELLE COMMEMORAZIONI ITALIANE, DOVE AL NOME DEL CADUTO SI RISPONDE "PRESENTE", I GRECI RISPONDONO "ASSENTE"




IL SINDACO DI ELASONA HA APPENA DEPOSTO UNA CORONA DI FIORI

LA CONSOLE ONORARIA ITALIANA A ELASONA, ANGELA ROMANA, DEPONE UNA CORONA DI FIORI
E' LA SECONDA VOLTA CHE L'ITALIA E' PRESENTE UFFICIALMENTE. LA PRIMA VOLTA FU NEL 2009 
SALUTO MILITARE AI CADUTI

IL LICEO DI DOMENIKO DEPONE UNA CORONA DI FIORI

IL GINNASIO DI DOMENIKO


LA SCUOLA ELEMENTARE DI DOMENIKO



ANGELA ROMANO

UN SECONDO LUOGO IN CUI GLI ITALIANI UCCISERO GLI ABITANTI DELLA ZONA, SULLA STRADA PER DOMENIKO