Visualizzazione post con etichetta PIAZZA FONTANA. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta PIAZZA FONTANA. Mostra tutti i post

giovedì 3 maggio 2012

IL DOPPIO STATO



Si avvicina il giorno del ricordo per le vittime del terrorismo. Che sarà commentato con un post. Apriamo l'argomento riprendendo la teoria del doppio stato, che sta anche alla base del film di Giordana "Romanzo di una strage", già commentato su queste pagine.

Lo Stato imperialista delle multinazionali non esisteva. Le Br cominciarono ad averne un chiaro segnale nei giorni del rapimento di Aldo Moro, quando il loro ostaggio rispondeva alle domande del processo senza cogliere gli intrecci che sottintendevano i brigatisti. Essi pensavano che ci fosse non già uno Stato nello Stato, ma un Sovrastato, potenziato e guidato dagli Stati Uniti, in grado di coordinare le politiche nazionali dei vari paesi del blocco occidentale. Quel mondo, pensavano i rapitori di Moro, stava andando verso una svolta strutturale che ne avrebbe mutato alle fondamenta le caratteristiche. Sarebbe cominciata la delocalizzazione del lavoro, la ristrutturazione della produzione e il primato del capitale finanziario su quello produttivo. Ma il processo non era irreversibile. Bastava scoprire gli ingranaggi, gli uomini, i referenti dello Sim per fermarlo e Moro era uno di questi.
 Si trovano, nella teorizzazione dello Sim, grandi intuizioni e capacità di lettura della realtà (fu ipotizzata nel 1975), ma anch ingenuità. La divisione del mondo in buoni e cattivi, in sodali e vittime innocenti non appartiene a una realtà complessa, che deve sempre tenere conto di moltissime forze, spesso in competizione, per restare in equilibrio. Quest'ultima considerazione si attaglia anche alla cosiddetta teoria del doppio Stato. Secondo alcuni, in Italia avrebbe a lungo convissuto un sistema nel quale lo Stato ufficiale sarebbe stato solo la parte visibile, emersa dell'intero apparato; alle sue spalle, nascosto, avrebbe agito un secondo Stato, che sarebbe coinvolto in un complesso disegno eversivo che partirebbe addirittura dalla strage del Primo Maggio 1947 a Portella della Ginestra, per dipanarsi attraverso tutta la storia italiana del secondo dopoguerra.  Un secondo Stato, dunque, all'interno del quale intere generazioni di funzionari, militari e civili, si sarebbero passate il testimone del complesso disegno. Questa ipotesi, che spesso diventa certezza in alcuni racconti, ha un grande pregio, ossia quello della semplificazione estrema: da una parte i democratici fedeli al dettato costituzionale, dall'altra i reazionari antidemocratici che pur di portare a termine il proprio sogno eversivo non hanno esitato a mettere bombe, depistare, assassinare personaggi divenuti scomodi. Per contro, i difetti sono molti, e tutti molto marcati. Uno studioso non può certo accontentarsi di una teoria senza riscontri, anche se a prima vista possa tornare utile per risolvere molti problemi. E i riscontri, per il doppio Stato, mancano. La filiera non è mai completa, i fatti si contraddicono, gli attentati e i depistaggi, veri o presunti, si accavallano senza una logica. Quando è stata scoperta la P2, molti ritennero che si fosse giunti alla testa del mostro. Poi, però, si è scoperto che in realtà i piduisti non erano dei golpisti, ma degli ultratlantisti, patrioti a modo loro, anzi, patrioti secondo molti parametri. La stessa delusione la diede Gladio; a capo Marrargiu non ci si addestrava per commettere attentati, ma per organizzare la resistenza armata contro l'invasione dell'esercito ungherese, quello destinato all'Italia in caso di guerra con il Patto di Varsavia. L'Italia sarebbe stata divisa in due e la resistenza concentrata, in attesa dei nostri, in Sicilia e Calabria. Se manca il nucleo di questo secondo Stato, ridurre tutto a uno Stato nello Stato, inoltre, impedisce allo storico e all'osservatore di cercare le responsabilità politiche che si sono succedute nel corso degli anni, di analizzare gli episodi al di fuori di contesti più ampi (per esempio internazionali), riducendo la storia italiana a mero complotto. La strage di Ustica e la copertura che è stata fatta del tentativo di uccidere il leader libico Gheddafi sui cieli italiani è paradigmatica di quanto si sostiene. Gli Stati Uniti non solo fallirono l'obiettivo, ma per errore provocarono l'abbattimento di un aereo di linea dell'Itavia e 81 morti civili. Le strutture dell'Aeronautica Militare italiana coprirono l'accaduto, ma poi la politica, tutta la politica, da sinistra a destra, mantenne il segreto sui fatti e a distanza di 32 anni ancora non abbiamo una versione ufficiale da parte del governo italiano. Davvero serve un secondo Stato per coprirci di vergogna? Si è trattato di uno dei maggiori, se non del maggiore depistaggio della storia repubblicana, eppure non compare mai tra le prove dell'esistenza di questo doppio Stato. Sarà perché a noi Gheddafi piace piaceva se Berlusconi lo adulava e Bettino Craxi lo avvertì nel 1986 dell'imminente bombardamento americano del suo quartier generale. Eppure non si può certo liquidare così la questione, né si può concordare pienamente con lo spirito delle parole del presidente Napolitano, che chiede una generica ricerca della verità senza assumersi la responsabilità di una posizione; neanche prese di posizione liquidatorie, del resto, ci soddisfano, perché quanti ritengono quella di Piazza Fontana una "strage di Stato" avevano e hanno motivi a sufficienza per farlo. E non bastano certo le parole di un presidente della Repubblica per superare il problema. Da quando, mi chiedo inoltre, la storia devono scriverla i politici? Pier Paolo Pasolini poco prima di morire stava lavorando alla stesura di un grande romanzo, Petrolio, che non riuscì a terminare. È la storia dell'Italia malata, dell'Italia delle stragi e delle morti violente, all'interno della quale si muovono persone reali, con nomi e cognomi e funzioni vere, non presunti attori mascherati o vestiti di ombre. In quei mesi Pasolini dichiarò di sapere i nomi dei mandanti, di conoscere i luoghi da dove erano partiti gli ordini delle stragi. Era il suo mestiere, disse, quello di conoscere queste cose, perché era uno scrittore.  L'Italia, sapeva Pasolini, è un paese fatto di tanti piccoli, a volte miserrimi interessi, che vanno tenuti insieme attraverso piccoli spostamenti, aggiustamenti appena percettibili. Qual è la logica per cui la nostra fedeltà alla Nato si è manifestata anche attraverso le bombe e gli attentati? La matrice degli attentati che hanno prodotto la carneficina che conosciamo è di destra. Esistono dei nomi, dei processi, delle condanne, delle prove al riguardo. Di materiale esplosivo e volontà eversiva fu piena l'Italia del dopoguerra. I gruppi neofascisti cominciarono a formarsi già dal 25 aprile e si svilupparono in particolare al Nord, dove infine negli anni Sessanta si passò all'azione. In determinanti momenti forze esterne, come poteva essere la Cia, o interne, come singoli uomini all'interno dei servizi, istigarono, o lasciarono fare, o coprirono post factum. Per questo Piazza Fontana è strage di Stato e per questo la strage alla stazione di Bologna fu  un attacco preciso al nostro paese da parte di un nemico. Che probabilmente prima ci era stato amico.  

mercoledì 4 aprile 2012

ROMANZO DI UNA STRAGE

GIORDANA
"Sa quante volte mi scrivono 'questore fascista' solo perché ho diretto il confino di Ventotene?".

A questa frase del questore di Milano rivolta a Calabresi, ho pianto. Di rabbia. Perché ancora una volta la storia del mio paese viene ridotta a farsa. Che sia un film, come in questo caso, un libro, un incontro pubblico, si ripete con insistente frequenza.
Sto parlando del film di Giordana dedicato alla strage di Piazza Fontana, quando il mio paese perse l'innocenza. Era il 1969. La lotta di classe stava assumendo dimensioni tali da far parlare gli storici di "un'epoca". L'autunno caldo, la lotta per la casa, il rinnovo del contratto nazionale dei metalmeccanici.
Giordana riduce questi elementi a una manifestazione con cui si apre il film. La manifestazione al Lirico di Milano, che si concluse con la morte del poliziotto Antonio Annarumma.
Non sappiamo, dal film, come siano scoppiati gli scontri. Vediamo i manifestanti marciare. Poi, il fumo dei lacrimogeni.
Non mi aspettavo qualcosa di diverso. Neanche ne "La meglio gioventù" la lotta di classe è un attore del film. Ricordate la brigatista? Sembra una pazza.
Nella sua nuova opera Giordana mette tutti dentro lo stesso canovaccio: gli anarchici, i fascisti, Borghese, Feltrinelli, i servizi, Aldo Moro! Verso il quale, per far tornare i conti, fa anticipare le critiche dell'amministrazione americana (era il 1974) di cinque anni. Gioca d'anticipo.
Aldo Moro che sembra un prete, che vediamo per due volte in chiesa, in piazza dei Giochi Delfici (altro che via Trionfale!) o nei palazzi della politica. Aldo Moro ministro degli Esteri, che appare e scompare, come un jolly. L'ultima scritta dei titoli di coda è dedicata a lui: "ucciso il 9 maggio 1978". Perché?
MISTERO. Perché il mistero paga, la dietrologia fa audience. Il mondo in bianco e nero di Giordana, diviso in buoni e cattivi, in bravi uomini dello Stato e depistatori di professione ruota intorno al commissario Calabresi. Perché Calabresi chiama Pinelli in Questura dopo lo scoppio della bomba del 12 dicembre 1969? Dal film non si capisce. Calabresi è un commissario al quadrato, nel senso che in lui si fondono i ruoli del poliziotto buono e di quello cattivo. E' un uomo confuso. Non sa cosa pensare. Non sa chi accusare. Tutto lo stupisce. E quando Pinelli vola dalla sua stanza sostiene di fronte ai giornalisti la versione taroccata della Questura.
"Io e Pinelli avevamo rapporti cordiali", dice di fronte al giudice, nel 1970, durante il processo per diffamazione. Calabresi e Pinelli. Due grandi interpretazioni di due dei nostri migliori attori. Il resto, teste di legno (si dice così in letteratura), ossia personaggi senza storia, che servono solo a tenere in piedi il circo. "Siamo pazzi a volere tanti figli in un mondo così", dice la moglie di Calabresi verso la fine del film.
E poi giù, dentro la dietrologia più profonda: due bombe a piazza Fontana, un deposito di Gladio scoperto per caso, dove viene portato Calabresi, ma per sentirsi dire: "Dimentica tutto". Ma allora perché ce lo portano?
Feltrinelli che muore a Segrate nel marzo 1972, poi l'uccisione dello stesso commissario. Che non vediamo. L'unico crimine per il quale esistono dei colpevoli per la giustizia italiana è omesso. Mastrandrea è riverso a terra nel suo sangue. Neanche ci fanno sentire i colpi di pistola.
Inchieste, controinchieste, Valpreda che sembra davvero il colpevole, i sosia (almeno tre!). Tutto confluisce in un nulla di grandi dimensioni. Il film non aggiunge nulla a quello che sapevamo, e in più toglie molto allo spettatore a livello emotivo. Quelli di Milano sono i nostri morti. La nostra storia. Che Giordana ridicolizza, facendo finta di volercela spiegare.



Aggiornamento del 3 maggio
La dietrologia si è impossessata del dibattito. LAPSUS, un autocostituitosi "laboratorio di storia" all'interno dell'Università di Milano, organizza:


Giovedì 10 maggio 2012
Camera del Lavoro di Milano
ore 18.00
proiezione gratuita del film

ROMANZO DI UNA STRAGE, DI MARCO TULLIO GIORDANA

ore 20.30,

DIBATTITO SUL FILM

interveranno
Onorio Rosati, segretario della Camera del lavoro di Milano
Ada Gigli Marchetti, presidentessa dell’Istituto lombardo di storia contemporanea
Piero Scaramucci, giornalista, già direttore di Radio Popolare
Piero Colaprico, giornalista de La Repubblica
Luciano Lanza, autore di “Bombe e segreti”
Aldo Giannuli, ricercatore di storia contemporanea Università degli studi di Milano
Marco Tullio Giordana, regista
coordina
Giulio leghissa, Associazione Adesso Basta
Promuovono
Camera del lavoro di Milano
Istituto lombardo di storia contemporanea
Associazione Adesso Basta




























martedì 3 aprile 2012

PIAZZA FONTANA

Per ora, dato che non ho visto il film, mi limito a commentare il titolo e a rimandare alla testimonianza di Giorgio Boatti al seguente link: http://terraelibertacirano.blogspot.it/2012/04/perche-non-sono-andato-alla-prima-di.html


Il titolo: "ROMANZO DI UNA STRAGE".

FACILE dire che ricorda "Romanzo Criminale". E che si segua l'onda del successo che ha portato questa antifrasi nelle casse degli autori, produttori, botteghini ecc. Ma ancora più facile per me, che provo a fare lo storico da almeno venti anni, è porsi la seguente domanda: Ho bisogno di un film per sapere come si sono svolti certi fatti? Non lo nego in assoluto. Ma il regista è stato in archivio? Ha trovato nuove fonti di prova? Ha testimonianze (per quanto possano valere) inedite? Oppure, meglio, si tratta di storia orale? Ha intervistato tutti coloro che in qualche modo sono stati direttamente coinvolti nella vicenda?
In tasca ho un link dove si può vedere in streaming. Questo grazie a un mio ex studente, che me lo ha inviato per mail. Pientothal su twitter, che ringrazio.
La bomba l'hanno messa i fascisti. Le indagini furono depistate. Non lo dico da storico. Ma non ho bisogno di un film per averne la conferma.