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lunedì 18 agosto 2014

CI SBAGLIAMO POCO


Di NERI SERNERI, nominato fama e professore di contemporanea per grazia di Dio e volere della Nazione, avevamo già parlato in questo blog. Non per altro, ma era stato in  commissione a un Concorso, sempre a Catania, dove aveva preso parte anche Marocnista. Che il concorso fosse truccato, quello di Marconista, me lo disse un collega dell'Ateneo, di fronte a testimoni. Ma transeat, grazie a questi imbecilli continuo a fare ricerca di alto livello. Ma che si arrivasse anche a questo che segue, non lo sapevo. Lo apprendo con un certo ritardo, cercando altro. E rimando.
(nel frattempo Marconista ha avuto la sua abilitazione, ma preferisce restare nella ricerca pura).

dal sito http://www.linkiesta.it/concorso-truccato


Neri Serneri




È possibile insegnare storia contemporanea dopo essersi laureati in architettura? Sì, se l’università che ti assume è italiana. Meglio se hai in comune alcune pubblicazioni con il presidente della commissione d’esame. Ancora di più se in passato l’ateneo che bandisce il concorso ti ha già assegnato altre cattedre.
La surreale vicenda risale allo scorso dicembre. E riguarda il concorso per ricercatore presso la facoltà di lingue e letterature straniere dell’Università di Catania. A fine dicembre il rettore premia la candidata vincitrice. Ma il primo degli esclusi - un esperto del settore disciplinare bandito - si appella al Tar, che accoglie il ricorso. Risultato? La commissione torna riunirsi e conferma la sua scelta. Per insegnare storia contemporanea è meglio un architetto (anche se le sue pubblicazioni scientifiche sono state valutate la metà dei punti di quelle del secondo classificato).
Meritocrazia all’italiana? Il mistero si infittisce, tanto che qualche settimana fa la storia arriva in Parlamento. A presentare un’interrogazione al ministro dell’Università è il Pd Paolo Corsini, che ripercorre la vicenda. Dal testo del documento si scopre che il concorso finito al centro delle polemiche è stato bandito dall’ateneo di Catania lo scorso 11 agosto. Una selezione pubblica per la stipula di un contratto di lavoro a tempo determinato (per un totale di cinque anni) «per lo svolgimento di attività di ricerca, didattica e didattica integrativa» da assegnarsi mediante concorso pubblico. Settore scientifico disciplinare: storia contemporanea.
Il 4 ottobre successivo viene nominata la commissione esaminatrice. Chiamati a scegliere il miglior candidato sono in tre: Luigi Masella dell’Università di Bari, Alessandra Staderini dell’Università di Firenze e Simone Neri Serneri dell’Università di Siena, che viene nominato presidente. Quando a novembre la commissione inizia a scremare le candidature, si stabiliscono le regole. Si decide che le valutazioni debbano tener conto di titoli, curriculum e produzione scientifica degli aspiranti ricercatori. Trenta punti al massimo per la valutazione dei titoli. Settanta per le pubblicazioni, da classificare in base ai seguenti criteri: originalità, innovatività, importanza. E, sembra ovvio: «congruenza con il settore scientifico-disciplinare per il quale è bandita la procedura».
Passa un mese e la commissione individua i sei candidati più meritevoli, che vengono ammessi alla seconda fase del concorso. A dicembre, gli aspiranti ricercatori vengono chiamati per discutere davanti agli esaminatori i titoli e la produzione scientifica. Il 20 dicembre vengono pubblicati i risultati del concorso. La vincitrice è Melania Nucifora, prima classificata con 89,3 punti. Dietro, Giambattista Scirè, con 86,45 punti. Ma quando il secondo classificato chiede di accedere agli atti delle selezioni, il risultato è sorprendente: dai documenti emergono «profili di illegittimità - così il deputato Corsini - e palesi irregolarità».
Si scopre che la vincitrice del concorso è sì laureata, ma in architettura. Un titolo di studio «non attinente o congruo al settore concorsuale bandito». Una «eccentrica» laurea in architettura, come hanno ammesso gli stessi membri della commissione. Non solo. Stando a quanto denuncia Corsini, Melania Nucifora non è neppure in possesso del titolo di dottorato di ricerca. Un male minore: curiosamente, infatti, la commissione d’esame aveva deciso di abbassare da 7 a 4 il punteggio massimo attribuito al titolo di dottore di ricerca. E il candidato escluso? Laureato in storia contemporanea con il massimo dei voti, un dottorato di ricerca in studi storici per l’età moderna e contemporanea e cinque anni di attività da assegnista di ricerca, sempre in storia contemporanea.
C’è dell’altro. La vincitrice del contratto di lavoro ha già avuto incarichi di docenza presso l’Università di Catania. Dove ha insegnato in almeno due facoltà: Ingegneria e Lettere. A destare qualche perplessità, poi, è il rapporto tra Melania Nucifora e il presidente della commissione esaminatrice. «Tra le pubblicazioni della candidata vincitrice - continua l’interrogazione - si evinceva la presenza di due saggi contenuti rispettivamente in due volumi curati dal presidente stesso della commissione, Neri Serneri». Come se non bastasse, qualche anno fa un volume del presidente della commissione era stato inserito nel programma d’esame del corso di Storia dell’architettura tenuto proprio dalla vincitore del concorso. «Ma su questo - racconta Corsini - non mi permetto di avanzare alcun sospetto».
Curiosa la valutazione delle pubblicazioni scientifiche. Giambattista Scirè ottiene 110 punti (ma deve fermarsi a 70, il limite massimo). Melania Nucifora, la vincitrice, ne totalizza 63. Circa la metà. «A permettere questa evidente penalizzazione - scrive Corsini - è la scelta degli specifici criteri di valutazione della commissione, che attribuiva 20 punti, anziché 10, alle singole monografie». E così lui presenta quattro monografie, lei due (peraltro «di evidente non congruità rispetto al settore del concorso»), ma entrambi ottengono più o meno lo stesso punteggio. Altre stranezze. La commissione decide di attribuire 4,8 punti alla partecipazione a convegni - confermata da un’autocertificazione - da parte della Nucifora, e solamente 1,8 punti ai convegni a cui aveva partecipato Scirè. «Una prospettiva di valutazione quanto meno sui generis».
«Anche io insegno storia moderna - racconta al telefono Paolo Corsini - E devo dire che questo caso va al di là di ogni fantasia. Non riesco a capire come sia stato possibile che un candidato senza dottorato di ricerca e senza studi di storia contemporanea sia potuto passare avanti al secondo classificato, di cui conosco personalmente alcune pubblicazioni». Il confronto tra Scirè e la Nucifora? «Assolutamente improponibile».
Intanto Giambattista Scirè decide di ricorrere al Tar di Catania. Il 22 marzo il tribunale accoglie il ricorso, che «presenta - si legge - consistenti profili di fumus in relazione alla dedotta incongruenza nella valutazione dei titoli della contro interessata». Cinque giorni dopo il rettore dell’Università di Catania convoca la commissione «per il riesame analitico e il conseguente ricalcolo del punteggio». Il 4 aprile scorso Masella, Staderini e Neri Serneri si riuniscono presso l’Università di Roma, ma l’esito del concorso viene confermato. L’università italiana ha un problema di meritocrazia? «Personalmente preferisco parlare di meritorietà - chiarisce Corsini - Sì, c’è un problema grande come un grattacielo».

domenica 9 giugno 2013

PRIGIONIERI DEL SILENZIO


Sesto San Giovanni (Mi). La targa ricorda lo scontro a fuoco in cui rimase ucciso anche il giovane Walter Alasia. Il plurale "terroristi" è un "falso ricordo"
Un’intera generazione italiana, quella che ha fatto la lotta armata negli anni Settanta e Ottanta del ‘900, scontate quasi tutte le pene dopo i secoli di carcere con i quali lo Stato l’ha punita, deve tacere. Questo è il centro del discorso di molti tra storici e giornalisti, che trovò una sintesi in un articolo di Claudio Magris sul “Corriere della Sera” del 31 luglio 2009. Egli ammette che il brigatista possa recuperare i pieni diritti civili e politici (anche se nessuno dei condannati per fatti di lotta armata che in sentenza si sia visto infliggere pene accessorie perpetue viene reintegrato automaticamente nei suoi diritti. Per fare ciò occorre attivare la procedura di “riabilitazione”), che possa anche esprimersi sulle piattole, qualora nel frattempo il carcere gli avesse fornito l’istruzione adeguata, ma non una parola sul suo passato di combattente. Ma nel processo penale la responsabilità è personale. E così, il brigatista è un brigatista, e non un SS, non un mafioso, non uno stragista impunito. A ognuno il suo, per cominciare. E di brigatisti e brigatismo, si deve allora parlare, visto l’elenco di alcune delle vittime che fa Magris (non tutte peraltro colpite dalle Brigare rosse) considerate “le figure dell’Italia migliore, quella più libera e aperta e democratica, che avrebbe potuto e dovuto essere diversa da quella di oggi”. Come se il motivo per cui oggi siamo qui è perché in Italia c’è stata la lotta armata. O perché quelli che l’hanno fatta hanno perso, si potrebbe dire provocatoriamente, ma con la stessa efficacia? 
Intanto mi sembra uno strano recupero dei diritti quello di chi, riabilitato, può andare a votare per il parlamento italiano, ma non deve dire una parola sugli anni in cui fu protagonista. Da sempre i reduci hanno raccontato della propria guerra. Ma c’è dell’altro. I brigatisti, primi e unici nella storia di questo paese, scelsero di rivendicare i propri delitti e di assumersi tutti la medesima responsabilità di fronte alla legge, indipendentemente dal ruolo concreto avuto in una determinata azione. Al punto che molti sono stati condannati all’ergastolo per il sequestro Moro senza essere stati in via Fani, né in via Montalcini, né in via Caetani. Se avessero deciso di difendersi singolarmente, senza dichiararsi rei, la storia giudiziaria delle Br sarebbe andata molto diversamente e le condanne si sarebbero contate con numeri più piccoli. Che dire, poi, delle continue riforme del codice penale per adeguare la legge alla nuova situazione creata in Italia dalla presenza di questo gruppo armato? Tutto ciò induce a pensare che si trattò di una storia politica. Nessuno degli uccisori di allora lo fece per questioni personali; nessuno aveva un “conto aperto” da chiudere. Come ipotizza Magris, “pensava di costruire un’Italia migliore”. E le vittime, mi si dirà? E i parenti delle vittime? Perché è questo, in fondo, il contesto all’interno del quale si chiede, ovvero si impone ai brigatisti di tacere. Il punto è di fondamentale importanza, ma prima di arrivarci mi preme mettere in luce ancora un aspetto. A quali brigatisti ci si riferisce, quando si chiede loro di tacere? Ai pentiti, ai dissociati o ai cosiddetti “irriducibili”? Le confessioni dei pentiti e quelle dei dissociati (ché quando parlano con il magistrato, invece, va bene) sono state qualitativamente differenti: i pentiti hanno offerto parole utili alle tesi dell’accusa in sede processuale, oltre che permesso in casi clamorosi l’arresto di decine di militanti. I dissociati hanno fornito ricostruzioni politiche della propria esperienza militante in linea con i desiderata dello Stato. Lo hanno fatto molti anni dopo il loro arresto, contribuendo alla sconfitta politica della lotta armata, non a quella militare. A quanto risulta a chi scrive, i pochi ex-militanti della lotta armata che hanno partecipato in modo attivo alla memorialistica appartengono in maggioranza alla schiera dei cosiddetti pentiti o dissociati. Per quanto concerne, invece, gli irriducibili, essi per lo più tacciono (e spesso i commentatori li accusano proprio per questo!) e anche quando parlano, come nel caso di Mario Moretti con un libro sulle Br per nulla apologetico, si sottolinea quello che non sarebbe stato ancora detto, perché è una verità predeterminata, quella che si vorrebbe ascoltare, non il pensiero di Moretti.
Veniamo alla questione delle vittime e dei loro parenti. Il 9 maggio è il giorno della memoria delle vittime del terrorismo in Italia. Di tutte le vittime, senza distinzione di matrice, tipologia di attentato, obiettivo. Nel 2009 la vedova Pinelli è stata invitata al Quirinale, dove ha incontrato la vedova Calabresi. L’iperbole è complessa, e va analizzata e spiegata. Da tempo, ormai, il calendario italiano si è riempito di giorni della memoria e del ricordo e si cerca di far passare l’idea che la memoria abbia una sorta di dignità parallela a quella della storia. Forse perché la memoria appartiene alle vittime, mentre la storia ai vincitori? In realtà non è così. La differenza è un’altra e ben più sostanziale. La memoria appartiene spesso alla sfera privata, mentre la storia è pubblica. La memoria non si può verificare, laddove la storia attende un riscontro da parte della comunità scientifica. La memoria non sostituisce la storia, né si affianca ad essa; offre delle fonti. Per questo, un incontro tra la vedova Pinelli e la vedova Calabresi può avere luogo solo nel giorno della memoria. Perché nella memoria si perdono i ruoli e Pinelli e Calabresi sono visti semplicemente come vittime. Nella storia, però, i ruoli sono attribuiti in un altro modo. L’assassinio di Pinelli è stato perpetrato all’interno di una struttura dello Stato nel corso di un’indagine sulla strage di piazza Fontana. Quello di Calabresi, in un contesto diverso e qualcuno che potrebbe spiegarcelo non vuole farlo. E, stranamente, a questi non si chiede di tacere. Ora, nel diritto moderno è lo Stato che regola il rapporto tra il reo e la giustizia, tanto che il pubblico ministero non difende i parenti delle vittime, ma sostiene l’accusa in nome del popolo italiano. La vittima, o i suoi parenti, si possono costituire parte civile, con un avvocato a rappresentarli. Il giudice, quindi, è terzo rispetto alle parti e non potrebbe essere altrimenti, da quando la dottrina giuridica e le costituzioni moderne hanno tolto alla famiglia il diritto di vendetta, sostituendolo con quello della giustizia. La memoria, come detto, rientra nella sfera privata e sembra più vicina alla vendetta che alla giustizia, se usata come rivendicazione. Ovviamente i parenti di una vittima hanno tutto il diritto di scrivere, appellarsi e indignarsi. Non lo ha, però lo Stato, che ha compiuto il proprio dovere arrestando i brigatisti e riuscendo a farli condannare, debellando il fenomeno. Dato, però, che lo Stato non dovrebbe vendicarsi - non può condannare nessuno né al silenzio, né all’oblio. Anzi, ne guadagnerebbe se, ora che la guerra è finita da tempo, si impegnasse per capire il motivo che ha indotto una generazione e una classe sociale a dire “mai più senza fucile”, agendo di conseguenza. Gli ex lo possono spiegare, ed è interesse di tutta la comunità che lo facciano.


venerdì 24 maggio 2013

VIOLENZA et POLITICA. LA LURIDA ORDA


Simone Neri Serneri, che si occupa da qualche tempo di lotta armata in Italia, ha pubblicato un libro, no, cioè, ha curato la pubblicazione di un libro, che si intitola: "Verso la lotta armata. La politica della violenza nella sinistra radicale degli anni Settanta".
Come si vede, il libro è pubblicato grazie a un contributo. In altre parole, la casa editrice non lo avrebbe stampato per il contenuto, ma perché le è stato commissionato. La cosa non è rara nell'accademica, cosiddetta accademia, della quale - lo ripeto per la N volta - purtroppo faccio parte.

Torniamo al titolo. Che categoria storiografica è "la politica della violenza"? Che non è nemmeno la "violenza politica", su cui potrei discutere. No. Qui si dice che la scelta politica fu: violenza. Dove? Nella sinistra radicale. Pannella? No, dai, quelli a sinistra del Pci. L'orda, i gruppi, l'autonomia, le Br, PL, tutti gli altri. E' storia dell'arte! E' fisica teoretica! Teologia della croce.

Con questi presupposti sarà difficile una lettura serena. L'ho fatta, invece. Un libro tutto sommato da guardare. Francamente con diversi errori fattuali che nel 2013 non mi aspettavo [viste anche le citazioni colte di storiografia precedente dove questi errori non ci sono], con una prima parte di saggio introduttivo dove non si capisce nulla, ma proprio nulla [parlo per me ovviamente], e un prezzo di 30 euro. Sti libri, mannaggia, costano tanto. E noi l'abbiamo già pagato.