Visualizzazione post con etichetta CORRIERE DELLA SERA. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta CORRIERE DELLA SERA. Mostra tutti i post

giovedì 28 maggio 2020

WALTER TOBAGI 40 ANNI DOPO

Oggi è il quarantesimo anniversario dell'uccisione di Walter Tobagi, giornalista del Corriere della Sera. Nel brano che segue Sandro Padula ricostruisce la vicenda.





«Contropiano», 28 maggio 2020
Sandro Padula

La mattina del 28 maggio 1980 il cronista del Corriere della Sera e presidente dell’Associazione lombarda dei giornalisti, Walter Tobagi, un uomo cattolico e di area socialista a cui nel gennaio 1979 – dopo il recupero di una valigetta attribuita ai Reparti Comunisti d’attacco – venne proposta una scorta che lui non volle, fu vittima di un attentato mortale nella città di Milano, e precisamente in via Solari.
La responsabilità dell’omicidio venne assunta da un gruppetto che, con esplicito richiamo alla data del 1980 in cui a Genova erano stati uccisi quattro brigatisti rossi, si autodefinì Brigata 28 marzo.
In questa circostanza le indagini della Procura e dei carabinieri si focalizzarono subito, in alcuni giorni, sull’area delle ex Formazioni Comuniste Combattenti, organizzazione in cui aveva militato Corrado Alunni, e  su Marco Barbone, il fondatore della Brigata 28 marzo. Durarono alcuni mesi, ma soltanto allo scopo di ottenere il maggior numero possibile di prove d’accusa e informazioni.
Secondo Armando Spataro, il Pubblico Ministero del processo ai responsabili dell’omicidio Tobagi, il merito nell’individuazione della “pista giusta” sarebbe stato dell’allora capitano dei carabinieri Alessandro Ruffino.
Costui, sempre a parere di tale magistrato, avrebbe scoperto “che la particolare grafia con cui erano stati scritti gli indirizzi sulle buste spedite per la rivendicazione degli attentati a firma  Guerriglia Rossa era identica (non vi fu neppure bisogno di una perizia) a quella di un documento che era stato trovato anch’esso, nel settembre 1978, nel covo di Alunni di via Negroli (…) . Fu possibile anche attribuire quella calligrafia a Marco Barbone: un campione era stato acquisito dai carabinieri nel corso delle indagini in precedenza svolte sulla sua fidanzata Caterina Rosenzweig con la quale lui viveva.” (pag. 83 di Ne valeva la pena, A. Spataro, editori Laterza, 2010)
A dire il vero, individuare l’autore di una grafia fra centinaia di possibili responsabili, e addirittura senza nemmeno una perizia, non è possibile se non ci sono delle precedenti e più precise informazioni che in qualche modo indirizzino su lui. Specie con le tecnologie d’allora…
In realtà, il capo della Brigata 28 marzo era talmente controllato dagli uomini del generale Dalla Chiesa che quest’ultimo, in un’intervista rilasciata a Panorama il 22 settembre 1980, giunse ad esaltare la propria tecnica di “massima riservatezza, conoscenza anche culturale dell’avversario, infiltrazione”.
Negli stessi giorni, creando con ciò sconcerto nella Procura di Milano, L’Espresso pubblicò un articolo dal quale si capiva che le indagini per l’omicidio di Tobagi erano concentrate sull’area delle ex Formazioni Comuniste Combattenti.
Marco Barbone, figlio ventiduenne di un alto dirigente della casa editrice Rizzoli, costituiva il principale indagato e, per evitarne la possibile fuga, fu arrestato il 25 settembre 1980 con imputazioni che poi saranno relative ad altri reati: rapina e partecipazione a banda armata precedente e diversa rispetto alla Brigata 28 marzo.
In seguito, nella prima metà di ottobre del 1980, quel giovane confermò di essere l’omicida di Tobagi e diede inizio a un “pentimento” che ebbe l’effetto di portare in carcere prima gli altri militanti della Brigata 28 marzo e poi, nell’arco grosso modo di un anno, oltre un centinaio di persone legate ad una vasta area del sovversivismo milanese e lombardo.
A questi fatti, già di per sé molto significativi, se ne aggiunsero altri di particolare rilievo.
Caterina Rosenzweig, la fidanzata e convivente di Marco Barbone, non comparve mai al maxi processo Rosso-Tobagi. Lei non fu imputata rispetto ai reati compiuti dalla Brigata 28 marzo perché, dalle parole dei “pentiti”, non risultava che avesse fatto parte di tale organizzazione. Fu imputata a piede libero per un “esproprio proletario”, rivendicato da un altro e precedente gruppo, e poi assolta per insufficienza di prove.
Era una ragazza dell’alta borghesia che, alcuni anni prima della nascita della Brigata 28 marzo, aveva conosciuto direttamente, per motivi di lavoro, il giornalista de La Repubblica ed ex militante di Lotta Continua Guido Passalacqua e, per motivi di studio universitario, lo stesso Walter Tobagi. Il quale, oltre ad essere giornalista, era anche professore di storia moderna alla Statale di Milano. Il primo fu ferito alla gambe il 7 maggio del 1980 dalla Brigata 28 marzo e il secondo, come abbiamo detto, ucciso ventuno giorni dopo.
La sentenza di primo grado del processo Rosso-Tobagi
Il 28 novembre 1983, quando si concluse il primo grado del processo Rosso-Tobagi, il giudice Cusumano concesse a sei “pentiti” (fra cui Marco Barbone, Paolo Morandini e Rocco Ricciardi) «il beneficio della libertà provvisoria ordinandone l’immediata scarcerazione».
Nell’aula bunker di piazza Filangeri, dove mancava la scritta La legge è uguale per tutti (vedasi pag. 360 del secondo volume de “La Mappa Perduta”, casa editrice Sensibili alle Foglie, Roma, 1995), solo tre ex militanti della Brigata 28 marzo ricevettero lunghe condanne detentive: Manfredi De Stefano, poi morto il 6 aprile 1984 nell’ospedale di Udine dopo una traduzione d’urgenza dal carcere in cui stava scontando la pena, Francesco Giordano, Daniele Laus.
La sentenza, considerata da Armando Spataro una “delle più equilibrate e difficili” (pag. 198 di Ne valeva la pena, A. Spataro, editori Laterza, 2010), suscitò lo sgomento di Ulderico Tobagi, padre di Walter, e una rinnovata serie di polemiche.
Qualche giorno dopo Bettino Craxi, all’epoca Presidente del Consiglio e segretario del Partito Socialista, riportò in modo approfondito una notizia da lui vagamente anticipata nel mese di giugno, in piena campagna elettorale. Si trattava dell’esistenza di un’informativa dei carabinieri di Milano, datata 13 dicembre 1979, secondo la quale un confidente aveva detto a un sottufficiale dei carabinieri che un gruppo sovversivo era operante in via Solari, dove abitava Walter Tobagi, con la probabile intenzione di sequestrare o uccidere il giornalista del Corriere della Sera.
Stando alle dichiarazioni in parlamento del 19 dicembre 1983 da parte dell’allora ministro degli Interni Oscar Luigi Scalfaro, quell’informativa esisteva effettivamente ma il Comando Generale dei carabinieri l’avrebbe considerata alla stregua di una insignificante illazione e comunque sbagliò a non comunicarla alla magistratura.
Fedele alla “linea della fermezza” il Pci continuò invece ad appoggiare la versione ufficiale fornita dalla Procura di Milano. Convinto che l’omicidio Tobagi fosse frutto di un “contesto inquinato”, come aveva suggerito il direttore del Corriere della Sera Franco Di Bella (poi rivelatosi uomo della P2), il Psi continuò invece a pensare che per l’omicidio di Tobagi ci fossero dei mandanti esterni alla Brigata 28 marzo, addirittura fra i giornalisti dell’area del Pci, e che il Procuratore Spataro avesse contrattato col “pentito” Barbone allo scopo di nascondere quei presunti mandanti.
In seguito emersero fatti nuovi che precisarono meglio i contorni della vicenda. La polemica anti-Pci aveva fuorviato i craxiani, ma l’intuizione che dietro la morte di Tobagi vi fossero molti aspetti da chiarire da parte delle Istituzioni non era sbagliata.
Avvenne pure, come abbiamo già accennato,  la morte dell’imputato Manfredi De Stefano.
La morte di Manfredi De Stefano
Manfredi morì il 6 aprile 1984 nell’ospedale di Udine, dopo una traduzione d’urgenza dal carcere in cui stava scontando la pena. Lui era in attesa del processo di Appello, ma cessò di vivere ben prima del suo inizio;  si sentì male per motivi naturali nella cella in cui era alloggiato e, secondo la perizia ufficiale, morì per un aneurisma.
A confermare ciò c’erano cinque compagni della medesima cella e alcune persone della polizia  penitenziaria.
Molti anni dopo, nel 2009, ci fu un’esternazione di Giorgio Caimmi, a suo tempo giudice istruttore nel processo Rosso-Tobagi, secondo cui Manfredi De Stefano si sarebbe suicidato (dichiarazione riportata in maniera scandalizzata da Benedetta Tobagi nel numero speciale n. 4, luglio-agosto 2009 di Ristretti Orizzonti e a pag. 281-282 del suo libro intitolato “Come mi batte forte il tuo cuore”, Einaudi, 2009), ma finora è rimasta priva di fondamento.
Passiamo perciò a vedere cosa successe alla ripresa del processo “Rosso-Tobagi”.
L’infiltrato Rocco Ricciardi e il “pentito” Marco Barbone
Nel processo di Appello “Rosso-Tobagi”, e siamo nel 1985, emerse pubblicamente che il “confidente” dei carabinieri era, per propria ammissione, il “pentito” Rocco Ricciardi, un imputato che prima di finire in carcere – fatto avvenuto nel novembre 1981, cioè dopo circa un anno dal “pentimento” di Barbone – aveva abitato nel varesotto.
Da quel momento si capì che il ruolo di questo personaggio, divenuto “confidente” dei carabinieri dopo una perquisizione ordinata nel marzo 1979 da Armando Spataro e ufficialmente all’insaputa di quest’ultimo (vedasi pag. 92 del citato Ne valeva la pena), era stato messo in secondo piano dalle chiacchiere sulla presunta spontaneità del “pentimento” di Barbone e sull’eventuale esistenza di mandanti del Pci nell’omicidio di Walter Tobagi. In realtà si trattava di un ex sovversivo e di un vero e proprio infiltrato dei carabinieri.
Il 27 maggio 1979 Rocco Ricciardi aveva un appuntamento con diversi esponenti delle Formazioni Comuniste combattenti presso il Bar Umberto I, in piazza Matteotti, a Como. Non ci andò e fece arrestate sette persone.
Il 13 dicembre del 1979 invece lui mise al corrente un sottufficiale dei carabinieri di un colloquio avuto con Pierangelo Franzetti. Costui, allora esponente dei Reparti comunisti d’attacco (Rca), un gruppo formato nella seconda metà del 1978 da alcuni militanti usciti dalle Formazioni Comuniste Combattenti, gli avrebbe fatto cenno di un progetto d’azione armata a Milano, operativo nella zona di via Solari e ideato dai Rca.
A tale riguardo, Ricciardi fornì l’ipotesi secondo cui quel progetto avrebbe potuto essere contro Tobagi e, per meglio motivare la propria congettura, raccontò che a gennaio o a febbraio del 1978 lui stesso, Marco Barbone e Caterina Rosenzweig avevano tentato di sequestrare il cronista del Corriere della Sera. Tale azione avrebbe dovuto essere rivendicata con la sigla delle Formazioni Comuniste combattenti, organizzazione al cui vertice c’era anche Barbone, ma fallì a causa dell’imprevista presenza di una volante della polizia.
Nel processo di Appello “Rosso-Tobagi” e nei giornali, grazie ad una serie di altri dati e riscontri, emerse anche una sottovalutata ricostruzione di alcune vicende successive al tentato sequestro di Tobagi.
Barbone fu espulso dalle Formazioni Comuniste Combattenti. Caterina Rosenzweig era stata arrestata per partecipazione a un attentato compiuto nel marzo del 1978, nel varesotto, contro la Bassani Ticino, ma lui non volle diventare clandestino a tutti gli effetti. Ebbe invece una corrispondenza postale con la fidanzata fino a maggio, allorché lei fu scarcerata e sottoposta per alcuni mesi a libertà vigilata.
Si sentiva molto sicuro del fatto suo ed ebbe modo di darne prova anche dopo il 13 settembre 1978, giorno in cui le forze dell’ordine irruppero in un appartamento di via Negroli, misero in manette il dirigente delle Formazioni Comuniste combattenti Corrado Alunni e, fra le altre cose, rinvennero il volantino di rivendicazione dell’azione compiuta a marzo da Caterina Rosenzweig.
Pur essendo già schedato e facilmente controllabile dalle forze dell’ordine, Barbone continuò ad agire come se nulla fosse accaduto. Dapprima svolse un’attività il cui scopo era quello di formare un gruppo con idee simili alle sue; poi divenne capo di una micro-organizzazione che mise in atto e rivendicò alcuni sabotaggi ad automezzi adibititi alla distribuzione di quotidiani e contro un’agenzia pubblicitaria: quella Guerriglia Rossa in cui, dalla primavera del 1979 al 28 marzo del 1980, militarono diversi fra coloro che, assieme ad altri provenienti da esperienze diverse, andranno poi a formare la Brigata 28 marzo(vedasi pag. 240 del primo volume de “La Mappa Perduta”, casa editrice Sensibili alle Foglie, Roma, 1994).
Una sostanziale linea di continuità si ebbe dunque, soprattutto per mezzo delle attività di Marco Barbone, fra il tentativo di sequestro di Tobagi del 1978, il gruppo Guerriglia Rossa e la Brigata 28 marzo.
All’Appello del processo Rosso-Tobagi Rocco Ricciardi disse poi la banale verità secondo cui nel dicembre 1979 non aveva ancora mai sentito parlare della Brigata 28 marzo, sigla nata nel 1980 dopo la strage avvenuta nella genovese via Fracchia.
Inoltre affermò che dopo la morte di Tobagi i carabinieri gli chiesero se ne sapesse qualcosa e lui avrebbe fatto queste dichiarazioni:
“Non avevo alcun elemento. Più tardi, un militante dei Reparti comunisti d’attacco, Luciano Marchettini, mi raccontò che un certo Manfredi Di Stefano aveva cercato un collegamento con la loro struttura, presentandosi come uno della “28 marzo”. Lo riferii. La notizia non fu presa sul serio. Fecero qualche accertamento. Mi mostrarono anche una fotografia e riconobbi Di Stefano che avevo conosciuto anni prima“. (La Repubblica, 14 giugno 1985)
Quasi un decennio dopo l’ex carabiniere Dario Covolo, una vecchia conoscenza di Rocco Ricciardi, ha ribadito l’ipotesi, diffusa da Craxi e dal Psi a partire dal 1983, secondo cui le autorità competenti non avrebbero fatto nulla per impedire l’omicidio di Tobagi.
Il lavoro giornalistico di Renzo Magosso sull’omicidio di Tobagi
Nell’ambito di un’intervista pubblicata sul settimanale Gente il 17 giugno 2004 e rilasciata a Renzo Magosso, Dario Covolo ha detto che nel dicembre 1979 aveva trasmesso ai propri superiori, gli allora capitani Umberto Bonaventura e Alessandro Ruffino, l’informativa di Rocco Ricciardi sull’esistenza di un gruppo che avrebbe voluto sequestrare o uccidere Walter Tobagi. Un’informativa di cui quest’ultimo – sia detto da noi oggi, per inciso – non seppe nulla.
A quell’intervista ha fatto seguito una querela per diffamazione presentata da Alessandro Ruffino, nel frattempo diventato generale dei carabinieri in pensione,  e dalla sorella del generale Umberto Bonaventura, deceduto.
Il 20 settembre 2007 Renzo Magosso e l’ex direttore di Gente, Brindani, sono stati poi condannati a una pena pecuniaria dal tribunale di Monza. Il 22 settembre dello stesso anno, in un procedimento stralciato, ma sempre dal tribunale di Monza, è stato condannato allo stesso tipo di pena anche Dario Covolo.
Secondo le sentenze, confermate in Appello il 3 novembre 2009, la ricostruzione oggetto della querela era stata contestata da altre persone e questo avrebbe dovuto essere ricordato nell’intervista.
Al di là di queste decisioni della magistratura italiana, la ricostruzione dei fatti dovrebbe essere sempre essere basata su prove concrete e non su altro.
Di certo, la verità giudiziaria non corrisponde alla verità storica e non di rado la stessa verità giudiziaria italiana è contestata dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.
Non a caso, il 16 gennaio 2020 la CEDU  ha condannato lo Stato italiano per violazione del diritto alla libertà d’espressione  nei confronti del giornalista Renzo Magosso e dell’ex direttore di Gente Brindani. (https://www.camera.it/application/xmanager/projects/leg18/attachments/sentenza/sintesi_sentenzas/000/000/739/Magosso.pdf)
Entusiasta di quest’ultima sentenza, Magosso si è poi lasciato andare ad alcune dichiarazioni,  riportate dal giornale Il Dubbio del 19 gennaio 2020, fra cui queste:
“A giugno del 1980 venni contattato dal direttore del Corriere, Franco Di Bella, che mi disse: il generale Dalla Chiesa mi ha detto che ad ammazzare Tobagi è stato il figlio del nostro direttore generale Donato Barbone. Così andai a verificare con Umberto Bonaventura, che confermò la circostanza, aggiungendo di essere arrivato a Barbone tramite un manoscritto anonimo su un attentato mai avvenuto ordito dalle Fcc nel quale riconobbe la calligrafia del giovane. Non ci ho creduto, ma lui mi disse che era un’informazione sicura che veniva da Varese. Così gli chiesi di informarmi dell’arresto, cosa che fece. Su L’Occhio scrissi: preso Marco Barbone delle Br, l’informazione viene da Varese. Otto giorni prima che confessasse.”.
Queste  ricostruzioni di Magosso sul caso Tobagi non sono risultano però corrette.
A giugno del 1980 il generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa (che, secondo gli atti della Commissione Anselmi sulla P2, per motivi mai chiariti, fece richiesta di iscrizione alla Loggia P2 in datata 28 ottobre 1976) potrebbe aver commesso un’imprudenza nel parlare in quel modo al direttore del Corriere della Sera, Franco Di Bella (a quel tempo già membro della Loggia P2), ma non sembra qualcosa di particolarmente strano fra chi apparteneva alla classe dirigente italiana.
La circostanza secondo cui l’allora capitano dei carabinieri Umberto Bonaventura sarebbe arrivato a Marco Barbone tramite delle analisi della calligrafia, a differenza di quanto affermato da Armando Spataro secondo cui quel merito lo avrebbe avuto Alessandro Ruffino, qui sembra realistica solo allorché si precisa che sarebbe basata su “un’informazione sicura che veniva da Varese” e quest’ultima potrebbe riferirsi all’estate del 1980, dopo la morte di Tobagi e prima dell’arresto dei militanti della Brigata 28 marzo,  e nello specifico alle cose che, sulla militanza di Manfredi De Stefano nella Brigata 28 marzo, Rocco Ricciardi apprese da Luciano Marchettini.
Senza dubbio, invece, è del tutto falsa la notizia secondo cui Marco Barbone sarebbe stato un militante delle Br.
Vediamo perciò come invece stavano e stanno le cose.
Verso una più precisa verità storica
Sul piano storico, volendo solo parlare di fatti acclarati e non di polemiche trite e ritrite, abbiamo le prove inconfutabili dell’esistenza di un tentato sequestro di Tobagi nel 1978, del fidanzamento fra Marco Barbone e la pregiudicata Caterina Rosenzweig e della loro passata esperienza nelle Formazioni Comuniste combattenti. Cioè di elementi cognitivi sufficienti alle forze di polizia per controllare meglio Barbone almeno dal 13 dicembre 1979 e soprattutto in seguito al ferimento compiuto il 7 maggio 1980, ai danni del giornalista Passalacqua e rivendicato dalla Brigata 28 marzo.
Di conseguenza, pure al di là  di quali siano state eventualmente le singole responsabilità dei carabinieri e dei loro vertici, la domanda fondamentale a questo punto è: che uso si fece di tutte quelle ampie informazioni su Marco Barbone e dell’infiltrato Rocco Ricciardi?
Una risposta precisa e logica è venuta da alcuni giornalisti addetti a seguire le udienze del processo Rosso-Tobagi. In particolare da Guido Vegani che nel 1985 così scriveva: “Se si sta alla verità di Ricciardi, è legittimo pensare che i carabinieri abbiano, sbagliando, evitato di analizzare quell’abortito sequestro. Se lo avessero fatto, avrebbero automaticamente puntato gli occhi su Marco Barbone che era stato partecipe, e non come comparsa, di quel progetto e che, insieme a Mario Marano, avrebbe, nel maggio del 1980, sparato su Tobagi.
Ma la realtà più logica potrebbe essere un’ altra. L’errore dei carabinieri (lo è, anche se ci si pone nell’ottica di quegli anni di piombo, in cui mille erano i possibili “obbiettivi” del terrorismo e tante le “soffiate” basate su deduzioni) può essere stato dettato anche dalla volontà di non bruciare quel confidente su piste considerate minori, mentre lo si stava usando per tentare di accerchiare la “Brigata Walter Alasia”, la punta milanese delle Br.” (Milano, depone al processo d’appello Rocco Ricciardi, confidente dei carabinieri. “Tobagi? Dovevamo rapirlo“, La Repubblica, 18 giugno 1985).
Si può quindi leggere con una nuova e più chiara ottica cosa intendesse il generale Dalla Chiesa quando, nella citata intervista a Panorama del 22 settembre 1980, parlava della tecnica di «massima riservatezza, conoscenza anche culturale dell’avversario, infiltrazione».
La “massima riservatezza” era tale che il tentato sequestro di Tobagi del 1978 rimase sconosciuto persino al diretto interessato e, per diversi anni, almeno a livello ufficiale, alla stessa magistratura. L’infiltrazione era quella di Rocco Ricciardi.
La “conoscenza anche culturale dell’avversario” significava invece che da tempo i carabinieri avevano molte informazioni a proposito di Barbone. D’altra parte fecero degli errori proprio di carattere culturale. Essendo concentrati nel portare l’attacco alle Brigate Rosse, sottovalutarono il rischio che Barbone potesse realizzare un’azione omicida.
Il cono d’ombra che ancora oggi opacizza la verità sulla morte di Walter Tobagi e sulle dinamiche del processo “Rosso-Tobagi” trova quindi la propria origine fondamentale nella strategia antiguerriglia condotta dai carabinieri, avente come obiettivo principale l’accerchiamento e la distruzione delle Brigate Rosse, e nella connessa “legislazione dell’emergenza”, entrambe avallate e sostenute soprattutto dalla Dc e dal Pci.
Se poi qualcuno pensò di controllare e usare personaggi come Marco Barbone allo scopo di giungere alla colonna milanese delle Br, fece male i conti rispetto alla cultura politica dei brigatisti rossi di quel tempo.
Agli occhi delle Br, almeno dal 1976 al 1981, radicali e socialisti, il cosiddetto “partito della trattativa”, apparivano come le forze istituzionali in grado di proporre dignitose soluzioni politiche, ad esempio nel 1978 durante il sequestro Moro e, tra la fine del 1980 e l’inizio del 1981, nel corso del sequestro D´Urso.
Nella primavera del 1978 lo stesso Walter Tobagi aveva collaborato strettamente con Giannino Guiso, avvocato a quel tempo di alcuni brigatisti rossi detenuti, e fu una delle poche persone che in Italia fece pubblicare tutte le notizie utili per una soluzione politica rispetto al sequestro di Aldo Moro. Di conseguenza, era del tutto improbabile che le Br potessero aprire spazi o varchi ad esperienze come quelle vissute da Marco Barbone.
Rocco Ricciardi continuò nel frattempo a dare informazioni all’antiguerriglia.
Ad esempio, come ha riferito l’ex carabiniere Covolo in una udienza del 11 luglio 2007 presso il Tribunale di Monza, Rocco Ricciardi “ci fece pedinare il Serafini Roberto con il Pezzoli Walter, che poi purtroppo furono oggetto di conflitto a fuoco.”
Questa affermazione, mai smentita dai carabinieri e dallo stesso Rocco Ricciardi, era senza dubbio vera e come tale bisogna considerarla anche oggi.
Serafini e Pezzoli erano i due brigatisti rossi che furono uccisi dai carabinieri la sera dell’11 dicembre 1980, in via Varesina, a Milano. Ricciardi aveva detto che Serafini, ex militante delle Formazioni Comuniste Combattenti e suo ex amico. era un buon tiratore e per questo motivo non ci fu alcun tentativo di arresto ma una mattanza nella quale, oltre ai due brigatisti, morì pure un cane.
In pratica, la lotta dello Stato contro il sovversivismo e il brigatismo rosso a Milano e in Lombardia, tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80, fu condotta attraverso infiltrati come Rocco Ricciardi e il controllo di gruppetti come quelli di cui fece parte Marco Barbone dalla primavera del 1979 in poi.
L’antiguerriglia si avvalse anche delle “leggi dell’emergenza” a favore dei “pentiti”, ma se Marco Barbone ebbe un altissimo “potere di contrattazione” fu perché, come ben sapevano i vertici dei carabinieri, il “pentito” avrebbe potuto accusare subito Rocco Ricciardi, ma quest’ultimo doveva ancora dare il proprio contributo per giungere alla colonna milanese delle Br.
Fatto che avvenne nella sanguinosa giornata dell’11 dicembre del 1980.
Ultima modifica: 28 Maggio 2020, ore 13:03 stampa


domenica 9 febbraio 2014

LA STORIA CHE TORNA INDIETRO



(o magari va avanti). 

Il 10 febbraio 1945, a soli 36 anni, moriva a Dachau Giovanni Palatucci, riconosciuto Giusto tra le nazioni nel 1990 da Israele, ex questore reggente della polizia di Fiume quando la zona entrò a far parte della Zona d'operazioni tedesche  del Litorale adriatico o OZAK (acronimo di Operationszone Adriatisches Küstenland), che comprendeva le provincie italiane di Udine, Gorizia, Trieste, Pola, Fiume e Liubiana. Secondo quella che sembrava una storia consolidata, Palatucci avrebbe cominciato a salvare già nel 1939 centinaia di profughi ebrei europei in fuga dall'Europa Centrale, che a Fiume cercavano di imbarcarsi, in molti casi per la Palestina. In diverse occasioni, in tempi più recenti, è stata messa in discussione tutta la sua opera di salvataggio, fino a quando nel 2013 le ricerche del Centro Primo Levi di New York hanno dimostrato la mancanza di sostegno documentale alla sua attività. 
Queste ricerche, condotte da un gruppo di storici americani, italiani e croati coordinati dal Centro, hanno riaperto il caso, provocando un ampio dibattito sui giornali italiani e, in particolare, sul Corriere della Sera e Avvenire, trovatisi su posizioni opposte. Alcuni errori concettuali sono stati compiuti dal Centro Primo Levi, come insistere sulla conta degli ebrei fiumiani, mai superiori ai mille quando a Palatucci si sono attribuite più di 5000 vite salvate, senza tenere in conto proprio il fatto che Fiume era un porto attraverso il quale passarono migliaia di ebrei in quegli anni. Ebrei difficilmente "contabilizzabili". Debole appare anche una biografia dello stesso Palatucci scritta da uno degli storici di riferimento del Centro, che contiene parecchi errori fattuali. Ciò detto, il merito è stato indubbiamente quello di mettere a confronto la vulgata con la ricerca di archivio (e il numero degli archivi consultati dall'equipe è stato davvero alto), una ricerca coraggiosa, controcorrente e portata avanti con metodo. 
Oggi su Wikipedia la biografia di Palatucci, dal 1995 anche medaglia d'oro al merito civile (sebbene fosse un militare nel 1945, mah!), riporta la dicitura "senza fonte" accanto a ogni accenno a imprese umanitarie. E afferma: 


Stando alla ricerca del Centro Primo Levi, in base all'esame di circa 700 documenti finora inediti, Palatucci andrebbe descritto come uno zelante esecutore della deportazione di almeno 412 dei circa 500 ebrei presenti a Fiume, nel suo incarico di responsabile dell'applicazione delle leggi razziali fasciste. La sua deportazione e morte a Dachau sarebbe stata dovuta non al suo aiuto agli ebrei, ma all'aver mantenuto contatti col servizio informativo nemico, per aver passato agli inglesi i piani per l'indipendenza di Fiume

Come si può vedere, si tratta di una storia ancora da scrivere o da riscrivere, dai molteplici risvolti e di grande possibile interesse anche per un pubblico giovane che abbia voglia di capire i meccanismi della ricerca, dell'affermazione e diffusione di leggende metropolitane, della loro (se è questo il caso), istituzionalizzazione, anche a livelli altissimi. In altre parole, appare non secondario ricostruire la disputa nel suo complesso, metterne in evidenza i le contraddizioni e i le ambiguità, i punti fermi e quelli meno dimostrabili. Da ambo le parti.    


Per quanto riguarda la documentazione del Centro Primo Levi di New York, oltre al sito del Centro segnalo questa intervista (e relativi commenti, non meno interessanti) di Laura Brazzo alla  presidente, Natalia Indrimi.









martedì 3 dicembre 2013

IL CORRIERE DELLA SERA E CEFALONIA

http://lettura.corriere.it/caduti-di-cefalonia-il-conteggio-infinito/

Se vi domandate quanti furono i militari italiani della divisione Acqui uccisi dai tedeschi nell’isola greca di Cefalonia, dopo l’armistizio del settembre 1943 e la loro decisione di non cedere le armi, le risposte possono essere le più varie. Spesso si dice che l’eccidio di settant’anni fa costò la vita a 9 o 10 mila uomini. Nell’introduzione alla riedizione del romanzo di Marcello Venturi Bandiera bianca a Cefalonia(Mondadori), che nel 1963 ebbe il merito di riportare l’attenzione sul massacro, Francesco De Nicola parla di 6.500 «trucidati». Cifre prive di riscontro, largamente esagerate.
La consultazione degli archivi militari italiani porta a ridimensionarle molto. Massimo Filippini prima, Elena Aga Rossi e Maria Teresa Giusti poi, hanno riportato alla luce documenti da cui risulta che i caduti sull’isola furono tra i 1.650 e i 1.900, cui vanno aggiunti altri 1.300 militari periti nel naufragio delle navi che li trasportavano verso la prigionia in Germania. Nel recente saggio Camicie nere sull’Acropoli(Derive Approdi), dedicato all’invasione italiana della Grecia, Marco Clementi si attiene a un elenco da cui risultano 1679 uccisi in combattimento o fucilati dopo la resa, più 1364 affogati in mare.
La questione però si complica sul versante tedesco. In un libro sull’unità militare che perpetrò la strage, lo storico Hermann Frank Meyer, scomparso nel 2009, fornisce dati diversi. Il testo, ora tradotto in Italia con il titolo Il massacro di Cefalonia e la 1ª divisione da montagna tedesca (Gaspari), riferisce che furono esumati 2176 cadaveri e almeno altri 137 furono gettati nel Mar Jonio. Siamo intorno alle 2.300 vittime, mentre 1564 sarebbero i morti nei successivi naufragi. Tuttavia, nella sua prefazione al libro di Meyer, Giorgio Rochat sostiene che il numero dei militari italiani sull’isola era più alto rispetto al calcolo dell’autore tedesco e che i caduti a Cefalonia furono circa 3.800.
Si potrebbe ironizzare sugli storici che «danno i numeri», ma in realtà la ricerca procede sempre per approssimazioni successive. In tal senso il lavoro di Clementi rappresenta una tappa importante per ragioni che vanno ben oltre Cefalonia, poiché si tratta di uno studio specifico e approfondito sull’occupazione in Grecia, finora poco esplorata. Per esempio l’autore evidenzia le responsabilità italiane e tedesche, ma anche britanniche, nel determinare la micidiale carestia che colpì la popolazione ellenica nell’inverno 1941-42, cui peraltro le autorità di occupazione cercarono in parte di rimediare.
Interessante è anche il modo in cui Clementi, distinguendosi da un precedente studio di Davide Conti, affronta il tema dei crimini di guerra italiani in Grecia e della controversia che ne seguì tra Roma e Atene. Senza minimamente negare la violenza della repressione, con esecuzioni sommarie, torture, incendi di villaggi, Clementi nota che i governi del Cln, cercando di proteggere i nostri militari dalle richieste delle autorità di Atene che intendevano processarli, agirono in sostanza come tutte le altre potenze coinvolte nella guerra. Semmai il paradosso è che a pagare il conto della proditoria aggressione contro la Grecia, lanciata da Mussolini nel 1940, furono soprattutto i civili italiani residenti a Patrasso e nel Dodecaneso, di fatto costretti a lasciare le loro case e a rifugiarsi nella madrepatria. Una vicenda per molti versi analoga all’esodo istriano, sia pure su scala ridotta, ma coperta da un velo di oblio ora squarciato da Clementi.
Marco Clementi, Camicie nere sull’Acropoli. L’occupazione italiana in Grecia (1941-1943), DeriveApprodi, pagine 367, € 23
Hermann Frank Meyer, Il massacro di Cefalonia e la 1ª divisione da montagna tedesca, a cura di Manfred H. Teupen, prefazione di Giorgio Rochat, Gaspari 2013, pagine 492, € 29
Marcello Venturi, Bandiera bianca a Cefalonia, prefazione di Sandro Pertini, introduzione di Francesco De Nicola, postfazione di Giovanni Capecchi, Mondadori 2013, pagine 307, € 9,50
Antonio Carioti

mercoledì 25 settembre 2013

L'UNIVERSITA' DI COLLOCAMENTO

L'interno di un dipartimento dell'UNICAL
Com'è noto, in Italia gli uffici di collocamento hanno sempre funzionato male. Ci si sorprendeva, arrivando in Inghilterra (che pure non era il paradiso, anzi), della loro capacità di mettere anche uno straniero sprovveduto dentro il mercato del lavoro e fargli addirittura percepire una sovvenzione di disoccupazione. In tempi più recenti furono le agenzie interinali a sostituire i primi. Più efficienti, nate sotto il segno del liberismo, hanno in parte contribuito alla precarizzazione del mondo del lavoro. Poi è arrivata la crisi del 2008, che ha fatto il resto. Il governo italiano ha risposto con tagli alla spesa pubblica, non potendo più svalutare la lira. Tra le istituzioni che più ne hanno risentito, si trova l'università. Premetto che considero più deleterio per il cattivo funzionamento della struttura il baronaggio incipiente che i tagli, ma dopo averla spolpata, adesso si vuole addirittura mutarne volto e finalità. Con, ovviamente, la complicità di quei baroni che per decenni l'hanno screditata a livello internazionale (al punto che ormai mi vergogno con i ricercatori precari a dire che sono di ruolo). Ieri l'altro il giornale della borghesia milanese pubblicava un articolo di Roger Abravanel che riprendeva le parole di Letta sull'università, per le quali l'ascensore sociale che essa aveva un tempo rappresentato si era bloccato. Roger è un capitalista di livello, uno con le mani in pasta e il culo su sedie di diversi importanti consigli di amministrazione. Uno squalo, un nemico di classe. Vabbè, nessuno è perfetto. E' poi autore di un best-seller uscito nel 2008: Meritocrazia: Quattro proposte concrete per valorizzare il talento e rendere il nostro paese più ricco e più giusto. Uno così, insomma, di quelli che ti propone la rivoluzione dall'alto della borghesia in crisi. E cosa propone adesso? Anziché porre in evidenza come l'Italia sia l'unico paese europeo, con la Finlandia, ancora in grave recessione, che il suo mercato del lavoro è bloccato da una burocrazia improduttiva e fatiscente, dal limitato accesso al credito, dall'alto costo degli oneri da lavoro e dal fatto che, con Cipro, paghiamo il prezzo più alto per le fonti energetiche, se ne esce con la seguente affermazione, da far rizzare i capelli anche all'economista più sprovveduto:

"per creare lavoro servono anche i professori universitari di cui parla il premier: non come sbocco di carriera, ma come docenti di una nuova generazione di giovani, con le competenze che si chiedono nel mercato del lavoro del Duemila e che sono radicalmente diverse da quelle di cinquant'anni fa. I professori universitari devono esser egli "ascensoristi", non i passeggeri dell'ascensore sociale".

Ora, che Letta l'abbia detta grossa puntando alla carriera universitaria come fattore di emancipazione sociale, siamo d'accordo. Ma che l'università serva a formare un lavoratore nel senso in cui lo richiede il capitale finanziario (se vogliamo dirla alla Fumagalli, il capitale cognitivo - e aggiungiamo pure Negri - dell'impero!) beh, direi che non ci siamo proprio. Uno dei limiti delle riforme universitarie degli ultimi quindici anni, a parte l'aumentata burocratizzazione dell'istituzione, sono stati proprio i rapporti distorti con il mondo del lavoro. L'università è istruzione superiore, serve a formare coscienza e mente di un ragazzo, non a creare il prototipo del bravo lavoratore pronto a essere inserito con la sua specializzazione limitata da 20 stupidi esami iperconcentrati. L'università serve a far crescere negli studenti l'amore per la ricerca, la passione per la cultura, le competenze per il lavoro che vorrebbero fare, ma in senso ampio e, soprattutto, critico. Non solo non è un ufficio di collocamento, ma non è neanche un corso di aggiornamento. Quello se lo fanno le aziende. Le quali, se proprio vogliono, potranno sempre aprirsi le proprie università private dove formare quel lavoratore lobotomizzato di cui sembrano avere così disperato bisogno. Dentro la mia facoltà in tre abbiamo vinto una battaglia perché non venisse data una laurea Honoris Causa a Marchionne in tempi ancora non sospetti. Non solo per Marchionne e il capitale, ma perché non volevamo che questo legame università-azienda, che si è in parte già formato, venisse sanzionato in modo così fortemente simbolico. Abbiamo gli spin-off accademici che già operano con sufficiente pervasività. A questi non si possono aggiungere altre forme di dipendenza che, anzi, dovrebbero essere arginate. L'università, come la scuola, devono tornare a fare quello per cui sono nate. Istruire e preparare ad affrontare una vita. Non si esce medici o avvocati. Si esce laureati. Medici, avvocati o architetti si diventa con la pratica. Comincino i vari Abranel e i suoi amici meritocratici a sboccare il mercato del lavoro universitario, a fare in modo che ci siano più possibilità - non dico di fare carriera - almeno di spostarsi di sede in sede senza che ciò comporti ogni volta la scalata di un 7000. Che si paghino anche un po' di più i professori e che si lascino i ricercatori al loro lavoro di ricerca. Che sia l'eccezione il ricercatore che insegna, e non la regola. E che si torni ad investire, subito, proprio sulla ricerca. E che il capitalista torni a fare il suo, ossia investire denaro e non attendere che lo Stato - che a parole rinnega - gli sforni annualmente un parco buoi da dove assumere sottopagando.




 











giovedì 30 maggio 2013

LA CRISI RCS

L'amministratore delegato RCS Scott Jovine


Comunicato sindacale, Milano 30 maggio 2013

Il Comitato di redazione del Corriere della Sera richiama l'attenzione delle lettrici e dei lettori sull'assemblea dei soci di RcsMediaGroup che si tiene oggi a Milano.
È un appuntamento importante per lo sviluppo del gruppo e quindi del Corriere della Sera .
Oggi i soci sono chiamati ad approvare l'aumento di capitale pari a 380 milioni, proposto dall'amministratore delegato Pietro Scott Jovane. Senza questo passo Rcs sarebbe costretta a portare i libri in tribunale.

Il Cdr ha raccontato nei mesi scorsi la genesi di questa crisi che nasce con l'acquisizione sconsiderata della società spagnola Recoletos e che si è acuita con il calo della raccolta pubblicitaria. Adesso, dopo quasi un anno di confronti e di scontri, i principali azionisti sarebbero pronti a fare la loro parte e ad approvare l'aumento di capitale. Sembra, finalmente, arrivato il momento di voltare pagina e di concentrare gli sforzi sul rilancio del gruppo nel suo complesso: quotidiani e periodici.
Il Comitato di redazione, per parte sua, ha condiviso con l'azienda un piano di risparmi come premessa per costruire su una base più solida lo sviluppo del Corriere . Il Cdr ritiene che una soluzione di equilibrio va adottata anche per superare il momento difficile delle testate periodiche del gruppo.


Il palazzo RCS oggi alle 17 sotto la minaccia della pioggia


I giornalisti del Corriere (e il Cdr che li rappresenta)sono pronti a un confronto di merito, pragmatico sulle iniziative da mettere in campo. Siamo in ritardo. L'evoluzione del mercato non ci aspetta, i concorrenti ancora meno. Se oggi verrà superata, o almeno tamponata, la fase dell'emergenza finanziaria, bisognerà affrontare con decisione le sfide poste alla leadership del Corriere . Il Cdr si muoverà sulla base di due linee guida molto chiare: difesa e ulteriore miglioramento della qualità dell'informazione sul giornale di carta; ricerca di nuove fonti di ricavo sulle piattaforme digitali (web, tablet, smartphone). Il 2013 non può essere solo l'anno dei tagli. In caso contrario tra poco tempo ci ritroveremmo di nuovo nelle sabbie mobili. Toccherà alla direzione del giornale e al management dell'azienda impostare e attuare il piano di rilancio. Ma anche i principali azionisti, quelli dentro il patto di sindacato (Fiat, Mediobanca, IntesaSanpaolo, Pesenti e altri) e fuori (Rotelli e Della Valle), saranno chiamati a dare al gruppo un assetto stabile di controllo, in grado di assicurare, se necessario, ulteriori risorse finanziarie per accompagnare lo sviluppo. Chi non se la sente di affrontare questa nuova fase, nei prossimi mesi, quando arriverà a scadenza il patto di sindacato, potrà fare un passo indietro per il bene del Corriere e di tutto il gruppo. 

mercoledì 3 ottobre 2012

Documenti inediti (Corriere della Sera)


Crisi e «tintinnar di sciabole»: così si spense il centrosinistra 

Tensioni Il governo Moro fu sottoposto alle pressioni del presidente Segni e della corrente dorotea

(fonte. Corriere della Sera).
«C aro Nenni, ho letto ieri sera l' articolo di fondo su L' Avanti! che viene attribuito alla tua penna incisiva e non posso che essere profondamente ferito per l' accenno che tu fai, alludendo a me, come al capo di un preordinato governo di carattere fascistico-agricolo-industriale, avente il disegno strategico di umiliare il parlamento, i partiti e i sindacati!». È il 23 luglio 1964, il secondo governo di centrosinistra, con presidente del Consiglio Aldo Moro e vicepresidente Pietro Nenni, ha appena giurato davanti al capo dello Stato, Antonio Segni, ma i protagonisti di quell' estate difficile hanno ancora il pensiero allo scontro appena concluso. Così il presidente del Senato, Cesare Merzagora, ispiratore di una svolta moderata e possibile capo di un governo tecnico, scrive al leader socialista questa lettera che trasuda risentimento. Nenni risponde immediatamente con toni secchi: «Caro Merzagora, l' articolo a cui ti riferisci era mio e non ho ad esso nulla da togliere e nulla da aggiungere. (...) Le tue intenzioni possono essere eccellenti o mediocri. Il governo di emergenza, presieduto da un "eminente Dc" o da te non poteva essere se non con un carattere "fascistico-agricolo-industriale" per dirla con parole tue». L' espressione infatti non era di Nenni, che l' avrebbe utilizzata in maniera provocatoria in un successivo articolo. Questo interessante e poco conosciuto scambio epistolare, custodito nelle carte di Aldo Moro presso l' Archivio centrale dello Stato si può ora leggere in appendice al saggio della storica Elena Cavalieri, «I piani di liquidazione del centrosinistra nel 1964», sul nuovo numero della rivista «Passato e Presente», diretta da Gabriele Turi. La primavera-estate del 1964 non viene ricordata soltanto per la liquidazione del centrosinistra (pur restando intatta la formula di governo, nella seconda edizione le riforme, dalla programmazione alle regioni, vennero rinviate sine die, tanto che Antonio Giolitti non accettò più la poltrona di ministro e Riccardo Lombardi si dimise da direttore dell' Avanti!) ma anche e soprattutto per quel «tintinnar di sciabole» (questa sì espressione coniata da Nenni) denunciato nel maggio 1967 sull' «Espresso» dalle inchieste di Eugenio Scalfari e Lino Jannuzzi. Il passaggio dal primo al secondo centrosinistra è indubbiamente legato al «piano Solo», oltre che ai contatti tra il presidente della Repubblica Segni, il comandante dei carabinieri Giovanni De Lorenzo e il capo di stato maggiore Aldo Rossi. Il saggio di Elena Cavalieri non è tuttavia dedicato all' analisi del «piano Solo», su cui in genere si incentra l' analisi storiografica sulla svolta del 1964, quanto al contesto economico in cui quella crisi si svolse. «Mentre sono note le difficoltà create dalla crisi della lira all' esistenza del primo esecutivo di centro sinistra tra il gennaio e il giugno 1964 - scrive la studiosa - il ruolo cruciale giocato dalle questioni economiche nel luglio 1964 non è stato ancora sufficientemente evidenziato... L' allarme per la "congiuntura" fu invece il principale fattore di aggregazione del gruppo eterogeneo - composto da politici, militari e industriali - che in quelle settimane si attivò per il ridimensionamento dell' esperimento di centrosinistra. Fu tale preoccupazione a spingere il presidente della Repubblica, Antonio Segni, a cercare alternative concrete al centro sinistra». L' ossessione di Segni per la crisi economica e la sua convinzione che le riforme proposte fossero «anticostituzionali» e potessero portare al tracollo del sistema viene raccontata attraverso documenti d' archivio (per esempio le lettere di Segni a Moro) e una copiosa letteratura, dai diari di Paolo Emilio Taviani alle lettere di Moro dalla prigione delle Brigate rosse. Resta la domanda se a depotenziare il centrosinistra fu la minaccia di una svolta istituzionale o, addirittura, di un colpo di Stato o se bastarono le pressioni della corrente dorotea della Dc, in primis il memorandum preparato da Emilio Colombo, e degli ambienti moderati. Un tema, questo, che come ricorda la Cavalieri ha animato all' inizio del 2004 una disputa tra Paolo Mieli, il quale sul «Corriere della Sera» ha espresso dubbi sul fatto che l' Italia si trovasse nell' estate del 1964 sull' orlo di un colpo di Stato, ed Eugenio Scalfari, sostenitore sulla «Repubblica» della tesi che il complotto rappresentò una reale minaccia per la democrazia. Per l' autrice del saggio il punto non è negare la pericolosità del «piano Solo» quanto mettere in primo piano i retroscena economici della crisi. Pur con molta prudenza la Cavalieri dà credito all' ipotesi che i contatti tra Segni e i vertici militari servissero per prepararsi a reazioni di piazza, non a un colpo di Stato

martedì 17 luglio 2012

PROFUMO DI SOLDI

Questa la lettera della ricercatrice Serena Scotto al ministro della Pubblica Istruzione, Profumo, inviata al Corriere della Sera. Si fa un quadro abbastanza preciso dello stato delle nostre università e della ricerca.





Chiar.mo Professor Profumo (dovrei scrivere Gentilissimo signor Ministro, ma mi piace pensare che
Lei sia e resti soprattutto un professore universitario),
ho letto la pagina online del Corriere della Sera del 12 luglio che riporta stralci di Sue
dichiarazioni sotto il titolo "Università, quei 600 mila fuori corso. Il ministro Profumo: sono
troppi, più tasse"
Capisco che la giornalista abbia, nel comporre l'articolo, messo in evidenza le informazioni che le
sono parse più interessanti, e di maggiore presa sul lettore: l'aumento delle tasse universitarie
per fuoricorso e studenti extracomunitari. Mi stupisce, però, che non abbia fatto alcun cenno alla
sostanziale liberalizzazione di tutta la contribuzione studentesca introdotta dal Decreto Legge
sulla Spending Review. E' questa, infatti, la notizia più importante: il Decreto permette alle
Università pubbliche di alzare le tasse universitarie, per tutti.
Forse, Lei, Ministro, non ne ha parlato? A me, da semplice cittadina, piacerebbe che ne parlasse, e
spiegasse che cosa significa il disposto dell''art.7, comma 42, del Decreto Legge per la Spending
Review. Lei ne ha illustrato solo una delle conseguenze, temo: quella più digeribile per il Paese
(in fondo, sembra giusto che gli studenti perditempo siano spinti a studiare di più, e se anche si
aumentano le tasse per gli studenti extracomunitari...beh, diciamocelo, non sono questi i problemi
cui siamo più sensibili in questo momento...)
Ho un po' di difficoltà, io ricercatore di Economia politica, a discutere su una questione di
aritmetica con un professore ordinario di Ingegneria, ex Rettore di un Politecnico, ed ex
Presidente del CNR. Però, mentre dissento dal suo giudizio sui fuoricorso, e soprattutto dalla
soluzione che vorrebbe adottare per ridurre il fenomeno, ma anche per ridurre il numero di studenti
extracomunitari che vengono a studiare in Italia (e la nostra spinta all'internazionalizzazione
dove è andata a finire?), mi conforta un po' sapere che i numeri difficilmente tradiscono, hanno
una sola lettura corretta. Spero quindi che Lei non mi bacchetterà per quello che sto per scrivere,
e dovrà convenire che ho ragione.
L'articolo modifica (le modifiche sono IN MAIUSCOLO) l'art. 5, comma 1,  del  decreto  del
Presidente  della Repubblica 25  luglio  1997,  n.  306, titolato "limite alla contribuzione
universitaria", come segue:
" (?),la contribuzione studentesca "DEGLI STUDENTI ITALIANI E COMUNITARI ISCRITTI ENTRO LA DURATA
NORMALE DEI RISPETTIVI CORSI DI STUDIO DI PRIMO E SECONDO LIVELLO" non puo' eccedere il 20 per
cento dell'importo del finanziamento ordinario annuale dello Stato, a valere sul fondo di cui
all'articolo 5, comma 1, lettera a), e comma 3, della legge 24 dicembre 1993, n. 537. DEI
TRASFERIMENTI STATALI CORRENTI ATTRIBUITI DAL MINISTERO DELL'ISTRUZIONE, DELL'UNIVERSITA' E DELLA
RICERCA. E' FATTO OBBLIGO AGLI ATENEI CHE SUPERANO TALE LIMITE DI DESTINARE LE MAGGIORI ENTRATE AL
FINANZIAMENTO DI BORSE DI STUDIO A FAVORE DEGLI STUDENTI."
Se leggo bene, l'intera contribuzione studentesca di un Ateneo non poteva superare fino ad oggi il
20% di un certo importo (in realtà lo superava eccome, in un buon numero di Atenei, costretti a
tirare su un po' di soldi dall'utenza per garantire un servizio decente, ma non era prevista per
questo nessuna sanzione).
Ora, dal totale della contribuzione vengono sottratti i contributi universitari versati dagli
studenti fuoricorso e dagli studenti extracomunitari: quindi quel tetto del 20% va diviso per il
solo numero degli studenti in corso (non extracomunitari). Operando una semplice divisione
(contribuzione diviso numero studenti), in cui il numeratore è invariato ma il denominatore è
diventato minore, il risultato (=importo medio massimo delle tasse universitarie per studente in
corso non extracomunitario) è certamente maggiore.
Se vado avanti a leggere, scopro che l'importo su cui quel 20% viene calcolato non è più il
finanziamento ordinario annuale, ma un aggregato che è di solito maggiore del finanziamento
ordinario. Questa volta, rifacendo la divisione, anche il numeratore è aumentato, quindi il
risultato (=importo medio massimo delle tasse universitarie per studente in corso non
extracomunitario) sarà dunque ancora maggiore.
In conclusione, non solo si profila (anzi, direi che il Ministro dell'Università auspica) un
aumento delle tasse universitarie per i fuoricorso (e per gli studenti extracomunitari), ma si
alza, e parecchio, il limite delle tasse universitarie per gli studenti in corso.
Fin qui i numeri. Mi dica, professore: ho sbagliato? Non credo.
Credo che davvero il Governo voglia dare il via libera all'aumento delle tasse universitarie,
questione che non ha niente a che vedere con la Spending Review, ma che piuttosto attiene alla
volontà di far gravare sempre più sugli utenti il costo del servizio universitario, che sta
perdendo le sue connotazioni di servizio pubblico, e che non sarà invariato, ma peggiore, poichè è
stato ancora ridotto il tasso di turnover del personale e si procederà ad una razionalizzazione
della spesa (è razionale acquistare il materiale di consumo attraverso un sistema di convenzioni
per spuntare il miglior prezzo al ribasso, e ottenere una partita di penne spuntate? da noi a
Genova si fa già così, ma se in ogni stock di penne solo una ogni quattro funziona c'è qualcosa di
irrazionale in questa razionalizzazione, mi pare).
Con la Spending Review, quindi, si intrecciano non solo decisioni di stampo paternalistico (siamo
sicuri che tutti i fuoricorso vadano educati? io non credo, ma il discorso mi porterebbe troppo
lontano), ma anche mal celate volontà di privatizzare l'Università Pubblica: più che di revisione
della spesa, mi sembra che si stia andando verso una sostituzione della spesa pubblica con quella
privata. Dietro la necessità di risanamento si nasconde un disegno politico di privatizzazione
dell'Università, che diventerà inaccessibile
a molti. Perchè un Governo di professori universitari non comprende che l'Università dovrebbe
essere un motore di crescita, e che gli studenti cervelloni sono uniformemente distribuiti fra la
popolazione, indipendentemente dalla situazione economica delle famiglie di origine? Ed è quindi
miope, oltre che ingiusto, impedire loro l'accesso all'Università?
A questo proposito, la tanto attesa sanzione (anche questa introdotta dallo stesso articolo) per
gli atenei che superano il tetto della contribuzione universitaria pare essere una dimostrazione
emblematica di questa miopia:: gli atenei che supereranno il fatidico limite dovranno destinare le
maggiori entrate (derivanti dal superamento) al finanziamento di borse di studio a favore degli
studenti. Qui sono preparata: sono certa che si tratti di una misura di redistribuzione a favore
degli studenti meritevoli e meno abbienti, quindi di una misura equitativa. Giusto, equo, conforme
ai principi costituzionali! Se non fosse che, come ben sa, le tasse universitarie si pagano in
relazione al reddito ISEEU, che si basa su una autocertificazione comprensiva della dichiarazione
dei redditi. E che quindi c'è il rischio, se non la certezza, che le maggiori tasse pagate da chi è
figlio di un lavoratore dipendente - che non può essere evasore - e da chi è onesto siano
utilizzate per borse di studio in favore di studenti meno abbienti ma anche di figli di evasori
fiscali.
Ho letto che Lei, savonese, si è laureato al Politecnico di Torino soggiornando per tutto il corso
di studi in un collegio universitario, grazie ad una borsa di studi, che sono sicura meritasse per
il suo curriculum e per censo. Se non avesse avuto questa possibilità, avrebbe probabilmente
pendolato su scomodi treni tra Savona e Genova, perdendo tempo ed energie, e magari finendo
fuoricorso. Ci ha mai pensato, signor Ministro, a quanto è stato fortunato? Se ne ricorda ancora?
Grazie per l'attenzione

Serena Scotto
ricercatore SECS-P/01
Università degli Studi di Genova
Rappresentante eletto del Collegio scientifico-disciplinare economico-giuridico-politico in Senato
Accademico

lunedì 25 giugno 2012

ALDO CAZZULLO COMMENTATORE SPORTIVO

Non so se l'Italia ieri abbia dato il meglio di sé contro l'Inghilterra. Ne dubito, perché senza un centravanti di ruolo è più difficile fare gol. Ma di certo Aldo Cazzullo ha dato il peggio di sé (o forse è proprio così lui) con questo pezzo "memorabile" per la catena di idiozie che contiene. Se si pensa che è riuscito a tirare fuori il "duce" e tra tutte le partite contro la Germania, quella del 1978...

(Aldo Cazzullo, Corriere della Sera on line, 25 giugno 2012)
Fuori Cameron, ora tocca alla Merkel.
Se la Nazionale assomiglia al Paese che rappresenta, l'Italia nella battaglia d'Europa è messa benissimo.
Del resto, era da tempo che non si vedevano gli azzurri dominare una partita importante come ieri sera. Riconosciamolo: come nel 2006 in Germania, anche stavolta - all'inizio - non ce l'aspettavamo. E dire che l'avventura era cominciata malissimo.

Forse perché eravamo partiti nel peggiore dei modi possibili. La polizia nel ritiro della nazionale. Il terzino sinistro a casa (con uno dei difensori centrali, ieri sera ineccepibile, indagato ma graziato dalla burocrazia giudiziaria, che gli ha evitato l'avviso di garanzia). Il capitano incappato in una sgradevole storia di scommesse milionarie. Alle loro spalle, un Paese impaurito, di malumore, scettico sull'avvenire. Ma poiché, come d'abitudine, gli italiani danno il meglio di sé nei momenti peggiori, i nostri atleti hanno riscattato se stessi, e in qualche misura anche noi.
Alla vigilia, anche la nazionale - come l'Italia - appariva bloccata, non all'altezza delle sue grandi potenzialità. Per questo, la notte di Kiev ci parla anche del nostro futuro. Ce ne parlano i due giocatori-chiave, caricati di aspettative e di valenza simbolica: Mario Balotelli, avanguardia dei nuovi italiani, ex stranieri a volte pieni di complessi ma che possono dare un grande contributo allo sport e all'economia; e Antonio Cassano, il figlio di un Sud dal meraviglioso talento, che resta sempre in fondo alle classifiche europee ma pare sempre sul punto di decollare.
Balotelli e Cassano, l'immigrato e il meridionale, che ci avevano portato nei quarti battendo con i loro gol l'Irlanda, anche stavolta sono stati all'altezza. In particolare Mario, rimasto in campo 120 minuti, da stasera è davvero il centravanti della nazionale. E Buffon ha confermato con la sua parata decisiva di essere davvero (al di là dei legittimi dubbi sui suoi comportamenti privati) il leader di una squadra che ha dominato dal primo all'ultimo minuto un'Inghilterra molto mediterranea, prudente e attendista, diversissima da quella che il 14 novembre 1934 aggredì a Highbury gli azzurri campioni del mondo facendo tre gol in 12 minuti (ma subendone due nel secondo tempo).
Anche allora l'Italia schierava difensori con qualche problema giudiziario, come Allemandi, squalificato a vita e poi perdonato per aver venduto il derby di Torino per 25 mila lire (ne aveva pattuite 50 ma ne ebbe solo la metà; il resto gli fu negato perché anziché truccare la partita era stato il migliore in campo). E anche allora avevamo gli oriundi, come Thiago Motta: a Luisito Monti gli inglesi ruppero un piede, e Mumo Orsi, ala sinistra dall'animo sensibile alla musica, si mise un po' in disparte, proprio come qualche azzurro ieri notte, e Brera lo inchiodò così: «Latita, come sempre quando fa caldo, il violinista Orsi». «È l'Italia del Duce» titolò la Gazzetta dello Sport .
Più sobriamente, le buone notizie da Kiev consentono a Monti di rifarsi del brutto tiro che gli ha rifilato il premier britannico Cameron, spifferando alla stampa la sua proposta per abbassare lo spread facendo comprare titoli italiani al fondo salva-Stati. E ora sarebbe proprio il caso di mantenere le buone abitudini e infliggere la solita sconfitta ai tedeschi, e nella fattispecie alla Merkel. Nell'attesa, godiamoci anche la vittoria della Ferrari. E quanto di buono ha fatto questa nazionale.
Non era modesta la squadra, come sostenevano i critici. Non è modesto il Paese che questa squadra rappresenta. Andiamo contro i tedeschi senza rivalse nazionaliste, per una partita di calcio (ad Argentina '78 finì 0-0 con i panzer che si abbracciavano per lo scampato pericolo: l'Italia aveva dominato). Consapevoli però del nostra valore. Sicuri di noi stessi. E consci che nella battaglia d'Europa l'Italia può prevalere anche fuori dal campo.

mercoledì 13 giugno 2012

ICHINO E IL TERRORISMO





ALFREDO DAVANZO IN AULA A MILANO
Nei giorni scorsi, in occasione del processo d’appello ai presunti appartenenti alle  cosiddette «nuove Brigate rosse», il Senatore Ichino ha proposto a ciascuno degli imputati di rinunciare alla propria costituzione in giudizio contro di loro, in cambio “del puro e semplice riconoscimento del suo diritto a non essere aggredito”. Il senatore, evidentemente, non si accontenta del mercato del lavoro; vuole modificare, ovvero introdurre il mercato anche nella giurisprudenza. Non si era mai vista una tale spudoratezza e un tale spregio dei diritti degli imputati da parte di un senatore della Repubblica. Una domanda del genere, infatti, prescinde dagli esiti del processo e non tiene conto della presunzione di innocenza. Il diritto a non essere aggredito è un diritto naturale. Nessuno di noi lo va a chiedere in un tribunale a degli imputati. Casomai, si rivolge a un magistrato. Ma non mi pare che fino ad oggi Ichino sia stato mai aggredito. Si tratta, dunque, di un’azione preventiva.
Per maggiore evidenziare la proposta, il senatore Ichino ha scritto al “Corriere” di aver ripetuto “l’offerta di conciliazione e di dialogo”, ma di aver ricevuto come risposta da Alfredo Davanzo le seguenti parole:

«Questo signore - che sarei io - rappresenta il capitalismo, lui è l'esecutore di questo sistema e noi eseguiremo il dovere di sbarazzarci di questo sistema».

Del sistema, ha detto Davanzo, ma Ichino la interpreta come personale. Crede che si vogliano sbarazzarsi di lui.
E si è arrabbiato, perché la sentenza di condanna non riconosce agli imputati il reato di terrorismo. Solo associazione sovversiva” (articolo 270 del codice penale), ma non di terrorismo (articolo 270-bis).

Il motivo è giuridico. La corte non ha riscontrato nel comportamento dei brigatisti, «il proposito di intimidire indiscriminatamente la popolazione, l'intenzione di esercitare costrizione sui pubblici poteri», oppure «la volontà di destabilizzare» o addirittura «distruggere gli assetti istituzionali del Paese».

Ichino non ci sta. E parte con i paragoni. Se non è terrorismo quello dei nuovi brigatisti, ancor meno lo è quello dei feritori (afferma gli anarchici) di Roberto Adinolfi.

E ancor meno, potrà ravvisarsi un siffatto intendimento politico nell'attentato di Brindisi contro un istituto scolastico”. Come potrebbe «destabilizzare o distruggere gli assetti istituzionali del Paese» un attentatore che neppure fa conoscere all'opinione pubblica tale suo preciso intendimento?

Ma perché questo paragone, senatore? Come può una persona che dia senso alle proprie parole paragonare la propria situazione al tentativo di strage in una scuola?

Ichino non ammette che stiamo vivendo un lungo periodo di scontro sociale altissimo, che la ristrutturazione capitalistica che ha causato la crisi economico-finanziaria che stiamo vivendo è costata il lavoro e in alcuni casi la vita a decine di migliaia di persone; ha reso liquido il concetto stesso di lavoro e con esso la prospettiva per molti di una vita normale, nel senso di “programmabile”. Viviamo in un paese con un’altissima disoccupazione giovanile, una generazione di lavoratori, i nati tra il 1965 e il 1975, che se perdono il lavoro lo ritrovano in 8 su cento entro un anno. Né ammette, Ichino, di essere uno dei ristrutturatori del sistema. Di essere per l’abolizione, o la riforma in senso restrittivo, dell’articolo 18, di aver scritto più volte contro le cause di lavoro, che ritiene una perdita di tempo (meglio l’accordo privato, dice – e spesso ciò accade, ci si mette d’accordo, ma in altri casi la possibilità di denunciare è una tutala). Ecco la parola. Tutela. Non piace a Ichino per gli altri. Ma la vuole per sé. Vuole essere tutelato e offre una pipa di pace ai presunti brigatisti. Per poter continuare indisturbato a contribuire all’abbattimento del sistema sociale così faticosamente creato nel corso di un centinaio di anni.

Il terrorismo è tante cose: una bomba che uccide in modo indiscriminato la popolazione, i bombardamenti di civili a Gaza, in Siria, in Afganistan, in Iraq, le autobomba, i treni e le piazze, da Portella della Ginestra nella piana degli Albanesi in Sicilia in poi. Non è terrorismo minacciare un giuslavorista perché anziché difendere gli interessi dei lavoratori, si occupa di quelli dei padroni. È un reato, una cosa che non fa parte del convivere civile, ma non è terrorismo.

Sono contro ogni terrorismo e ogni forma di violenza, e in questo mi trovo d’accordo con Ichino. Lo invito allora a scrivere dei bombardamenti sulle popolazioni civili, che il senatore ha approvato, rifinanziando le missioni italiane all’estero e in particolare quella in Afganistan. Perché Ichino, da quando è iniziata questa storia, ha ancora maggiore visibilità mediatica ed è stato eletto, ovviamente, senatore.

Forse ha ragione lui. Che i presunti militanti delle Nuove Br, o chi per loro, lo lasci stare. Magari non verrà più rieletto, gli toglieranno la scorta e sarà costretto a cercare lavoro nel privato. Lo troverà, ovviamente, ma almeno non lo pagheremo più noi. 

MARCONISTA