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lunedì 26 marzo 2018

VIA FANI. L'AVVOCATO DI FAMIGLIA


Via Fani, quando l’avvocato della famiglia Ricci accusava Moro «per la nauseante puzza di petrolio che si sentiva in aula»


Rivelazioni – Il carteggio tra l’avvocato Edoardo Ascari, legale della famiglia dell’appuntato dei carabinieri Domenico Ricci e il Vice comandante dell’Arma dei carabinieri, generale De Sena. Un inedito che apre nuovi squarci sulla genesi del paradigma vittimario



(Acs, Migs, Busta 11, E. Ascari, Lettera al Vice comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, Generale Mario De Sena, p. 3)
Era franco e diretto l’avvocato Edoardo Ascari, autore delle parole indicate nel riquadro, scritte per conto della signora Maria Rocchetti, vedova dell’appuntato dei Carabinieri Domenico Ricci ucciso la mattina del 16 marzo 1978 in via Fani da un gruppo di fuoco delle Brigate rosse mentre conduceva la Fiat 130 con a bordo il presidente del Consiglio nazionale della Dc Aldo Moro. Originario di Modena, ritenuto un principe del foro, ex ufficiale degli alpini scampato alla campagna di Russia, difensore storico dell’Arma dei Carabinieri, Ascari è scomparso nel 2011 all’età di 89 anni. I cronisti della giudiziaria lo consideravano uno dei “quattro moschettieri” dell’avvocatura, insieme a Franco Coppi, Vittorio Chiusano e Gioacchino Sbacchi. Nella sua lunga carriera di penalista, oltre al processo Moro aveva seguito altre importanti vicende giudiziarie che segnarono la storia della prima Repubblica: nel primo dopoguerra si era occupato dei procedimenti contro i partigiani accusati delle uccisioni di ex esponenti del regime fascista nel cosiddetto “triangolo della morte” (Castelfranco, Manzolino, Rastellino), successivamente patrocinò le parti civili nel giudizio sul disastro del Vajont, sostenne anche i parenti di undici dei sedici morti nella strage fascista di Piazza Fontana, prese parte al processo per il sequestro dell’Achille Lauro da parte di un gruppo di guerriglieri palestinesi, partecipò al giudizio sulla morte del commissario Calabresi e difese Giulio Andreotti, insieme a Franco Coppi, accusato della morte di Mino Pecorelli.
Ma torniamo al 6 dicembre 1985 quando, incassata da pochi settimane (il 15 novembre 1985) la sentenza di Cassazione che metteva fine all’iter giudiziario del primo processo Moro, nel quale erano confluite le istruttorie Moro 1 e 1 bis, confermando per i 57 imputati chiamati a giudizio i 22 ergastoli pronunciati in appello, sommati ad altre centinaia di anni di carcere (per 17 di loro ci fu un rinvio in appello per una nuova rideterminazione della pena), l’avvocato Ascari scriveva una lettera al Vice comandante dell’Arma dei carabinieri, Generale De Sena, lamentando il comportamento delle altre parti civili.
Nella missiva contestava la posizione minimalista tenuta dagli avvocati Fausto Tarsitano, Guido Calvi, Giuseppe Zupo, Armando Costa, Luciano Revel e Antonio Capitella, che su mandato del Partito comunista – secondo quanto scrive Ascari – avevano rappresentato nel processo gli interessi dei familiari degli agenti di polizia Francesco Zizzi, Raffaele Iozzino e Giulio Rivera, oltre che della famiglia del giudice Palma. In sostanza, il legale della famiglia Ricci, a sua volta incaricato dall’Arma dei Carabinieri, riteneva che «gli avvocati di ubbidienza comunista» avevano operato nel corso del processo «in modo da non danneggiare le tesi del loro partito […] avendo il Pci sposato la causa di pentiti e dissociati», come sintetizza il rapporto [pubblicato a fine articolo] che accompagnava la lettera di Ascari, redatto il 23 dicembre 1985 dal II Reparto dello Stato maggiore, Ufficio criminalità organizzata dei Carabinieri, testo che porta, tra gli altri, timbro e sigla dell’allora Capo sezione coordinamento, tenente colonnello Mario Mori (Acs, Busta 11).
Scriveva Ascari:
«Anzitutto i patroni delle famiglie degli Agenti di P. S. Francesco Zizzi, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera – Avv.ti Tarsitano, Calvi ed altri – hanno semplicemente letto le loro conclusioni senza discuterle. Il fatto è che il P.C.I., che era il vero mandante – era dalla parte dei “dissociati” e dei “pentiti” e, quindi, l’Avv. Tarsitano e i suoi colleghi hanno preferito ubbidire agli ordini del Partito che li pagava, anziché ai doveri che loro derivavano dal mandato ricevuto, almeno formalmente, dalle famiglie degli Agenti di P.S. assassinati».
A questo punto il legale della famiglia Ricci rivelava al Generale De Sena un episodio accaduto prima dell’avvio del processo Moro in Corte d’Assise, nel 1983:
«Desidero qui ricordare che la cosa, da me largamente prevista, dette luogo a un aspro – molto aspro – scambio di “opinioni” tra il Gen. Corsini [capo di Stato maggiore dell’Arma dei Carabinieri] e l’allora Ministro dell’Interno Rognoni: l’episodio accadde quando io segnalai che il P.C.I. si era attivato avvicinando le famiglie degli Agenti, lasciate sole, sussidiandole e promettendo loro ogni assistenza gratuita».
Nella seconda parte della lettera Ascari rivendicava a sé (escludendo polemicamente tutte le altre parti civili, compreso il collega patrocinante la vedova del maresciallo dei carabinieri Leonardi) il merito di aver condotto la Suprema Corte, presieduta per l’occasione da Corrado Carnevale, a rivedere la propria giurisprudenza restrittiva sulla disciplina del concorso morale, estendendola «ai capi promotori» per i delitti commessi dagli altri associati sulla semplice base di questa «loro qualità». Impostazione che in due precedenti sentenze non era stata recepita dai giudici di Cassazione.
La corte d’Assise, presieduta da Severino Santiapichi, aveva comminato ben 32 ergastoli. Sempre in primo grado vennero inflitte 27 condanne per un episodio mai avvenuto [leggi qui, qua e ancora qui], come i fantomatici spari che da una moto sarebbero stati indirizzati contro Alessandro Marini, un occasionale passante che transitava all’incrocio tra via Fani e via Stresa. Nel successivo giudizio di appello, una più attenta definizione delle responsabilità personali e l’applicazione della legislazione premiale sulla dissociazione e la collaborazione permisero una parziale riduzione del numero degli ergastoli e dello stratosferico monte pene iniziale.
Ma è la parte finale della lettera che riserva le maggiori sorprese:
«Per quanto riguarda i patroni della famiglia Moro, il loro comportamento è stato vicino alla vergogna.
Infatti, essi hanno chiesto sostanzialmente alla Corte di dichiarare che Moro era un brav’uomo – il che non è, anche per la nauseante puzza di petrolio che si sentiva in aula – e che i terroristi, poi, in fondo, andavano “compresi” nelle loro motivazioni e nei loro “retroterra culturali”.
Quanto, poi, ai dissociati, il perdono della famiglia doveva portare con sé tutti gli altri perdoni umani e divini.
Per dire le cose da vecchio alpino, uno schifo».
Ascari non risparmiava parole per censurare la linea processuale dei legali della famiglia Moro, accusata di avere avuto attenzione solo per la tutela della onorabilità dello statista e ritenuta troppo disponibile al perdono verso i dissociati. Attaccava pesantemente la stessa figura del leader democristiano, alludendo al suo coinvolgimento nello “scandalo petroli”, un gigantesco giro di frodi fiscali (2 mila miliardi di lire) venuto alla luce nei primi anni 80 e da cui scaturivano anche finanziamenti occulti per alcune correnti Dc. L’inchiesta e il successivo processo videro coinvolti Sereno Freato, capo della segreteria personale di Moro, altri dipendenti dello studio personale dello statista democristiano, situato in via Savoia, il capo del servizio informazioni della Guardia di Finanza, Donato Lo Prete, il Generale Raffaele Lo Giudice, Comandante generale della Guardia di Finanza, numerosi petrolieri, tra cui Bruno Musselli, grande elemosiniere della corrente politica del dirigente democristiano, molto attivo nei giorni del sequestro quando fornì la propria disponibilità a coprire una eventuale richiesta di riscatto, al pari dell’avvocato Agnelli. Alla fine dell’iter giudiziario, dopo la metà del decennio 80, Freato che trascorse anche un periodo in carcere uscì indenne dalle accuse di partecipazione diretta alla frode e alla truffa. Il processo lambì la stessa moglie dello statista democristiano. Anche se le responsabilità politiche non vennero evidenziate, l’episodio in qualche modo annunciò quanto sarebbe accaduto di lì a pochi anni con le inchieste di “Mani pulite” che travolsero il sistema politico della Prima repubblica.
Seguendo le indicazioni dell’ufficio che aveva redatto un’analisi dei contenuti della lettera, e nella quale si segnalava come Ascari sottolineasse di «essersi trovato col solo appoggio del PM a sostenere i buoni diritti delle vittime dei terroristi» (accanto alla frase si legge una glossa manoscritta, «posizione giustificabile»), e auspicasse «che il comportamento delle parti civili sia reso noto in opportuna sede», a fine anno il Generale De Sena rispose con un diplomatico ringraziamento – preparato dallo stesso ufficio – per «le notizie fornitemi» congratulandosi con il legale per il suo operato processuale. (Acs, Migs, Busta 11)
Il rapporto dell’ufficio tecnico dello Stato maggiore dei CC che analizza la lettera dell’avvocato Ascari (Acs, Migs, Busta 11):

venerdì 10 marzo 2017

CRITICA DELLA RAGION DIETROLOGICA PARTE SECONDA

L'onorevole Gero Grassi, componente della Commissione parlamentare di inchiesta sul caso Moro, si è risentito dell'articolo di Annachiara Valle ed ha scritto a "Famiglia Cristiana". Riportiamo la sua lettera e la coraggiosa risposta della giornalista e scrittrice. Per la prima volta il fronte giornalistico è rotto con decisione e sono poste le giuste domande alla Commissione, fino ad oggi francamente poco utile alla comprensione di quegli avvenimenti se si escludono poche audizioni di storici, magistrati e uomini delle forze dell'Ordine. 


Ecco la lettera che ci ha inviato l'onorevole Gero Grassi:

Ho letto sconcertato un articolo sulla testata on line di Famiglia Cristiana secondo il quale cambia poco sapere se il presidente della Dc sia stato ucciso da seduto o da sdraiato. Non volevo credere ai miei occhi. La questione nasce dalla perizia sulla dinamica dell’ uccisione di Aldo Moro chiesta dalla Commissione guidata da Giuseppe Fioroni al Reparto investigativo dei Carabinieri. Durante una lunga audizione il colonnello Luigi Ripani e il tenente colonnello Paolo Fratini hanno esposto gli esiti del loro lavoro – non sono stati ‘tirati di qua e di là dalle domande dei membri della Commissione’ , come si scrive nell’ articolo, semplicemente gli abbiamo chiesto chiarimenti – mostrando le evidenze scientifiche fin qui, paradossalmente, mai notate, in base alle quali Aldo Moro fu colpito da davanti: la versione brigatista delle ultime ore di vita di Moro è dunque fatta a pezzi.

Il Ris non dice, come di nuovo sostiene l’ articolo, evidentemente scritto senza aver seguito con attenzione i nostri lavori, che la «scena del crimine» è “certamente” la Renault 4 dove il corpo di Aldo Moro fu ritrovato la mattina del 9 maggio. Niente affatto. Il colonnello Ripani ha anzi detto il contrario, cioè che in base alla loro perizia l’ ipotesi che tutto sia avvenuto in un garage è alquanto improbabile. Proprio a tal fine svolgeremo un incidente probatorio in via Montalcini, per escludere definitivamente che quello sia stato il luogo dell’ uccisione.

Se il principale settimanale italiano, uno tra i pochissimi ormai autorevoli, propone ai propri lettori una versione così superficiale e falsa dei nostri lavori, dobbiamo preoccuparci oltre che rammaricarci. Noi, infatti, pensiamo che la verità del caso Moro sia un dovere, oltre che un contributo alla buona politica dell’ oggi. Per questo siamo impegnati a capire: perché l’ allora capo della Digos Spinella arrivò troppo presto in via Fani, chi sparò da destra, visto che i membri noti del commando stavano tutti su un lato, se i trafficanti d’ armi e gli ‘ndranghitisti che si incontravano nel bar Olivetti, proprio di fronte al luogo dell’ agguato, hanno contribuito all’ operazione, chi fossero coloro che hanno ospitato un covo brigatista nell’ elegante palazzina dello Ior di via Licinio Calvo, perché i brigatisti hanno detto così tante bugie e perché gli investigatori se le sono bevute … e tanti altri nodi critici.

Riusciremo a ricomporre il puzzle? E’ molto difficile, noi ci proviamo, auspicando che proprio Famiglia Cristiana non si sottragga all’ esigenza di un impegno per la verità e non si unisca al coro del qualunquisti.      

Gero Grassi, componente della Commissione parlamentare di inchiesta


LA RISPOSTA DI FAMIGLIA CRISTIANA

Gentile onorevole Grassi,

l’ articolo pubblicato ha avuto, come ben potrà comprendere, i più ampi riscontri prima di essere messo online. In particolare sono state attentamente ascoltate le audizioni ed è stata attentamente vagliata la perizia presentata dal Ris. Non riscontriamo invece la stessa precisione nelle sue affermazioni. In particolare sottolineiamo tre affermazioni quantomeno superficiali della sua lettera. Laddove afferma che «Il Ris non dice, come di nuovo sostiene l’ articolo, evidentemente scritto senza aver seguito con attenzione i nostri lavori, che la «scena del crimine» è “certamente” la Renault 4 dove il corpo di Aldo Moro fu ritrovato la mattina del 9 maggio», rileviamo, invece che dall’ audizione del colonnello Ripani del 23 marzo (il cui resoconto stenografico è stato pubblicato nel sito della Camera, si desume proprio quanto da noi pubblicato.

Dice il colonnello dei Ris:  «…Questa attività è stata svolta per ricercare elementi oggettivi desumibili: dal sopralluogo e dal repertamento sia sulla scena del crimine (sicuramente la Renault 4) sia anche dagli atti a disposizione della Commissione (parlo dei verbali di sopralluogo della Polizia scientifica all'epoca dei fatti); dalle analisi scientifiche delle tracce e dei reperti disponibili, che abbiamo svolto in laboratorio; dagli esami medico-legali eseguiti sul corpo e accertamenti balistici...». Su un’ altra delle sue affermazioni, quella in base alla quale il garage di via Montalcini non sarebbe stato il luogo in cui l’ onorevole Moro è stato ucciso, rileviamo che nella stessa audizione del 23 marzo il colonnello Ripani si limita a illustrare i dati della perizia e non dice mai che sia improbabile che il luogo dell’ omicidio sia il garage di via Montalcini. Tra l’ altro - questo del luogo dell’ omicidio - non era neppure tra i quesiti posti al Ris.

È il presidente Fioroni che, alla fine della seduta, esprime il suo personale punto di vista, non suffragato dalle parole del colonnello Ripani che anzi dichiara: «…I primi 3 colpi potrebbero essere stati esplosi in un luogo magari non tanto distante (adesso poi vi dico perché), ma in un locale, un garage, e la macchina fuori o la macchina dentro, ma non ne ho la più pallida idea e non voglio avanzare ipotesi». È invece il presidente Fioroni che, al termine della audizione e senza che ci sia alcuna prova a sostegno del suo pensiero, dice: «Credo che non sfugga a nessuno che, silenziatore o non silenziatore, nel garage di via Montalcini è difficile ipotizzare questa sicurezza di movimenti. Poi il bossolo fa rumore, fa rumore sulla porta chiusa, fa rumore sul soffitto, fa rumore dappertutto, e con gragnuola di dieci colpi magari non fa rumore il silenziatore, ma fa rumore tutto il resto. Il bossolo da qualche parte ha battuto e stiamo parlando di 12 colpi, non di uno o di due». Opinioni, fin qui, del tutto personali che non hanno trovato riscontro in prove scientificamente inoppugnabili. Ci chiediamo inoltre perché, di fronte a chiare dichiarazioni, per esempio la polizia scientifica (dottor Boffi) che nell’ audizione del 10 giugno 2015 dichiara «Non c’ è alcuna possibilità, per l'assenza totale di impatti di proiettili provenienti dalla destra, che il maresciallo sia stato colpito da colpi esplosi da destra. …. Di nuovo, noi non abbiamo alcuna evidenza di colpi esplosi dalla destra, perché non abbiamo alcun impatto all'interno e all'esterno dell'autovettura. Abbiamo impatti provenienti da sinistra che hanno certamente attinto il maresciallo», la Commissione continua a ritenere che in via Fani si sia sparato immediatamente anche da destra. Ci fermiamo qui per non alimentare ulteriormente la polemica.

Le chiediamo però perché la Commissione non riesce ad andare oltre una sistematica volontà di demolire quanto già ampiamente accertato dalla magistratura. Perché non aggiunge i tasselli mancanti, piuttosto che cercare di contestare gli elementi che sono già stati accertati e collocati al loro posto? A chi giova far finta che nulla si sappia, ignorare i riscontri, le indagini, le perizie, le testimonianze? A chi giova dare interpretazioni distorte di perizie e audizioni? Cercare di far chiarezza alzando polveroni piuttosto che analizzando con oggettività i fatti non è certo un buon metodo per cercare la verità.

Cordiali saluti

Annachiara Valle

martedì 7 marzo 2017

ANNACHIARA VALLE: CRITICA DELLA RAGION DIETROLOGICA

Siamo messi così. Un articolo che non mi esalta sul Caso Moro è comunque un passo enorme in avanti rispetto alla Commissione di inchiesta.

Di Annachiara Valle, 3 marzo 2017, Famiglia Cristiana



Sul caso Moro tutto da rifare? Così dicono i commenti sui lavori della Commissione presieduta da Giuseppe Fioroni. In realtà che sia tutto da rifare il Ris non lo dice. Non lo dice la perizia effettuata dagli uomini del colonnello Luigi Ripani e non lo dicono neppure, in audizione, lo stesso comandante del Reparto investigazioni scientifiche di Roma e il suo tenente colonnello Paolo Fratini. Seppur tirati di qua e di là dalle domande dei membri della Commissione Moro, i due carabinieri si limitano a mostrare le evidenze scientifiche e a formulare due ipotesi di cui una definita, «sulla base degli elementi oggettivi raccolti», la  «più probabile».

La «scena del crimine», per i Ris, è certamente la Renault 4 dove il corpo di Aldo Moro fu ritrovato la mattina del 9 maggio. Rispetto alla ricostruzione degli ultimi momenti del presidente fatta da Germano Maccari nell’ udienza presso la Corte d’ assise di Roma, il 19 giugno 1996, la differenza è sulla posizione di Moro al momento dei primi colpi sparatigli – già sdraiato secondo il brigatista, seduto sul pianale dell’ automobile secondo il Ris -, mentre gli altri proiettili lo hanno raggiunto nella posizione indicata dai brigatisti.
Non è la prima volta che la Commissione crea scoop e nuovi scenari sul caso Moro. I lettori ricorderanno anche la vicenda delle cassette di via Gradoli sulle quali nel 2015 – anche lì eravamo in prossimità dell’ anniversario della strage di via Fani – Gero Grassi, uno dei componenti della Commissione, aveva dichiarato: «Le cassette sono state ritrovate tra i reperti del covo brigatista di via Gradoli grazie al lavoro della dottoressa Antonia Giammaria, magistrato distaccato presso l'organismo parlamentare. Da quel che si conosce dagli atti erano 18 le cassette registrate ritrovate nel covo e mai ascoltate: ad oggi ne manca dunque una. Per il momento le cassette sono nella cassaforte della Commissione». Peccato però che, proprio sulle quelle audiocassette «mai ascoltate»» ci fosse tanto di verbale dell’ epoca della Digos con il contenuto dettagliato di ciascuna.

Il vero quesito allora è sugli obiettivi della Commissione e sul perché non si riesca ad allargare lo sguardo su quanto successe nel nostro Paese in quegli anni soprattutto sul fronte dello stragismo, dei depistaggi e dei rapporti tra settori deviati dello Stato e terrorismo. Sul rapimento e l'assassinio di Aldo Moro, lo avevamo già scritto fin dal nascere della Commissione, si sa tanto. Quello che manca è un quadro in cui collocare tutta la vicenda e quello che accadde dopo. Manca di sapere se e quanto si sapesse su terrorismo di destra e di sinistra, sul se e sul quanto si lasciò fare (perché ad esempio, una volta individuato il covo di via Montalcini si lascia che la Braghetti traslochi senza arrestarla e lasciando così che possa uccidere due anni dopo Bachelet?), sul se e quanto i brigatisti furono “usati”, loro malgrado, anche da pezzi dello Stato, sul se e quanto lo stragismo di destra fosse funzionale a una svolta autoritaria nel Paese…

E mentre i dietrologi del caso Moro giocano ai piccoli detective quasi fossimo in un episodio della serie televisiva Csi, sulle questioni vere che hanno cambiato la storia del nostro Paese si continua a tacere.

Perciò ci permettiamo noi di porre un quesito alla Commissione, nella convinzione che la nostra domanda sia anche quella di tanti italiani: perché non si indaga, finalmente e fino in fondo, sulle implicazioni e i coinvolgimenti delle istituzioni e degli apparati dello Stato in questa vicenda?

martedì 10 marzo 2015

I DISTRUTTORI DELLA STORIA









Un bellissimo articolo di Francesco Piccioni sul caso Moro. Da

Leggendo le cronache avventurose - sul piano mentale - della nuova commissione parlamentare d'inchiesta sul sequestro di Aldo Moro, ad un certo punto mi è passata davanti l'immagine dell'Isis che distruggeva i resti della civiltà assira. Che c'entrano dei benestanti e benpensanti parlamentari con dei tagliagole che distruggono il passato per affermare il loro eterno presente (secondo loro) dettato da un dio?
La forma mentis, direi.
Il format mediatico intitolato "i misteri del caso Moro" ha quasi 40 anni, assicura a tutti gli interpreti qualche minuto di successo, un portafoglio gonfio, a volte persino una poltrona da parlamentare. Fin qui tutto bene, è la banalità dell'imbrancarsi in un gregge guidato da pastori con mano ferma.
Il problema è che per alimentare la misteriologia bisogna far strage di prove, equiparandole ai sospetti, alle domande, alle idiozie, mescolando il tutto in un calderone bollente e più volte centrifugato, al punto che nulla conta più nulla. Tranne la volontà del cuoco, che accende il fuoco quando vuole e indica agli attoniti spettatori questo o quel componente che viene portato in superficie dal suo mestolo e poi rapidamente scompare nella sbobba. Siamo al masterchef della Storia, in cui è sempre ammesso un nuovo pirla che porta un nuovo componente o - sempre più spesso, visto quanto tempo è passato - semplicemente un pezzo già usato e dimenticato. Ribollito. Che so, "la moto Honda"...
L'audizione dell'ex viceparroco di Santa Lucia, amico di Moro, ora arcivescovo in Gran Bretagna è stata un capolavoro di dimostrazione di quanto vado dicendo. Presentata - immancabilmente - come l'evento che avrebbe "permesso di fare chiarezza su uno dei punti più oscuri della vicenda", si è aperta con il placido prete costretto a premettere che era l'ottava volta che veniva chiamato a deporre sulla stessa cosa. La seconda, davanti a una commissione parlamentare. Non proprio una "prima"...
Nella vicenda storica il suo ruolo era stato decisamente minore: allora giovane prete, era stato destinatario di alcune lettere scritte da Moro, perché le girasse alla famiglia. Non serve essere degli esperti in sequestri di personaggi di spicco per sapere che in questi casi la famiglia è sottoposta a controlli stringenti, "blindata" da uomini armati che filtrano ogni spillo in entrata o in uscita dall'abitazione. Un giovane prete senza alcun potere, un collega di università (come il prof. Tritto) o altri personaggi simili diventano una buona "intermediazione" per mandare lettere. Non c'erano i social network, allora; e presumibilmente nessun brigatista li avrebbe usati visto che sono "tracciati" in ogni passaggio.
Su di lui era stato sparso uno dei tanti "misteri" della dietrologia, addirittura per bocca di Francesco Cossiga. Che aveva ipotizzato - non saprei dire se a mo' di battuta mal riuscita o soprassalti di rimorso per piste non seguite - che quel giovane prete fosse stato a sua volta sequestrato per un giorno, portato nella prigione di Moro e lì avesse impartito l'estrema unzione. Sette interrogatori o audizioni non erano bastate a convincere nessun dietrologo che lui, in via Montalcini, non c'era stato. Ed anche ieri, al termine dell'ottava audizione ha commentato tristemente "non penso di aver convinto nessuno".
Lo si può capire. Qualsiasi protagonista di quella vicenda - i brigatisti, Cossiga, l'archivista della stessa commissione stragi, storici, poliziotti e magistrati, ecc - abbia provato a mettere la parola fine su uno qualsiasi dei misteri è stato rapidamente derubricato a "opinione" fra le tante, probabilmente falsificata ad arte, comunque irrilevante. Finendo rapidamente tra i tanti componenti della sbobba che ogni tanto riprende a bollire.
Leggiamo come ricorda don Mennini quei giorni:
Ci venne indicato un sacerdote dei pallottini con presunte doti di sensitivo: fu lui ad indicare su una mappa un punto dell'Aurelia. Ne parlai con il professor Tritto (assistente di Moro, ndr) e lui disse che era importante, che dovevamo dirlo al ministro e ottenne un appuntamento. Fummo ricevuti al Viminale dove ci tennero a bagnomaria per 3 o 4 ore, ogni tanto Cossiga entrava e chiedeva a Tritto se era possibile avere qualche indumento di Moro, qualche scritto, ipotizzando pure il coinvolgimento del sensitivo consultato nel caso dell'omicidio di Milena Sutter". Era un clima "poco esaltante", "ogni tanto veniva il capo di gabinetto che parlava di una fila di persone importanti che chiedevano biglietti omaggio per lo spettacolo pasquale dell'Opera. A me fu rimproverato di non aver informato la polizia del contatto telefonico con le Br, ma non volevo rischiare di bloccarlo, volevo solo essere utile a una persona alla quale volevo bene e fare nel mio piccolo tutto quello che potevo. E poi, quello che ho visto quel giorno al Viminale mi era bastato..  Tornato a casa, parlando con i miei dissi 'se le cose funzionano così, Moro può salvarlo solo la Madonna o la Provvidenza'".
Cioè nessuno. La dietrologia si regge sull'idea che la Storia sia governata da una Spectreonnipotente e onnisciente, che ordisce complotti e sa come intervenire ogni volta che si rischia siano scoperti. La Spectre è insomma un dio oscuro, contro cui il "vero fedele" può soltanto esercitare il rifiuto di tutto ciò che sfugge all'idea di "mondo regolato" che deriva dalla parola del "vero dio". L'Isis della dietrologia è questa bestia qui, che distrugge tutto - passato, prove, credibilità, ecc - per affermare soltanto la sua esistenza e pretesa di dominio. Anche Moro subì, ancor vivo e prigioniero, lo stesso trattamento: le lettere che scriveva non erano "moralmente ascrivibili" a lui. Tanto da dichiararlo "pazzo" quando, obliquamente e moderatamente, scriveva parole non concilianti con qualche notabile del suo stesso partito iscritto al nuovo e infame "partito della fermezza".
Il partito della dietrologia è una filiazione diretta del "partito della fermezza". E' stato messo in piedi dagli stessi uomini, dagli stessi partiti. Vomita merda da quasi 40 anni e ha avvelenato i pozzi a cui si abbeverano i cervelli. Non c'è più - o quasi - un giornalista capace di distinguere una bufala clamorosa da un'ipotesi allettante; e in ogni caso una prova è per loro irriconoscibile. Non esiste, non può esistere un punto fermo, una verifica definitiva - da laboratorio - di quel che è falso e di quel che è vero. Non ci sono testimonianze, né carte, né riscontri che possano mettere in crisi il "mistero". Non c'è perché non ci deve essere, finirebbe il gioco...
Guardiamo ancora dall'audizione di ieri. Grande sorpresa - sia tra i parlamentari della commissione che tra i giornalisti mandati a seguire l'audizione - quando don Mennini ha ricordato che il papa, l'allora Paolo VI, aveva fatto preparare 10 miliardi di lire per un eventuale riscatto in denaro. Una "rivelazione"? Ma se il rifiuto del riscatto compare addirittura in uno dei nove volantini delle Br emessi durante il sequestro... Era ipotesi avanzata su tutti i giornali di quelle settimane, oggetto di "dibattito" tra esperti, politici, giornalisti, specie dopo la richiesta ufficiale di scambiare Moro con 13 prigionieri politici.
Tutto cancellato, tutto dimenticato. Solo il "mistero" ha diritto ad esistere, picconando reperti, statue, storie, prove... Continuerà così in eterno, fin quando qualche bastardo vi troverà un guadagno.

lunedì 9 marzo 2015

IRRESPONSABILI 2

Come anticipato ieri, l'audizione di Don Mennini, anzi, del Nunzio Mennini, non ha spostato di una virgola quanto già non si sapesse sulla vicenda Moro.


ROMA - "Non sono mai stato nella prigione delle Brigate rosse per confessare Aldo Moro". Monsignor Antonello Mennini, nunzio apostolico in Gran Bretagna, chiude uno degli ultimi misteri legati al caso Moro. Parlando davanti alla commissione d'inchiesta, Mennini ha smentito la circostanza di un suo incontro con lo statista nel covo di via Montalcini, di cui aveva parlato Francesco Cossiga: "Purtroppo - ha detto monsignor Mennini - non ne ho avuto la possibilità, ma nella coscienza dei miei doveri sacerdotali ne sarei stato molto contento".

Nel corso dell'audizione davanti alla commissione parlamentare, monsignor Mennini ha confermato che nei giorni del rapimento fece avere alla famiglia Moro alcune lettere dello statista recapitategli dalle Br. "In ogni caso - ha fatto notare - , se avessi avuto un'opportunità del genere credete che sarei stato così imbelle, che sarei andato lì dove tenevano prigioniero Moro senza tentare di fare niente? Sicuramente mi sarei offerto di prendere il suo posto, anche se non contavo nulla , avrei tentato di intavolare un discorso, come minimo di ricordare il tragitto fatto. E poi, diciamo la verità di che cosa doveva confessarsi quel povero uomo?".

Il nunzio apostolico - che in apertura di audizione aveva tenuto a sottolineare di essere stato già ascoltato sulla vicenda in sede parlamentare e giudiziaria per ben sette volte - ha confermato che "di un'eventuale confessione non avrei potuto dire nulla, né sui contenuti né sulle circostanze temporali e logistiche, ma non avrei difficoltà alcuna ad ammettere di essere andato nel covo delle Br. E' che non ci sono mai stato".

domenica 8 marzo 2015

GLI IRRESPONSABILI

La Commissione Parlamentare di Inchiesta sul "caso Moro" è composta da persone incompetenti e largamente irresponsabili. Irresponsabili, perché hanno formato questo organo con lo scopo preciso di continuare a inquinare la vicenda con titoli in prima pagina (fatti da giornali altrettanto irresponsabili) e ipotesi già verificate in passato dagli studiosi, oltreché dagli organi inquirenti. 

L'ultima balla riguarda don Mennini, il Nunzio Apostolico (ambasciatore) del Vaticano a Londra, all'epoca del rapimento parroco della chiesa dove Moro andava al mattino a pregare prima dei suoi impegni istituzionali.

Come segnalato da Paolo Persichetti, uno studioso che sta facendo un lavoro eccellente sulle fonti e ricostruisce con estremo rigore le amnesie della politica, in realtà don Mennini è stato già ascoltato "almeno 7 volte". 

Dalla fonte scoperta da Paolo (http://www.aleteia.org/it/politica/articolo/la-verita-sul-caso-moro-5226074065600512), il brano che informa della nuova sciocchezza detta da Commissari e giornalisti in questi giorni. 

(AGI) - CdV, 7 mar. - Alla vigilia dell'audizione dell'arcivescovo Antonio Mennini alla Commissisone parlamentare, il sito cattolico Aleteia ha ricostruito che l'attuale nunzio apostolico in Gran Bretagna, che all'epoca dei fatti era viceparroco a Roma e frequentava il presidente della Dc, fu sentito tra procure, corti d'assise e commissioni parlamentari almeno 7 volte. Il 2 giugno del 1978 Mennini fu sentito dalla Procura della Repubblica di Roma e il 12 gennaio 1979 il Tribunale di Roma lo esamino' in merito a "confessione di Moro". Nel febbraio del 1979 il sostituto procuratore di Roma, Domenico Sica, volle nuovamente ascoltarlo dopo la pubblicazione nel gennaio di quell'anno di un articolo sul Corriere della Sera a firma del giornalista Antonio Padellaro sempre in merito alla presunta confessione avvenuta nella prigione della BR, Padellaro, ex alunno del Massimo come Mennini, aveva chiesto al vice parroco di Santa Lucia se davvero si fosse recato da Moro e questi aveva risposto: "Magari avessi potuto farlo! Purtroppo non mi e' stata data la possibilita' di offrire consolazione a una persona che mi onorava di affetto e amicizia". Il 22 ottobre del 1980 Mennini testimonio' davanti alla Commissione d'inchiesta su via Fani.
  Il 21 settembre 1982 fu convocato, ma non ascoltato, davanti alla Corte di Assise di Roma dove si svolgevano i procedimenti riunificati Moro uno e Moro bis con la presidenza del giudice Severino Santiapichi. Di lui, pero', aveva parlato davanti alla stessa Corte nell'udienza del 19 luglio la vedova di Aldo Moro, la signora Eleonora Chiavarelli. Al presidente Santiapichi il 28 settembre Mennini invio' una lettera informando che stava ripartendo per il servizio diplomatico in Uganda ma restava a disposizione. Il servizio diplomatico (consigliere di nunziatura in Uganda e Turchia, nel 2000 nunzio apostolico in Bulgaria, dal 2002 presso la Federazione Russa e successivamente anche in Uzbekistan, quindi dal 2010 nel Regno Unito) non impedi' a Mennini di tornare davanti dalla Procura di Roma che indagava per il Moro ter nel settembre del 1986 e davanti alla Corte d'Assise per il Moro-quater, di nuovo con il presidente Santiapichi, nel 1993. "Forse - sottolinea Aleteia - e' per questo motivo che Mennini richiesto di una nuova audizione dalla seconda Commissione Moro, la 'Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi', istituita nel 1988, invio' una lettera al presidente Giovanni Pellegrino per chiedere, rispettosamente come si legge, alla Commissione di fare riferimento alle precedenti deposizioni rese alle autorita' sia parlamentari che giudiziarie che confermava e rispetto alle quali non aveva nulla da aggiungere.
  In ogni caso, non trincerandosi dietro lo status di cittadino del Vaticano e il ruolo ivi ricoperto come e' stato spesso riportato". Secondo Francesco Cossiga, nel 1978 ministro dell'Interno, Don Mennini entro' nel covo Br e lo confesso' durante i 55 giorni. "Ho sempre creduto - affermo' Cossiga- che don Antonello, allora suo confessore, abbia incontrato Moro prigioniero delle Br per raccogliere la sua confessione prima dell'esecuzione dopo la condanna a morte. Come ministro dell'Interno allora mi sentii giocato. Mennini ci scappo'.
  Seguendolo avremmo potuto trovare Moro. Ma ancora oggi il Vaticano e' riuscito a fare in modo che Mennini non potesse essere interrogato mai da polizia e carabinieri. Avevamo messo sotto controllo telefonico e sotto pedinamento tutta la famiglia e tutti i collaboratori. Ci scappo' don Mennini. Io credo che le Br gli abbiano permesso di recarsi nel covo per incontrare e confessare Moro. Almeno lo spero. Anche se Moro non ne aveva certo bisogno". In realta' il telefono di don Mennini, come risulta da un rapporto della Digos agli atti del processo Moro, era gia' sotto controllo il 22 aprile 1978, cioe' il giorno dopo aver consegnato alcune lettere fattegli recapitare da Moroe precedute da due telefonate del sedicente professor Nicolai, alias il brigatista Valerio Morucci: una il 20 aprile e una, di controllo, la mattina del 21 aprile. In questi anni monsignor Mennini ha mantenuto il riserbo sulla vicenda che lo ha coinvolto: "Sono sempre stato molto discreto - ha confermato al Corriere della Sera il 27 dicembre 2010 - quanto al rapporto che avevo con l'onorevole Moro. In tante vicende, vuoi in Italia che altrove, la curiosita' della gente, non di rado alimentata dai media, e' spesso spinta in una ricerca quasi ossessiva di segreti, misteri non chiariti, fatti taciuti, per cui non ci si contenta mai di stare alla realta' dei fatti verificati e storicamente provati. Va quasi da se' che la tragica scomparsa dell'onorevole Moro, cui possiamo associare tante altre persone vittime innocenti della barbarie del terrorismo, resta una ferita ancora aperta: soprattutto, credo, nel cuore dei suoi famigliari, di quanti gli erano piu' vicini e lo hanno sinceramente amato, come pure di coloro che si sono trovati a dover compiere delle scelte terribili".

martedì 3 giugno 2014

AUTOCOMMISSIONE

Pochi giorni fa il Senato ha votato l'istituzione di una ennesima Commissione di inchiesta bicamerale sul Caso Moro. Riportiamo l'intervista del presidente in pectore, Gero Grassi, uno dei promotori, che non sa nulla sulla questione (cita Gallinari senza sapere che da almeno 15 anni la magistratura ha emesso una sentenza che individua (reo confesso) in Maccari l'uccisore materiale di Moro. Così, tanto per dire.


«La Commissione Moro cercherà in ogni modo la verità, perché il Paese ne ha bisogno anche per evitare il ripetersi di tragedie come questa». E’ quanto afferma, rispondendo alle domande di lettera35, il vice presidente dei deputati del Partito democratico, Gero Grassi, promotore del disegno di legge che ieri ha incassato il via libera del Senato e che porterà all’istituzione di una nuova Commissione parlamentare d’inchiesta sul sequestro del presidente della Dc.
Grassi, già autore di un voluminoso dossier sullo stesso caso, è fermamente convinto che a distanza di 36 anni dal sequestro e dall’assassinio di Aldo Moro il Parlamento riuscirà a fare luce su una delle pagine più drammatiche della storia repubblicana «perché i tempi sono cambiati e le condizioni storiche dovrebbero consentirlo». «Girando l’Italia per presentare il dossier sul tema “Chi e perché ha ucciso Aldo Moro” – aggiunge il vice presidente dei deputati del Pd – ho percepito una grande volontà di verità su una bruttissima pagina della nostra Repubblica».
Onorevole Grassi, le precedenti Commissioni non sono riuscite a fare luce su molti aspetti ancora oggi poco chiari, cosa le fa pensare che questa volta il Parlamento ce la farà?
«La forza di volontà e la determinazione di rendere giustizia ad un uomo morto per la libertà e la democrazia. Aggiungo anche la passione morotea di sapere e conoscere, avendo conosciuto Aldo Moro nel lontanissimo novembre 1963, quando avevo cinque anni e mezzo. Quando Moro fu rapito, il 16 marzo 1978, feci il mio primo comizio e sostenni sempre la necessità della trattativa, tesi allora respinta come demoniaca e lesiva della integrità dello Stato, oggi quasi unanimemente accettata».
Commentando l’istituzione della Commissione ha accennato a false verità e all’assenza di uno scenario credibile sulla morte e la prigionia di Aldo Moro, può riassumere quali sono gli aspetti su cui la Commissione si concentrerà?
«Penso che vada fatta anzitutto luce su via Fani, dove in base a quanto sostiene la magistratura, con sentenze definitive, c’erano persone non riconducibili alle Brigate rosse. Poi penso vada chiarita la morte di Moro che non è avvenuta per mano di Prospero Gallinari, come lui stesso ha raccontato prima di morire e come il senatore Sergio Flamigni sostiene sin dagli anni novanta. In aggiunta, le false verità sono quelle di via Gradoli, il lago della Duchessa e la prigione di Moro che non è unica, come dicono i brigatisti, perché i rilievi medico-scientifici sul corpo di Moro lo hanno accertato ed escluso».
Che idea si è fatto sulle dichiarazioni dell’ispettore Rossi in merito alla presunta presenza in via Fani di agenti segreti?
«Sinora ho studiato gli atti della magistratura e delle Commissioni d’inchiesta. Leggo i giornali, ma non mi condizionano. La vicenda dell’Ispettore Rossi va chiarita senza pregiudizio alcuno e con rispetto dei vivi e dei morti. Penso che una persona che affermi quello che sostiene Rossi o è un matto da legare, e va curato, oppure dice cose che è in grado di certificare con prove. Che in via Fani ci fossero altri soggetti lo dicono anche Alberto Franceschini e Valerio Morucci (due membri della Brigate Rosse, ndr)».
Proverete ad ascoltare i due brigatisti del commando di via Fani, Alessio Casimirri e Alvaro Lojacono, ancora oggi latitanti, e a sollecitare la loro estradizione?
«La vicenda di Casimirri è veramente strana. Ci sarà qualcuno responsabile della sua non estradizione? Perché i Servizi vanno a trovarlo e non sappiamo nulla? Chi ha favorito Casimirri in questi anni?».
La Commissione riuscirà a rendere pubblici i documenti sul caso Moro ancora oggi classificati?
«L’obiettivo del Governo Renzi è eliminare ogni classificazione e copertura. Dopo trentasei anni ogni copertura è sinonimo di correità od omissione di verità. Voglio specificare che la Commissione d’inchiesta non tende a fare rese dei conti, né fisiche né giudiziarie, ma a scoprire la verità storica e consegnarla al Paese».
Il Parlamento dovrà fare tutto questo in 18 mesi e con scarse risorse a disposizione, non le sembra un missione impossibile?
«A me piacciono le missioni impossibili. Togliere all’uomo la possibilità di misurarsi con le sfide difficili è renderlo innocuo e paralizzato. Voglio vivere, sapere, capire, raccontare e studiare come evitare il ripetersi del dramma di Aldo Moro. Voglio raccontare ai cittadini, come sto facendo dovunque in Italia, la vita e la morte dell’uomo mite e buono Aldo Moro e concludere che lo Stato deve evitare il ripetersi di tragedie come questa».

mercoledì 2 aprile 2014

MOTO RICORDO



Rapimento Moro, ma quali servizi sulla moto Honda di via Fani c’erano due giovani che abitavano nel quartiere


Sulla motocicletta Honda che la mattina del 16 marzo 1978 transitò in via Fani, pochi minuti prima che scattasse l’attacco delle Brigate rosse contro la scorta del presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro, non c’erano uomini del Sismi ma due giovani del quartiere. I loro nomi, come ha ricordato recentemente un articolo apparso su Contropiano, sono noti da tempo alla magistratura: identificati dalla Digos nella primavera del 1998 chiarirono la loro posizione davanti al pubblico ministero Antonio Marini.
Nonostante la circostanza fosse stata ampiamente chiarita 16 anni fa, non si è esitato a rilanciare sull’Ansa un nuovo depistaggio, partendo da una lettera anonima inviata al quotidiano la Stampa nel 2009 che indicava a cavallo della Honda due presunti agenti del Sismi, i servizi segreti militari, ovviamente deceduti nel frattempo. Pista archiviata nel 2009 dalle procure di Torino e Roma dopo che gli uffici della Digos ne avevano verificato l’inconsistenza.


Su via Fani un’onda di dietrologia

di Marco Clementi e Paolo Persichetti
cb500fk2b2Abitavano in via Stresa, a poche decine di metri dall’incrocio dove venne portata a termine l’azione più importante delle Brigate rosse. Giuseppe Biancucci aveva 23 anni e Roberta Angelotti 20, quella mattina stavano tornando a casa ignari di quel che stava accadendo, non avevano armi con loro e non facevano parte delle Brigate rosse anche se gravitavano in un’area politica contigua. Erano sulla moto che transitò pochi attimi prima dell’arrivo del convoglio di Moro che subì l’attaccato di un nucleo composto da dieci brigatisti. La motocicletta che passò improvvisamente sulla scena non c’entrava nulla con quell’azione, anzi, creò solo imbarazzo. Biancucci e Angelotti, conosciuti a Roma Nord come “Peppe e Peppa” erano due “compagni” che militavano nel “Comitato proletario di Primavalle Mario Salvi”, dal nome del “militante comunista combattente” ucciso nel 1976 con un colpo di pistola alle spalle da Domenico Velluto, guardia carceraria, alla fine di una manifestazione sotto il ministero della Giustizia.
La loro militanza politica è una circostanza decisiva perché spiega due cose: il comportamento tenuto una volta giunti all’incrocio tra via Fani e via Stresa e il loro successivo silenzio. Dettaglio non da poco, Biancucci e Angelotti vennero arrestati nella primavera successiva nel corso di una inchiesta condotta dai Carabinieri nella zona Nord della capitale contro l’Mpro, un’area che le Brigate rosse stavano tentando di creare al di fuori dell’organizzazione con l’intento di coinvolgere parte del “movimento”.
Come ha raccontato Contropiano, Giuseppe Biancucci conosceva molto bene due persone che erano in via Fani quella mattina: Valerio Morucci, uno degli “steward” che dietro la siepe del bar Olivetti attendevano la vettura di Moro e la sua scorta e Alessio Casimirri, uno dei componenti del “cancelletto superiore”. Con il primo aveva frequentato il liceo mentre con il secondo aveva condiviso la militanza nel comitato di Primavalle. Rallentò perché si accorse di loro, vide Morucci camuffato, capì che stava accadendo qualcosa di grosso, addirittura lo salutò con un cenno di mano e poi via a tutto gas verso casa. Quell’esitazione, gli sguardi di complicità scambiati con i vecchi compagni furono poi interpretati da alcuni testimoni oculari, alquanto confusi e contraddittori, come il segno di una complicità operativa che non ci fu.
La domanda giusta, allora, non è cosa stessero facendo Biancucci e Angelotti sotto casa sulla loro moto con targa regolare, ma perché non hanno mai parlato. Porsi una domanda giusta è il segreto per avere una risposta di qualche interesse. L’esatto opposto di quel che fa la dietrologia. Per la cronaca, Biancucci rientrava dal lavoro, smontava dal turno di notte nel garage del padre situato a poca distanza.
E forse non ha mai parlato, perché in via Fani aveva visto degli amici, perché magari era convinto che stessero facendo una cosa condivisibile, o semplicemente perché un “compagno” non fa la spia. Tempi diversi da quelli odierni.
A parlare ci pensarono poi altri, alcuni pentiti come Raimondo Etro che rientrato da una lunga latitanza all’inizio degli anni 90 per discolparsi dal sospetto di essere stato uno dei passeggeri della moto riferì l’episodio sentito raccontare dalla Algranati: «ad un certo punto sono passati i due cretini di Primavalle ed hanno anche fatto ciao ciao con la manina». Individuati dalla Digos, Biancucci e Angelotti vennero ascoltati nella primavera del 1998 dal magistrato che cercò di incastrarli su un’altra vicenda, quella del tentato omicidio di Domenico Velluto, l’assassino di Mario Salvi, e della morte del suo vicino di tavolo, Mario Amato, colpito per errore in una trattoria mentre festeggiava la scarcerazione. I due ammisero di essere passati per via Fani quella mattina ma con tutto il resto non c’entravano nulla. Successivamente, come ha riportato "Contropiano" la settimana scorsa, uno dei testimoni chiave di via Fani, l’ingegner Marini (citato sempre a sproposito) riconobbe addirittura lo stesso Biancucci, scomparso precocemente nel 2010, come il guidatore della moto.
 Le considerazioni che questa storia suggerisce sono molte:
1) 16 anni fa la magistratura è pervenuta ad una ricostruzione della vicenda della moto di via Fani che si avvale di elementi probanti molto forti: la deposizione dei due motociclisti che hanno ammesso la circostanza, la plausibilità del loro racconto, la prossimità delle loro abitazioni con via Fani, il riconoscimento del testimone, il possesso della moto da parte del Biancucci compatibile temporalmente con i fatti, la testimonianza di uno dei brigatisti presenti in via Fani. Evidenze del tutto ignorate dal circo mediatico che ha rincorso uno scoop fondato su una lettera anonima farcita di contraddizioni. Possibile che nessuno sapesse dell’inchiesta del 1998? Che nessuno si sia ricordato?
2) La lettera anonima e il racconto dell’ex poliziotto in pensione, la stesura romanzata della vicenda facevano acqua da tutte le parti. Ci voleva molto poco per sentire puzza di marcio. L’autore dell’articolo scegliendo un registro narrativo vittimistico-persecutorio ha omesso di raccontare come le procure di Torino (pm Ausilio) e Roma (procuratore aggiunto Capaldo, a cui venne trasmesso il fascicolo per competenza), avessero fatto accertamenti escludendo l’attendibilità di quanto asserito in quella lettera ed inviando la pratica verso una inevitabile archiviazione (Cf. la copia delle lettera).
Lettera Honda copiaSi potevano evincere da subito due grossolane contraddizioni:
a) Stando al suo contenuto, l’anonimo autore del testo (dalla sintassi traballante) sarebbe il passeggero posteriore della motocicletta, quello che secondo uno dei testimoni più citati di via Fani -l’ingegner Marini – aveva un sottocasco scuro sul volto e soprattutto era armato con una piccola mitraglietta con cui avrebbe sparato ad altezza d’uomo (anche se i bossoli non sono mai stati trovati e l’esame balistico non conferma affatto l’episodio). Perché mai dunque la ricerca delle armi si è indirizzata solo sul guidatore (di cui si forniscono tracce nella missiva) che non aveva armi in mano? Ed a lui sarebbe stata trovata una improbabile pistola per nulla riconducibile ad una mitraglietta (vedi l’immagine qui sotto)?
b) Racconta l’ex poliziotto di aver trovato l’arma sospetta nella cantina del supposto guidatore, vicino ad una copia cellofanata della edizione straordinaria de La Repubblica del 16 marzo con il titolo “Moro rapito dalle Brigate Rosse”. Se non è un copione cinematografico poco ci manca. L’arma era una Drulov cecoslovacca, pistola sportiva monocolpo a gas compresso Co2, con canna molto lunga. Poco maneggevole, basta provarla per capire che va bene solo per il tiro a segno, da posizione immobile e con tempo prestabilito per la mira, inutilizzabile in un’azione come quella di via Fani, impensabile come arma in dotazione a corpi speciali.
Drulov copia
 3) Siamo ormai al terzo tentativo fallito di accreditare in pochi mesi nuove piste, rivelazioni e misteri, dopo la clamorosa defaillance dell’ex magistrato Imposimato, raggirato da un personaggio che si è finto teste chiave assumendo diverse personalità e nikname e per questo ora indagato dalla magistratura. Queste “rivelazioni” assumono rilevanza non per la loro veridicità intrinseca ma solo per l’enorme pressione mediatica che le sospinge e una volontà politica largamente condivisa, decisa a non seppellire il cadavere di Moro per perpetuarne l’uso strumentale nell’arena politica con una nuova commissione parlamentare d’inchiesta.
4) Quale è il significato ultimo di tanta dietrologia sul rapimento Moro? Estirpare da ogni ordine del pensabile l’idea stessa di rivoluzione. Sradicare quegli eventi dall’ordine del possibile. Negarne non solo la verità storica (su cui il dibattito resta, ovviamente, aperto), ma l’ipotesi stessa che possa essere avvenuta. Presentare, quindi, le rivoluzioni come eventi inutili, se non infidi, sempre e comunque manovrati dai poteri forti, in cui c’è sempre un grande vecchio che non si trova e una verità occulta che sfugge continuamente. Si è diffusa una sorta di malattia della conoscenza, una incapacità ontologica che impedisce di accettare non solo la possibilità ma la pensabilità stessa che dei gruppi sociali possano aver concepito e tentato di mettere in pratica una strada diretta al potere. La dietrologia e il cospirazionismo hanno come essenza filosofica il negazionismo della capacità del soggetto di agire, di pensare in piena autonomia secondo interessi legati alla propria condizione sociale, ideologica, politica, culturale, religiosa, di genere.
Infine, impedisce di vedere ciò che appare acclarato, talmente grande ed evidente, che finisce sempre per rimanere celato dalle “rivelazioni”: lo Stato, i partiti, assunsero durante i 55 giorni del rapimento Moro una posizione ben precisa. Non trattarono. Fu una legittima scelta politica che, però, conteneva in sé la potenzialità che Moro potesse venire ucciso. Si tratta di una responsabilità non da poco ma, lo ripetiamo, assolutamente legittima. In tale contesto, i servizi potevano logicamente servire a trovare Moro, o a controllare che non uscisse vivo dalla prigione del popolo? Più si insiste sulla seconda ipotesi, più sfugge il lato politico della vicenda. Più si preme il tasto della dietrologia, meno si ricordano le dichiarazioni quotidiane di quei giorni, per cui, come disse un alto esponente del Pci dopo la prima lettera a Cossiga, “per noi Moro è politicamente morto”.