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venerdì 10 marzo 2017

CRITICA DELLA RAGION DIETROLOGICA PARTE SECONDA

L'onorevole Gero Grassi, componente della Commissione parlamentare di inchiesta sul caso Moro, si è risentito dell'articolo di Annachiara Valle ed ha scritto a "Famiglia Cristiana". Riportiamo la sua lettera e la coraggiosa risposta della giornalista e scrittrice. Per la prima volta il fronte giornalistico è rotto con decisione e sono poste le giuste domande alla Commissione, fino ad oggi francamente poco utile alla comprensione di quegli avvenimenti se si escludono poche audizioni di storici, magistrati e uomini delle forze dell'Ordine. 


Ecco la lettera che ci ha inviato l'onorevole Gero Grassi:

Ho letto sconcertato un articolo sulla testata on line di Famiglia Cristiana secondo il quale cambia poco sapere se il presidente della Dc sia stato ucciso da seduto o da sdraiato. Non volevo credere ai miei occhi. La questione nasce dalla perizia sulla dinamica dell’ uccisione di Aldo Moro chiesta dalla Commissione guidata da Giuseppe Fioroni al Reparto investigativo dei Carabinieri. Durante una lunga audizione il colonnello Luigi Ripani e il tenente colonnello Paolo Fratini hanno esposto gli esiti del loro lavoro – non sono stati ‘tirati di qua e di là dalle domande dei membri della Commissione’ , come si scrive nell’ articolo, semplicemente gli abbiamo chiesto chiarimenti – mostrando le evidenze scientifiche fin qui, paradossalmente, mai notate, in base alle quali Aldo Moro fu colpito da davanti: la versione brigatista delle ultime ore di vita di Moro è dunque fatta a pezzi.

Il Ris non dice, come di nuovo sostiene l’ articolo, evidentemente scritto senza aver seguito con attenzione i nostri lavori, che la «scena del crimine» è “certamente” la Renault 4 dove il corpo di Aldo Moro fu ritrovato la mattina del 9 maggio. Niente affatto. Il colonnello Ripani ha anzi detto il contrario, cioè che in base alla loro perizia l’ ipotesi che tutto sia avvenuto in un garage è alquanto improbabile. Proprio a tal fine svolgeremo un incidente probatorio in via Montalcini, per escludere definitivamente che quello sia stato il luogo dell’ uccisione.

Se il principale settimanale italiano, uno tra i pochissimi ormai autorevoli, propone ai propri lettori una versione così superficiale e falsa dei nostri lavori, dobbiamo preoccuparci oltre che rammaricarci. Noi, infatti, pensiamo che la verità del caso Moro sia un dovere, oltre che un contributo alla buona politica dell’ oggi. Per questo siamo impegnati a capire: perché l’ allora capo della Digos Spinella arrivò troppo presto in via Fani, chi sparò da destra, visto che i membri noti del commando stavano tutti su un lato, se i trafficanti d’ armi e gli ‘ndranghitisti che si incontravano nel bar Olivetti, proprio di fronte al luogo dell’ agguato, hanno contribuito all’ operazione, chi fossero coloro che hanno ospitato un covo brigatista nell’ elegante palazzina dello Ior di via Licinio Calvo, perché i brigatisti hanno detto così tante bugie e perché gli investigatori se le sono bevute … e tanti altri nodi critici.

Riusciremo a ricomporre il puzzle? E’ molto difficile, noi ci proviamo, auspicando che proprio Famiglia Cristiana non si sottragga all’ esigenza di un impegno per la verità e non si unisca al coro del qualunquisti.      

Gero Grassi, componente della Commissione parlamentare di inchiesta


LA RISPOSTA DI FAMIGLIA CRISTIANA

Gentile onorevole Grassi,

l’ articolo pubblicato ha avuto, come ben potrà comprendere, i più ampi riscontri prima di essere messo online. In particolare sono state attentamente ascoltate le audizioni ed è stata attentamente vagliata la perizia presentata dal Ris. Non riscontriamo invece la stessa precisione nelle sue affermazioni. In particolare sottolineiamo tre affermazioni quantomeno superficiali della sua lettera. Laddove afferma che «Il Ris non dice, come di nuovo sostiene l’ articolo, evidentemente scritto senza aver seguito con attenzione i nostri lavori, che la «scena del crimine» è “certamente” la Renault 4 dove il corpo di Aldo Moro fu ritrovato la mattina del 9 maggio», rileviamo, invece che dall’ audizione del colonnello Ripani del 23 marzo (il cui resoconto stenografico è stato pubblicato nel sito della Camera, si desume proprio quanto da noi pubblicato.

Dice il colonnello dei Ris:  «…Questa attività è stata svolta per ricercare elementi oggettivi desumibili: dal sopralluogo e dal repertamento sia sulla scena del crimine (sicuramente la Renault 4) sia anche dagli atti a disposizione della Commissione (parlo dei verbali di sopralluogo della Polizia scientifica all'epoca dei fatti); dalle analisi scientifiche delle tracce e dei reperti disponibili, che abbiamo svolto in laboratorio; dagli esami medico-legali eseguiti sul corpo e accertamenti balistici...». Su un’ altra delle sue affermazioni, quella in base alla quale il garage di via Montalcini non sarebbe stato il luogo in cui l’ onorevole Moro è stato ucciso, rileviamo che nella stessa audizione del 23 marzo il colonnello Ripani si limita a illustrare i dati della perizia e non dice mai che sia improbabile che il luogo dell’ omicidio sia il garage di via Montalcini. Tra l’ altro - questo del luogo dell’ omicidio - non era neppure tra i quesiti posti al Ris.

È il presidente Fioroni che, alla fine della seduta, esprime il suo personale punto di vista, non suffragato dalle parole del colonnello Ripani che anzi dichiara: «…I primi 3 colpi potrebbero essere stati esplosi in un luogo magari non tanto distante (adesso poi vi dico perché), ma in un locale, un garage, e la macchina fuori o la macchina dentro, ma non ne ho la più pallida idea e non voglio avanzare ipotesi». È invece il presidente Fioroni che, al termine della audizione e senza che ci sia alcuna prova a sostegno del suo pensiero, dice: «Credo che non sfugga a nessuno che, silenziatore o non silenziatore, nel garage di via Montalcini è difficile ipotizzare questa sicurezza di movimenti. Poi il bossolo fa rumore, fa rumore sulla porta chiusa, fa rumore sul soffitto, fa rumore dappertutto, e con gragnuola di dieci colpi magari non fa rumore il silenziatore, ma fa rumore tutto il resto. Il bossolo da qualche parte ha battuto e stiamo parlando di 12 colpi, non di uno o di due». Opinioni, fin qui, del tutto personali che non hanno trovato riscontro in prove scientificamente inoppugnabili. Ci chiediamo inoltre perché, di fronte a chiare dichiarazioni, per esempio la polizia scientifica (dottor Boffi) che nell’ audizione del 10 giugno 2015 dichiara «Non c’ è alcuna possibilità, per l'assenza totale di impatti di proiettili provenienti dalla destra, che il maresciallo sia stato colpito da colpi esplosi da destra. …. Di nuovo, noi non abbiamo alcuna evidenza di colpi esplosi dalla destra, perché non abbiamo alcun impatto all'interno e all'esterno dell'autovettura. Abbiamo impatti provenienti da sinistra che hanno certamente attinto il maresciallo», la Commissione continua a ritenere che in via Fani si sia sparato immediatamente anche da destra. Ci fermiamo qui per non alimentare ulteriormente la polemica.

Le chiediamo però perché la Commissione non riesce ad andare oltre una sistematica volontà di demolire quanto già ampiamente accertato dalla magistratura. Perché non aggiunge i tasselli mancanti, piuttosto che cercare di contestare gli elementi che sono già stati accertati e collocati al loro posto? A chi giova far finta che nulla si sappia, ignorare i riscontri, le indagini, le perizie, le testimonianze? A chi giova dare interpretazioni distorte di perizie e audizioni? Cercare di far chiarezza alzando polveroni piuttosto che analizzando con oggettività i fatti non è certo un buon metodo per cercare la verità.

Cordiali saluti

Annachiara Valle

lunedì 2 febbraio 2015

OMICIDIO A NEW YORK

William Klinger, uno storico di Rijeka, la già italiana Fiume, è stato ucciso con un colpo di pistola alla testa sabato a pochi chilometri da qui, nel quartiere Queens, a New York, dove si trovava per una serie di conferenze.

Non conoscevo il collega se non di nome. Da sempre si occupava di storia della Jugoslavia titina e di quella della sua città, Fiume, alla quale aveva dedicato due monografie.

Il presunto assassino, un cittadino americano di origini slave, Alexander Bonich di 49 anni, è stato arrestato.

AGGIORNAMENTO

Secondo gli inquirenti Bonich avrebbe confessato. Il movente sarebbe stato un affare privato andato male, una questione di soldi. Dunque, la storia, Tito e la polizia politica jugoslavia, non avrebbero nulla a che fare con il delitto, cosa che in un primo tempo era stata velatamente ipotizzata dai media italiani, molto portati, per naturale inclinazione, alla dietrologia.


Su wiki la voce, solo in inglese, è stata aggiornata poche ore fa.

Klinger was born on 24 September 1972 in Rijeka[2], but the family originates from Pakrac. He graduated summa cum laude from the University of Trieste in 1997 with a BA in history, while attending also the University of Klagenfurt due to a stipend he received from the Austrian government. He gained masters degree at the Central European University in Budapest and doctoral degree at the European University Institute in Florence, where he wrote his doctoral dissertation titled "Negotiating the Nation: Fiume, from Autonomism to State making 1848-1924".[1]
Klinger lived in the Italian town of Gradisca d'Isonzo. An independent researcher, he was employed by the Centro di Ricerche Storiche di Rovigno (Center for Historical Research of Rovinj).[1]
Beside his native Croatian and Italian, Klinger also spoke EnglishFurlanRussian and Slovene.[1]
He was found shot in the head on 31 January 2015 in Astoria Park in New York City, where he was attending a conference on the former Yugoslavia, the Second World War and the post-war Balkans.[3] Klinger died of his wound in Elmhurst Hospital, where he was taken after he was found lying near the park’s public pool.[4]

La bibliografia era alquanto vasta.

  • “Antonio Grossich e la nascita dei movimenti nazionali a Fiume”, Quaderni, Centro ricerche storiche Rovigno, 1999 (XII).
  • “La genesi dei movimenti nazionali a Fiume”, in Fiume nel secolo dei grandi mutamenti; Atti del convegno, Edit, Fiume 2001.
  • “Cesare Durando: frammenti della corrispondenza consolare (1887)”, Atti, Volume XXXII, Centro ricerche storiche Rovigno, 2002.
  • “La Carta del Carnaro: una costituzione per lo “Stato libero di Fiume (1920)”, Quaderni, Volume XIV, Centro ricerche storiche Rovigno, 2003.
  • “La storiografia di Fiume (1823 - 1924): una comunità immaginata?” Quaderni, Volume XV, Centro ricerche storiche Rovigno, 2004.
  • “Dorotićeva policijska izvješća o Adamiću”, in Adamićevo Doba (1780. - 1830.) Vol. I Muzej grada Rijeke, Rijeka, 2005, pp. 223–231.
  • “Adamić i Hudelist: Doba restauracije”, in Adamićevo Doba (1780. - 1830.) Vol. I Muzej grada Rijeke, Rijeka, 2005, pp. 233–239.
  • “Prva globalizacija: kolonijalna ekspanzija i privilegirane trgovačke kompanije”, in Adamićevo Doba (1780. - 1830.) Vol. II, Muzej grada Rijeke, Rijeka, 2006.
  • “Emilio Caldara e Fiume”, Quaderni, Centro ricerche storiche Rovigno, 2006 (XVII): 445-480.
  • “Quando è nazione? Una rivisitazione critica delle teorie sul nazionalismo”, Quaderni, Centro ricerche storiche Rovigno, 2006 (XVII): 399-420.
  • “Le macchinazioni ragusee da repristinazione della loro Repubblica vanno sempre più realizzandosi: la tentata restaurazione della Repubblica di Ragusa nel 1814”,Atti, Centro ricerche storiche Rovigno, 2009 (XXXVIII): 127-160.
  • “Nascita ed evoluzione dell’apparato di sicurezza jugoslavo: 1941-1948”, Fiume - Rivista di studi adriatici, 2009 (19): 13-49.
  • “Lussino, dicembre 1944: operazione “Antagonise”, Quaderni, Centro ricerche storiche Rovigno, 2009 (XX)
  • “A.L.Adamich nei rapporti della Polizei-Hofstelle del 1810, Atti, Centro ricerche storiche Rovigno, 2009 (XXXIX): 331-358.
  • “Roberto Oros di Bartini (Fiume 1897 - Mosca 1974)”, La Ricerca, Centro ricerche storiche Rovigno, 2009.
  • “Alcune considerazioni sulla guerra partigiana jugoslava 1941-1945”, Fiume - Rivista di studi adriatici 2010 (21): 107-117.
  • “Josip Broz Tito (1892-1980): un’intervista con Geoffrey Swain”, Quaderni, Centro ricerche storiche Rovigno, 2010 (XXI): 377-425.
  • “Note sulla presenza storica della Foca monaca nell'Adriatico”, La Ricerca, Centro di ricerche storiche – Rovigno 2010 (57): 6–10.
  • “Due memoriali inediti di Riccardo Zanella al Consiglio dei ministri degli esteri di Londra del settembre 1945”, Fiume. Rivista di studi adriatici 2011 (23): 61 - 68.
  • “Giuseppe Ludovico Cimiotti (1810-1892) e le problematiche origini della storiografia fiumana”, Fiume. Rivista di studi adriatici 2011 (24): 49 - 64.
  • “Nazionalismo civico ed etnico in Venezia Giulia”, Ricerche Sociali, Centro di ricerche storiche – Rovigno 2011 (18):39-45
  • “Le origini dei consigli nazionali: una prospettiva euroasiatica”, Atti, Centro di ricerche storiche – Rovigno 2011 (XXXX): 435-473.
  • GERMANIA E FIUME La questione fiumana nella diplomazia tedesca (1921-1924), Deputazione di Storia Patria per la Venezia Giulia, Trieste, 2011.
  • “La Cunard nel Quarnero: la linea Fiume - New York (1904-1914)”, Quaderni 2011 (XXII): 7-45.
  • “Catture di Squalo Bianco (Carcharodon carcharias, Linnaeus, 1758) nel Quarnero 1872 – 1909”, Atti, Centro di ricerche storiche – Rovigno 2011 (XLI): 479-524.
  • “A vent’anni dalla dissoluzione della Jugoslavia: le radici storiche”, Fiume. Rivista di studi adriatici 2012 (25): 67 - 71.
  • “Crepuscolo adriatico. Nazionalismo e socialismo italiano in Venezia Giulia (1896 – 1945)”, Quaderni, Centro ricerche storiche Rovigno, 2012 (XXIII): 79 - 126.
  • IL TERRORE DEL POPOLO Storia dell'OZNA, la polizia politica di Tito, Italo Svevo, Trieste, 2012.
  • “Dall’autonomismo alla costituzione dello Stato - Fiume 1848-1918”, in Forme del politico. Studi di storia per Raffaele Romanelli, a cura di Emmanuel Betta, Daniela Luigia Caglioti, Elena Papadia, Viella, Roma 2012: 45 - 60.
  • “Continuity Man: la visita di Stane Dolanc a Londra nel 1977”, la battana, 187 (2013): 77 - 90.
  • “Organizzazione del regime fascista nella Provincia del Carnaro (1934-1936)”, Quaderni, Centro ricerche storiche Rovigno, 2013 (XXIV): 191 - 210.
  • with Denis Kuljiš TITO - NEISPRIČANE PRIČE, Nezavisne novine, Banja Luka, 2013.
  • (in press) “L’irredentismo impossibile: Fiume e l'Italia (1823 – 1923)”, Atti e memorie della Società dalmata di storia patria, Roma 2013 (XXXV):
  • (in press) “Jugoslavismo e nazionalismo nel carteggio Milovan Đilas - Mate Meštrović (1961-1981)”, Ricerche Sociali, Centro di ricerche storiche – Rovigno 2014 (21):
  • (in press) “Socialismo e questione adriatica dalla Grande guerra al Secondo conflitto mondiale”, Perugia, 2014.
  • (in press) “Un fronte unico da Trieste a Salonicco: La Venezia Giulia nella «Federazione Balcanica» (1918 – 1928)” Quaderni, Centro ricerche storiche Rovigno, 2014 (XXV):

mercoledì 2 aprile 2014

MOTO RICORDO



Rapimento Moro, ma quali servizi sulla moto Honda di via Fani c’erano due giovani che abitavano nel quartiere


Sulla motocicletta Honda che la mattina del 16 marzo 1978 transitò in via Fani, pochi minuti prima che scattasse l’attacco delle Brigate rosse contro la scorta del presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro, non c’erano uomini del Sismi ma due giovani del quartiere. I loro nomi, come ha ricordato recentemente un articolo apparso su Contropiano, sono noti da tempo alla magistratura: identificati dalla Digos nella primavera del 1998 chiarirono la loro posizione davanti al pubblico ministero Antonio Marini.
Nonostante la circostanza fosse stata ampiamente chiarita 16 anni fa, non si è esitato a rilanciare sull’Ansa un nuovo depistaggio, partendo da una lettera anonima inviata al quotidiano la Stampa nel 2009 che indicava a cavallo della Honda due presunti agenti del Sismi, i servizi segreti militari, ovviamente deceduti nel frattempo. Pista archiviata nel 2009 dalle procure di Torino e Roma dopo che gli uffici della Digos ne avevano verificato l’inconsistenza.


Su via Fani un’onda di dietrologia

di Marco Clementi e Paolo Persichetti
cb500fk2b2Abitavano in via Stresa, a poche decine di metri dall’incrocio dove venne portata a termine l’azione più importante delle Brigate rosse. Giuseppe Biancucci aveva 23 anni e Roberta Angelotti 20, quella mattina stavano tornando a casa ignari di quel che stava accadendo, non avevano armi con loro e non facevano parte delle Brigate rosse anche se gravitavano in un’area politica contigua. Erano sulla moto che transitò pochi attimi prima dell’arrivo del convoglio di Moro che subì l’attaccato di un nucleo composto da dieci brigatisti. La motocicletta che passò improvvisamente sulla scena non c’entrava nulla con quell’azione, anzi, creò solo imbarazzo. Biancucci e Angelotti, conosciuti a Roma Nord come “Peppe e Peppa” erano due “compagni” che militavano nel “Comitato proletario di Primavalle Mario Salvi”, dal nome del “militante comunista combattente” ucciso nel 1976 con un colpo di pistola alle spalle da Domenico Velluto, guardia carceraria, alla fine di una manifestazione sotto il ministero della Giustizia.
La loro militanza politica è una circostanza decisiva perché spiega due cose: il comportamento tenuto una volta giunti all’incrocio tra via Fani e via Stresa e il loro successivo silenzio. Dettaglio non da poco, Biancucci e Angelotti vennero arrestati nella primavera successiva nel corso di una inchiesta condotta dai Carabinieri nella zona Nord della capitale contro l’Mpro, un’area che le Brigate rosse stavano tentando di creare al di fuori dell’organizzazione con l’intento di coinvolgere parte del “movimento”.
Come ha raccontato Contropiano, Giuseppe Biancucci conosceva molto bene due persone che erano in via Fani quella mattina: Valerio Morucci, uno degli “steward” che dietro la siepe del bar Olivetti attendevano la vettura di Moro e la sua scorta e Alessio Casimirri, uno dei componenti del “cancelletto superiore”. Con il primo aveva frequentato il liceo mentre con il secondo aveva condiviso la militanza nel comitato di Primavalle. Rallentò perché si accorse di loro, vide Morucci camuffato, capì che stava accadendo qualcosa di grosso, addirittura lo salutò con un cenno di mano e poi via a tutto gas verso casa. Quell’esitazione, gli sguardi di complicità scambiati con i vecchi compagni furono poi interpretati da alcuni testimoni oculari, alquanto confusi e contraddittori, come il segno di una complicità operativa che non ci fu.
La domanda giusta, allora, non è cosa stessero facendo Biancucci e Angelotti sotto casa sulla loro moto con targa regolare, ma perché non hanno mai parlato. Porsi una domanda giusta è il segreto per avere una risposta di qualche interesse. L’esatto opposto di quel che fa la dietrologia. Per la cronaca, Biancucci rientrava dal lavoro, smontava dal turno di notte nel garage del padre situato a poca distanza.
E forse non ha mai parlato, perché in via Fani aveva visto degli amici, perché magari era convinto che stessero facendo una cosa condivisibile, o semplicemente perché un “compagno” non fa la spia. Tempi diversi da quelli odierni.
A parlare ci pensarono poi altri, alcuni pentiti come Raimondo Etro che rientrato da una lunga latitanza all’inizio degli anni 90 per discolparsi dal sospetto di essere stato uno dei passeggeri della moto riferì l’episodio sentito raccontare dalla Algranati: «ad un certo punto sono passati i due cretini di Primavalle ed hanno anche fatto ciao ciao con la manina». Individuati dalla Digos, Biancucci e Angelotti vennero ascoltati nella primavera del 1998 dal magistrato che cercò di incastrarli su un’altra vicenda, quella del tentato omicidio di Domenico Velluto, l’assassino di Mario Salvi, e della morte del suo vicino di tavolo, Mario Amato, colpito per errore in una trattoria mentre festeggiava la scarcerazione. I due ammisero di essere passati per via Fani quella mattina ma con tutto il resto non c’entravano nulla. Successivamente, come ha riportato "Contropiano" la settimana scorsa, uno dei testimoni chiave di via Fani, l’ingegner Marini (citato sempre a sproposito) riconobbe addirittura lo stesso Biancucci, scomparso precocemente nel 2010, come il guidatore della moto.
 Le considerazioni che questa storia suggerisce sono molte:
1) 16 anni fa la magistratura è pervenuta ad una ricostruzione della vicenda della moto di via Fani che si avvale di elementi probanti molto forti: la deposizione dei due motociclisti che hanno ammesso la circostanza, la plausibilità del loro racconto, la prossimità delle loro abitazioni con via Fani, il riconoscimento del testimone, il possesso della moto da parte del Biancucci compatibile temporalmente con i fatti, la testimonianza di uno dei brigatisti presenti in via Fani. Evidenze del tutto ignorate dal circo mediatico che ha rincorso uno scoop fondato su una lettera anonima farcita di contraddizioni. Possibile che nessuno sapesse dell’inchiesta del 1998? Che nessuno si sia ricordato?
2) La lettera anonima e il racconto dell’ex poliziotto in pensione, la stesura romanzata della vicenda facevano acqua da tutte le parti. Ci voleva molto poco per sentire puzza di marcio. L’autore dell’articolo scegliendo un registro narrativo vittimistico-persecutorio ha omesso di raccontare come le procure di Torino (pm Ausilio) e Roma (procuratore aggiunto Capaldo, a cui venne trasmesso il fascicolo per competenza), avessero fatto accertamenti escludendo l’attendibilità di quanto asserito in quella lettera ed inviando la pratica verso una inevitabile archiviazione (Cf. la copia delle lettera).
Lettera Honda copiaSi potevano evincere da subito due grossolane contraddizioni:
a) Stando al suo contenuto, l’anonimo autore del testo (dalla sintassi traballante) sarebbe il passeggero posteriore della motocicletta, quello che secondo uno dei testimoni più citati di via Fani -l’ingegner Marini – aveva un sottocasco scuro sul volto e soprattutto era armato con una piccola mitraglietta con cui avrebbe sparato ad altezza d’uomo (anche se i bossoli non sono mai stati trovati e l’esame balistico non conferma affatto l’episodio). Perché mai dunque la ricerca delle armi si è indirizzata solo sul guidatore (di cui si forniscono tracce nella missiva) che non aveva armi in mano? Ed a lui sarebbe stata trovata una improbabile pistola per nulla riconducibile ad una mitraglietta (vedi l’immagine qui sotto)?
b) Racconta l’ex poliziotto di aver trovato l’arma sospetta nella cantina del supposto guidatore, vicino ad una copia cellofanata della edizione straordinaria de La Repubblica del 16 marzo con il titolo “Moro rapito dalle Brigate Rosse”. Se non è un copione cinematografico poco ci manca. L’arma era una Drulov cecoslovacca, pistola sportiva monocolpo a gas compresso Co2, con canna molto lunga. Poco maneggevole, basta provarla per capire che va bene solo per il tiro a segno, da posizione immobile e con tempo prestabilito per la mira, inutilizzabile in un’azione come quella di via Fani, impensabile come arma in dotazione a corpi speciali.
Drulov copia
 3) Siamo ormai al terzo tentativo fallito di accreditare in pochi mesi nuove piste, rivelazioni e misteri, dopo la clamorosa defaillance dell’ex magistrato Imposimato, raggirato da un personaggio che si è finto teste chiave assumendo diverse personalità e nikname e per questo ora indagato dalla magistratura. Queste “rivelazioni” assumono rilevanza non per la loro veridicità intrinseca ma solo per l’enorme pressione mediatica che le sospinge e una volontà politica largamente condivisa, decisa a non seppellire il cadavere di Moro per perpetuarne l’uso strumentale nell’arena politica con una nuova commissione parlamentare d’inchiesta.
4) Quale è il significato ultimo di tanta dietrologia sul rapimento Moro? Estirpare da ogni ordine del pensabile l’idea stessa di rivoluzione. Sradicare quegli eventi dall’ordine del possibile. Negarne non solo la verità storica (su cui il dibattito resta, ovviamente, aperto), ma l’ipotesi stessa che possa essere avvenuta. Presentare, quindi, le rivoluzioni come eventi inutili, se non infidi, sempre e comunque manovrati dai poteri forti, in cui c’è sempre un grande vecchio che non si trova e una verità occulta che sfugge continuamente. Si è diffusa una sorta di malattia della conoscenza, una incapacità ontologica che impedisce di accettare non solo la possibilità ma la pensabilità stessa che dei gruppi sociali possano aver concepito e tentato di mettere in pratica una strada diretta al potere. La dietrologia e il cospirazionismo hanno come essenza filosofica il negazionismo della capacità del soggetto di agire, di pensare in piena autonomia secondo interessi legati alla propria condizione sociale, ideologica, politica, culturale, religiosa, di genere.
Infine, impedisce di vedere ciò che appare acclarato, talmente grande ed evidente, che finisce sempre per rimanere celato dalle “rivelazioni”: lo Stato, i partiti, assunsero durante i 55 giorni del rapimento Moro una posizione ben precisa. Non trattarono. Fu una legittima scelta politica che, però, conteneva in sé la potenzialità che Moro potesse venire ucciso. Si tratta di una responsabilità non da poco ma, lo ripetiamo, assolutamente legittima. In tale contesto, i servizi potevano logicamente servire a trovare Moro, o a controllare che non uscisse vivo dalla prigione del popolo? Più si insiste sulla seconda ipotesi, più sfugge il lato politico della vicenda. Più si preme il tasto della dietrologia, meno si ricordano le dichiarazioni quotidiane di quei giorni, per cui, come disse un alto esponente del Pci dopo la prima lettera a Cossiga, “per noi Moro è politicamente morto”.

lunedì 14 gennaio 2013

PROSPERO E LA STORIA

GIOVANNI PELLEGRINO



Io non vorrei crederci. Per chi ha fatto della storia una professione, leggere dichiarazioni in libertà di persone con responsabilità istituzionali, passate o presenti, è un colpo al cuore.
Non perché io sia un ingenuo. E' proprio una questione di malattia professionale: lo storico cerca di ricostruire, per quanto possibile, la verità "storica".
Le stupidaggini maggiori arrivano dai PDiini. Gotor (vedi post precedente) parla in libertà. L'ex presidente della Commissione Parlamentare su terrorismo e stragismo in Italia, e-x-s-e-n-a-t-o-r-e- Giovanni Pellegrino, dichiara che "con la morte di Prospero Gallinari si allontana la possibilità di fare definitiva chiarezza sugli ultimi giorni di Aldo Moro".
Come se Prospero stava a Botteghe Oscure o a Piazza del Gesù, anziché in via Montalcini nel maggio 1978. TUTTI i brigatisti, dai pentiti ai coerenti, hanno raccontato cosa accadde in quell'appartamento.
NESSUNO dei politici, a parte Cossiga ma a modo suo, quello che accadde nel Palazzo.
Noi storici, al di là delle stupidaggini di Gotor, abbiamo a disposizione montagne di dichiarazioni dei brigatisti. Molto poco dei politici di allora. Poco e reticente. Diari (vedi Alessandro Natta) che dovevano essere pubblicati, si sono persi nella notte. Documenti all'Archivio centrale dello Stato sono ancora chiusi. Provate ad andare all'Istituto Gramsci e chiedere delle sedute del CC o della Segreteria del PCI in quei convulsi giorni. Il "caso Moro" è il perché i partiti italiani presero determinate posizioni e fecero scelte di chiusura al dialogo politico con le Br, costringendole al gesto estremo. Noi sappiamo i motivi, tutti politici. Li abbiamo analizzati più volte. Vorremo sentirlo dire anche a loro. O che almeno, si taccino e per sempre.
Poi c'è la parte che riguarda la magistratura. Ma magari si tratta di un refuso del corriere on line.
che pubblica oggi:


NON È CERTO CHE SIA LUI IL KILLER DI MORO» -Rosario Priore, il magistrato che condusse molte delle inchieste sul rapimento e l'omicidio di Moro, è tornato sulla vicenda: «Non c'è una certezza giudiziaria su chi abbia sparato il colpo di grazia ad Aldo Moro, e dunque non è possibile affermare che a uccidere il presidente della Dc fu proprio Gallinari. L'unico che potrebbe parlare, e risolvere un enigma ormai più storico che giudiziario, è proprio Moretti».

Rimando al libro di Mario del 1993 scritto con Carla Mosca e Rossana Rossanda. E' sfuggito a Priore.

Ho nel mio archivio qualche cosa proveniente dai Carabinieri che riguarda le BR. E' ora di metterla in rete, a disposizione di tutti. 
Il tempo di recuperarla. Grazie

Mai muore la dietrologia, invece.

La "Repubblica" sente Miguel Gotor in occasione della morte di Prospero Gallinari.
E scrive sciocchezze.

LO STORICO: "Batteva lui le lettere di Moro". "Fu una lettera di Prospero Gallinari alla sorella, nel 1975, recuperata dagli inquirenti, a farmi scoprire che era stato lui, uno dei carcerieri di Aldo Moro, a redigere la versione dattiloscritta di tutte le lettere del presidente della Dc dalla 'prigione del popolo' di via Montalcini a Roma". Così lo storico Miguel Gotor autore di due libri-inchiesta sul "memoriale Moro" e sulle lettere dalla prigionia brigatista del presidente Dc. "Di quelle lettere - aggiunge Gotor - le Br ne resero pubbliche solo una trentina, ma l'intero corpus fu battuto a macchina nel covo dove era tenuto prigioniero Moro. Il dattiloscritto, però, riportava alcuni evidenti errori di ortografia continuamente ripetuti: soprattutto l'accentazione dei pronomi personali. Quegli stessi errori sono presenti nella lettera di Gallinari alla sorella e, dunque, rendono possibile identificare l'autore del dattiloscritto"


Ossia, le lettere di Moro dal carcere del popolo non furono originali, ma creazione delle Br. 
La scienza storica, in realtà, è andata avanti negli ultimi 15 anni. La cosa è sfuggita a Gotor e a "Repubblica". Una miseria per il nostro paese e per la nostra storia, continuamente inquinata purché si dimostri che in Italia non c'è mai stato uno scontro di classe, nessuno ha processato la DC e il suo presidente. E che Moro è stato lasciato solo da quelle forze politiche che egli stesso aveva messo insieme per sostenere il governo Andreotti.
Gotor è un dietrologo non cospiratore, nel senso che non parla di servizi segreti, come altri hanno fatto in passato. Si limita a togliere a Moro attendibilità. La stessa cosa che dicevano di quelle lettere tutti i politici italiani durante il rapimento.

E' bene ripeterlo: una miseria.