martedì 1 maggio 2012

DIAZ. PER NON DIMENTICARE



Cominciamo una serie di pubblicazioni sulla scuola Diaz, la macelleria italiana del 2001. Il tema è la polizia italiana e la stampa. Come i media diedero le notizie, come si resero complici di quanto accaduto. E come la polizia fu capace offrire un altissimo grado di repressione attraverso l'uso della tortura, fisica e psicologica, sugli arrestati.

Quello che segue è un articolo pubblicato dal Corriere della Sera il 31 luglio 2001. Parla l'agente "accoltellato". Fatto mai accaduto, montatura della polizia per melodrammatizzare la selvaggia irruzione e il ferimento di decine di persone inermi.

ABBIAMO SFONDATO LE PORTE DELLA SCUOLA POI CI SIAMO COMPORTATI DA PROFESSIONISTI. NESSUNO DI NOI HA PERSO LA TESTA.

«Altro che ragazzi o agenti alle prime armi. Eravamo tutti poliziotti ben addestrati, preparati all' emergenza. Professionisti». Massimo N., 28 anni, romano, l' agente scelto che è stato colpito con una coltellata durante l' irruzione notturna alla scuola Diaz, alza la voce. Proprio non ci sta a essere messo sul banco degli imputati. Sotto accusa. Lui e i suoi colleghi del primo Reparto mobile di Roma e del Nucleo sperimentale antisommossa. «Al nostro arrivo siamo stati attaccati con sassi, pietre, bottiglie. E per entrare abbiamo dovuto sfondare le porte dei due ingressi». Poi tutto si è svolto così rapidamente all' interno della sede del Genoa Social Forum «che ho ricordi in gran parte confusi. So solo che un ragazzo mi ha colpito. Di sorpresa». Con un' arma da taglio, un coltello a serramanico, marca Quttin Horse Smith & Wesson, come si legge nella relazione dell' ispettore capo di Ps Maurizio Panzieri e aggregato per il summit di Genova al Nucleo Antisommossa. «Un colpo preciso, alla parte sinistra del torace, come si può vedere dal taglio del giubbotto. All' altezza del cuore, con la chiara intenzione di uccidermi. Quel giubbotto speciale, da poco in nostra dotazione, molto simile a quelli usati dai giocatori di hockey, mi ha salvato la vita». L' agente scelto è stato sentito ieri pomeriggio dal procuratore aggiunto Francesco Lalla. Come testimone. Il primo di una lunga serie. Sono le 17.30 quando Massimo esce dall' ufficio del magistrato, dopo un colloquio di circa mezz' ora, «durante il quale ho spiegato la verità su quanto accaduto quella notte. Non le bugie che ho sentito in questi giorni». Cammina aiutandosi con due stampelle «per la sospetta frattura del ginocchio sinistro», spiega. Conseguenza degli scontri con gli antiglobal «durante la manifestazione di venerdì, e non nell' operazione della notte tra sabato e domenica alla Diaz», si affretta a precisare. In quell' occasione «non ho riportato neppure un graffio. La lama del coltello si è fermata prima, grazie alla protezione speciale». Nel racconto di Massimo si legge la drammaticità di quelle ore. «Nonostante la sospetta frattura al ginocchio sono rimasto a Genova. Per continuare nel mio lavoro», sottolinea. Sempre in prima linea. Anche sabato notte. «Erano da poco passate le 22 e stavo cenando con altri colleghi, quando è arrivata la richiesta dell' intervento. Una nostra pattuglia era stata presa di mira da alcuni dimostranti», aggiunge. Confermando la versione fornita nell' annotazione a firma di Spartaco Mortola, dirigente della Digos di Genova. «Erano le 23.30 quando siamo arrivati sul posto. Quanto a quello che è accaduto all' interno, l' ho detto al magistrato». Massimo ha ben impresso nella memoria le modalità dell' intervento. «Per quanto mi riguarda non ho mai perso il controllo». Ed evidenzia il mese di addestramento tecnico, «ma anche psicologico. Nessuno di noi ha perso la testa quella notte». Proprio nessuno? «Sono quasi sicuro. E se qualcuno l' ha fatto è stata la conseguenza di una situazione allucinante. Certo, non è una giustificazione. Chi ha sbagliato, se qualcuno ha sbagliato davvero alla Diaz, si assumerà le sue responsabilità. Spetta al magistrato appurarle. «Mai e poi mai mi sarei aspettato che ci saremmo trovati di fronte a tutto questo», continua Massimo. Le manifestazioni, le cariche, gli scontri, i feriti e un ragazzo morto. «Eravamo pronti all' emergenza. Ma si è andati oltre. Quarantott' ore così non le dimenticherò mai più». Come non dimenticherà più quella coltellata. Dopo l' aggressione nella scuola del Gsf, l' agente scelto è stato soccorso, portato nel suo reparto e quindi ricondotto a Roma. Dopo l' aggressione «non avevo più rivisto il mio giubbotto». Lo ha fatto ieri pomeriggio, nell' ufficio del procuratore. «Me lo sono ritrovato tra le mani e mi ha fatto una grande impressione. Ho pensato a cosa sarebbe potuto accadere se quella lama avesse centrato l' obiettivo». Ha avuto paura? «Direi una bugia se dicessi il contrario». Era pronto a difendersi. Allora. Perché adesso, invece, «non riesco a difendermi dal fango che ci stanno gettando addosso». Accuse, pesanti. Indagini, inchieste. «E mi chiedo il perché. Noi abbiamo fatto il nostro dovere. Sino in fondo». 

domenica 29 aprile 2012

ANCORA SULLA STRAGE DI BOLOGNA



NUOVO ARTICOLO DI SANDRO PADULA SULLA STRAGE DI BOLOGNA E LA "PISTA PALESTINESE". LE CONTRADDIZIONI E LE ILLAZIONI (e per ulteriori info e genesi di piste "oscure" si veda www.fascinazione.info)



Stage di Bologna: le due varianti della pista palestinese ormai si negano a vicenda.
di Sandro Padula
Nella polemica fra me e l’onorevole Raisi, incentrata su cinque punti e sviluppatasi su Internet, ho cercato di evidenziare le contraddizioni antitetiche fra due varianti della “pista palestinese”: l’ipotesi dell’incidente, sostenuta dallo stesso Raisi, e l’ipotesi di una “ritorsione contro il governo italiano” che sarebbe stata causata dall’arresto, avvenuto nel novembre 1979, di  Abu Saleh, un membro del’Fplp di George Habash.
Adesso gli autori di “Dossier Strage di Bologna”, sostenitori della seconda ipotesi, tentano di nascondere il carattere inconciliabile di quelle due varianti e puntano ad affrontare questioni che non c’entrano letteralmente nulla con il tema in discussione.
Tanto per fare un esempio, cercano di dimostrare che le Br furono eterodirette, in ciò ripetendo il teorema del Kgb e di Pecchioli del Pci che, mentre ufficialmente accusavano i settori neoconservatori della Cia, pensavano che all’origine della lotta armata nell’Italia degli anni ’70 ci fosse qualche vecchio militante della Volante Rossa esiliato in Cecoslovacchia con l’aiuto dello stesso Pci.
I russi del Kgb, coscienti già negli anni ’70 che il blocco dell’est avrebbe fatto una brutta fine, in Europa cercavano a malapena di mantenere la propria sfera di influenza nella parte orientale del continente. Il Pci di Pecchioli invece – fra le varie cose - fece leva  su quel teorema per sganciarsi sempre più dal blocco dell’Est e dal proprio passato filorusso per diventare una specie di frazione italica del “partito democratico”  statunitense.
Le menzogne del Kgb e del Pci di Pecchioli sulle Br erano strumentali ma dettate da divergenti linee politiche.
Gli studiosi di storia dovrebbero approfondire l’analisi di tali dinamiche ma, al di là delle loro opinioni, debbono riconoscere che  il fenomeno brigatista non ha niente a che vedere né con Carlos (e il signor Bellini, un autonomo creativo tirato in ballo dagli autori di “Dossier Strage di Bologna” come presunto collegamento fra Carlos e le Br) né tantomeno con la strage di Bologna.
Torniamo perciò ai cinque punti della controversia fra me e Raisi. Per comodità di esposizione chiamerò variante 1 l’ipotesi di Raisi e variante 2 l’ipotesi degli autori di “Dossier Strage di Bologna”.

Primo Punto

Secondo Raisi, il signor Carlos avrebbe fatto “scena muta” all'interrogatorio con il pm Cieri nel 2009. I sostenitori della variante 2 dicono invece l’esatto contrario. Chi ha ragione?  A me non interessa nulla di quello che fa Carlos. Desidero soltanto sottolineare che delle due l’una: o dice la verità Raisi o dicono la verità i fans della variante 2.
La documentazione e la logica ci danno una sola risposta. Non è vero che Carlos fece “scena muta” con il pm Cieri nel 2009. Il presupposto della variante 1 è quindi totalmente falso e smentito da amici dello stesso Raisi come gli autori di “Dossier Strage di Bologna”, cioè dai massimi esponenti della variante 2.
Non mi pare il caso di continuare a discutere sul primo punto. I fatti dimostrano che la variante 1 è sbagliata fin dall’inizio.
Negli ultimi tempi Raisi ha capito che il movente  di cui parlano gli autori di “Dossier Strage di Bologna” è storicamente e politicamente infondato e allora cerca di rielaborare la variante dell’“incidente”.  In tale operazione però sbaglia tutto fin dal principio e questa circostanza è davanti agli occhi di ognuno di noi.

Secondo punto

Secondo l’onorevole Raisi non sarebbe stato mai fatto nessun paragone fra il materiale sequestrato alla Frohlich all’aeroporto di Fiumicino nel 1982 e quello usato nella strage di Bologna del 2 agosto 1980.
A tale proposito, nel precedente scritto di critica al teorema di Raisi, ho citato tre fonti che – lette insieme - smentiscono questa affermazione e negano l’esistenza di una compatibilità fra il primo e il secondo materiale esplosivo: un articolo del Resto del Carlino del 6 aprile 2012, la sentenza del secondo processo di Appello sulla strage di Bologna del 16 maggio 1994 e l’interpellanza urgente 2-01636 presentata giovedì 28 luglio 2005 da Vincenzo Fragalà nella seduta n.664.
Ho scelto solo alcune delle fonti che, oltre a non avere nulla a che fare con me, sono considerate attendibili da Raisi e perfino dai teorici della variante 2.
Chiarito questo, desidero ricordare un altro dato di fatto: l’interpellanza urgente 2-01636 presentata giovedì 28 luglio 2005 da Vincenzo Fragalà nella seduta n.664 è stata pubblicata nell’Appendice 24  del “Dossier Strage di Bologna” e mai messa in discussione nei testi scritti da Gabriele Paradisi, Gian Paolo Pelizzaro e François de Quengo de Tonquédec. Se loro l’avessero considerata imprecisa o inesatta l’avrebbero dovuto dire subito per semplice onestà intellettuale.
Adesso, arrampicandosi sugli specchi, i tre autori del dossier preannunciano che pubblicheranno qualcosa a tale riguardo sul settimanale LiberoReporter Week.
Ad ogni modo, al di là di eventuali ed ulteriori “precisazioni” da parte dei teorici di questa o quella variante della “pista palestinese”, sul terzo punto non si può continuare a discutere. I fatti parlano da soli e di conseguenza nessuno se la può prendere con me se Raisi afferma il contrario di quello che hanno pubblicato nel “Dossier Strage di Bologna”  i tre autori di quest’ultimo. La verità, come al solito, è una. Chi dice il vero sulla questione dell’esplosivo? Il signor Raisi o chi, negli ultimi decenni e non da qualche ora, afferma il contrario? Ai posteri, magari fra 100 anni, l’ardua sentenza.
Qui non si tratta di stare a discutere della buona fede o meno di Tizio o Caio. Tutti possono sbagliare, ad esempio nei ricordi. Però, sulle questioni più delicate, come quelle relative all’arma di un delitto, non ci si può basare sui ricordi di qualche sgangherato articolo letto ma solo ed esclusivamente su dati scientifici.
Esistono esperti che sono pagati dallo Stato, cioè con i nostri soldi, per fare le analisi sulle armi di un crimine. Se poi le hanno eventualmente fatte male nessuno può rompere le scatole per questo a chi non ne ha la benché minima responsabilità.
Quelle analisi, per quanto riguarda la strage di Bologna, furono fatte ed escludevano implicitamente la “pista palestinese”. Potevano far capire piuttosto che l’esplosivo stragista conteneva il Compound B, cioè materiale bellico della Nato.

Terzo punto

Raisi aveva cercato di mettere in connessione una presunta residenza di Carlos nella Francia  del 1980 con il biglietto della metro di Parigi che sarebbe stato trovato nelle tasche di Mauro Di Vittorio, una delle vittime della strage di Bologna, come se questo giovane romano, allora ventiquattrenne, fosse stato strumentalizzato da qualcuno e avesse dovuto fare degli spostamenti di materiale esplosivo (innescato!) da Bologna a Parigi per consegnarlo a Carlos stesso.
La fantapolitica non ha limiti ma anche in questo caso le due varianti della “pista palestinese” hanno dimostrato di essere inconciliabili.
Raisi ha parzialmente modificato la sua già fantasiosa idea. Contraddetto pure dai teorici della variante 2, adesso parla di una possibile presenza di qualcuno del “gruppo operativo” di Carlos nella Francia del 1980.
Anche quest’ultima favola non trova adepti ed è smentita dalle numerose indagini delle forze di polizia francesi.
Chi cerca di buttare in caciara la discussione sul terzo punto, ad esempio scrivendo la storia palestinese del triennio 1978-1979-1980 in senso opposto a quella effettiva e inventa impossibili rapporti fra le Br e l’Fplp di quel tempo, è quindi pregato di smettere di lanciare delle stupide calunnie e di rispondere definitivamente al terzo  punto: c’era o non c’era un “gruppo operativo” di Carlos nella Francia del 1980? Sì o no? La storia reale ci dice di no. Nessuno inventi altre idiozie dietrologiche riferendosi addirittura a qualcosa che sarebbe avvenuto in un anno diverso dal 1980!

Quarto punto

Il quarto punto è l’idea di Raisi secondo cui ci sarebbe stata una qualche (involontaria) responsabilità di Mauro Di Vittorio rispetto alla strage del 2 agosto.
Prendiamo atto che i teorici della variante 2, sapendo per altro di rischiare una querela per diffamazione, hanno preso le distanze da questa idea iperfantapolitica di Raisi: “non intendiamo occuparci della questione sollevata da Raisi, in quanto non abbiamo nessun elemento a riguardo e teniamo a precisare che detta questione non è mai stata citata nel nostro libro”.
Come ha infine precisato Ugo Maria Tassinari nel suo blog, non esistono prove sul coinvolgimento di Mauro Di Vittorio nella responsabilità della strage di Bologna.
Quinto punto
Sono certo della totale estraneità di Christa Margot Frohlich rispetto al crimine che il 2 agosto 1980 produsse a Bologna ben 85 vittime e centinaia di feriti.
Lei non era la donna che nella Bologna di quel tempo fu vista in un albergo, si definiva madre ed ex ballerina e “parlava in lingua italiana con un forte accento tedesco”.
Chista Margot Frohlich, arrestata a giugno del 1982, non aveva figli e non era mai stata una ballerina! Inoltre, perfino nel settembre del 1983, dopo oltre un anno di detenzione nella penisola, ancora non conosceva a sufficienza la lingua italiana, tanto che mi spinse a comprare un dizionario di tedesco per comunicare con lei tramite la posta da carcere a carcere.
La situazione cambiò verso la seconda metà degli anni Ottanta: un giorno la sentii per telefono – sempre da carcere a carcere – e ricordo un fatto curioso che mi colpì. Lei, grazie alle amiche detenute e dopo anni (ho detto anni e non mesi) di detenzione nelle carceri speciali italiane, aveva imparato a parlare in modo comprensibile la nostra lingua ma non aveva un “forte accento tedesco”, come poteva essere quello della cantante Nina Hagen.
La sua voce era melodiosa e senza un “forte accento tedesco”. In altre parole, se nel 1980 la Frohlich avesse avuto la capacità di parlare la lingua italiana avrebbe avuto un basso accento tedesco, l’esatto contrario di quanto ipotizzano e cercano di dimostrare gli autori di “Dossier Strage di Bologna”. 
Come se ciò non bastasse, non mi risulta che lei – così come ognuno degli autonomi arrestati ad Ortona nel 1979 - abbia mai avuto una condanna per appartenenza a qualche “banda armata” (capito signori teorici della variante due? Ringraziate il cielo che pochi hanno letto il vostro libro altrimenti vi beccavate decine di querele per diffamazione!) e, senza dubbio, è ontologicamente avversa allo stragismo statuale e interstatuale che provocò numerose vittime nell’Italia dal 1969 al 1980.
Anche Kram, da quanto si riesce a capire, è innocente. Non spetta a me scagionarlo. Non faccio il giudice o il poliziotto. Cerco solo di proporre dei ragionamenti di buon senso.
Sull’eventuale e cosciente responsabilità di Kram non insiste più di tanto nemmeno l’onorevole Raisi.
Una cosa comunque è certa, i  “giovani” - “due come tanti altri” - visti da Rolando Mannocci all’interno della stazione di Bologna il 2 agosto 1980 mentre posavano qualcosa nell’angolo in cui avvenne l’esplosione (rileggasi bene La Stampa del 4 agosto 1980) non avevano nulla a che vedere con  l’allora trenduenne, alto e magro Kram e la trentottenne e bassa Frohlich. Fra i due, che non potevano essere definiti “giovani” - “due come tanti altri” - c’era e c’è una notevole differenza di altezza confermata dai loro rispettivi e autentici documenti anagrafici (carte di identità e passaporti).
Di conseguenza, si cerchino altrove quei “giovani”, “due come tanti altri”, dalla corporatura media e normale, senza alcun particolare segno in faccia (come può essere una barba per un maschio), che poco prima della strage furono visti da Rolando Mannocci all’interno, e non all’esterno, della stazione di Bologna!   

giovedì 26 aprile 2012

CHERNOBYL

By DOROTA LECH






If you asked me how I remember that day, I would say there was a dusty pastel-yellow pollen hovering over the asphalt and the grass. I was looking up at the sky and concentrating on the soft bumps of the sidewalk, which were steadily absorbed by the wheels of my stroller. I could see my father's face smiling down at me.
It was a sunny Saturday afternoon. The month had been warmer than usual, and almost everybody was outside. My mother was in the library preparing for an exam. Our inconspicuous town, located in south-western Poland, was just another small dot on a map of a country that had long been destroyed and divided. At that time the borders were closed. In later years, my mother would compare our life back then to that of my pet hamsters; forcibly confined in a small prison and running in pointless circles.
It was still sunny days later when my parents read about the explosion in Pripyat. They didn't believe the newspapers or the explanations spewed by the government. But still, we stayed inside. My grandparents drove to neighbouring villages to find powdered milk produced before the explosion. My mother made an appointment at the doctor's office for me to receive my iodine dosage. And we all just waited.
But we weren't like the hamsters at all. We didn't leave the hamsters inside the house when the carbon monoxide detector went off in the night. Why she let me keep them, I'll never understand.

SALONE DEL LIBRO A SAN PIETROBURGO

Si è aperto oggi a San Pietroburgo il VII Salone internazionale del libro. Erano presenti le maggiori case editrici della città e di Mosca e alcuni ospiti dall'estero.

IL GOVERNATORE DI SAN PIETROBURGO GEORGIJ SERGEEVICH POLTAVCHENKO DURANTE IL DISCORSO
INAUGURALE DEL SALONE




OSPITE INATTESO

UNA STAMPATRICE

LA SALA DELLE PRESENTAZIONI

LO STAND DELL'UNIONE DEGLI SCRITTORI DI SAN PIETROBURGO

DANTE ALIGHIERI A PIETROBURGO

STORIA DI ROMA

LO STAND DI "LIMBUS PRESS" DOVE LAVORAVO NEGLI ANNI NOVANTA. EDITA EDUARD LIMONV
LEADER DELL'OPPOSIZIONE

DUE LIBRI DI LIMONOV


LA FRANCIA. OSPITE D'ONORE DELLA FIERA



QUESTI LIBRI PORTANO LA SCRITTA "ONI ZASHISHALI OTECHESTVO" OSSIA "LORO HANNO DIFESO LA PATRIA". E' RIRPESA DA UN FILM SOVIETICO DEL 1943: "ONA ZASHISHALA RODINU" - "LEI HA DIFESO LA PATRIA"

LO STAND DELLA BIELORUSSIA

MASHA I MEDVED'. CONSIGLIO DI VEDERLI SU YOUTUBE. NON SERVE CONOSCERE IL RUSSO

IL CONSOLE ITALIANO A SAN PIETROBURGO LUIGI ESTERO


BALLI D'EPOCA PER IL DUECENTESIMO ANNIVERSARIO DELLA VITTORIA SU NAPOLEONE 


STAND DELL'ISTITUTO DI CULTURA ITALIANO

LUCIANO CANFORA E' MOLTO PRESENTE



REPUBBLICA ARMENA

STRUMENTO DI STAMPA USATO IN ARMENIA


DALLO STAND DELLA REPUBBLICA ARMENA

SPOSI

LO SCRITTORE LUR'E DURANTE LA PRESENTAZIONE DEL SUO ROMANZO "ZHELEZNYJ BUL'VAR"
(BOULEVARD DI FERRO)

UN MOMENTO DI UNA BATTAGLIA TRA RUSSI E FRANCESI


LA LITERNATURNAJA GAZETA



UN REDUCE?


UNO DEI DISEGNI DI FLORINSKIJ PER LA COPERTINA DELLA PRIMA RACCOLTA DI SERGEJ DOVLATOV USCITA IN RUSSIA NEL 1993 PER LIMBUS PRESS. IN ITALIA E' PUBBLICATO DA SELLERIO


ALTRE COPERTINE DI FLORINSKIJ



UNA PANORAMICA DELLA FIERA

RAINBOW RACE

A Oslo si sono riuniti in migliaia per cantare una canzone odiata dal killer nazista Breivik, Rainbow Race (e non Children of the Rainbow, come ha scritto "Repubblica").
Qui nella esecuzione di Melanie Safka (autore Pete Seeger)




mercoledì 25 aprile 2012

PUSSY RIOT. UN GIUDICE

Prima di procedere con le notizie avute direttamente da un giudice russo, qualche aggiornamento sul caso "Pussy Riot". 
Il 20 aprile la polizia ha fermato nei pressi della Procura di Mosca un gruppo di manifestanti che chiedevano la liberazione delle tre donne accusate di essere le Pussy Riot. Tra loro, anche qualche sostenitore della loro persecuzione giudiziaria, appartenente all'ala più oltranzista dell'ortodossia russa. Proprio quel giorno la Procura ha deciso di prolungare lo stato di arresto di Ekaterina Samutsevich, Marija Alechina e Nadezhda Tolokonnikova fino al 24 giugno.
Oggi, 25 aprile, la speaker del Consiglio Federale, Valentina Matvienko, già sindaco di San Pietroburgo, pur condannando l'atto di protesta compiuto il 21 febbraio nella Cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca da parte del gruppo punk, ha affermato che le tre donne dovrebbero essere rilasciate in attesa del processo. Si tratta di una presa di posizione importante, che però, credo, non avrà conseguenze pratiche nell'immediato. Amnesty International le indica come prigioniere di coscienza. Stessa cosa fa l'associazione Memorial, che ha diffuso una nota nella quale considera "inadeguate" le reazioni della Chiesa ortodossa e della Procura a quanto accaduto. La condanna della loro protesta come "immorale", a giudizio di Memorial, non ha nulla a che vedere con il codice penale. L'arresto di Ekaterina Samutsevich, Marija Alechina e Nadezhda Tolokonnikova violerebbe i principi espressi dalla Costituzione russa e dagli accordi internazionali sui diritti civili firmati da Mosca. Sempre a giudizio di Memorial, si potrebbe, al limite, agire contro le donne per via amministrativa, mentre mancherebbero le basi giuridiche per un'accusa penale. Ne chiede, quindi, l'immediato rilascio [la dichiarazione di Memorial in inglese in http://www.memo.ru/eng/news/index.htm]


Ho incontrato in proposito un giudice. Per ovvi motivi di sicurezza non posso rilevare né il suo nome, né la città in cui svolge la propria attività. Durante il nostro dialogo mi ha raccontate anche altre cose particolarmente interessanti ma poco edificanti, che potrei pubblicare sul blog, se trovo la forma adeguata.
Per quanto concerne il caso Pussy Riot, la prima cosa sulla quale ha voluto fare chiarezza è il capo di accusa: teppismo (in russo chuliganstvo), articolo 213 del codice penale della Federazione Russa. L'articolo uno della legge afferma che il teppismo può essere perseguito quando l'atto costituisce una minaccia concreta per la società o è accompagnato dall'uso della forza. In questo caso la pena prevista varia da 120 a ottanta ore di lavoro obbligatorio (si intende con ciò una multa corrispondente al salario minimo garantito), l'arresto da quattro a sei mesi o il carcere penale fino a due anni.
La pena di cui si è parlato molto su twitter e sui giornali, ossia una condanna a sette anni di carcere, è prevista solo nel caso in cui l'atto di teppismo, inquadrato dall'articolo 1, sia stato perpetrato con l'uso di armi. Non è il caso delle Pussy Riot e dunque tale condanna è da escludere a priori. L'articolo 2 comma A indica come aggravante il fatto che l'azione di teppismo sia stata attuata in concorso. In questo caso la pena prevista va dalle ore di lavoro obbligatorio fino a cinque anni di carcere. 
Per quanto riguarda il loro arresto e la detenzione, secondo il mio interlocutore la base giuridica è nella possibilità di fuga: nessuna delle tre donne è di Mosca. Il vero motivo, però, sempre a suo giudizio, sarebbe la loro incolumità. Infatti, hanno ricevuto e continuano a ricevere minacce da parte degli ortodossi oltranzisti e qualcuno potrebbe attentare alle loro vite. Conoscendo la mentalità e il funzionamento della macchina burocratica russa, quest'ultima spiegazione mi appare credibile.
Tornando al processo, verterà intorno agli articoli 1 e 2 comma A. Prima di tutto si dovrà dimostrare l'appartenenza delle donne al gruppo Pussy Riot e la loro diretta partecipazione all'azione di protesta nella Cattedrale. Se così sarà, le tre attiviste saranno sicuramente condannate, ma è probabile una pena mite. La quale dovrà tenere conto delle attese degli ortodossi di cui sopra. Escludendo il lavoro obbligatorio, si può pensare a una detenzione di qualche mese (che stanno già scontando) o fino a un anno con la condizionale. In ogni caso, dovrebbero essere rilasciate al più tardi dopo la conclusione del processo. 
Queste sono le previsioni. Come opinione pubblica internazionale, continuiamo a premere per un loro immediato rilascio e per la fine della persecuzione giudiziaria. 



































martedì 24 aprile 2012

ANCORA UN SUICIDIO

SAVVAS METIKIDIS CON LA MAGLIA GRIGIA IN PRIMO PIANO
DURANTE UNA MANIFESTAZIONE 
Si è tolto la vita sabato ad Atene Savvas Metikidis, insegnante di 45 anni.






Ha scritto:




Violenza è lavorare 40  per pochi spiccioli senza neanche sapere se andrai in pensione.Violenza sono i fondi pensione spariti, la truffa ripetuta.Violenza è essere costretti a ottenere un mutuo per comprare casa che alla fine ripagherai a peso d'oro.Violenza è il diritto del datore di lavoro di licenziarti in qualsiasi momento.

Violenza sono la disoccupazione, la precarietà, i 700 euro al mese.

Violenza sono gli incidenti sul lavoro perché il padrone deve limitare i costi a scapito della sicurezza dei lavoratori.

Violenza è prendere psicofarmaci e vitamine per stare in piedi le ore necessarie per guadagnare ancora qualcosa.

Violenza è l'essere un immigrato, vivere nell'insicurezza e nella paura che in qualsiasi momento ti possano sbattere fuori dal paese.

Violenza è essere contemporaneamente impiegata, casalinga e madre.

Violenza è quello di prendere calci nel culo sul lavoro e sentirsi dire: "Sorridi, che cosa ti chiediamo in fondo?

Quello che abbiamo vissuto lo chiamo ribellione. E come ogni ribellione, sa di guerra civile,  di fuliggine, di lacrimogeni e sangue. Non la circoscrivi facilmente. Mette in evidenza le contraddizioni e i pregiudizi. Segna il percorso per la liberazione sociale.

Signore e signori, benvenuti al caos della metropoli! Mettere porte blindate e sistemi di allarme nelle vostre case, accendete la tv e godetevi lo spettacolo. La prossima rivoluzione sarà sicuramente più difficile, man mano che progredisce il decadimento di questa società ... Uscite per strada accanto ai vostri figli, scioperate, abbiate il coraggio di rivendicare che vi stanno rubando la vita, e ricordatevi che quando eravate più giovani volevate cambiare il mondo .