Visualizzazione post con etichetta Mosca. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Mosca. Mostra tutti i post

venerdì 28 febbraio 2014

IL NUOVO CHODORKOVSKIJ



La Russia non riesce a entrare nella democrazia e come in passato si sbarazza per via giudiziaria dei suoi oppositori politici. Come prima di lui Chodorkovsij, oggi il Trubinale di Mosca ha emesso un'ordinanza di arresti domiciliari contro il principale leader anti-Putin, Alexey Navalny. 

Condannato una settimana di carcere per aver partecipato a una manifestazione di protesta il 26 aprile nella capitale Russa, Naval'nyj è agli arresti domiciliari per un'altra inchiesta, non politica ovviamente. Come Chodorkovskij è infatti accusato di truffa, questa volta a scapito della società di cosmesi francese Yves Rocher. Assieme al fratello Oleg avrebbe sottratto alla filiale russa della compagnia francese 590.000 Euro.


Fino a ieri Naval'nyj aveva l'obbligo di firma e il divieto di lasciare la capitale russa. La sua partecipazione alla protesta del 26 ha dato la possibilità al Tribunale di trasformare in arresti domiciliari l'obbligo di firma.

Nel luglio 2013 Naval'nyj è stato già condannato a 5 anni con la condizionale per appropriazione indebita in una compravendita di legname, cosa che rende la sua posizione particolarmente vulnerabile. 

La misura  riferito via Twitter la sua portavoce Anna Veduta, sarà applicata fino al 28 aprile, con possibilità di proroga. In questo tempo Naval'nyj non potrà parlare con nessuno se non alla propria famiglia, né usare telefono o internet. Lo scenario si ripete. Ma questa volta sappiamo già la fine e forse potrà essere presa qualche misura prima della sua deportazione in un campo di lavoro.

martedì 10 settembre 2013

NUOVO CORSO

UNA FOTO STORICA. SI TRATTA DELLA PRIMA IMMAGINE DI
GARRI KASPAROV, FUTURO CAMPIONE DEL MONDO DI SCACCHI
E OPPOSITORE DI PUTIN, MAI PUBBLICATA SULLA PRAVDA.
ERA L'APRILE DEL 1978 E KASPAROV AVEVA 14 ANNI [ARCHIVIO MARCONISTA]

Il candidato del Cremlino Sergej Sobjanin è stato riconfermato sindaco di Mosca dal voto popolare di domenica 8 settembre. Dopo un periodo discretamente lungo di interruzione del suffragio universale per le amministrative (nove anni), Mosca e altre città della Federazione russa hanno infatti potuti ri-eleggere il proprio sindaco con voto diretto. Nel 2004 il presidente Vladimir Putin aveva preferito sostituire all’elezione della massima carica cittadina la nomina diretta del Cremlino, allo scopo di estendere il proprio controllo in modo capillare su tutta la Federazione. Ora si è tornati a una pratica vicina a quella delle democrazie occidentali, pratica alla quale Putin si è affidato comunque da una posizione di forza, avendo ottenuto un nuovo mandato presidenziale dopo la riforma costituzionale voluta dal suo predecessore, Medvedev, nel marzo del 2012. Il candidato del Cremlino nella capitale, Sobjanin, era il sindaco uscente. Uomo di potere, nominato da Putin sindaco nel 2010, si è presentato al voto come naturale favorito. Il suo sfidante più accreditato è stato, a sorpresa, il blogger Aleksej Naval’nyj, un giovanotto di 37 anni da tempo tra le voci più influenti dell’opposizione democratica. Opposizione che per la prima volta da un decennio a questa parte è riuscita ad esprimere un candidato credibile che, pur non avendo vinto, ha raccolto il 27,24% dei consensi, contro il 51,37 del vincitore. Se il ballottaggio è dunque sfumato, dopo le grandi manifestazioni di protesta dello scorso anno le voci fuori dal coro (dalle Pussy Riot all’ex campione del mondo di scacchi Garri Kasparov passando per il leader dei nazional-bolscevichi Eduard Limonov fino ai centri di studio e ricerca come Memorial) si sono finalmente emancipate da quel 5-7% di voti che prendevano regolarmente alle presidenziali a causa della mancanza di una proposta politica concreta in grado di avvicinare gli elettori. Del resto, anche Putin un successo l’ha ottenuto: alle elezioni del 2012 aveva raccolto il 46,9% nella capitale (a Groznyj, il maggiore centro della Cecenia pacificata, il 99,6!), mentre oggi il suo candidato è stato riconfermato al primo turno.
Ma cosa ha in più Naval’nyj rispetto ai rappresentanti politici dell’opposizione democratica russa che negli anni scorsi hanno sempre fallito ottenendo modesti risultati a ogni elezione? Quello che qui da noi potrebbe ancora essere considerato un ragazzo (prodigio) o un “Gianburrasca” della politica, si è formato negli anni Novanta dopo la caduta del comunismo, quando ha ottenuto due lauree, una in giurisprudenza e l’altra in economia. Seguendo dunque la corrente e la moda del dopo perestrojka, ha studiato per essere pronto ad affrontare un mondo diverso, nel quale servivano competenze in grado di avvicinare l’uomo al nuovo che avanzava: gli affari. Nel 2000 si iscrive al partito Jabloko, una formazione neoliberale fondata da Grigorij Javlinskij, figura di politico emersa con forza durante la perestrojka e che si trovò tra i primi a entrare, durante il tentato colpo di stato dell’agosto 1991 che portò alla dissoluzione dell’Urss, nella camera da letto del suicida ministro degli Interni Boris Pugo. Carriera veloce quella di Naval’nyj, che lo porta nel 2003 a guidare il partito a Mosca durante la campagna elettorale per le amministrative. Nel 2004 fonda il “Comitato di difesa dei moscoviti” che lotta contro la “gentrificazione” della città, riuscendo a ottenere la sospensione di centinaia di progetti di costruzione di nuovi e moderni quartieri al posto di quelli vecchi. Nel 2008 fonda la “Unione degli azionisti di minoranza” allo scopo di battersi contro la politica finanziaria delle multinazionali russe dell’energia come Gazprom, Rosnefti, Transefti e Gazpromnefti. Questo suo impegno lo porta in breve a diventare uno dei simboli della campagna anticorruzione. Apre un blog, che diviene presto il più seguito del paese. Alle elezioni per la carica di sindaco si è presentato con un programma chiaro incentrato sulla trasparenza, la politica del fare e la lotta alle mafie di palazzo. Naval’nyj ha proposto anche una decentralizzazione del potere del sindaco, con conseguente devoluzione ai municipi di quartiere delle decisioni correnti. Ha promesso una semplificazione della burocrazia locale con un uso più diffuso delle nuove tecnologie per lo svolgimento delle pratiche personali. Infine, ha dichiarato di voler creare condizioni più adatte allo sviluppo del libero mercato in una città come Mosca, che secondo recenti statistiche appare tra le meno “attraenti” nella Federazione Russa per gli investitori, sia russi che stranieri. 
Che piano piano il vento stia cambiando in Russia viene confermato dai risultati di un’altra grande città, quella che è considerata la terza capitale della Federazione, Ekaterinburg, alle pendici degli Urali, dove venne sterminata la famiglia imperiale nel 1918. Qui si è andati al ballottaggio. Il candidato della piattaforma democratica, Evgenij Rojzman, è di poco avanti rispetto a Jakov Silin, rappresentante del partito di Putin Russia Unita. Per ora siamo 33 a 30. È presto dire se ci si trova di fronte a una tendenza di lungo periodo. Fatto sta, che quanto sta accadendo dentro le urne non ha precedenti nella storia recente della Russia. 

sabato 20 aprile 2013

PIAZZA ROSSA

20 APRILE 2013. PRELUDIO DELLA GRANDE MANIFESTAZIONE CHE SI TERRA' A MOSCA IL 6 MAGGIO PER LA LIBERAZIONE DEI DIMOSTRANTI ARRESTATI UN ANNO FA E ANCORA IN CARCERE IN ATTESA DI GIUDIZIO.





























giovedì 21 marzo 2013

CHE NEMMENO MENNEA




Ciao grande Pietro. Come tanti ti ho ammirato fin da quando ero un bambino per la tua forza, la capacità di soffrire e la volontà di vincere, voler vincere ad ogni costo. Ho visto più volte i tuoi allenamenti a Roma, in quello che prima si chiamava lo Stadio delle Aquile all'Acqua Acetosa, dove correvo anche io, ma mi fermavo a osservare quando c'eri tu. Ti legavi un copertone alla vita e scattavi lungo la curva dei duecento. Una, due, tre, dieci volte.
Un treno. Anche in età avanzata, lontano dai record, ormai in mano ad americani e caraibici, eri sempre tu, un esempio e il velocista, l'uomo capace di ogni impresa, al punto che da piccoli dicevamo: "questa cosa neanche Mennea ci riusciva". E con noi lo diceva anche Stefano Tilli, che già all'epoca ci dava a tutti 40 metri su 100 e poi hai ritrovato nella staffetta nazionale. Che la terra ti sia lieve.







domenica 13 gennaio 2013

MAGNITSKY ACT. 3

Oggi si è svolta a Mosca una grande manifestazione popolare (circa 50.000 persone) per protestare contro la legge che impedisce a famiglie statunitensi di adottare bambini russi, legge nota con il nome di Dmitrij Jakovlev, un bambino morto negli Usa dopo essere stato adottato. Su questo blog si è parlato molto della legge il 28 e il 30 dicembre scorsi con tre post. Oggi pubblichiamo le foto della manifestazione di Mosca e dei "picchetti" sul Nevskij Prospekt a San Pietroburgo. Le foto sono prese dal sito della Novaja Gazeta, il giornale di Anna Politkovskaja.






PRIMA DI ANDARE AL LAVORO, DEPUTATI, RICORDATEVI DI SPEGNERE IL FERRO DA STIRO E ACCENDERE IL CERVELLO






RACCOLTA DI FIRME PER UNA PETIZIONE CHE SARA' PRESENTATA DOMANI AL PARLAMENTO

VENDO A UN DEPUTATO UN BAMBINO PER COLAZIONE

PIPPI CALZE LUNGHE. LA SCRITTA DICE: UNA MAMMA NON HA NAZIONALITA'

IL CARTELLONE IN PRIMO PIANO CON LA FACCIA DI PUTIN DICE: "PER UNA RUSSIA SENZA ERODE". LA LEGGE E' STATA INFATTI DEFINITA "LEGGE DI ERODE"

LA TESTA DEL CORTEO CON LA SCRITTA CHE CHIEDE LO SCIOGLIMENTO DELLA DUMA DI STATO



martedì 18 settembre 2012

Sul libro "l'Alleato Stalin"

foto segnaletica di Togliatti
Pubblico qui una vecchia recensione al libro l'Alleato Stalin pubblicata sul sito tuttostoria.net e una tarda replica. La lettura è lunga e forse tediosa. Ma ne vale la pena.


STALIN, TOGLIATTI E IL PCI IN UN LIBRO INDECENTE
Che la storia (intesa come historia rerum gestarum, come ricerca sul passato umano) non se la stia passando troppo bene, è sotto gli occhi di tutti: si pensi soltanto al proliferare di paccottiglia pseudo-“revisionista” o neoborbonica o neoclericale sul processo risorgimentale, e anche all’impunita impresa dellutriana (e di una piccola legione di fàmuli mediatici del senatore siculo-milanese) d’imporre alla distratta attenzione d’un pubblico di bocca buona i “diari” similmussoliniani. Ma che ci si mettesse anche qualche storico di mestiere a concorrere al discredito della nobile disciplina, questo non me lo sarei proprio immaginato.
È il caso di Marco Clementi1, il cui libro L’alleato Stalin. L’ombra sovietica sull’Italia di Togliatti e De Gasperi (Milano, Rizzoli, gennaio 2011) è veramente indecente: già da una prima lettura, infatti, non solo risulta palese che l’autore ha (scientemente?) trascurato il riferimento puntuale a buona parte della storiografia italiana sull’argomento, ma saltano all’occhio non pochi svarioni inammissibili non solo in uno storico2, ma anche (in qualche caso) in una persona di media cultura. Mi limito a segnalarne al mio cortese lettore soltanto qualcuno, cogliendo – come si diceva una volta – fior da fiore3.
A p. 21, per esempio, Clementi scrive di un Mussolini “liberato dal suo esilio sul Gran Sasso d’Italia dai tedeschi.”; a p. 32, delle “condizioni della pace sottoscritta da Badoglio”; e a p. 71, traducendo da un documento diplomatico russo, nomina – con riferimento al secondo governo Badoglio – un ministro “Rodano del partito cristiano” (identificato nell’indice onomastico con Franco Rodano, nel 1944 dirigente del Partito della sinistra cristiana): evidentissima è la confusione con Giulio Rodinò, della Democrazia cristiana!4
A p. 24 Clementi definisce Vyšinskij “primo viceministro del governo sovietico”, invece che vicepresidente del Sovnarkom, cioè del Consiglio dei commissari del popolo (lo era dal 1° giugno 1939) e primo viceministro degli Esteri
1 Da non confondersi con l’omonimo ricercatore che insegna Relazioni Internazionali alla Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Pavia – e di cui segnalo il recentissimo volume Primi fra pari. Egemonia, guerra e ordine internazionale (Bologna, il Mulino, 2011). 2 Per uno storico, infatti, come giustamente osservava nel 1937 Alfred E. Housman, “l’accuratezza è un dovere, non una virtù” (cit. da Edward H. Carr, Sei lezioni sulla storia, Torino, Einaudi, 19672, p. 15).
3 A ogni buon conto, prevengo il possibile rimprovero d’indirizzare critiche malevole soltanto a giovani storici in carriera (il cui italiano è, sia detto, en passant, troppo spesso un po’ approssimativo), segnalando anche che, benché siano trascorsi ben dieci anni tra la prima e la seconda edizione del pregevole volume di Elena Aga-Rossi e Victor Zaslavsky, Togliatti e Stalin. Il Pci e la politica estera staliniana negli archivi di Mosca (Bologna, il Mulino, 1997 e 2007), nessun più o meno autorevole recensore ha rilevato che i due autori hanno tenacemente continuato a collocare l’incontro dell’ottobre 1944 fra Togliatti e alcuni dirigenti della Resistenza jugoslava a Roma (cfr., rispettivamente, p. 136 dell’edizione 1997 e p. 140 di quella 2007) invece che a Bari, come aveva precisato fin dal 1975 Paolo Spriano nel vol. V della sua Storia del Partito comunista italiano (Torino, Einaudi, 1975, p. 436).
4 Altra confusione di nomi si ha a p. 300 (e nello stesso indice onomastico): il Luigi Antonioni ivi menzionato è ovviamente il sindacalista italo-americano Luigi Antonini (uno dei finanziatori della scissione socialdemocratica di Palazzo Barberini). E a p. 343 (n. 49) lo storico pistoiese Renato Risaliti viene “ribattezzato” Sergio!

(il ministro era Molotov); e a p. 42 lo declassa addirittura a “segretario del ministero degli Esteri sovietico”. Quanto alle “migliaia di prigionieri italiani già detenuti dai tedeschi in Romania dopo l’8 settembre” di cui parla a p. 91, si trattava – in verità – di nostri militari che il regime di Ion Antonescu aveva internato in alcuni campi, rifiutandosi però di consegnarli all’alleato germanico5.
Il lettore con qualche conoscenza di storia dell’Italia novecentesca non può non rimanere stupefatto imbattendosi (p. 84) nell’affermazione che Ivanoe Bonomi, nella crisi postbellica dello Stato liberale, non fu ministro della Guerra: egli occupò, infatti, questo dicastero nel governo Nitti e pure nel quinto governo Giolitti, dal giugno 1920 allo stesso mese dell’anno successivo – e proprio alla sua azione all’epoca dell’ultimo ministero guidato dallo statista di Dronero si riferiva quell’agente sovietico nell’Italia liberata (“tale Friedrich”6) che, in un rapporto inviato a Manuil’skij e Dimitrov alla fine dell’ottobre 1944, ricordava che l’ex socialista mantovano aveva armato i fascisti e favorito l’afflusso nelle loro file di migliaia di ufficiali smobilitati7.
A p. 96, poi, Clementi accenna (sulla base del resoconto russo d’una conferenza tenuta a Mosca da Giovanni Germanetto il 25 marzo 1944, è vero, ma senza rettificarne l’errore!) che Alberto Moravia “aveva lasciato l’Italia perché ebreo”; e a p. 99, riassumendo ancora un documento russo, parla del Fronte giovanile, e non del Fronte della gioventù – quello promosso, durante la Resistenza, da Eugenio Curiel, per intenderci... Inoltre, dimostrando un’ammirevole padronanza della storia dell’Europa centro-orientale durante il secondo conflitto mondiale, a p. 195 scrive non solo che l’Italia aveva annesso nel 1941 l’intera Slovenia, ma perfino che “la Dalmazia e la Croazia fascista entrarono a far parte dell’Impero italiano” – senza peraltro spiegare in che cosa la “Croazia fascista” si differenziasse dalla “restante parte della Croazia, comprendente la Bosnia-Erzegovina, [che] divenne indipendente sotto il governo degli Ustascia”...
Quanto alla bibliografia finale, non si può non avvertirvi la presenza di opere per niente attinenti all’argomento del libro, tanto che non vi vengono mai utilizzate: è il caso, per esempio, di quelle di Manlio Brosio (Diari di Washington e Diari di Parigi), di Clara Conti, di Massimo Rendina, di Leo Solari, di Mauro Valeri... In compenso, brilla per la sua assenza (anche perché del tutto “rimossa” dall’orizzonte storiografico di Clementi) la biografia togliattiana di Aldo Agosti8; e una raccolta di

5 Cfr. Mihai Pelin, Requiem pentru Convenţia de la Geneva, Venezia, Nagard, 1988. Pelin è stato il primo a trattarne. V. pure Sergio Pelagalli, Badogliani e repubblichini in Romania dopo l’8 settembre 1943, in “Studi storico-militari” [editi dall’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito], 1992, pp. 521-564. 6 A p. 107 (e nell’indice onomastico) Clementi, però, lo identifica nel cecoslovacco Bedřich Geminder (1901-1952), che sarà una delle vittime del processo Slánský.
7 Cfr. Angelo Tasca, Nascita e avvento del fascismo. L’Italia dal 1918 al 1922, Firenze, La Nuova Italia, 1950, pp. 155 e 201-202, n. 60; e Giorgio Rochat, L’esercito italiano da Vittorio Veneto a Mussolini (1919-1925), Bari, Laterza, 1967, pp. 397-398 (che rinvia a Roberto Vivarelli, Bonomi e il fascismo in alcuni documenti inediti, in “Rivista storica italiana”, a. LXXII, n. 1, marzo 1960, pp. 147-157). Contra, Luigi Salvatorelli, in Luigi Salvatorelli-Giovanni Mira, Storia d’Italia nel periodo fascista, 6a ediz., Milano, Mondadori, 1969, vol. I, pp. 172-173.
8 Aldo Agosti, Togliatti. Un uomo di frontiera, Torino, UTET, 1996 (2a ediz., 2003). A p. 332 (nota 15 al cap. 2) Clementi scrive che “sulla figura di Togliatti non si può non citare il volume di Federigo Argentieri La rivoluzione calunniata, Marsilio, Venezia, 2006”, che però non è una biografia del leader comunista, bensì un saggio sulla rivoluzione ungherese del 1956. Anche in questo caso Clementi menziona nel suo scritto opere poco o punto pertinenti con gli argomenti da lui trattati, ma che evidentemente sono scritte da suoi amici o da autori la cui vanità egli ha interesse a carezzare. – Non di rado, poi, Clementi si scopre una vocazione didascalica: p. e., a p. 363 (n. 89), ci informa
2

studi di Luigi Cortesi9 è bensì menzionata nella bibliografia, ma nel testo non è mai presa in considerazione.
Altre opere incluse nella bibliografia (come le memorie di Anthony Eden e il libro di Ruth von Mayenburg) non si capisce perché vi compaiano; in ogni caso, non è affatto chiaro perché non si faccia riferimento anche alle loro traduzioni in italiano. Perla delle perle bibliografiche, la Storia segreta del Kgb di Christopher Andrew e Oleg Gordievskij è citata (p. 327, nota 4 del cap. 1) non nell’edizione inglese, e neppure nella versione italiana pubblicata da Rizzoli, bensì nella traduzione russa!
Molti altri rilievi potrei muovere a questo libro di Clementi. Per esempio, si amerebbe sapere perché, soffermandosi (p. 259) su un rapporto di Vladimir G. Dekanozov a Michail Suslov10 del 31 gennaio 1947 in cui si parla di contatti di Vittorio Vidali (Vidali!) con trockisti messicani, non abbia ritenuto opportuno precisare che il diplomatico sovietico era anche “un dirigente dell’Nkvd e strettissimo collaboratore di Beria”11; eppure, a p. 240, si era ben premurato di puntualizzare che il suo vero cognome era Dekanozishvili...
Nemmeno si comprende, del resto, il motivo che induce Clementi (p. 327, n.8) a rinviare – per il testo della Dichiarazione sull’Italia resa nota a conclusione della Conferenza di Mosca dei ministri degli Esteri dell’URSS, degli Stati Uniti e della Gran Bretagna (18-30 ottobre 1943) – soltanto alla “Pravda” del 2 novembre 1943, e non anche a una fonte più accessibile tanto agli studiosi12, quanto al lettore curioso13. Ancor meno chiaro risulta, per il noto articolo pubblicato sulle “Izvestija” del 30 marzo 1944, il mancato riferimento (p. 335, n. 61) alla sua traduzione inclusa nel bellissimo libro di Agostino degli Espinosa sul Regno del Sud14.
che il primo numero della rivista “La cultura sovietica” (apparso nel luglio 1945) ospitava “alcune recensioni, tra cui quella di un racconto di Vsevolod Ivanov a firma di Angelo Maria Ripellino, il maggiore boemista italiano del dopoguerra.” Peccato che, nelle note del cap. 3 (“Il caso dei prigionieri italiani in Unione Sovietica”), invano si cerchi un sia pur fuggevole riferimento (p. e. nella n. 25 a p. 342) allo studio che Valdo Zilli – il grande storico della Russia che ebbe il “privilegio” di vivere l’esperienza della prigionia nei campi di concentramento sovietici – dedicò a Gli italiani prigionieri di guerra in Urss: vicende, esperienze, testimonianze (“Rivista di storia contemporanea”, a. X, n. 3, luglio 1981, pp. 329-353).
9 Luigi Cortesi, Nascita di una democrazia. Guerra, fascismo, Resistenza e oltre, Roma, manifestolibri, 2004 (che comprende il saggio La «svolta» di Salerno. Palmiro Togliatti, l’eredità gramsciana e la geopolitica di Stalin, pp. 255- 318). 10 Sul cui ruolo nella storia del PCUS e dell’Urss cfr. Žores A. Medvedev e Roj A. Medvedev, Stalin sconosciuto. Alla luce degli archivi segreti sovietici, Milano, Feltrinelli, 2006, pp. 47-70.
11 Cfr. Arkadij Vaksberg, Viscinski: l’artefice del grande terrore, Milano, Mondadori, 1991, p. 238 (e p. 392, nota 2 al cap. X, per un rapido profilo biografico del personaggio). 12 P. e., Aldo Agosti (Togliatti, cit., p. 595) rimanda alle Foreign Relations of the United States [FRUS], 1943, vol. I (General), Washington, US Government Press, 1963, pp. 759-760. Delle FRUS, peraltro, Clementi include nella sua bibliografia (p. 372) il sito internet in cui sono reperibili.
13 Una traduzione italiana della Dichiarazione di Mosca sull’Italia (1° novembre 1943) è contenuta nell’utilissima appendice documentaria (curata da Sandro Rogari e Stefano Caretti) alla seconda edizione di Pierre Renouvin (diretta da), Storia politica del mondo, Roma, UNEDI, 1975, vol. VIII (Pierre Renouvin, Le crisi del secolo XX. 2. Dal 1929 al 1945), p. 680.
14 Cfr. Agostino degli Espinosa, Il Regno del Sud. 8 settembre 1943-4 giugno 1944, Roma, Migliaresi, 1946, pp. 317- 320. Quest’opera, peraltro, non è sconosciuta a Clementi che, nella bibliografia del suo volume, ne include la 3a edizione (Roma, Editori Riuniti, 1973) e vi rinvia a p. 338, n.99. – Non si comprende, tra l’altro, perché Clementi citi (p. 12) il discorso pronunciato da Stalin a Mosca, sulla Piazza Rossa, il 7 novembre 1941, senza però indicare alcuna delle raccolte italiane di scritti del dittatore sovietico che lo includono (p. e., Stalin, Sulla grande guerra nazionale dell’U.R.S.S., Roma, Società Editrice «l’UNITÀ », 1945, pp. 27-29) e limitandosi, ma solo nella bibliografia finale (p. 381), a indicare l’edizione russa del 1946.
3

Non posso, infine, non chiedermi di quali potenti appoggi egli goda presso la Rizzoli che non solo ha pubblicato questo volume veramente impresentabile, ma l’ha pure vistosamente lanciato riservandogli quasi un’intera pagina del “Corriere della Sera” (5 febbraio 2001, p. 44) curata da quell’Antonio Carioti a un cui lavoro Clementi rinvia a p. 361 (nota 47 del cap. 5), omettendo peraltro di menzionare il ben più solido e documentato lavoro di Giuseppe Parlato15.
Ma veniamo, ora, al “piatto forte” di questo libro di Clementi, ossia alla sua asserita dimostrazione che la “svolta di Salerno” sarebbe scaturita da un’iniziativa di Renato Prunas (segretario generale del ministero degli Esteri del governo Badoglio nel Regno del Sud16), e non di Stalin – né, tanto meno, di Palmiro Togliatti: “finalizzata dagli italiani al ripristino di un contatto diretto tra Italia e Urss, questa operazione prese dunque origine da dentro le file del governo italiano e, per tramite di Vyšinskij, di quello di Mosca” (pp. 40-41). Non solo: “l’impostazione che Prunas aveva dato alla propria iniziativa (...) finì per rappresentare una sorta di road map che in breve tempo avrebbe portato al ripristino delle relazioni dirette tra i due paesi e alla svolta di Salerno, con la conseguente apertura del governo ai partiti democratici, ma senza il temuto stravolgimento politico che questa avrebbe potuto comportare” (p. 44)17. Il governo Badoglio, insomma, secondo Clementi “fu il vero ispiratore della nuova politica” del PCI dopo il rientro di Togliatti in Italia (p. 50), Prunas e Vyšinskij essendone i registi (p. 331, n. 1)!
L’ancor giovane studioso dell’Università della Calabria sostiene che “la documentazione disponibile, ignorata in precedenza da molti studiosi, [gli] ha permesso di ricostruire nei particolari la genesi della svolta” (ibidem). In effetti, però, non solo non c’è documento d’un certo rilievo da lui citato che non sia già stato (e con ben altra perizia storico-filologica...) considerato e attentamente analizzato dalla più o meno recente storiografia italiana e russa sull’argomento18; ma questa stessa
15 Giuseppe Parlato, Fascisti senza Mussolini. Le origini del neofascismo in Italia, 1943-1948, Bologna, il Mulino, 2006. 16 “Fu lui [Prunas] il vero ministro degli Esteri del Regno del Sud, anche se agì nel rispetto delle gerarchie politiche rifiutando la nomina a sottosegretario” (Ennio Di Nolfo e Maurizio Serra, La gabbia infranta. Gli Alleati e l’Italia dal 1943 al 1945, Roma-Bari, Laterza, 2010, p. 88).
17 È però “interessante” (per usare un aggettivo caro a Clementi) l’osservazione di Aldo Agosti (Togliatti, cit., p. 273) che il 12 gennaio 1944, dai microfoni di Radio Milano Libertà (la quale trasmette da Mosca), Togliatti “delinea la via da seguire, esattamente nei termini in cui si concreterà il compromesso di Salerno: «creazione sollecita, immediata anzi, di un governo nazionale democratico e con la partecipazione di tutti i partiti antifascisti... pubblica solenne dichiarazione di tutti – a cominciare dal re e da Badoglio fino all’ultimo dei partiti – con la quale si promette al popolo che il problema della forma dello Stato sarà dal popolo stesso deciso, finita la guerra, attraverso l’Assemblea costituente di tutta la nazione»”; v. anche Piero Melograni, Dieci perché sulla Repubblica, Milano, Rizzoli, 1994, p. 48. Silvio Pons, L’impossibile egemonia. L’URSS, il PCI e le origini della guerra fredda (1943-1948), Roma, Carocci, 1999, p. 155, osserva giustamente, peraltro, che la missione di Vyšinskij, “pur aprendo una via alla possibilità del riconoscimento diplomatico [del Regno del Sud], non aveva determinato una decisione in questo senso”; e già Paolo Spriano, Storia del Partito comunista italiano, vol. V, cit., p. 176, aveva attirato l’attenzione sul fatto che, “in quegli stessi giorni – precisamente il 9 e il 10 di gennaio [1944, in cui incontra Prunas] – Vyšinskij, come membro del consiglio consultivo interalleato, vede [Velio] Spano”, cioè uno dei dirigenti comunisti italiani del Regno del Sud che avversavano il governo Badoglio. In verità, a differenza di quanto scriveva Spriano, gli incontri di Prunas con Vyšinskij si svolsero – a Ravello il primo, a Salerno l’altro – l’11 e il 12 gennaio 1944 (cfr. Ennio Di Nolfo e Maurizio Serra, La gabbia infranta, cit., pp. 103 e 274, nn. 67 e 70).
18 Non mi riferisco soltanto ai documenti provenienti dagli archivi di Mosca, ma anche a quelli presenti in archivi italiani. Per esempio, la lettera dell’Ufficio Esteri del Pcd’I del 20 marzo 1942 (citata da Clementi a p. 30-31 e 329, n. 24) è nota da qualche decennio: cfr. Paolo Spriano, Storia del Partito comunista italiano, vol. IV, Torino, Einaudi,
4
storiografia (Mario Toscano19, Aldo Agosti20, Michail M. Narinskij21, Roberto Gualtieri22, Elena Aga-Rossi e Victor Zaslavsky23, Silvio Pons24, Luigi Cortesi25, Ennio Di Nolfo e Maurizio Serra26), pur nella varietà di posizioni, da un lato attesta l’insostenibilità dell’origine badogliana della “svolta di Salerno”27; e dall’altro non s’è mai neppur sognata di affermare, come fa Clementi (p. 48), che “Molotov (...) si risolse, con Vyšinskij, a convocare Togliatti” – e ciò per il semplice motivo che fu Dimitrov a chiedere a Molotov, il 1° marzo 1944, di ricevere “personalmente” il capo del PCI prima della sua imminente partenza per l’Italia!28 Al Cremlino, poi, nella notte fra il 3 il 4 marzo, Togliatti trovò non solo Molotov e Vyšinskij, ma lo stesso Stalin: Clementi, però, sembra accorgersi della presenza di Josif Vissarionovič solamente quando (incidentalmente, una pagina dopo) ci fa sapere che Togliatti “in
1973, pp. 92-93. En passant, notiamo che pure buona parte della documentazione utilizzata per il cap. 4 (“La questione di Trieste”) è già stata pubblicata da Pierluigi Pallante, La questione delle «foibe», Roma, Editori Riuniti, 2006 – e la lettera di Togliatti a Vincenzo Bianco del 19 ottobre 1944 era già stata resa nota da Paolo Spriano, Storia del Partito comunista italiano, vol. V, cit., p. 437-438. – La sostanza della relazione di Pietro Quaroni da Mosca in data 8 agosto 1944 (citata a pp. 68-69 e 336, n.73), poi, era già nota almeno dal 2002: cfr. Falcone Lucifero, L’ultimo re. I diari del ministro della Real Casa 1944-1946, a cura di Alfredo Lucifero e Francesco Perfetti, Milano, Mondadori, 2002, pp. 152-153 (annotazione dell’8 ottobre 1944). Colgo l’occasione per segnalare che Perfetti (nella n. 12 di p. 591) scrive che “Togliatti [era] partito da Mosca il 26 febbraio [1944]”: dimostrando così di non avere letto (o di avere solo distrattamente sfogliato) il libro di Elena Aga-Rossi e Victor Zaslavsky, Togliatti e Stalin. Il Pci e la politica estera staliniana negli archivi di Mosca, cit., da lui peraltro richiamato a conclusione della nota medesima. Non va sottaciuto, inoltre, che nemmeno lo storico della LUISS è riuscito (ahinoi!) a sottrarsi all’ormai troppo frequente malvezzo di “ribattezzare” personalità più o meno note: sicché (a p. XXXIII dell’Introduzione ai diari di Lucifero, e nello stesso indice onomastico) troviamo uno Stefano (invece di Raffaele!) de Courten, l’ammiraglio che fu ministro della Marina nei governi Badoglio e Bonomi.
19 Mario Toscano, La ripresa delle relazioni diplomatiche tra l’Italia e l’Unione Sovietica nel corso della seconda guerra mondiale, in Id., Pagine di storia diplomatica contemporanea, II, Milano, Giuffrè, 1963, pp. 289-358 (meglio nella versione inglese “aggiornata”: Resumption of Diplomatic Relations between Italy and the Soviet Union during World War II, in Id., Designs in Diplomacy. Pages from European Diplomatic History in the Twenthieth Century, Baltimore-London, The Johns Hopkins University Press, 1970, pp. 253-304).
20 Aldo Agosti, Togliatti, cit., pp. 269-282. 21 Michail M. Narinskij, Togliatti, Stalin e la svolta di Salerno, in “Studi storici”, a. 35, n. 3, luglio-settembre 1994, pp. 657-666. 22 Roberto Gualtieri, Togliatti e la politica estera italiana. Dalla Resistenza al Trattato di pace, 1943-1947, Roma, Editori Riuniti, 1995, pp. 3-34. 23 Elena Aga-Rossi e Victor Zaslavsky, Togliatti e Stalin. Il Pci e la politica estera staliniana negli archivi di Mosca, cit., pp. 55-66 (ediz. 1997); pp. 62-77 e 80-87 (ediz. 2007). 24 Silvio Pons, L’impossibile egemonia, cit., pp. 143-163. 25 Luigi Cortesi, La «svolta» di Salerno. Palmiro Togliatti, l’eredità gramsciana e la geopolitica di Stalin, in Id., Nascita di una democrazia, cit., pp. 255-318. 26 Ennio Di Nolfo e Maurizio Serra, La gabbia infranta, cit., pp. 62-145. 27 Per Ennio Di Nolfo e Maurizio Serra, La gabbia infranta, cit., “Prunas si persuase a prendere l’iniziativa [di avvicinare Vyšinskij] soltanto dopo essersi convinto che la via verso Mosca fosse l’unica strada percorribile per ridare fiato all’azione diplomatica italiana” (p. 101) giacché, se fosse stato “riconosciuto da uno o più Stati, il Regno del Sud avrebbe a sua volta, almeno formalmente, recuperato la piena sovranità anche sul piano internazionale, di cui lo privava il regime armistiziale” (p. 95); essi non esitano, però, ad affermare “che la decisione di un’apertura al governo Badoglio fu presa dal Dittatore sovietico subito dopo la Conferenza di Mosca (richiesta di visto di Togliatti e prima visita di Vyšinskij in Italia); ma che la linea da seguire (appoggio al Re e a Badoglio o a Sforza e ai partiti antifascisti) venne da lui tracciata solo tre mesi dopo, letteralmente alla vigilia della partenza di Togliatti, quando ormai non poteva più tardare.” (p. 126). 28 Georgi Dimitrov, Diario. Gli anni di Mosca (1934-1945), a cura di Silvio Pons, Torino, Einaudi, 2002, p. 689. In verità, già nel 1994 Michail M. Narinskij, Togliatti, Stalin e la svolta di Salerno, cit., p. 662, sottolineava che “fu Stalin in persona a ricevere Togliatti.” Lo stesso capo del PCI, del resto, aveva accennato a questo suo incontro con Stalin nella commemorazione del dittatore sovietico che tenne alla Camera dei deputati il 6 marzo 1953 (v. Atti parlamentari. Camera dei deputati. Discussioni. Seduta del 6 marzo 1953, p. 46.859; cfr. Roberto Morozzo della Rocca, La politica estera italiana e l’Unione Sovietica 1943-1948, Roma, La Goliardica, 1985, p. 30).
5
quegli anni si incontrò con Stalin soltanto quattro volte, l’ultima delle quali, appunto, nella notte fra il 3 e il 4 marzo 1944” (p. 49)29.
La consueta tirannia dello spazio, e soprattutto la preoccupazione di non abusare della pazienza dei miei lettori, m’impediscono di soffermarmi quanto vorrei sugli altri tre capitoli del libro di Clementi, che quasi in ogni sua pagina (del testo e delle note) richiede non poche precisazioni, integrazioni, rettifiche. Mi limito, pertanto, a osservare che il giovane studioso dell’Università della Calabria avrebbe tratto sicuro giovamento anche dalla lettura delle dense e belle pagine di Aldo Agosti sul “gran rifiuto” che Togliatti, nel gennaio 1951, oppose alla proposta sovietica di lasciare la segreteria del PCI per assumere la direzione del Cominform30.
Milano-Genova, giovedì 31 marzo 2011

Lauro Grassi ricercatore all’Università degli Studi di Milano

29 “Non è rimasto, o non è ancora stato scoperto, o non fu materialmente fatto il verbale della riunione moscovita.” (Luigi Cortesi, La «svolta» di Salerno. Palmiro Togliatti, l’eredità gramsciana e la geopolitica di Stalin, in Id., Nascita di una democrazia, cit., p. 276). Ci punge vaghezza, pertanto, di sapere perché Clementi sia certo della sua esistenza – così certo da auspicare (p. 49) “la diffusione in tempi brevi” di questa “fonte interessante”.
30 Cfr. Aldo Agosti, Togliatti, cit., pp. 384-388 e (per le fonti e la storiografia in merito) p. 610.

Replica

La reciproca incomprensione non è una virtù, ma può diventare un viatico per la dialettica. L’amico Lauro Grassi ha recensito il mio libro, “l’Alleato Stalin” (Rizzoli 2011) scritto sulla base di documentazione studiata negli archivi ex-sovietici. Lo ha fatto senza possedere le competenze necessarie. Grassi, infatti, non conosce il russo e non ha mai messo piede in un archivio dell’ex Unione Sovietica. Non è il solo, in Italia, tra gli studiosi di storia russa/ucraina/ex sovietica, ma – almeno – egli si limita a commentare libri senza incamminarsi per impervi sentieri. È quasi un merito.
Eppure, anche questa pratica del commento fuori dalle proprie competenze dovrebbe finire. Una recensione non s’improvvisa, né acquisisce spessore se la si riempie di precisazioni pretestuose (e in molti casi errate), che nulla tolgono o aggiungono al libro. Senza una conoscenza generale e diretta dell’apparato documentale e non leziosa della storiografia italiana che un autore può decidere liberamente di non citare (nel mio caso, per carità di patria e per non sporcare il libro di sciocchezze, seppure altrui), e senza la conoscenza della lingua strutturale di una ricerca, sarebbe meglio – anzi costituirebbe solo un bene per la scienza storica – tacere. Lo dico con convinzione e con rispetto. Rispetto per il lavoro dello storico, che ha la possibilità di confrontarsi con la totalità dei documenti solo dentro un archivio, potendo così ricostruire il contesto che mai offriranno asettiche raccolte di materiale scelto non si sa bene con quale criterio e per giunta tradotto. Per inciso, in ogni archivio si firma il registro delle presenze quotidiane e si scrivono accanto al nome i documenti consultati. Non sempre, a Mosca, ho trovato gli attesi riscontri.
Mi si potrà obiettare che me la tiro troppo, che ho un’opinione oltremodo elevata di me stesso e che se si seguisse tale pratica assisteremmo a una moria di recensioni (et censorum). Tutto vero. Pazienza! Si studi di più: formiamo storici che conoscano le lingue e frequentino di più gli archivi. Si vive anche senza recensioni. Personalmente cerco di evitare perché quando si lancia del fango inevitabilmente la mano ti resta sporca. Ne avrò scritte un paio in vita mia, di quelle marchettare di cui mi vergogno ancora. Una ventina di anni fa, quando ero giovane e stupido.
Veniamo ora a quello che l’amico Grassi definisce il piatto forte del libro “L’alleato Stalin”, ossia Togliatti e quella che da oggi chiamerò la “svolta di pseudo-Salerno”. La figura del Migliore, verso il quale non ho simpatie o antipatie (in verità, nessun personaggio storico mi stimola in tal senso: mi definisco un entomologo nei loro confronti) e che ho perfino “difeso” da attacchi di storici dilettanti, è stata trattata con i guanti gialli da tanta storiografia, senza che fossero poste le domande giuste. Per esempio, invece di collazionare i vari documenti scritti in Russia sulla situazione politica italiana, perché non si fa la collazione delle parole di Dimitrov annotate nel suo diario dopo l’incontro di Togliatti con Stalin, Molotov e Vyshinskij (incontro, caro Grassi, RICHIESTO da Dimitrov ma VOLUTO da Stalin e co., che potevano pure rifiutare la sollecitazione) e quanto raccontato da Togliatti ai delegati del suo partito una volta rientrato in Italia? Si troverebbero interessanti analogie, che non finiscono da noi, ma continuano in ogni paese dove la resistenza si era divisa sul problema istituzionale e dove la politica sovietica di guerra totale per la distruzione della Germania prevedeva unità fino alla vittoria. Ancora, perché Togliatti (e con lui gli altri che sapevano) ha sempre mentito sulla data della sua partenza da Mosca, anticipandola? Sempre. È un punto importante: la maggiore svolta del Pci togliattiano, il partito nuovo, si è retta per decenni su una bugia. E quando è stata finalmente scoperta...come se non fosse successo niente. D’accordo, non costituisce reato e non chiederemo le dimissioni postume di Togliatti. Ma come storico mi chiedo perché ha ritenuto opportuno mentire, se sia stata una sua iniziativa, perché i sovietici non lo abbiano mai smentito e perché su questo punto si sia spesso sorvolato nella storiografia. Infine, perché proprio Vyshinskij, che aveva tribolato non poco in Italia e conosceva la situazione del paese (Regno del Sud) meglio di qualunque altro sovietico in quel momento, è presente all’incontro del 3 marzo 1944 tra Togliatti, Molotov e Stalin? La mia ricostruzione offre una risposta a questa domanda. Una risposta circostanziata, sostenuta dalla documentazione disponibile a Mosca e anche logica. Nessuno da difendere, nessuno da attaccare. La libertà dello storico. Che può rifiutare, come ha fatto Grassi, un dibattito pubblico sul libro indecente.
Al proposito appare naturale una domanda al curatore del sito, che ha ringraziato Grassi per la sua recensione. Se il mio è un libro indecente, quelli di XX, di XV, di XYZ o di ZX, gente che conosce l’italiano e forse a malapena l’inglese e si occupa (appunto, si occupa) di Europa Orientale, e che leggendoli non si capisce neanche di cosa stanno parlando, ma quelli, che sono?

Marco Clementi


Documento inserito il 14/09/2012

mercoledì 25 aprile 2012

PUSSY RIOT. UN GIUDICE

Prima di procedere con le notizie avute direttamente da un giudice russo, qualche aggiornamento sul caso "Pussy Riot". 
Il 20 aprile la polizia ha fermato nei pressi della Procura di Mosca un gruppo di manifestanti che chiedevano la liberazione delle tre donne accusate di essere le Pussy Riot. Tra loro, anche qualche sostenitore della loro persecuzione giudiziaria, appartenente all'ala più oltranzista dell'ortodossia russa. Proprio quel giorno la Procura ha deciso di prolungare lo stato di arresto di Ekaterina Samutsevich, Marija Alechina e Nadezhda Tolokonnikova fino al 24 giugno.
Oggi, 25 aprile, la speaker del Consiglio Federale, Valentina Matvienko, già sindaco di San Pietroburgo, pur condannando l'atto di protesta compiuto il 21 febbraio nella Cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca da parte del gruppo punk, ha affermato che le tre donne dovrebbero essere rilasciate in attesa del processo. Si tratta di una presa di posizione importante, che però, credo, non avrà conseguenze pratiche nell'immediato. Amnesty International le indica come prigioniere di coscienza. Stessa cosa fa l'associazione Memorial, che ha diffuso una nota nella quale considera "inadeguate" le reazioni della Chiesa ortodossa e della Procura a quanto accaduto. La condanna della loro protesta come "immorale", a giudizio di Memorial, non ha nulla a che vedere con il codice penale. L'arresto di Ekaterina Samutsevich, Marija Alechina e Nadezhda Tolokonnikova violerebbe i principi espressi dalla Costituzione russa e dagli accordi internazionali sui diritti civili firmati da Mosca. Sempre a giudizio di Memorial, si potrebbe, al limite, agire contro le donne per via amministrativa, mentre mancherebbero le basi giuridiche per un'accusa penale. Ne chiede, quindi, l'immediato rilascio [la dichiarazione di Memorial in inglese in http://www.memo.ru/eng/news/index.htm]


Ho incontrato in proposito un giudice. Per ovvi motivi di sicurezza non posso rilevare né il suo nome, né la città in cui svolge la propria attività. Durante il nostro dialogo mi ha raccontate anche altre cose particolarmente interessanti ma poco edificanti, che potrei pubblicare sul blog, se trovo la forma adeguata.
Per quanto concerne il caso Pussy Riot, la prima cosa sulla quale ha voluto fare chiarezza è il capo di accusa: teppismo (in russo chuliganstvo), articolo 213 del codice penale della Federazione Russa. L'articolo uno della legge afferma che il teppismo può essere perseguito quando l'atto costituisce una minaccia concreta per la società o è accompagnato dall'uso della forza. In questo caso la pena prevista varia da 120 a ottanta ore di lavoro obbligatorio (si intende con ciò una multa corrispondente al salario minimo garantito), l'arresto da quattro a sei mesi o il carcere penale fino a due anni.
La pena di cui si è parlato molto su twitter e sui giornali, ossia una condanna a sette anni di carcere, è prevista solo nel caso in cui l'atto di teppismo, inquadrato dall'articolo 1, sia stato perpetrato con l'uso di armi. Non è il caso delle Pussy Riot e dunque tale condanna è da escludere a priori. L'articolo 2 comma A indica come aggravante il fatto che l'azione di teppismo sia stata attuata in concorso. In questo caso la pena prevista va dalle ore di lavoro obbligatorio fino a cinque anni di carcere. 
Per quanto riguarda il loro arresto e la detenzione, secondo il mio interlocutore la base giuridica è nella possibilità di fuga: nessuna delle tre donne è di Mosca. Il vero motivo, però, sempre a suo giudizio, sarebbe la loro incolumità. Infatti, hanno ricevuto e continuano a ricevere minacce da parte degli ortodossi oltranzisti e qualcuno potrebbe attentare alle loro vite. Conoscendo la mentalità e il funzionamento della macchina burocratica russa, quest'ultima spiegazione mi appare credibile.
Tornando al processo, verterà intorno agli articoli 1 e 2 comma A. Prima di tutto si dovrà dimostrare l'appartenenza delle donne al gruppo Pussy Riot e la loro diretta partecipazione all'azione di protesta nella Cattedrale. Se così sarà, le tre attiviste saranno sicuramente condannate, ma è probabile una pena mite. La quale dovrà tenere conto delle attese degli ortodossi di cui sopra. Escludendo il lavoro obbligatorio, si può pensare a una detenzione di qualche mese (che stanno già scontando) o fino a un anno con la condizionale. In ogni caso, dovrebbero essere rilasciate al più tardi dopo la conclusione del processo. 
Queste sono le previsioni. Come opinione pubblica internazionale, continuiamo a premere per un loro immediato rilascio e per la fine della persecuzione giudiziaria.