giovedì 3 maggio 2012

Γεια και χαρά σας βρε πατριώτες - Β. Παπακωνσταντίνου

Una canzone di Papakostantinou sulle elezioni.


IL DOPPIO STATO



Si avvicina il giorno del ricordo per le vittime del terrorismo. Che sarà commentato con un post. Apriamo l'argomento riprendendo la teoria del doppio stato, che sta anche alla base del film di Giordana "Romanzo di una strage", già commentato su queste pagine.

Lo Stato imperialista delle multinazionali non esisteva. Le Br cominciarono ad averne un chiaro segnale nei giorni del rapimento di Aldo Moro, quando il loro ostaggio rispondeva alle domande del processo senza cogliere gli intrecci che sottintendevano i brigatisti. Essi pensavano che ci fosse non già uno Stato nello Stato, ma un Sovrastato, potenziato e guidato dagli Stati Uniti, in grado di coordinare le politiche nazionali dei vari paesi del blocco occidentale. Quel mondo, pensavano i rapitori di Moro, stava andando verso una svolta strutturale che ne avrebbe mutato alle fondamenta le caratteristiche. Sarebbe cominciata la delocalizzazione del lavoro, la ristrutturazione della produzione e il primato del capitale finanziario su quello produttivo. Ma il processo non era irreversibile. Bastava scoprire gli ingranaggi, gli uomini, i referenti dello Sim per fermarlo e Moro era uno di questi.
 Si trovano, nella teorizzazione dello Sim, grandi intuizioni e capacità di lettura della realtà (fu ipotizzata nel 1975), ma anch ingenuità. La divisione del mondo in buoni e cattivi, in sodali e vittime innocenti non appartiene a una realtà complessa, che deve sempre tenere conto di moltissime forze, spesso in competizione, per restare in equilibrio. Quest'ultima considerazione si attaglia anche alla cosiddetta teoria del doppio Stato. Secondo alcuni, in Italia avrebbe a lungo convissuto un sistema nel quale lo Stato ufficiale sarebbe stato solo la parte visibile, emersa dell'intero apparato; alle sue spalle, nascosto, avrebbe agito un secondo Stato, che sarebbe coinvolto in un complesso disegno eversivo che partirebbe addirittura dalla strage del Primo Maggio 1947 a Portella della Ginestra, per dipanarsi attraverso tutta la storia italiana del secondo dopoguerra.  Un secondo Stato, dunque, all'interno del quale intere generazioni di funzionari, militari e civili, si sarebbero passate il testimone del complesso disegno. Questa ipotesi, che spesso diventa certezza in alcuni racconti, ha un grande pregio, ossia quello della semplificazione estrema: da una parte i democratici fedeli al dettato costituzionale, dall'altra i reazionari antidemocratici che pur di portare a termine il proprio sogno eversivo non hanno esitato a mettere bombe, depistare, assassinare personaggi divenuti scomodi. Per contro, i difetti sono molti, e tutti molto marcati. Uno studioso non può certo accontentarsi di una teoria senza riscontri, anche se a prima vista possa tornare utile per risolvere molti problemi. E i riscontri, per il doppio Stato, mancano. La filiera non è mai completa, i fatti si contraddicono, gli attentati e i depistaggi, veri o presunti, si accavallano senza una logica. Quando è stata scoperta la P2, molti ritennero che si fosse giunti alla testa del mostro. Poi, però, si è scoperto che in realtà i piduisti non erano dei golpisti, ma degli ultratlantisti, patrioti a modo loro, anzi, patrioti secondo molti parametri. La stessa delusione la diede Gladio; a capo Marrargiu non ci si addestrava per commettere attentati, ma per organizzare la resistenza armata contro l'invasione dell'esercito ungherese, quello destinato all'Italia in caso di guerra con il Patto di Varsavia. L'Italia sarebbe stata divisa in due e la resistenza concentrata, in attesa dei nostri, in Sicilia e Calabria. Se manca il nucleo di questo secondo Stato, ridurre tutto a uno Stato nello Stato, inoltre, impedisce allo storico e all'osservatore di cercare le responsabilità politiche che si sono succedute nel corso degli anni, di analizzare gli episodi al di fuori di contesti più ampi (per esempio internazionali), riducendo la storia italiana a mero complotto. La strage di Ustica e la copertura che è stata fatta del tentativo di uccidere il leader libico Gheddafi sui cieli italiani è paradigmatica di quanto si sostiene. Gli Stati Uniti non solo fallirono l'obiettivo, ma per errore provocarono l'abbattimento di un aereo di linea dell'Itavia e 81 morti civili. Le strutture dell'Aeronautica Militare italiana coprirono l'accaduto, ma poi la politica, tutta la politica, da sinistra a destra, mantenne il segreto sui fatti e a distanza di 32 anni ancora non abbiamo una versione ufficiale da parte del governo italiano. Davvero serve un secondo Stato per coprirci di vergogna? Si è trattato di uno dei maggiori, se non del maggiore depistaggio della storia repubblicana, eppure non compare mai tra le prove dell'esistenza di questo doppio Stato. Sarà perché a noi Gheddafi piace piaceva se Berlusconi lo adulava e Bettino Craxi lo avvertì nel 1986 dell'imminente bombardamento americano del suo quartier generale. Eppure non si può certo liquidare così la questione, né si può concordare pienamente con lo spirito delle parole del presidente Napolitano, che chiede una generica ricerca della verità senza assumersi la responsabilità di una posizione; neanche prese di posizione liquidatorie, del resto, ci soddisfano, perché quanti ritengono quella di Piazza Fontana una "strage di Stato" avevano e hanno motivi a sufficienza per farlo. E non bastano certo le parole di un presidente della Repubblica per superare il problema. Da quando, mi chiedo inoltre, la storia devono scriverla i politici? Pier Paolo Pasolini poco prima di morire stava lavorando alla stesura di un grande romanzo, Petrolio, che non riuscì a terminare. È la storia dell'Italia malata, dell'Italia delle stragi e delle morti violente, all'interno della quale si muovono persone reali, con nomi e cognomi e funzioni vere, non presunti attori mascherati o vestiti di ombre. In quei mesi Pasolini dichiarò di sapere i nomi dei mandanti, di conoscere i luoghi da dove erano partiti gli ordini delle stragi. Era il suo mestiere, disse, quello di conoscere queste cose, perché era uno scrittore.  L'Italia, sapeva Pasolini, è un paese fatto di tanti piccoli, a volte miserrimi interessi, che vanno tenuti insieme attraverso piccoli spostamenti, aggiustamenti appena percettibili. Qual è la logica per cui la nostra fedeltà alla Nato si è manifestata anche attraverso le bombe e gli attentati? La matrice degli attentati che hanno prodotto la carneficina che conosciamo è di destra. Esistono dei nomi, dei processi, delle condanne, delle prove al riguardo. Di materiale esplosivo e volontà eversiva fu piena l'Italia del dopoguerra. I gruppi neofascisti cominciarono a formarsi già dal 25 aprile e si svilupparono in particolare al Nord, dove infine negli anni Sessanta si passò all'azione. In determinanti momenti forze esterne, come poteva essere la Cia, o interne, come singoli uomini all'interno dei servizi, istigarono, o lasciarono fare, o coprirono post factum. Per questo Piazza Fontana è strage di Stato e per questo la strage alla stazione di Bologna fu  un attacco preciso al nostro paese da parte di un nemico. Che probabilmente prima ci era stato amico.  

mercoledì 2 maggio 2012

DIAZ. RIMORSI? NO. "LA STAMPA"

Jennifer Ulrich durante una scena del film "Diaz"




Parla un celerino che ha partecipato all'assalto della Diaz (o Sandro Pertini, com'era stata ribattezzata). E' di Genova. L'articolo appare sulla "Stampa" del 27 luglio, quando tutto il mondo conosce ormai lo svolgimento dei fatti e le violenze inferte ai giovani che stavano dormendo nella scuola in attesa di ripartire il giorno dopo. Era già più difficile nascondere gli accadimenti.




ERO dentro la scuola, ho partecipato all'inferno di Genova. Adesso siamo finiti noi sulla graticola, accusati per tutto quello che è successo a Genova. A che serve parlare? Vuoi sapere delle nostre violenze? Sì, ci sono state, ma perché vi siete dimenticati di quello che hanno fatto le tute nere? Ormai a difenderci c'è solo il capo della Polizia e il ministro dell'Interno. Voi non avete capito che a Genova c'è stata una guerra». Che brutto clima si respira in questura e nei suoi paraggi. Nessuno vuole parlare, persino nella forma anonima, preoccupato di diventare «vittima» di una «caccia alle streghe». I poliziotti che hanno garantito lo svolgimento del GB si sentono stretti dalla morsa di una tenaglia: da una parte il Gsf e l'opposizione, dall'altra i «colleghi». Il poliziotto ha riflettuto a lungo se parlare o meno, se raccontare la perquisizione all'interno della scuola Pertini, ex Diaz. E alla fine si è fatto vivp. L'incontro avviene in un bar, nei paraggi della rianimata piazza De Ferrari, ex zona rossa. «Io c'ero quando siamo entrati nella scuola Pertini, che voi signori della stampa chiamate Diaz, che non era la sede del centro stampa del Genoa Social Forum. Il Gsf si trovava, invece, nella scuola di fronte, la vera Diaz. Ma prima di parlare della scuola e di quello che è accaduto - sì, abbiamo picchiato, è volata qualche manganellata di troppo - vorrei gridare che noi venivamo da due giorni d'inferno». Mastica rabbia il poliziotto: «Qualcuno ha scritto che avevamo l'infiltrato nella scuola, che ci eravamo preparati nei giomi precedenti per fare questo blitz. Questo non lo so, ma dubito che sia andata cos'i». Fa una smorfia che sembra un sorriso: «Perché non avete scritto che i miei capi vi avevano convocati per assistere alla perquisizione? Se volevamo picchiare l'avremmo fatto alle tre di notte, senza testimoni». Ricorda: «Respiravo lacrimogeni e mi difendevo dagli assalti delle tute nere da due giomi. C'era l'inferno a Genova e adesso ve la prendete con noi». Sabato sera, gli scontri erano finiti, il corteo del Gsf (200.000 persone) stava defluendo, migliaia di ragazzi cercavano di entrare nella stazione di Brignoie per prendere il treno e tomare a casa. «Verso le undici, il mio dirigente ci avvisa di stare pronti: "li andiamo a beccare". Noi di Genova eravamo pochi, si aggregano il reparto mobile di Roma e i carabinieri, che ci dovevano coprire le spalle. Se l'operazione fosse stata pianificata un giorno o due giomi prima, ci saremmo organizzati diversamente. E invece ci portano su come quando arriva la chiamata d'emergenza al 113». Il «celerino» sorseggia una birra. Non è testimone o protagonista di quello che è accaduto prima dell'irruzione alla Pertini. La versione ufficiale parla di un «pattuglione» di quattro auto, due in borghese e due volanti, che intomo alle dieci si trovano a passare tra le due scuole, non erano di Genova e avevano avuto la segnalazione che in via Trento, e non alla Diaz o alla Pertini, c'era un gruppo di tute nere. Passano tra le due scuole e vengono bersagliati da pietre e bottiglie. E' stato allora che in questura si è pianificato l'intervento. «Nel cellulare il capo ci dice di stare attenti, che nostri colleglli erano stati assaliti, che ci dovevamo aspettare il lancio di pietre, di bottiglie incendiarie. Che erano tanti. Eravamo nervosi, stanchi e l'adrelina ci teneva svegli. Ero lucido? Non lo so. L'importante, in questi casi, è che i nostri dirigenti lo siano. Arriviamo sul posto. In testa ci sono funzionari in borghese. Si mettono da parte, un nostro mezzo sfonda il cancello. E' buio, sentia- ino grida. Entriamo in quella palestra, accolti da una pioggia di pietre. Non si capisce più nulla. In quegli attimi - non so dire se dopo un minuto o un'ora, non so quanto tempo siamo stati dentro - sento i colleghi che' dicono che uno dei nostri era stato accoltellato. Il primo che mi capita sotto tiro è un ragazzo. Impugno il manganello». Si ferma, i suoi occhi sono come dei laser: «Vuoi sapere se ho picchiato? Sì, l'ho fatto. Nessuno mi ha fermato». Perché lo hai fatto? Cosa ti aveva fatto quel ragazzo? Un sospiro profondo prima della risposta: «Non lo so. Sentivo gridare, vedevo che loro si difendevano, che cercavano di darcele. E io sono stato più veloce di lui». Ma è vero che i ragazzi dormivano? «Quando sono entrato nella palestra, no. Non so se prima o nelle aule dei piani superiori c'era chi dormiva». Quando tutto finisce, e si può entrare nella scuola, il sangue sulle pareti della palestra documenta quello che è successo. Il bilancio ufficiale dell'operazione: su 93 presenti nella scuola, 68 devono far «ricorso alle cure mediche». Rimangono feriti anche 17 poliziotti. Sei giomi dopo quella perquisizione, hai qualche rimorso? Il poliziotto risponde fulmineo: «Rimorso no, rabbia tanta». «Respiravo lacrimogeni e mi difendevo dalle tute nere da due giorni»

Gramsci in carcere e il partito

PAOLO SPRIANO
Paolo Spriano è stato il mio primo maestro. Sono stato fortunato nella vita scientifica. Ne ho avuti diversi, e non solo in Italia. Nel 1986 seguii l'intero corso di Spriano sulla resistenza in Italia e il partito nuovo. Forse anche per questo, a distanza di tanti anni, ho voluto scrivere un libro sull'argomento. Quando partii per l'Unione Sovietica lo andai a trovare (era il 1988, pochi mesi prima che morisse il 26 settembre di quell'anno). Ricordo che mi disse: "Si impari il russo". Di Spriano ho sempre tenuto in grande considerazione gli studi su Antonio Gramsci. Nonostante la chiusura degli archivi aveva intuizione e usava molta logica nei suoi ragionamenti. E non di rado si avvicinò a quanto avrebbero in seguito mostrato i documenti. Alcune cose non poteva immaginarle neanche, come la polemica sull'eredità letteraria del dirigente sardo tra il Pci e la sua famiglia di Mosca. Ma altre le comprese prima di altri. Il suo libro "Gramsci in carcere e il partito" ne è testimonianza. Non ho mai scritto un libro su Gramsci. Un lungo saggio, in polemica con il direttore e il presidente della Fondazione Gramsci, Pons e Vacca. Ma sono stato tanto in archivio e ho raccolto documenti, a Roma come a Mosca. Stanno qui.

Uno di questi, del 27 ottobre 1934, dice che al già "detenuto politico" (esattamente così, il fascismo riconosceva questo status) Antonio Gramsci era stato notificato il Decreto di applicazione di libertà vigilata e che era stato "liberato condizionalmente" con decreto del ministro di Grazia e Giustizia del 25 ottobre 1934. La pena rimanente si sarebbe estinta il 21 aprile 1937. Fino a quel momento Gramsci doveva: 1) Darsi a stabile lavoro e vivere onestamente senza dar luogo a sospetti. 2) non trasferire la propria residenza dal luogo dove ha eletto domicilia senza autorizzazione del giudice di sorveglianza. 3) Non trasferire la propria abitazione da un luogo all'altro senza autorizzazione. 4) non trattenersi fuori dalla propria abitazione dell'avemaria all'alba senza necessità di lavoro, da comunicarsi preventivamente al giudice di sorveglianza. 5) Non frequentare locali malfamati, luoghi di riunioni e trattamenti pubblici. 6) non accompagnarsi a persone pregiudicate e comunque sospette. 7) presentarsi ogni domenica all'autorità di .S. del luogo ove ha eletto domicilio alle ore 10.

Gramsci era malato di tubercolosi cronica. Con la notifica, a Gramsci venne fatto sapere dai Carabinieri della Compagnia di Formia, dove si trovava la clinica scelta dal detenuto come residenza, che la libertà condizionale era stata concessa "solo per ragioni umanitarie in vista delle cagionevolissime sue condizioni di salute" e che ogni altra interpretazione del provvedimento sarebbe stata "arbitraria". Gramsci se ne dichiarò "inteso" e assicurò che non avrebbe dato nessun altro significato all'atto formale del ministero. Aggiunse di non sapere cosa fosse stato pubblicato su di lui all'estero e che "comunque egli deve essere considerato estraneo a qualsiasi genere di propaganda politica in considerazione pure dello stato in cui trovasi e per il quale gli è interdetto di mantenersi in corrispondenza coi propri compagni".

Nessun ravvedimento da parte di Gramsci, dunque. Le condizioni di salute, però, spesso sottostimate nei libri sul dirigente comunista, determinarono buona parte del suo destino carcerario.









Παπανδρεου στο Time Magazine. Papandreou al "Time".


Un esperimento. Così ha definito la Grecia degli ultimi mesi l'ex primo ministro Papandreou alla vigilia delle elezioni parlamentari al magazine "Time".


Like his country, George Papandreou, 59, has downsized in the last six months. He stepped down as prime minister of Greece in November, then, in March, as leader of PASOK, the Socialist party his father founded in 1974. Looking back at the unprecedented meddling of European powers in his country's politics amid the Euro crisis — a series of events that led to his fall as well as Greece becoming the first country in the zone to be forced to accept painful austerities in exchange for bailout loans — Papandreou told TIME, "I think it couldn't have been avoided. We were a lab rat, an experiment."
He's settling into a new corner office in the Papandreou Foundation, housed in a weathered neoclassical building in the central Athenian neighborhood of Kerameikos, which used to house ancient potters thousands of years ago. It's a gritty and anxious neighborhood that's a microcosm of Greece today: People are worried about crime, money, identity and, most of all, the future. They're also deeply divided about what to do. Sunday's parliamentary elections are expected to be the messiest in decades. No party looks likely to get enough votes to form a government. It's expected to be another anti-austerity vote that, along with a likely win of Francois Hollande in France, could change the dynamics of the eurozone crisis.
The austerity measures have crushed the Greek economy, which is now in its fifth year of a deep recession. The unemployment rate has shot up from about 9% in 2009 to 21% today. Suicides are also on the rise. Tens of thousands of small businesses have closed. Some of the poorest Greeks found themselves homeless and eating at soup kitchens. "I wish we could have done this in a way that was softer on the people, especially those who weren't to blame, like the pensioners and the workers," Papandreou says. "But in the end, everybody has paid and paid dearly for this crisis."

What galls the former premier is that some European Union leaders refuse to recognize these sacrifices. Though Greece cut its budget by 5.5% in the first year of austerity and was recently praised by the Organization for Economic Cooperation and Development for being a top reformer, "some populist politicians say, 'It's not that Greece has a problem, it's that Greeks are the problem,'" Papandreou says. "How can a parliamentarian or a leader in a country say, on the one hand, that we're going to support Greece but at the same time say that Greeks are lazy?" he says. "I mean, their citizens will say, well, if they're lazy, then why are we supporting them?"

Greeks are clearly outraged that austerity is leading nowhere. Anti-austerity protests in Athens regularly devolve into violent riots in the neighborhoods around parliament. Still, public opinion polls show that about 70% of Greeks want to remain in the eurozone. Papandreou says he proposed the idea of a public referendum on the second bailout, which European Union leaders hammered out last October, because "Greek people had to feel like they owned the program, that it wasn't an imposed program." "We had to make a decision," he says. "We had to decide whether we wanted the program or not, whether we wanted to stay in the euro or not, whether that would have consequences."
But the referendum never happened. Many Greeks said the timing was wrong or that they felt cornered. German Chancellor Angela Merkel and French President Nicolas Sarkozy berated Papandreou and claimed he had blindsided them. Papandreou says firmly that Merkel and Sarkozy knew about his intentions. "I was very optimistic that the Greek people would have said yes, that it's difficult but we'll go through this [austerity] process, whatever it takes," he says. "And this is why I was so unhappy that there were some negative reactions in Europe."
Shortly after the referendum idea went bust, Papandreou resigned as premier to make way for a coalition government led by PASOK and New Democracy, the two parties who have ruled Greece for the last 30 years, and the far-right Popular Orthodox Rally (LAOS). The new government chose Lucas Papademos, a former central bank and MIT-trained economist as interim premier. Papandreou has now been replaced as PASOK by Evangelos Venizelos, a verbose and combative constitutional lawyer who had recently served as Finance Minister.
If pre-election polls hold true, PASOK and New Democracy are expected to get a combined 40% of the vote in Sunday's elections. That's a stunning fall from 2009, when the parties got about twice that. Voters are turning to political parties on the left and right who oppose the bailout. Some voters are even turning to Chrysi Avgi, or Golden Dawn, an extreme right party with neo-Nazi ties which blames Greece's economic problems on immigrants. Chrysi Avgi got 0.23% of the vote in 2009. This year, they're polling at 5% and are expected to win seats in parliament.
Papandreou likely won't have a role in the next government but he will be in the next parliament. The constitution guarantees him a seat as a former prime minister. The U.S.-born and educated Papandreous will represent Achaia, the district in southern Greece where he began his political career more than 30 years ago.
Greeks are clearly angry at pan-European austerity politics. But voters like George Pappas, 37, a physical therapist, say they're equally as angry at the ossified politics at home. Pappas says Greeks must kick familiar faces out of parliament so Greece can rid itself of corruption and patronage. "I'm going to vote for the craziest and least appropriate person this time," Pappas says. "I'm beginning to believe that the only way to help this country is to demolish the whole system and start from scratch — even if it means that we leave the eurozone."
Voters like Pappas are especially angry at politicians like Papandreou, whom they say sold Greece out to international lenders. Papandreou says he doesn't take the criticism personally and says he agrees that Greece must reform dramatically to thrive. "The slogan that came out almost spontaneously from the people and from our party in 2009 was that either we change or we sink," he says. "I still say this today, and I'm even more convinced today, that we were a mismanaged society led by mismanaging governments."
Richard Parker, an economist at Harvard University who advised Papandreou during his two years in office, said the country had few options but to accept the austerity recipe offered by the European Union, the European Central Bank and the International Monetary Fund. "Like the rest of Europe, Greece had lived on a credit-fueled boom built on relaxed standards of oversight and regulation," Parker says. "Greeks got caught as collateral damage to the meltdown of the American capital markets. It got hit by a tsunami not of its own origin."
Standing on the balcony of his family's foundation in central Athens, gazing at the Agora, the marketplace of ancient Athens, Papandreou ponders his country's breadth of history and golden moments of harmony. "In ancient Greece," the former prime minister says, "politics and the market were not decoupled." The bone-colored ruins are lit up by bright sunlight even as the shadow of a modern catastrophe envelopes the country.


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Η Φωτεινή Βελεσιώτου στο ελculture.gr

Η Φωτεινή Βελεσιώτου τραγουδάει ρεμπέτικα και λαϊκά στη Θεσσαλονίκη στο Καδωδείο Ελληνικόν κάθε Παρασκευή και στην Πριγκηπέσσα κάθε Τετάρτη.
Στην Αθήνα εμφανίζεται στην ταβέρνα Κληματαριά (Πλ. Θεάτρου) κάθε δεύτερη Τρίτη και κάνει περιοδικές εμφανίσεις σε διάφορες μουσικές σκηνές.





AGNOLETTO


Don Vitaliano della Sala

Il 23 luglio 2001 "il Corriere" pubblicava questo pezzo, costruito sulle parole di Agnoletto. Il giornale non prende posizione. Riporta le parole del rappresentante del Genova Social Forum e le repliche del sindacato di polizia, con le quali si chiude il pezzo. Pretendere una posizione da un giornalista del "Corriere" su un caso così complesso, a poche ore di distanza dai fatti, significa essere ingenui. Non c'è altro da aggiungere. 

«Gli agenti hanno fatto una carneficina» Il Social Forum: ecco le foto delle forze dell' ordine vestite da tute nere. La replica: solo calunnie DA UNO DEI NOSTRI INVIATI GENOVA - «Il blitz di mezzanotte, il massacro dei ragazzi che dormivano nelle aule della scuola Diaz è il biglietto da visita di un governo, che non solo nega il dissenso e cancella le regole democratiche, ma vuole instaurare uno stato di polizia...». L' ira di Vittorio Agnoletto, piccolo condottiero del Genoa Social Forum, si avverte prima dal tono - uno strillo strappato con forza alla sua esile voce -, poi dalle parole. Diluvio di denunce, accuse pesanti, brevi racconti dell' orrore, appelli ad Amnesty International, richieste di decapitazione dei vertici della Polizia e del ministerno degli Interni, annuncio di controinchieste giudiziarie sui fatti di Genova. Definiti «un attacco scientifico, preordinato del governo contro un movimento di massa, che ha portato in piazza 200 mila persone». «L' operazione compiuta alla Diaz - tuona Agnoletto - mira a distruggere il dato politico della manifestazione. Il nostro movimento, sia pure a caro prezzo, ha vinto». Pausa. «Il Genoa Social Forum lancia per martedì una mobilitazione generale in tutta Italia sul tema della democrazia e il diritto al dissenso». Applausi. Genova, domenica pomeriggio. Giardini «Gilberto Govi» di Punta Vagno: accalcati come acciughe in scatola, sotto i tendoni bianchi, contestatori, cronisti e, nelle ultime file, un grappolo di genovesi che hanno deviato dalla passeggiata a mare per curiosare e orecchiare. E' l' ultimo appuntamento del Public Forum; ma nessuno avrebbe scommesso che lo spazio aperto dal Gsf per dare voce ai big dell' anti-globalizzazione internazionale, alla fine sarebbe diventato il vulcano ribollente di umori esasperati. Parla Agnoletto, parlano gli avvocati del Gsf, i medici di piazza, la Tuta Bianca numero Uno, Casarini, il tostissimo Piero Bernocchi dei Cobas, Francesco Caruso di No Global, don Vitaliano della Sala... I riferimenti al Sud America, al Cile di Pinochet scandiscono molti interventi. Sicchè, la Genova del governo Berlusconi, vista da Punta Vagno, ricorda la Santiago degli anni Settanta. E' un fiume in piena, Agnoletto. Respinge al mittente le accuse di complicità Gsf-Tute nere, e manda a dire al premier: «Siamo certi che si tratta di una montatura; ma anche nel caso in cui nella scuola Diaz si fosse infilato qualche "irregolare", la carneficina compiuta dagli agenti sarebbe comunque inammissibile. Se la caccia ai sospettati deve avvenire con quei modi e con quei mezzi, ciò significa che nessun cittadino italiano può sentirsi al sicuro». Le parole forti del portavoce del Genoa Social Forum diventano fatti nelle testimonianze di chi ha vissuto il blitz di sabato notte. Dario Rossi, uno dei cento avvocati mobilitati per tutelare i diritti dei contestatori racconta come la perquisizione nella stanza del «servizio legale», al secondo piano, sia avvenuta al di fuori di ogni regola. «E non è tutto - denuncia Rossi -. Hanno rovistato come furie, rotto computer, asportato hard-disc, che contenevano i dati e le denunce degli arrestati». Tocca invece a uno dei 150 medici del Pronto intervento sanitario spiegare come sono andate le cose in piazza. Prendiamo il caso della ragazza malmenata a più riprese. «E' successo durante la manifestazione di venerdì - dice il dottore -. La giovane sta chiacchierando con un' amica; parte la carica, e lei non ha la prontezza di allontanarsi subito ... Un agente le si avvicina, la picchia col manganello, la prende a calci. La ragazza cade; poi, si rialza. Pochi passi, e di nuovo viene riacciuffata e picchiata. La raccolgo poco dopo, è sotto choc. La testa rotta (suturata con 14 punti), le gambe sanguinanti. Un massacro». La lista delle «malefatte» delle forze dell' ordine contro gli anti-G8 si allunga. I testimoni implacabili si passano il microfono, mentre in sala grondano gli applausi, misti alle urla («assassini, assassini!»). Il loro «asso nella manica» sono i documenti - foto, filmati - sulla battaglia di Genova. Viene diffusa una foto di un gruppo di persone davanti alla caserma dei carabinieri di corso De Gasperi: c' è un carabiniere in divisa. E poi due uomini con magliette nere e bastoni. Una ha il viso coperto. «E' la prova di infiltrazioni di carabinieri tra i Black bloc», dice Casarini. Il regista Davide Ferrario racconta di aver «inchiodato» due poliziotti travestiti da Tute nere; Luca Casarini, leader delle Tute bianche, spiega che il Gsf si sta impegnando nell' attività di «controinformazione», con la raccolta di materiale utile. «Se avete scattato foto, filmato espisodi di abusi, illegalità, dateli a noi. Alcune foto interessanti le abbiamo; e le useremo. Ma, attenti: un fotografo è già stato perquisito. La repressione è durissima». Piero Bernocchi, portavoce dei Cobas, va giù durissimo. Il j' accuse contro il governo è una bordata. «È stata una mattanza organizzata. Si voleva non un morto, più morti. Ogni domenica i teppisti del calcio devastano gli stadi, sfasciano i treni, ma non vengono massacrati». Salta su il napoletano Francesco Caruso di No Global, e avverte i compagni che invierà un bossolo a Scajola, affinché il ministro dell' Interno «possa riflettere su ciò che è successo». «E' lui il responsabile e il mandante politico dell' omicidio di Carlo Giuliani». E don Vitaliano della Sala, «contestatore in nome di Dio», condanna ecumenicamente ogni violenza. E racconta di aver visto scendere da una camionetta della polizia tre persone vestite di nero con caschi e maschere antigas. «A osservare la scena, con me c' era anche un frate», precisa. Replica del Siulp: «Gli operatori di polizia, per tre giorni, con abnegazione hanno tenuto testa a migliaia di criminali organizzati». Il Comando generale dell' Arma, interviene respingendo le calunnie circa «i contatti con elementi del Black Bloc, sostenuti dal Gsf». E contrattacca «sulla documentazione fotografica, ingannevolmente esibita. Che riguarda persone in uniforme e in borghese del Comando provinciale di Genova, predisposte a difesa della caserma, nel mirino dei manifestanti». 
Marisa Fumagalli