mercoledì 2 maggio 2012

Gramsci in carcere e il partito

PAOLO SPRIANO
Paolo Spriano è stato il mio primo maestro. Sono stato fortunato nella vita scientifica. Ne ho avuti diversi, e non solo in Italia. Nel 1986 seguii l'intero corso di Spriano sulla resistenza in Italia e il partito nuovo. Forse anche per questo, a distanza di tanti anni, ho voluto scrivere un libro sull'argomento. Quando partii per l'Unione Sovietica lo andai a trovare (era il 1988, pochi mesi prima che morisse il 26 settembre di quell'anno). Ricordo che mi disse: "Si impari il russo". Di Spriano ho sempre tenuto in grande considerazione gli studi su Antonio Gramsci. Nonostante la chiusura degli archivi aveva intuizione e usava molta logica nei suoi ragionamenti. E non di rado si avvicinò a quanto avrebbero in seguito mostrato i documenti. Alcune cose non poteva immaginarle neanche, come la polemica sull'eredità letteraria del dirigente sardo tra il Pci e la sua famiglia di Mosca. Ma altre le comprese prima di altri. Il suo libro "Gramsci in carcere e il partito" ne è testimonianza. Non ho mai scritto un libro su Gramsci. Un lungo saggio, in polemica con il direttore e il presidente della Fondazione Gramsci, Pons e Vacca. Ma sono stato tanto in archivio e ho raccolto documenti, a Roma come a Mosca. Stanno qui.

Uno di questi, del 27 ottobre 1934, dice che al già "detenuto politico" (esattamente così, il fascismo riconosceva questo status) Antonio Gramsci era stato notificato il Decreto di applicazione di libertà vigilata e che era stato "liberato condizionalmente" con decreto del ministro di Grazia e Giustizia del 25 ottobre 1934. La pena rimanente si sarebbe estinta il 21 aprile 1937. Fino a quel momento Gramsci doveva: 1) Darsi a stabile lavoro e vivere onestamente senza dar luogo a sospetti. 2) non trasferire la propria residenza dal luogo dove ha eletto domicilia senza autorizzazione del giudice di sorveglianza. 3) Non trasferire la propria abitazione da un luogo all'altro senza autorizzazione. 4) non trattenersi fuori dalla propria abitazione dell'avemaria all'alba senza necessità di lavoro, da comunicarsi preventivamente al giudice di sorveglianza. 5) Non frequentare locali malfamati, luoghi di riunioni e trattamenti pubblici. 6) non accompagnarsi a persone pregiudicate e comunque sospette. 7) presentarsi ogni domenica all'autorità di .S. del luogo ove ha eletto domicilio alle ore 10.

Gramsci era malato di tubercolosi cronica. Con la notifica, a Gramsci venne fatto sapere dai Carabinieri della Compagnia di Formia, dove si trovava la clinica scelta dal detenuto come residenza, che la libertà condizionale era stata concessa "solo per ragioni umanitarie in vista delle cagionevolissime sue condizioni di salute" e che ogni altra interpretazione del provvedimento sarebbe stata "arbitraria". Gramsci se ne dichiarò "inteso" e assicurò che non avrebbe dato nessun altro significato all'atto formale del ministero. Aggiunse di non sapere cosa fosse stato pubblicato su di lui all'estero e che "comunque egli deve essere considerato estraneo a qualsiasi genere di propaganda politica in considerazione pure dello stato in cui trovasi e per il quale gli è interdetto di mantenersi in corrispondenza coi propri compagni".

Nessun ravvedimento da parte di Gramsci, dunque. Le condizioni di salute, però, spesso sottostimate nei libri sul dirigente comunista, determinarono buona parte del suo destino carcerario.









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