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domenica 13 aprile 2014

I DEPORTATI DI IOANNINA

Con grave, gravissimo ritardo, giustificato in parte dalla frenesia con cui stiamo lavorando sull'archivio dei CC.RR. (poi PS, poi Guardia Nazionale Fascista) di Rodi (da cui è tratta la foto della copertina di carteggio riguardante Giacomo Levi)



Sono trascorsi 70 anni da quando, il 25 marzo del 1944, gli ebrei di Ioannina, nell'Epiro, vennero deportati ad Auschwitz. Furono una cinquantina a sopravvivere, tra loro Esthir Koen, ancora in vita, ha deciso di regalare la sua testimonianza
(Pubblicata originariamente da E Kathimeriniil 7 marzo 2014, selezionato e tradotto da Le Courrier des Balkans e OBC)
Il 25 marzo sarà una giornata dolorosa per Esthir Koen. Incontrerà il Presidente federale tedesco, Joachim Gauck. E' stato lui stesso a chiederle di incontrarla. Tra i cinquanta membri della comunità ebraica di Ioannina sopravvissuti ad Auschwitz, Esthir Koen è una delle due ancora in vita.
“Mi sento un po' strana. Agitata. Vorrei chiedergli da dove è venuto tutto quest'odio che ha portato a bruciare milioni di persone a causa della loro religione. Accettare il perdono? Ciò che hanno fatto è imperdonabile. Non hanno risparmiato nessuno. Li hanno bruciati tutti... E quando ci hanno cacciati dalle nostre case e gettati sulla strada, nessun vicino ha scostato le tende per vedere cosa stava accadendo”.
25 marzo 1944, mattina. Con l'aiuto della gendarmeria greca la Gestapo effettua una “retata” nel quartiere ebraico di Ioannina. 1725 uomini, donne e bambini vengono ammassati sui camion. Solo qualcuno riesce a scappare e darsi alla macchia, tra i quali il futuro marito di Esthir. Gli altri vengono deportati ad Auschwitz. Tra loro i genitori e sei fratelli e sorelle di Esthir, che allora aveva 17 anni.
“L'ultima volta che ho visto i miei genitori è stato sulla rampa d'ingresso a Auschwitz, dove ci hanno separati. Mentre s'allontanava mio padre urlò a me e mia sorella: “Figlie mie, siate in grado di preservare il vostro onore!”.
Più tardi un'altra internata ci ha rasato i capelli. Le ho chiesto cosa era accaduto ai miei genitori. Lei mi ha mostrato i camini dei forni crematori ed ha detto: “Là, bruciano...”. Esthir si è salvata grazie ad una dottoressa ebrea-tedesca e a delle infermiere che l'hanno nascosta quando le SS hanno svuotato la sua baracca per alimentare i forni crematori.
A liberazione avvenuta Esthir è rientrata a casa sua a Ioannina. Lei e la sorella scoprono che sono le uniche sopravvissute dell'intera famiglia. Gli altri sono stati sterminati.
Davanti alla sua casa natale l'attende un altro duro colpo: “Ho bussato alla porta ed uno sconosciuto ha aperto. “Cosa volete”, mi domanda. Gli rispondo che è casa mia. “Ma ti ricordi se c'era un forno in casa tua?” mi dice. “Ma certo, ci si cucinava il pane!”. “Allora smamma. Sei scappata ai forni in Germania ma io ti brucio nel forno di casa tua!”.
Esthir tenterà poi di ricostruire la sua vita. Si sposa con Samuil, scampato alla retata. Ha dei bambini. “Sono venuta a conoscenza del fatto che le nostre due macchine da cucire Singer erano presso il Metropolita. Sono andato a chiedergliele ma lui mi ha risposto che erano state consegnate alla prefettura. Là abbiamo dovuto risalire ai numeri di serie... Pretesti per liberarsi di me. Ho loro mostrato il mio avambraccio, con il marchio di Auschwitz e ho detto loro: 'Questo è l'unico numero che conosco' e me ne sono andata”.
Alla fine degli anni '60 l'ambiente non è ancora amichevole nei confronti dei sopravvissuti. “Un professore di teologia delle scuole superiori ha dato a mia figlia della 'sporca ebrea' perché l'ha incrociata per strada dopo le 9 di sera, il che era vietato, anche se era in mia compagnia. Lei non l'ha sopportato e qualche mese più tardi ha deciso di emigrare in Israele.”
Esthir lascia cadere una lacrima. Perché starsene in silenzio tutti questi anni? “Avevamo paura. Devi capire, nessuno ci amava”.

domenica 8 dicembre 2013

HUFFINGTON POST. EBREI ITALIANI NEL DODECANESO


OGGI, sull'HUFFI.



Rodi, Gruppo Carabinieri Reali – Ufficio Centrale Speciale. Dietro questa sigla si nascose per più di dieci anni, dal 1932 fino alla fine della seconda guerra mondiale, l’ufficio politico italiano di pubblica sicurezza, che riuscì a mettere sotto controllo praticamente l’intero Dodecaneso.
Su una popolazione di 130.000 abitanti furono raccolti circa 90.000 dossier, conservati oggi in un archivio unico e per il momento non accessibile agli studiosi, ma che si spera in un paio d’anni potrà fornire materiale in grado di aiutare a rileggere la presenza italiana nel Dodecaneso (1912-1947) e offrire nuovi spunti per la comprensione del fascismo.
Eirini Toliou, la direttrice del locale Archivio di Stato che ha acquisito i fascicoli, sostiene che fu Mussolini a volere questo stretto controllo. Probabilmente, nonostante un governo non disprezzabile, l’Italia non era stata in grado di ottenere la piena fiducia dei dodecanesini. Il luogo, inoltre, meta turistica di prestigio, si prestava allo spionaggio di stranieri residenti o di passaggio, provenienti dal Levante o dall’Europa, alleati o possibili nemici.
Scheda del nominato: così era chiamata la cartella contenente cognome e nome della persona controllata, paternità e maternità, data e luogo di nascita e residenza. In basso il numero di pratica, ossia il dossier, con l’indicazione dell’anno in cui era stato creato. Da quel momento, tutte le successive informazioni venivano allegate nella cartella originale. Persone normali si è detto, come Nichitas Zavolas, nato a Pigadia il 15 marzo 1897, o Teorodo Costantinidi fu Costantino, medico condotto, sul quale il 17 febbraio 1939 i carabinieri scrivono: “In passato fu un fervente irredentista ed era tenuto in molta considerazione dalla popolazione per l’opera che svolgeva a favore dell’unione di queste Isole alla Grecia”. Da diversi anni però (siamo nel 1939) “si disinteressa di politica ed affianca le autorità italiane dando a vedere di essere un leale collaboratore […]. Non è di razza ebraica”.

Cambiano i tempi. Siamo dopo la promulgazione delle leggi razziali in Italia. A Rodi è governatore Cesare Maria de Vecchi conte di Val Cismon, uno dei quadrumviri della marcia su Roma. Moderato verso gli ebrei, mantiene il Collegio rabbinico ma deve comunque gestire il formale controllo razziale. Ai cittadini viene fornito un questionario dove specificare, cancellando con un tratto di penna le indicazioni che non interessano, se si appartiene alla razza ebraica (padre o madre), se si è iscritti alla comunità israelitica o se ne professi la religione.
Gli ebrei e gli irredentisti sono tenuti sotto controllo. Si capisce. Ma anche gli amici, come il maggiore della polizia tedesca Rodolfo Kaufmann, numero di protocollo 1229 categoria 2=10=15=1938, o il presidente della compagnia di bandiera “Ala Littoria”, Umberto Klinger, l’onorevole Klinger, che partecipò all’impresa di Fiume e durante la seconda guerra mondiale diresse il 114º Gruppo Autonomo di Bombardamento, protocollo 4950 categoria 2.11.1698-1937. Con lui, i passeggeri dei voli per Rodi, tutti regolarmente segnalati.
Poi i nemici, certo, come Kermeth Arthur Noel Anderson, maggiore comandante le truppe inglesi in Palestina, protocollo 6880 categ. 2.10.41=1933, o il deputato “irakiano” Yassin Taymore (167:1.1-102:1939) e la certissima “agente servizio informazioni cecoslovacco” Margaret Kis, agganciata nel 1936.
Scoppia la guerra e il Tribunale speciale per la difesa dello Stato, la cui giurisdizione non era stata estesa alle Isole Egee, diventa a Rodi il “Tribunale speciale per la difesa del Possedimento”, e condanna all’ergastolo Giorgio Chirmicali per aver “portato armi contro lo Stato italiano”. Prigioniero a Taranto, non può neanche ricevere un pacco dal padre Elias. Sono i Carabinieri dell’Ufficio Centrale Speciale a sconsigliarlo il 29 gennaio 1943, considerando il detenuto “non meritevole di alcuna agevolazione” a causa della gravità del crimine commesso.
L’epoca è complessa. Migliaia di ebrei fuggono dall’Europa, ma milioni restano. Alcuni vanno in Francia, altri negli Stati Uniti. Quelli cosiddetti “revisionisti”, convinti che la terra promessa sia la Palestina, si imbarcano come possono diretti verso Haifa. Le navi inglesi bloccano le rotte, affondano navi e carrette del mare entrano nelle acque del Dodecaneso, fanno naufragio. Il Possedimento accoglie i naufraghi. Alcuni ripartono subito, ma altri restano più a lungo, in improvvisati campi profughi. E sono messi sotto controllo. Nel frattempo l’Italia ha occupato la Grecia. I carabinieri collaborano con l’ufficio informazioni del Comando superiore delle Forze Armate dell’Egeo, si passano notizie e dati. Rosa Spiegel, di Bratislava, così come Eugene Reimann, non riceveranno mai alcune lettere inviate dalla loro città natale. Interviene la censura militare, blocca la corrispondenza, traduce e gira ai carabinieri, che aprono nuovi fascicoli. Sono decisi, fermi, ma alla fine trattano bene i profughi. Che nel 1942 vengono trasferiti in Italia, a Ferramonti, in Calabria, e il 16 settembre 1943 saranno i primi ebrei europei ad essere liberati dagli Alleati.
Qualche settimana fa lavoravo al “Titolario”, il vecchio indice che fecero gli italiani nel 1942 dell'archivio amministrativo assieme a Eleonora Papone, che collabora come me all'archivio di Rodi. Tra le tante voci, mi restava come sospesa la classe G del titolo IV: “tipografia, macchine tipografiche, gestione”. Una classe per la tipografia? Che senso ha, quando cose apparentemente più importanti come la costruzione di acquedotti o caserme sono una sottoclasse? Solo osservando le “schede del nominato”, ho capito l’importanza e la necessità di una voce separata dalle altre spese. La tipografia stampava le schede, a Rodi, in segreto. Gestire il potere, allora, osservare senza essere visti, significava avere anche il controllo totale di quelle macchine. 

sabato 6 luglio 2013

IL POGROM DEI POLACCHI

Il 4 luglio 1946 nella cittadina polacca di Kielce vennero massacrati 42 ebrei scampati allo sterminio nazista dalla furia della popolazione locale. Si era sparsa la voce - in precedenza - che fossero stati rapiti alcuni giovinetti per dei sacrifici rituali (un po' la tesi del libro Pasque di Sangue pubblicato in Italia qualche anno fa dal Mulino) e, nonostante l'infondatezza della notizia, il ghetto venne circondato. Il vescovo di Kielce, Czeslaw Kaczmarek scrisse, a giustificazione dell'accaduto:
"In Polonia gli ebrei sono i principali propagandisti del regime comunista, che il popolo polacco non vuole, che gli viene imposto con la forza contro la sua volontà. Inoltre, ogni ebreo ha una buona posizione o infinite possibilità e facilitazioni nel commercio e nell'industria. I ministeri, i posti all'estero, le fabbriche, gli uffici, l'esercito traboccano di ebrei, e sempre nei posti principali, importanti e di responsabilità. Dirigono la stampa governativa, hanno in mano la censura, così severa oggi in Polonia, dirigono gli uffici di sicurezza, arrestano [...]. Per le suddette ragioni SI PUO' DIRE CHE LA MAGGIOR PARTE DELLA RESPONSABILITA' PER L'ODIO CHE CIRCONDA GLI EBREI E' DA ATTRIBUIRSI A LORO STESSI".





sabato 8 giugno 2013

RODI, 1943





JUDERIA


Quasi dispiace abbandonare Rodi 
anche se sempre un’isola ci attende 
altre coste fronzute altri villaggi silenziosi 
più uguali dove incalza la fuga dei tramonti il quotidiano ticchettìo del presente.

Con le doppie
triple muraglie torri minareti 
Rodi mi ha richiamato in queste strade selciate un po’ dirute 
e qui ho cercato
la finestra il sottarco 
il barbacane che sostenne la culla 
e diede inizio al tuo corso vitale destinato
a fondersi col mio senza il riparo di bianchi baldacchini.
Juderia si chiamava.
Traversando la vuota sinagoga 
una guardiana ciarliera sefardita mi aprì un varco al sole del cortile al pozzo antico
alle foto che si arrestano alla data solo per noi felice del tuo ignaro inizio d’esistenza

Era arrivato il tempo delle stragi. Ora ci resta
rigida la figura di una sposa in frac
questo sposo marito 
per sei giorni biciclette sul prato 
quattro amici troppo ridenti al clic dell’obiettivo 
nella stiva di un cargo in verticale
il passo del fuggiasco 
in trasversale.



Meeten Nasr
AL TRAGUARDO DI MALAGA
(Poesie 2000-2009)

giovedì 7 giugno 2012

AZZURRI AD AUSCHWITZ

La stupidaggine di molti ha ritenuto di vedere in queste cuffie dei player per
la musica, mentre si tratta di audio guide
Ieri Michele Serra pubblicava la seguente "Amaca", che si apre con enormi stupidaggini.




















Oggi i calciatori azzurri, in Polonia per gli Europei, andranno in visita ad Auschwitz. Non è una presenza scontata, per almeno due ragioni. La prima (profondamente rimossa nella nostra memoria nazionale) è che l'Italia è stata il principale alleato di Hitler e dunque il principale complice dello sterminio: chissà se qualcuno, nella nostra delegazione, avrà la volontà di spiegarlo a ragazzi di vent'anni comprensibilmente poco avvezzi alla riflessione storica.
Il secondo è che il calcio, inteso come fenomeno popolare globale, è ormai da molti anni un micidiale incubatore dei razzismi vecchi e nuovi, e in specie dell'antisemitismo: gli stadi europei sono forse l'ultimo posto al mondo dove vengono tranquillamente esposte svastiche e croci celtiche, e il saluto romano (un brevetto italiano...) accomuna le curve nazional-fasciste di mezza europa. I calciatori hanno, in questo senso, responsabilità enormi. Di complicità (a volte cosciente, a volte no) con tifoserie razziste, e soprattutto di omissione di buon esempio. Il loro comportamento, le loro parole, il loro atteggiamento in campo (per esempio quando il pubblico insulta un "negro") sono fondamentali. Lo sport è (anche) un potentissimo vettore di valori. La speranza è che questa mattina, ad Auschwitz, qualcosa scatti nella testa degli azzurri.


Sul secondo punto, nulla da dire. Ma la parte in neretto è una follia storiografica. Intanto per come è formulata: "l'Italia è stata il principale alleato di Hitler e dunque..."

E dunque cosa? L'Italia ne ha combinate di ogni durante la seconda guerra mondiale, ma almeno di una cosa non si è mai resa responsabile, ossia della deportazione degli ebrei. Nelle zone controllate dalle truppe italiane in Russia e nei Balcani gli ebrei non solo non furono mai deportati.
Gli italiani in Grecia salvarono quanti più ebrei poterono, e di questo abbiamo testimonianze dirette degli stessi sopravvissuti. Quando nel marzo 1943 i tedeschi e i bulgari deportarono gli ebrei di Salonicco (occupata dai tedeschi), gli italiani riuscirono a portare ad Atene quelli di origine italiana, evitando loro la morte. Solo dopo l'8 settembre i tedeschi organizzarono le altre deportazioni, questa volta nei territori già occupati dagli italiani.
Se si leggono i libri di Nuto Revelli o di Carlo Vicentini sulla campagna di Russia, si vedrà come i soldati italiani avevano tutti lo stesso ricordo: quando la tradotta che li conduceva al fronte passava per la Polonia, vedevano persone con la stella di David che lavoravano nelle stazioni. E tutti, affermano, 
capivano che quella non era la loro guerra, ma la guerra dei tedeschi.
Non è un problema di Michele Serra, che tutti conosciamo (ricordate la sua provocazione su Twitter?) E' un problema della nostra storia, di cui tutti possono parlare, come si trattasse di calcio.