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| La stupidaggine di molti ha ritenuto di vedere in queste cuffie dei player per la musica, mentre si tratta di audio guide |
Oggi i calciatori azzurri, in Polonia per gli Europei, andranno in visita ad Auschwitz. Non è una presenza scontata, per almeno due ragioni. La prima (profondamente rimossa nella nostra memoria nazionale) è che l'Italia è stata il principale alleato di Hitler e dunque il principale complice dello sterminio: chissà se qualcuno, nella nostra delegazione, avrà la volontà di spiegarlo a ragazzi di vent'anni comprensibilmente poco avvezzi alla riflessione storica.
Il secondo è che il calcio, inteso come fenomeno popolare globale, è ormai da molti anni un micidiale incubatore dei razzismi vecchi e nuovi, e in specie dell'antisemitismo: gli stadi europei sono forse l'ultimo posto al mondo dove vengono tranquillamente esposte svastiche e croci celtiche, e il saluto romano (un brevetto italiano...) accomuna le curve nazional-fasciste di mezza europa. I calciatori hanno, in questo senso, responsabilità enormi. Di complicità (a volte cosciente, a volte no) con tifoserie razziste, e soprattutto di omissione di buon esempio. Il loro comportamento, le loro parole, il loro atteggiamento in campo (per esempio quando il pubblico insulta un "negro") sono fondamentali. Lo sport è (anche) un potentissimo vettore di valori. La speranza è che questa mattina, ad Auschwitz, qualcosa scatti nella testa degli azzurri.
Sul secondo punto, nulla da dire. Ma la parte in neretto è una follia storiografica. Intanto per come è formulata: "l'Italia è stata il principale alleato di Hitler e dunque..."
E dunque cosa? L'Italia ne ha combinate di ogni durante la seconda guerra mondiale, ma almeno di una cosa non si è mai resa responsabile, ossia della deportazione degli ebrei. Nelle zone controllate dalle truppe italiane in Russia e nei Balcani gli ebrei non solo non furono mai deportati.
Gli italiani in Grecia salvarono quanti più ebrei poterono, e di questo abbiamo testimonianze dirette degli stessi sopravvissuti. Quando nel marzo 1943 i tedeschi e i bulgari deportarono gli ebrei di Salonicco (occupata dai tedeschi), gli italiani riuscirono a portare ad Atene quelli di origine italiana, evitando loro la morte. Solo dopo l'8 settembre i tedeschi organizzarono le altre deportazioni, questa volta nei territori già occupati dagli italiani.
Se si leggono i libri di Nuto Revelli o di Carlo Vicentini sulla campagna di Russia, si vedrà come i soldati italiani avevano tutti lo stesso ricordo: quando la tradotta che li conduceva al fronte passava per la Polonia, vedevano persone con la stella di David che lavoravano nelle stazioni. E tutti, affermano,
capivano che quella non era la loro guerra, ma la guerra dei tedeschi.
Non è un problema di Michele Serra, che tutti conosciamo (ricordate la sua provocazione su Twitter?) E' un problema della nostra storia, di cui tutti possono parlare, come si trattasse di calcio.


