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lunedì 9 dicembre 2013

EUROPA NON EUROPA

Santa Sofia a Kiev
In attesa di partire per Kiev (giovedì) per capire meglio cosa accade, questo pezzo di Giovanni Savino che non mi sembra male



Le proteste di piazza a Kiev e in Ucraina hanno attirato l'attenzione dei media: migliaia di persone scese per strada, chiedendo l'adesione al trattato di associazione con l'Unione Europea, secondo quanto possiamo leggere e vedere dai resoconti di giornali e tv.
In realtà, le contraddizioni in seno alla società ucraina sono molto più profonde di quanto viene mostrato in mondovisione, e sono meno semplici di un proclamato sentimento “europeista”. Una strana rivolta a favore di Bruxelles, in un momento in cui l'UE è in preda alle convulsioni della crisi economica, e con una crisi di prospettive su diversi piani senza precedenti nella sua storia.

La strada verso il partneriato
Il percorso intrapreso dal presidente Viktor Yanukovych verso la firma del trattato di associazione con l'Unione Europea sembrava dato per concluso, con addirittura convegni già convocati sugli effetti dell'accordo di Vilnius sul futuro dell'Ucraina. Prima dell'improvviso dietrofront, il 20 novembre, il premier Mykola Azarov confermava i preparativi della delegazione verso il summit di nove giorni dopo durante una conferenza stampa a San Pietroburgo, sostenendo di non aver cambiato piani. Il giorno successivo, giovedì 21 novembre, una nota del consiglio dei ministri di Kiev sospendeva i negoziati, senza però ritirare la partecipazione del proprio governo al vertice.
A causare il congelamento degli accordi sono intervenuti diversi fattori, essenzialmente basati sulle condizioni economiche dell'Ucraina, un paese che sembra non uscire mai dal tunnel imboccato dopo il crollo dell'URSS. Il ruolo della Russia e delle pressioni, politiche e non, esercitate da Vladimir Putin è stato importante fino a un certo punto, perché a farla da padrona sono state le controindicazioni sull'economia ucraina, anche perché, come affermato da uno dei negoziatori europei al Der Spiegel, “(Yanukovych) ha portato avanti più riforme del suo predecessore filo occidentale, Yulia Timoshenko”. La lettera dell'FMI al governo ucraino, in cui si chiedeva l'aumento del 40% delle tariffe energetiche, il congelamento degli stipendi e il taglio alle spese sociali, ricevuta il 20 novembre, è stata l'ultima goccia per la retromarcia. Già di per sé le procedure d'associazione all'UE prevedono la liberalizzazione economica e l'ulteriore apertura del mercato ai capitali stranieri, il che, unito alla possibilità quasi certa di perdere una quota importante delle proprie esportazioni verso la Russia (a cui sono diretti 1/3 degli scambi) ha fatto tremare il presidente ucraino, timoroso di un rovinoso peggioramento della situazione sociale e dell'instabilità politica. La difficoltà dovuta alla dipendenza energetica del paese, importante snodo del gas russo, ha contribuito poi a far recedere le velleità europeiste di Azarov e del suo governo.

I diktat europei e l'azione di Mosca
Le condizioni previste dal partneriato possono presentare degli scenari drammatici per milioni di lavoratori: il mercato sarà aperto a prodotti più economici e di maggiore qualità, con il problema, per il commercio ucraino, di non poter esportare i propri su altri mercati (Russia e paesi ex sovietici). L'introduzione delle norme europee, ad oggi non adottate in Ucraina, e le quote di mercato porterebbe alla chiusura di ciò che resta dell'apparato industriale; tutto ciò è apparso come una minaccia anche a quella parte della borghesia ucraina pronta a cambiare fronte, passando dall'orientamento verso Mosca a quello verso Bruxelles. La poca flessibilità dei funzionari europei nel negoziare condizioni più favorevoli per Kiev ha successivamente prodotto la crisi attuale. Yanukovych ha visitato anche Pechino in questi giorni, in cerca di prestiti e di condizioni favorevoli anche da parte della Cina, ormai sempre più presente a livello globale.
Mosca gioca su alcuni fattori fondamentali: il prezzo del gas e dei combustibili, la minaccia di introdurre il visto per i cittadini ucraini, e la chiusura del proprio mercato all'agricoltura e alla produzione alimentare di Kiev. In Russia lavorano oltre un milione e trecentomila (1.342.476, dati dell'Ufficio Immigrazione russo) ucraini, di cui circa 550 mila illegalmente, agevolati dall'assenza del regime di visti, e questi lavoratori costituiscono una percentuale importante della forza lavoro migrante, pari al 13,3%. In Italia ci sono circa seicentomila ucraini, di cui solo 153 mila regolarizzati. Le rimesse degli immigrati costituiscono il 25% del PIL nazionale, di questi il 9% dalla Russia e il 6,5% dall'Italia. Lo sfascio dell'era post-sovietica continua a colpire le campagne, ormai svuotate di uomini e donne, con un'incidenza più alta dell'emigrazione dalle zone tradizionalmente contadine dell'Ucraina occidentale. Anche le condizioni previste dall'adesione all'Unione Doganale con Mosca possono penalizzare il sistema ucraino: quel che è stato descritto per l'UE, nel caso di un ingresso di Kiev nella TS (Tamozhennyj Soyuz, Unione Doganale) potrebbe avere le stesse conseguenze: quanto sta avvenendo in Russia a seguito dell'entrata nel WTO con la crescita delle tariffe, la distruzione del sistema d'istruzione e la liquidazione dell'Accademia delle Scienze, e la privatizzazione della sanità sono un ulteriore monito alla classe operaia ucraina.

Rivoluzione o rivolta nazionalista?
Ad organizzare EuroMajdan, come è stata soprannominata la mobilitazione in corso nella centrale piazza (Majdan) dell'Indipendenza, sono state le forze all'opposizione del governo. Queste forze sono composte di oligarchi in rottura con il governo, sostenitori di Yulia Timoshenko (in carcere dal 2011), dal partito Udar (legato alla CDU tedesca) guidato dall'ex pugile Vitalii Klichko e da Svoboda, partito d'estrema destra e ultranazionalista. La presenza dei nazionalisti, raggruppati attorno alle bandiere di Svoboda e del “Blocco di destra del Majdan”, ha subito provato ad egemonizzare la piazza: azioni squadriste contro manifestanti “non conformi”, lo slogan di liberare le strade da omosessuali e liberali, e la volontà di procedere allo scontro. L'Assemblea nazionale ucraina – Autodifesa popolare ucraina (UNA-UNSO) ha guidato gli assalti di questi giorni, con l'aiuto di membri di Svoboda. Quest'ultima formazione ha una concezione molto particolare di Europa, visti i suoi rapporti con il Front National di Marine Le Pen e con i camerati italiani di Forza Nuova, una cui delegazione ha visitato recentemente Kiev.
Andriy Mokhnyk, vicepresidente di Svoboda, ha elogiato i tentativi di coordinamento compiuti dai forzanovisti e li ha invitati a partecipare alla marcia in onore dell'Esercito popolare ucraino, l'UPA, macchiatosi durante la Seconda guerra mondiale dei massacri di ebrei e polacchi nell'Ucraina occidentale ( ). Oleh Tyagnibok, capo indiscusso di Svoboda, si è reso più volte autore di dichiarazioni antisemite che hanno provocato lo sdegno della comunità ebraica e la sua esclusione, nel 2004, dalle liste di Nasha Ukraina. L'ultima azione organizzata dai giovani del partito di Tyagnibok prima delle mobilitazioni è stata l'irruzione violenta durante la presentazione di una raccolta di scritti di Trotskij, con la denuncia della propaganda “omosessuale e satanista” (il video della provocazione lo si trova qui ). Non è la prima volta che avviene, e la caccia ai sindacalisti scatenata dagli squadristi in questi giorni è un'ulteriore tremenda conferma dell'avanzata delle forze neofasciste in Ucraina e della loro impunità, agli occhi della polizia e dell'opposizione “occidentale” e “liberale” che ci viene descritta: durante le assemblee a più riprese si son sentiti discorsi in difesa della razza ariana, e il saluto “Slava Ukrainy” (Gloria all'Ucraina), tipico delle formazioni collaborazioniste del Terzo Reich, è riecheggiato più volte nel centro di Kiev. L'egemonia esercitata da queste formazioni rischia di diventare un pericolo anche per quella parte della gioventù scesa in piazza per un'associazione che rischia di non divenire mai realtà, come è il caso della Turchia, da 50 anni partner dell'Unione Europea.
Alle masse lavoratrici ucraine vengono presentate due possibilità: la prima è il mantenimento dello status-quo, con l'iperinflazione, la perdita progressiva di competitività e di efficienza e la crisi finanziaria. La seconda è rappresentata dalle riforme liberiste, dalla liquidazione dei settori chiave dell'economia, l'aumento esponenziale del costo di acqua, luce e gas, e dalla disoccupazione di massa. Un proverbio popolare nell'ex Urss dice quanto sia poco saggio scegliere tra la peste e il colera, e la via d'uscita della classe operaia è una sola: fermare il decadimento del proprio paese con l'occupazione e la riapertura delle fabbriche sotto il controllo operaio, e da questa partire alla riscossa e alla riconquista del futuro. Tra la peste dell'Unione Europea e il colera dell'Unione Doganale, c'è una sola medicina: il socialismo.

venerdì 7 dicembre 2012

QUATTRO ANNI UN GIORNO




Sono trascorsi quattro anni dall'assassinio di Alexis Grigoropoulos e da quella che in Grecia chiamano "l'ultima dekemvriana" (rivolta di dicembre, con riferimento alla prima, avvenuta tra la fine del 1943 e l'inizio del 1944). Quattro anni nei quali le Grecia è precipitata in una crisi economica fortissima, che sta tagliando fuori dal mondo del lavoro trasversalmente intere generazioni. Si trattò, allora, di una cieca reazione contro lo Stato, o di qualcosa di diverso? Oggi è facile rispondere che, allora, furono i giovanissimi a intuire l'avvicinarsi del peggio. E anche se qualcuno può anche pensare a una risposta piena di demagogia, non per questo dobbiamo smettere di affermarlo. Dal giorno della morte di Alexis la gioventù emarginata dalla politica economica delle multinazionali e della grande finanza ha iniziato a cercare modi per esprimere la propria opposizione a un sistema politico-economico che la stava strangolando, privandola di ogni futuro.
L'iniziale "contro tutti" si è presto convertito in consapevolezza . Tra il 2009 e oggi le iniziative di solidarietà, sul sistema, sul rapporto con la propria storia e l'Europa, in Grecia si sono moltiplicate.  E con l'aggravarsi della situazione economica è scesa in piazza gente che mai lo avrebbe ritenuto possibile.
Non solo. Con loro sono scesi in piazza giovani in tutta Europa per esprimere la loro rabbia per l'omicidio di Alexis e solidarietà al movimento greco e alla sua gente. Come in Grecia, in altri paesi sono cominciati i suicidi a causa della situazione economica; la forma estrema di protesta.

Il capitale ha risposto con una campagna stampa di livello europeo contro la Grecia e i greci: gli ingrati, quelli che non lavorano, quelli che vogliono la pensione facile, che sono nazionalisti e incoscienti. Alimentando involontariamente quello stesso nazionalismo che si stigmatizzava: Alba Dorata, il partito neonazista greco che ora siede addirittura in parlamento, è stata una delle risposte. Risposta che dovrebbe mettere in guardia, ma che sta passando abbastanza in silenzio. Vedremo quando i nazi si accomoderanno anche sulle poltrone del Parlamento Europeo.

Il capitalismo è in crisi. Una crisi economica, politica e sociale. E non c'è guerra, fino ad oggi, che lo aiuti. Non era mai accaduto in passato.
Il suo richiamo non è più così incantatore, il disegno di una ipotesi di benessere collettivo e generalizzato è fallito e in alcuni paesi in forte crescita, o in cerca di nuove strade (dall'America Latina ai paesi arabi), si sperimentano situazioni inedite.

La Grecia deve essere salvata, ha affermato di recente Angela Merkel, perché è un interesse strategico della Germania (e delle sue banche). Ma il gioco è finalmente alla luce del sole.


















venerdì 26 ottobre 2012

DOPO LA STORIA

Secondo il sociologo russo Andrej Fursov, l'Europa vive dopo la storia. Egli in questo intervento si dice convinto che gli europei sono giunti alla fine della propria parabola. Non edificheranno più un Duomo di Milano o un Colosseo perché non sono più una società di produttori ma di consumatori, non sono in grado di integrare gli immigrati, si sono allontanati dalla propria religione storica, il cristianesimo, che aveva permesso loro di entrare nella storia, sono una colonia americana. L'Europa è un museo, il museo di se stessa, e i suoi cittadini ne sono al contempo i conservatori e i visitatori (distratti).
La tesi è interessante e può dare origine a una riflessione, o discussione.


mercoledì 9 maggio 2012

NAZISTI E STELLE

Credo che Grillo questa volta abbia ragione. Ne parlavo ieri sera con M. mentre mangiavamo in una piazza di Atene, tavoli semivuoti - tavoli che fino all'altro anno erano sempre pieni.
Il movimento Cinque Stelle ha incanalato la protesta ed evitato - del tutto involontariamente - che sfogasse  in voti verso partiti di estrema destra, come è invece accaduto in Grecia con "Alba Dorata".
Su questo dovrebbero riflettere in Italia. Non tanto i partiti storici della Seconda Repubblica, dai quali non mi attendo dichiarazioni pubbliche in tal senso (vedi Napolitano Boom Boom), ma almeno una parte sensibile dei commentatori.

Sul blog del comico genovese oggi ho trovato questo pezzo. E' sopra le righe nei due ultimi neretti, ma inquadra la situazione attuale con una certa chiarezza. Sottolineo "attuale".
E sottolineo un secondo fatto. Il bipolarismo, mai veramente tale in Italia (basta controllare i dati elettorali degli ultimi venti anni), in Italia è definitivamente morto.

Il MoVimento 5 Stelle salverà il culo alla partitocrazia? Questo dovrebbero domandarsi i coniugi Fassino, Gargamella Bersani, Azzurro Caltagirone e il Coniglione mannaro Alfano ormai senza carote. Il M5S è la loro ultima speranza, l'unico salvagente per evitare conseguenze traumatiche quando verrà messa la parola fine alla Seconda Repubblica. Hanno avuto tutti gli onori durante vent'anni di saccheggio della democrazia e delle finanze pubbliche, ora li aspettano gli oneri. Sono a un bivio. O il M5S e, più in generale, i movimenti dei cittadini, o la dittatura. Quest'ultima può presentarsi sotto varie forme, quella agghiacciante, nazista, di "Alba Dorata" di Nikos Michaloliakos in Grecia, del neo fascismo di Marine Le Pen o del partito ultra nazionalista ungherese Fidesz di Viktor Orban.
In Italia è accaduto un piccolo miracolo. Il cittadino di fronte alla crisi economica vuole più democrazia, più partecipazione. In Italia il vuoto lasciato dai partiti, che sta spostando l'Europa verso un neofascismo, è stato riempito, per ora, da cittadini incensurati, sinceri democratici, da boy scout e volontari di ong, ingegneri e operai, studenti e pensionati. Un movimento di popolo che ha deciso di tirarsi su le maniche e occuparsi della cosa pubblica.
In futuro dovremo confrontarci sempre più con i nazionalismi, i fascismi rossi o neri, con la xenofobia e la caccia al diverso. E' un paradosso che l'Italia, la nazione che ha inventato il fascismo e lo ha esportato nel mondo, ne sia oggi, di fronte alla crisi, ancora immune e, anzi, sia un laboratorio di democrazia diretta con il MoVimento 5 Stelle. Il vento dell'ultradestra soffia in Europa sempre più forte. La partitocrazia che lo ha generato ne soffrirà pesanti conseguenze in mancanza di alternative democratiche. O Nikos o Beppe.

lunedì 12 marzo 2012

CHODORKOVSKIJ

Michail Chodorkovskij, capo virtuale dell'opposizione a Putin e probabile prossimo candidato alle presidenziali del 2018 (se si svolgeranno), si trova in carcere dal 2003. Un arresto politico e due sentenze tutte da verificare lo hanno condannato al campo di lavoro fino al 2017. Ora esce in Italia, per la casa editrice Marsilio, il suo libro: La mia lotta per la libertà. Un uomo solo contro il regime di Putin. Ovviamente il titolo originale è un altro, molto più bello e significativo, ma conosciamo bene l'editoria italiana per stupirci (Piero Citati si è svegliato pochi giorni fa a ottant'anni passati per ricordarcelo!). Prigioniero del silenzio. Storia di come in Russia si diventa liberi e quali sono le conseguenze. 
Titolo italiano profondamente errato per un motivo più visibile, però: Chodorkovskij non è solo. Tutt'altro. Noto ormai in tutto il mondo, e non solo in Russia, qui è davvero l'oppositore più seguito. Su Facebook ha esaurito  la possibilità di avere nuove amicizie per l'alto numero di richieste. Riceve continuamente posta da ogni parte del paese e con cadenza regolare si svolgono a Mosca le cosiddette "Letture" in suo nome, che sono una specie di convegni sulla libertà di parola e la situazione politica nel paese che cominciano ogni volta con la relazione del suo avvocato. Ho partecipato personalmente a un paio di queste letture e sono molto interessanti, anche perché richiamano le maggiori personalità dell'opposizione democratica al regime.
Il libro, comunque, è da leggere. Prima di tutto perché è un libro contro la galera: "La prigione è il luogo dell'anticultura e dell'anticiviltà. Qui il bene è male, la falsità verità. La feccia educa altra feccia".
In secondo luogo, perché è un libro di scambi epistolari con alcuni tra i maggiori scrittori russi contemporanei: Boris Akunin (pseudonimo che ricorda Bakunin), Boris Strugackij e Ljudmila Ulickaja. Per le lettere con la Ulickaja scambiate mentre era in Siberia, Chodorkovskij ha ricevuto il premio letterario del giornale "Znamja".
Quando giunsi per la prima volta in Russia-Unione Sovietica, nel 1987, e tutto sembrava così lontano dal nostro mondo, ricordo che le persone si arrabbiavano molto, o comunque rimanevano male, quando si faceva cenno alle differenze con quella che noi chiamiamo oggi Europa. Ovviamente sbagliavo nel marcarle, ma c'erano, ed erano profonde. Non volevo dire che la Russia non era un paese europeo, lo è per storia, cultura e tradizioni. Era quel preciso momento storico che la teneva in disparte. Pochi anni fa partecipai a una tavola rotonda proprio su questo tema. Sostenni la tesi dell'appartenenza della Russia all'Europa. Non fu bene accolta: i rappresentanti del mondo culturale, tra cui un noto regista, quasi insorsero. Rimasi sorpreso, provai  convincerli, ma senza successo, ovviamente.
Chodorkovskij è un convinto europeista, invece: "La Russia è un paese europeo", dichiara. "Un paese con sensibilità democratiche che, per quanto siano state violate più di una volta, tuttavia esistono...Noi siamo accomunati dalla stessa cultura, comprendiamo il mondo allo stesso modo. Siamo un paese europeo. Ed è questa a strada che dobbiamo continuare a seguire".















giovedì 1 marzo 2012

INTERVISTA A PUTIN

Putin e l'attuale presidente russo Medvedev
Proni al potere, giornalisti di primo piano di alcune testate internazionali hanno intervistato il capo del governo russo, Vladìmir Putin, alla vigilia del voto per le presidenziali di domenica.

Ecco il testo.

Al primo piano, la sala da pranzo dove durante la cena si è svolta l'intervista con i direttori di alcuni tra i principali giornali internazionali: James Harding del Times, Gabor Steingart di Handelsblatt, John Stackhouse del Globe and Mail, Yoshibumi Wakamiya dell'Asahi Shimbun, Sylvie Kauffmann direttrice editoriale di Le Monde, e Repubblica. Ecco il testo dell'intervista.

Il giorno dopo il voto per la Duma, è rimasto sorpreso di vedere così tanta gente in piazza a protestare?
"Perché dovrei sorprendermi? Non c'è nulla di strano. Allora da voi, con migliaia di persone in strada per la crisi? Io sono contento, perché questo significa che le strutture del potere devono reagire, sono costrette a farsi venire delle idee per risolvere i problemi. Questa è una cosa costruttiva, una grande esperienza per la Russia".

Ma lei non dà ascolto agli oppositori, non parla mai con loro. Perché?
"Io parlo con tutti, anzi una volta ogni dieci giorni sono fuori da Mosca a incontrare dirigenti, operai, sindacati, gente della strada. Questa è la caratteristica della mia esperienza nel potere russo. L'altro giorno, quando è esplosa ad Astrakan una casa per il gas con morti, feriti e gente senza tetto, sono andato da loro, sono salito sull'autobus dove avevano trovato rifugio e ho pensato che questo è il mio dovere: il rapporto con la gente, di qualunque colore politico sia".

Ma lei non dialoga mai con la piazza e coi suoi leader. Come mai?"Un momento, io li rispetto. Anche se molti di loro erano leader già in passato e non possono vantare grandi risultati per questo Paese. Per me, non sono i dibattiti o le promesse che fanno la differenza. La fiducia viene dai risultati raggiunti in questi anni".

I sondaggi dicono che lei può vincere le elezioni al primo turno. Ma come si sente quando ascolta gli slogan urlati in piazza che definiscono il suo partito, Russia Unita, come una formazione di ladri e malfattori?"Queste sono frasi ad effetto, puri slogan. I loro capi sono stati al potere, hanno ricoperto cariche. Discutere in base a un linguaggio populista non è buona cosa. Non dicono mai niente che serva a risolvere i problemi".

Ma non crede che questo scambio ripetuto di incarichi al vertice tra lei e Medvedev dia vita ad una sorta di oligarchia politica e a un sistema bloccato?"Senta, e allora Kohl, sedici anni al potere, cos'era? Di Berlusconi non parlo perché è un mio amico. Ma il Premier canadese, altri sedici anni. Perché solo noi diventiamo oligarchi? Penso che candidarci sia un nostro diritto purché si agisca nell'ambito della legge e della costituzione. Di che oligarchia andiamo parlando...".

Ma vediamo in concreto: lei nominerà Medvedev al suo posto come Primo Ministro?"Sì, se sarò eletto, lui sarà il mio Premier".

Ma dove ha sbagliato Medvedev? Perché lei pensa di essere più adatto di lui alla presidenza della Russia, e di meritarsela di più?"Ma quando mai ho detto una cosa simile? Noi abbiamo un accordo preciso, che si basa su questo: se i risultati della nostra opera sono buoni e le cose migliorano, noi dobbiamo valutare insieme serenamente chi ha più chance di essere eletto, e gode di maggior fiducia tra i cittadini. Cosa c'è di strano? Alla fine di quest'anno abbiamo visto che toccava a me perché il mio consenso era più alto di due punti percentuali. E non poteva che essere così, visto che i poveri si sono dimezzati e il reddito è cresciuto di 2,4 volte, mentre abbiamo ripreso in mano un Paese a pezzi e abbiamo rianimato l'esercito, risollevando perfino l'indice di natalità, problema di tutta l'Europa. La gente sa che queste cose le ha fatte il governo. Ecco dove nasce la mia ricandidatura".

Ma lei pensa di ricandidarsi anche per il prossimo mandato, rimanendo al potere addirittura 24 anni?"Se alla gente va bene, perché no? Ma in realtà non lo so, non ci ho proprio pensato".

Lei ha il consenso delle campagne e della periferia, ma la nuova classe media urbana, quella delle grandi città, aperta alle nuove tecnologie e alla modernizzazione del Paese vuole cambiare ed è contro di lei. Cosa risponde?"Siete proprio sicuri che la classe media sia contro di me? Magari in questa fascia di popolazione il consenso per me si riduce, ma è sempre la maggioranza. E poi, bisogna essere obiettivi: loro sono la novità, la Russia moderna, ma il nuovo non sta tutto qui. Anche nell'agricoltura, ad esempio, è in atto un processo di modernizzazione tecnologica. Non facciamo errori, ci vuole equilibrio. Però, certo, ammetto che la classe media è più esigente, e si scontra direttamente coi problemi, la corruzione, il malfunzionamento della burocrazia. E noi dobbiamo dare risposte. Ma questo riguarda tutto il sistema politico".

Parlando con i leader degli oppositori, si avverte il timore che lei dopo il voto possa avere la tentazione di una prova di forza contro il dissenso. Cos'ha da dire?"Ma di che hanno paura? Perché dovrei farlo, se stiamo agendo esattamente in senso contrario? La nostra strategia è quella del dialogo. Del resto anche Medvedev ha presentato una legge per rinnovare e aprire il sistema politico, rendendo più facile la nascita di nuovi partiti e introducendo nuovi criteri per le elezioni della Duma. Quindi non capisco da dove nascano questi timori".

Nascono dalle denunce di brogli e falsificazioni alle ultime elezioni politiche. Lei minimizza, ma non crede che questi episodi gettino un'ombra sul sistema di potere russo?"Non so, ma esiste una legge: rivolgersi al tribunale. In passato è successo, gruppi di persone si sono rivolti alla giustizia e i risultati sono stati modificati. Ad esempio a San Pietroburgo".

Ma quando un leader dell'opposizione come Aleksej Navalnyj denuncia sul suo sito la marcia della corruzione attraverso la Russia, tema sensibilissimo, lei cosa ne pensa?"Molte persone anche nelle alte sfere del potere sono stati inquisiti e processati. Però bisogna avere le prove, deve esserci un processo. Non faremo mettere in galera la gente se non esistono riscontri indiscutibili sulla loro colpevolezza. È uno sport che nel passato del nostro Paese si è praticato troppo, e ha fatto molte vittime innocenti coi processi sommari. Non lo ripeteremo".

La corruzione sembra dilagare soprattutto nei quadri intermedi, non nel vertice. Perché?"Ripeto, ogni caso va dimostrato in un libero tribunale. Navalnyj? Anche un suo consigliere ha avuto problemi per abuso in atti d'ufficio. Ma voglio dire che scoprire casi di corruzione corrisponde sempre all'interesse dello Stato. Quello che non mi piace è che tutto questo venga usato a fine politico".

Perché non rivelate i vostri redditi come in Occidente? Negli Usa un candidato deve addirittura quasi calarsi i pantaloni. Da voi?"Calarsi i pantaloni, forse, darebbe qualche impulso al voto. Ma non è necessario. Noi abbiamo tutto a posto, non vi preoccupate, e già diciamo quanto guadagniamo".

Lei pensa che il peggio della crisi economico-finanziaria sia passato? E appoggia l'austerità di Merkel e Sarkozy o crede più utile puntare sulla crescita?"Non so rispondere. Ma penso che per superare davvero la crisi bisogna affrontare i fondamentali, che sono l'overproduzione e la saturazione dei mercati. Ci vuole un cambio di priorità, passare dalla finanza all'economia reale. Non voglio dare giudizi su Merkel e Sarkozy, so che la situazione è molto difficile, e al loro posto avrei forse scelto la stessa politica. Non si può superare un burrone in due balzi, bisogna farlo con un salto solo. Basta però non esagerare con l'imposizione della disciplina economica e della rigidità, se no si arriva al collasso e alla stagnazione. C'è una sottile frontiera che dobbiamo stare attenti a non varcare. Se i bond europei potranno aiutare, noi saremo d'accordo, così come se la Bce dovesse fare emissioni per contrastare il debito. Noi comunque daremo una mano, nel limite delle nostre possibilità".

Quale pensa sarà il futuro della Ue e dell'euro?"Il nostro maggior partner commerciale è l'area euro, arriva al 50 per cento. Ecco perché siamo molto interessati alla crescita della Ue e al suo risanamento e ci auguriamo che l'euro mantenga le sue posizioni. Non dimenticate che il 40 per cento delle riserve della Russia è in euro".

C'è molta preoccupazione in Occidente per ciò che succede in Siria. Le armi usate sono russe, nell'ultimo mese sono morte centinaia di persone. Come si pone lei il problema di fermare questa violenza?"La gente guarda la Siria coi vostri occhi, ciò che voi mostrate sui giornali e in tv. C'è un conflitto civile armato, e il nostro obiettivo non è di aiutare governo o opposizione armata, ma di arrivare ad una pacificazione. Non voglio che si ripeta la Libia. Ve la ricordate quell'esecuzione medievale di Gheddafi? E dopo? Donne violentate a centinaia, bambini che muoiono, gente che soffre. Lo avete scritto? Troppo poco. Noi non vogliamo che in Siria succeda niente di simile. Quanto alle armi, il nostro interesse non è più alto di quello che può avere la Gran Bretagna, Non abbiamo con la Siria nessun rapporto speciale, ma vogliamo costringere entrambe le parti a fermare la violenza".

Perché non avete firmato la risoluzione dell'Onu sulla Siria?"Ma voi l'avete letta? Io sì. C'è scritto che bisogna portare via le truppe governative dai villaggi dove si trovano. Ma perché non dire che deve ritirarsi anche l'opposizione armata? Così Assad non avrebbe mai accettato. Facciamo sedere le parti ad un tavolo, apriamo le trattative, questa è la strada".

Ma lei crede che Assad dopo tutto questo possa restare al potere?"Non lo so, sono le parti che si devono mettere d'accordo. Con gli sforzi congiunti di Unione Europea, Stati Uniti e Russia possiamo farcela. Una cattiva pace è sempre meglio di una buona guerra".

Cosa pensa delle minacce iraniane nei confronti di Israele?"Stiamo parlando di una regione esplosiva, discorsi troppo bellicosi in quell'area possono essere molto pericolosi. Ma l'Iran ha diritto ad avere un suo nucleare civile, certo sotto il pieno controllo delle organizzazioni internazionali e dell'Aiea".

Se l'Iran verrà attaccato, che farà la Russia?"Per anni, e negli ultimi dieci in particolare, la Russia ha avuto una posizione precisa. I nostri soldati non escono dalle frontiere della Russia, e questa è una impostazione ferma, di principio, per la pace. Negli ultimi dieci anni si è ricorsi troppo spesso all'uso della forza per risolvere i conflitti internazionali. E questo lascia un'impronta negativa nelle relazioni tra Stati, e spinge certi Paesi a cercare l'arma nucleare come strumento di difesa".

Come sono i rapporti con gli Usa? "Proprio in questa sala ho visto Obama due anni fa. Mi è sembrato franco e sincero, e molte cose che diceva sono le stesse che penso io. Io non so se riuscirà nei suoi intenti, ma non si può dire che i nostri rapporti non siano buoni. Le discussioni sullo scudo stellare? Le ho avute anche con Bush. Noi non vogliamo che lo scudo ci minacci, loro dicono che è orientato solo verso sud, noi chiediamo che ce lo mettano per scritto: loro dicono che ci dobbiamo fidare. Ecco la questione".

Lei è stato amico molto stretto con Silvio Berlusconi, costretto a dimettersi dal calo di fiducia e di consenso. Cosa pensa dei primi mesi del suo successore Mario Monti?"Di Berlusconi non 'ero' amico, lo sono sempre. Monti mi sembra che stia facendo tutto bene, assolutamente. Certo, il suo compito è molto difficile. Il primo ministro italiano è un kamikaze. I compiti che devono affrontare i leader dell'Italia e della Grecia possono essere svolti solo da persone che non hanno ambizioni politiche per il futuro, uomini responsabili, che amano il loro Paese, professionisti. Monti mi sembra una persona molto capace e tenace, me lo ha detto proprio Silvio ieri, aggiungendo di avere molto rispetto per lui. Ha aggiunto: lo aiuteremo".

Un'ultima domanda personale. Sua moglie non si vede da molto tempo: come mai?"Mia moglie non è un personaggio pubblico. Quando lo sei, devi avere a che fare con i mass media, che non sono sempre delicati. Mia moglie e la mia famiglia non fanno politica, non fanno business, io voglio che le cose restino così, anche per la loro sicurezza".

Qualche grave errore che si rimprovera in questi dodici anni di potere?"Sbagli sì, tanti errori di valutazione. Ma un errore veramente grave non riesco a vederlo".

L'intervista è finita. Putin guarda l'orologio, si fa portare due fette di pane dopo il dessert e il tè e saluta: il corteo di auto nere lo porta a giocare a hockey con le sue guardie del corpo, qui vicino, mentre ormai è notte intorno alla dacia del potere.