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venerdì 7 dicembre 2012

QUATTRO ANNI UN GIORNO




Sono trascorsi quattro anni dall'assassinio di Alexis Grigoropoulos e da quella che in Grecia chiamano "l'ultima dekemvriana" (rivolta di dicembre, con riferimento alla prima, avvenuta tra la fine del 1943 e l'inizio del 1944). Quattro anni nei quali le Grecia è precipitata in una crisi economica fortissima, che sta tagliando fuori dal mondo del lavoro trasversalmente intere generazioni. Si trattò, allora, di una cieca reazione contro lo Stato, o di qualcosa di diverso? Oggi è facile rispondere che, allora, furono i giovanissimi a intuire l'avvicinarsi del peggio. E anche se qualcuno può anche pensare a una risposta piena di demagogia, non per questo dobbiamo smettere di affermarlo. Dal giorno della morte di Alexis la gioventù emarginata dalla politica economica delle multinazionali e della grande finanza ha iniziato a cercare modi per esprimere la propria opposizione a un sistema politico-economico che la stava strangolando, privandola di ogni futuro.
L'iniziale "contro tutti" si è presto convertito in consapevolezza . Tra il 2009 e oggi le iniziative di solidarietà, sul sistema, sul rapporto con la propria storia e l'Europa, in Grecia si sono moltiplicate.  E con l'aggravarsi della situazione economica è scesa in piazza gente che mai lo avrebbe ritenuto possibile.
Non solo. Con loro sono scesi in piazza giovani in tutta Europa per esprimere la loro rabbia per l'omicidio di Alexis e solidarietà al movimento greco e alla sua gente. Come in Grecia, in altri paesi sono cominciati i suicidi a causa della situazione economica; la forma estrema di protesta.

Il capitale ha risposto con una campagna stampa di livello europeo contro la Grecia e i greci: gli ingrati, quelli che non lavorano, quelli che vogliono la pensione facile, che sono nazionalisti e incoscienti. Alimentando involontariamente quello stesso nazionalismo che si stigmatizzava: Alba Dorata, il partito neonazista greco che ora siede addirittura in parlamento, è stata una delle risposte. Risposta che dovrebbe mettere in guardia, ma che sta passando abbastanza in silenzio. Vedremo quando i nazi si accomoderanno anche sulle poltrone del Parlamento Europeo.

Il capitalismo è in crisi. Una crisi economica, politica e sociale. E non c'è guerra, fino ad oggi, che lo aiuti. Non era mai accaduto in passato.
Il suo richiamo non è più così incantatore, il disegno di una ipotesi di benessere collettivo e generalizzato è fallito e in alcuni paesi in forte crescita, o in cerca di nuove strade (dall'America Latina ai paesi arabi), si sperimentano situazioni inedite.

La Grecia deve essere salvata, ha affermato di recente Angela Merkel, perché è un interesse strategico della Germania (e delle sue banche). Ma il gioco è finalmente alla luce del sole.


















martedì 9 ottobre 2012

martedì 26 giugno 2012

MAURO FAROLDI SU GERMANIA-GRECIA

Scusate il ritardo. Pubblico il bel pezzo di Mauro Faroldi uscito anche questo sul Secolo XIX in occasione del quarto di finale tra Grecia e Germania



Ad Atene il clima non è certo quello dei campionati europei del 2004, quando la nazionale greca fece il colpaccio e conquistò il primo posto mentre l'economia tirava, pompata dalla preparazione dei Giochi Olimpici, ma se la squadra supererà la Germania, tutti qui impazziranno, scordandosi per un istante la crisi economica. La vittoria sarebbe "politica", un riscatto dei diseredati. In ogni kafenío, a Pedíon tou Áreos, il grande parco dove i pensionati all'ombra degli alberi giocano interminabili partite a távli, il backgammon greco, al mercato centrale in Odòs Athinàs, le discussioni non sono più solo sui prezzi che aumentano e sulla disoccupazione, ma anche sulla punizione da dare alla Germania, che ha imposto alla Grecia una durissima politica d'austerità. Se sali su un taxi, puoi sentire il conducente lamentarsi contro la nuova occupazione tedesca, quella fatta attraverso la "troika", gli inviati dall'UE dalla BCE e dal FMI, che hanno commissariato la politica economica del paese. Certo, un'occupazione molto più gentile di quella militare, ma non per questo meno umiliante. Questa sensazione di vivere sotto occupazione accomuna la maggior parte dei greci, anche chi ha votato per il nuovo primo ministro Antónis Samaràs, allineatissimo alle direttive della BCE e ai consigli della signora Merkel. Il capitano della squadra Karagoúnis ha segnato il gol contro la Russia ma stasera non giocherà per somma di ammonizioni. Ha dichiarato che la sofferenza del popolo greco sarà la forza motrice della squadra nazionale.
La partita la guardo in Platía Victoría, una zona popolare non molto lontana da Piazza Omónia. I bar si affiancano, tavoli e sedie arrivano quasi al centro della piazza dove piazza è stato montato anche un grande schermo. Orde di ragazzini, anche figli di immigrati, girano sventolando la bandiera nazionale già da ore. Fa molto caldo e i locali sono pieni, fenomeno raro in quest'epoca. Mi siedo con un gruppo giovani; accanto ci sono anche alcuni pensionati. L'entusiasmo è alle stelle; quando viene suonato l'inno nazionale tedesco e vediamo la signora Merkel con la mano sul cuore, parte una bordata di fischi ed epiteti dar far arrossire un camallo. Proprio accanto a me un pensionato, Spíros, mi dice che lo sport è un’invenzione loro e che gli "europei" anche questo devono alla Grecia. Quando scopre che sono italiano, quasi mi abbraccia cercandomi di coinvolgermi in una specie di alleanza antitedesca. La gente segue gemendo e soffrendo quando la squadra tedesca si fa pericolosa. L'incontro sembra aver fatto risorgere un clima di unità nazionale che sembrava impossibile in una paese dove la litigiosità politica è una costante. Arriva il goal del pareggio la piazza trema, un boato attraversa la città, Spíros a questo punto mi dice, se vinciamo dovranno rimborsarci i costi dell'occupazione che non hanno mai pagato. Al secondo goal della Germania la piazza si fa muta. Al telegiornale statale NET, era  stato detto che per 90 minuti in Grecia non esisteranno più né ricchi, né poveri. È vero, ma domani mattina Atene si risveglierà ferita, con i suoi ricchi e i suoi poveri.

Mauro Faroldi

giovedì 24 maggio 2012

HOLLANDREU


Il segretario politico di Syriza spera che il nuovo presidente della Francia non si riveli uno che promette e poi non mantiene. Che non faccia, insomma, come Papandreu in Grecia con il referendum sulla Trojka. Ironizzando, e riprendendo un'espressione già usata in passato dai francesi in campagna elettorale, lo ha chiamato "Hollandreu". 
Oggi sui maggiori giornali italiani si leggeva: "Asse Roma-Parigi. Merkel più sola".
Noi italiani non ci sbagliamo mai...