martedì 9 settembre 2014

A PASSO D'UOMO



Povero cuore 
con la mano sul cuore, giuro, 
che mai non ti vedrò 
accompagnare il male 
e voltare la testa 
e piegare la schiena 
abbassare la testa 
e abbandonare la scena. 
Povero cuore 
come un povero scemo 
apro la finestra 
e sono qui che fumo 
e vivo la mia vita a passo d'uomo 
altro passo non conosco 
soltanto questo passo d'uomo. 
Qualcuno sta aspettando 
all'uscita della chiesa 
benedici il suo cappello vuoto 
la sua lunga attesa 
è una vita che si affanna 
e cerca e ruba 
illumina il suo tempo 
insegnagli la strada 
Sono solo un operaio 
lungo la massicciata 
il mio pane sa di polvere 
la mia acqua è salata 
e lavoro per la ruggine 
e respiro il carbone 
costruisco per niente 
e non ne vedo la fine. 
Sono qui che guardo fuori 
senza troppo pensare 
vedo cadere la cenere 
vedo il fumo che sale 
e non c'è niente da nascondere 
niente da svelare 
niente da tenere stretto 
non c'è niente da lasciare. 
Povero cuore 
come uno straniero giro 
la mia terra abbandonata 
abbandonato e solo 
e vado per la vita 
a passo d'uomo 
altra misura non conosco 
altra parola non sono.

giovedì 28 agosto 2014

OSPEDALE AMATRICIANO 1.



Questa estate siamo arrivati sulle prima pagine dei giornali non per la pasta o per le querele del sindaco contro chi usa l'espressione "all'amatriciana", ma per la quesitone dell'ospedale. Si vorrebbe uscire dal Lazio, come soluzione, anziché discutere. Peccato che il consiglio comunale, all'atto di prendere la decisione sul referendum, si è "dimenticato" di votare, tanto che è stato riconvocato d'urgenza il consiglio per il primo settembre, ore 17,30. Qui alcune riflessioni di Marconista, redattore del giornale "Fuori dal Comune", che raccoglie le opinioni della minoranza di centro sinistra. 

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La minoranza del Consiglio Comunale di Amatrice appare incompetente. Questo sembra il giudizio finale, finale nel senso di “definitivo”, che appare sul sito personale del primo cittadino. In tre successivi post del 13, 21 e 25 agosto, la minoranza è stata accusata di volere “annullare importanti delibere di Giunta”, di “mediocrità politica”, di incompetenza, al punto che, si legge nello scritto del 25 agosto, “per carità di Patria non vado oltre, sarebbe come sparare sulla Croce Rossa”. Ora, di questi tempi, sparare sulla Croce Rossa non sembra uno sport affascinante. Non solo perché se si vuole mantenere l’Ospedale Grifoni, la Croce Rossa è indispensabile, ma anche e soprattutto, perché le guerre locali che drammaticamente infiammano Europa e Medio Oriente, al punto che il Pontefice ha recentemente richiamato i fedeli al pericolo di un imminente scoppio della Terza guerra mondiale, richiedono proprio una Croce Rossa forte, presente e competente. Ad Amatrice, per fortuna, non c’è la guerra. L’Italia è ancora un paese a democrazia liberale, dove assieme a una maggioranza i cittadini eleggono anche una minoranza. Minoranza che non ha meno diritti o dignità di chi amministra e che, se svolge bene il suo lavoro, deve anche cercare di bloccare, o modificare, delibere di Giunta che ritiene sbagliate. È la normalità. È la democrazia. E in una democrazia, dove Amatrice non è il centro del mondo, può accadere che si prendano decisioni in altre sedi che incontrino l’opposizione di chi amministra (amministra, non governa) un comune (un comune, mica uno Stato). Perché dico questo? Perché vorrei riportare tutto alla sua dimensione. Che si sia andati a finire sui mezzi di informazione nazionale significa ben poco. A chi scrive, per esempio, è accaduto molte volte per il suo lavoro, ma non per questo è diventato ministro dell’Istruzione. Allora, la dimensione di un comune che da qualche tempo ha cominciato a usare la magistratura come strumento di battaglia politica (per l’espressione “all’amatriciana”, per la questione dei rifiuti, ora per l’ospedale), è sintomo di un fatto: questa dimensione sta stretta agli amministratori. Sembra che ci si stia difendendo da un assedio posto ad Amatrice Comune, ma non si sa da chi, né da quando. Assedio virtuale? Neanche un po’. Io credo che, parlando in generale, la magistratura sia entrata già oltre ogni lecita aspettativa nella vita politica italiana, e credo che sia venuto il tempo di rispedirla a fare il lavoro per cui è nata: l’amministrazione della giustizia, non delle dispute politiche. E credo anche, pur non avendo mai votato Berlusconi, che il personaggio abbia subito una persecuzione inaccettabile in un paese democratico. Questo per essere chiari. Perché la politica va risolta, appunto, sul piano politico. Venendo al problema dell’ospedale, vorrei porre una domanda che fino ad ora non è stata posta: ma siamo certi che l’eliambulanza creata con finanziamenti regionali non abbia giocato un ruolo nella presunta (ripeto e sottolineo, PRESUNTA) decisione di trasformare lo status giuridico dell’ospedale Grifoni? Perché mi viene da pensare: di fronte a una coperta stretta, com’è il budget regionale per la sanità, se devo fare una scelta di tagli (e ripeto, SE), vado a vedere chi sta meglio di altri e taglio lì. Siccome Amatrice è diventato sito di atterraggio per elicotteri, mi chiedo se l’ospedale non diventi un doppione, visto che comunque tutto porta a Rieti (o altrove, secondo necessità). Tutti vogliamo che l’ospedale continui a esistere (anche se poi otto anni fa quando mi ruppi qui il naso mi spedirono a Rieti per il ricovero), tutti sappiamo, comprendiamo, che Amatrice è, lo sottolineo, una sede disagiata in territorio montano. Ma siamo certi che il Lazio non ci voglia più? E siamo certi che sbattere la porta, sperando che il rumore sia percepito fino a Roma, ma nello stesso tempo ricorrendo al TAR, quindi con l’intento, immagino, di restare nel Lazio altrimenti che ricorso è?, sia la mossa politica giusta? Ossia, quella mossa che, oltre a portare Amatrice al TG1, risolva pure il problema? Perché non è mica assodato tutto questo. Per esempio: Zingaretti è il presidente della Regione Lazio e la sua giunta è stata democraticamente eletta. Se sposiamo il ragionamento del primo cittadino di Amatrice, le importanti decisioni di una giunta democraticamente eletta non si dovrebbero poter discutere. Secondo: l’opposizione ad Amatrice non credo voglia chiudere l’ospedale. Però, mi pare di aver capito, non vuole abbandonare il Lazio. Ecco perché può accettare il ricorso al TAR (a mio giudizio sbagliato per i motivi che ho detto) e astenersi al voto sul referendum. Non è mica una contraddizione, anzi, anche se, me ne rendo conto, non è immediato coglierlo. Terzo: i paragoni sono spesso fuorvianti. Che c’entra Monterotondo con Amatrice? Da qui conosciamo quella realtà? Sappiamo forse quanto sia difficile raggiungere Roma e un ospedale facendo quella parte di via Salaria? Da Monterotondo all’ospedale Umberto Primo si impiega in giorni normali lo stesso tempo che serve da Amatrice a raggiunger Rieti, Ascoli o l’Aquila, scegliete voi. Senza contare che lì, di eliambulanza, neanche l’ombra. Siamo messi meglio, non c’è dubbio. Ma il discorso politico è un altro: con forza si deve dire alla giunta regionale, fuori da ogni populismo, che Amatrice vuole restare nel Lazio, ma non è disposta a dismettere l’ospedale, perché a fronte di una popolazione minima durante l’inverno, in estate diventa una città di media grandezza per le proporzioni italiane e se l’elicottero può bastare d’inverno, certamente è insufficiente durante i mesi estivi. Questa è la forza della politica. La forza della ragione, invocata dal primo cittadino con tanto di citazione da un film, è già contenuta nel concetto precedente. Perché è il dialogo, in un mondo come il nostro, che salva l’uomo.  

lunedì 18 agosto 2014

CI SBAGLIAMO POCO


Di NERI SERNERI, nominato fama e professore di contemporanea per grazia di Dio e volere della Nazione, avevamo già parlato in questo blog. Non per altro, ma era stato in  commissione a un Concorso, sempre a Catania, dove aveva preso parte anche Marocnista. Che il concorso fosse truccato, quello di Marconista, me lo disse un collega dell'Ateneo, di fronte a testimoni. Ma transeat, grazie a questi imbecilli continuo a fare ricerca di alto livello. Ma che si arrivasse anche a questo che segue, non lo sapevo. Lo apprendo con un certo ritardo, cercando altro. E rimando.
(nel frattempo Marconista ha avuto la sua abilitazione, ma preferisce restare nella ricerca pura).

dal sito http://www.linkiesta.it/concorso-truccato


Neri Serneri




È possibile insegnare storia contemporanea dopo essersi laureati in architettura? Sì, se l’università che ti assume è italiana. Meglio se hai in comune alcune pubblicazioni con il presidente della commissione d’esame. Ancora di più se in passato l’ateneo che bandisce il concorso ti ha già assegnato altre cattedre.
La surreale vicenda risale allo scorso dicembre. E riguarda il concorso per ricercatore presso la facoltà di lingue e letterature straniere dell’Università di Catania. A fine dicembre il rettore premia la candidata vincitrice. Ma il primo degli esclusi - un esperto del settore disciplinare bandito - si appella al Tar, che accoglie il ricorso. Risultato? La commissione torna riunirsi e conferma la sua scelta. Per insegnare storia contemporanea è meglio un architetto (anche se le sue pubblicazioni scientifiche sono state valutate la metà dei punti di quelle del secondo classificato).
Meritocrazia all’italiana? Il mistero si infittisce, tanto che qualche settimana fa la storia arriva in Parlamento. A presentare un’interrogazione al ministro dell’Università è il Pd Paolo Corsini, che ripercorre la vicenda. Dal testo del documento si scopre che il concorso finito al centro delle polemiche è stato bandito dall’ateneo di Catania lo scorso 11 agosto. Una selezione pubblica per la stipula di un contratto di lavoro a tempo determinato (per un totale di cinque anni) «per lo svolgimento di attività di ricerca, didattica e didattica integrativa» da assegnarsi mediante concorso pubblico. Settore scientifico disciplinare: storia contemporanea.
Il 4 ottobre successivo viene nominata la commissione esaminatrice. Chiamati a scegliere il miglior candidato sono in tre: Luigi Masella dell’Università di Bari, Alessandra Staderini dell’Università di Firenze e Simone Neri Serneri dell’Università di Siena, che viene nominato presidente. Quando a novembre la commissione inizia a scremare le candidature, si stabiliscono le regole. Si decide che le valutazioni debbano tener conto di titoli, curriculum e produzione scientifica degli aspiranti ricercatori. Trenta punti al massimo per la valutazione dei titoli. Settanta per le pubblicazioni, da classificare in base ai seguenti criteri: originalità, innovatività, importanza. E, sembra ovvio: «congruenza con il settore scientifico-disciplinare per il quale è bandita la procedura».
Passa un mese e la commissione individua i sei candidati più meritevoli, che vengono ammessi alla seconda fase del concorso. A dicembre, gli aspiranti ricercatori vengono chiamati per discutere davanti agli esaminatori i titoli e la produzione scientifica. Il 20 dicembre vengono pubblicati i risultati del concorso. La vincitrice è Melania Nucifora, prima classificata con 89,3 punti. Dietro, Giambattista Scirè, con 86,45 punti. Ma quando il secondo classificato chiede di accedere agli atti delle selezioni, il risultato è sorprendente: dai documenti emergono «profili di illegittimità - così il deputato Corsini - e palesi irregolarità».
Si scopre che la vincitrice del concorso è sì laureata, ma in architettura. Un titolo di studio «non attinente o congruo al settore concorsuale bandito». Una «eccentrica» laurea in architettura, come hanno ammesso gli stessi membri della commissione. Non solo. Stando a quanto denuncia Corsini, Melania Nucifora non è neppure in possesso del titolo di dottorato di ricerca. Un male minore: curiosamente, infatti, la commissione d’esame aveva deciso di abbassare da 7 a 4 il punteggio massimo attribuito al titolo di dottore di ricerca. E il candidato escluso? Laureato in storia contemporanea con il massimo dei voti, un dottorato di ricerca in studi storici per l’età moderna e contemporanea e cinque anni di attività da assegnista di ricerca, sempre in storia contemporanea.
C’è dell’altro. La vincitrice del contratto di lavoro ha già avuto incarichi di docenza presso l’Università di Catania. Dove ha insegnato in almeno due facoltà: Ingegneria e Lettere. A destare qualche perplessità, poi, è il rapporto tra Melania Nucifora e il presidente della commissione esaminatrice. «Tra le pubblicazioni della candidata vincitrice - continua l’interrogazione - si evinceva la presenza di due saggi contenuti rispettivamente in due volumi curati dal presidente stesso della commissione, Neri Serneri». Come se non bastasse, qualche anno fa un volume del presidente della commissione era stato inserito nel programma d’esame del corso di Storia dell’architettura tenuto proprio dalla vincitore del concorso. «Ma su questo - racconta Corsini - non mi permetto di avanzare alcun sospetto».
Curiosa la valutazione delle pubblicazioni scientifiche. Giambattista Scirè ottiene 110 punti (ma deve fermarsi a 70, il limite massimo). Melania Nucifora, la vincitrice, ne totalizza 63. Circa la metà. «A permettere questa evidente penalizzazione - scrive Corsini - è la scelta degli specifici criteri di valutazione della commissione, che attribuiva 20 punti, anziché 10, alle singole monografie». E così lui presenta quattro monografie, lei due (peraltro «di evidente non congruità rispetto al settore del concorso»), ma entrambi ottengono più o meno lo stesso punteggio. Altre stranezze. La commissione decide di attribuire 4,8 punti alla partecipazione a convegni - confermata da un’autocertificazione - da parte della Nucifora, e solamente 1,8 punti ai convegni a cui aveva partecipato Scirè. «Una prospettiva di valutazione quanto meno sui generis».
«Anche io insegno storia moderna - racconta al telefono Paolo Corsini - E devo dire che questo caso va al di là di ogni fantasia. Non riesco a capire come sia stato possibile che un candidato senza dottorato di ricerca e senza studi di storia contemporanea sia potuto passare avanti al secondo classificato, di cui conosco personalmente alcune pubblicazioni». Il confronto tra Scirè e la Nucifora? «Assolutamente improponibile».
Intanto Giambattista Scirè decide di ricorrere al Tar di Catania. Il 22 marzo il tribunale accoglie il ricorso, che «presenta - si legge - consistenti profili di fumus in relazione alla dedotta incongruenza nella valutazione dei titoli della contro interessata». Cinque giorni dopo il rettore dell’Università di Catania convoca la commissione «per il riesame analitico e il conseguente ricalcolo del punteggio». Il 4 aprile scorso Masella, Staderini e Neri Serneri si riuniscono presso l’Università di Roma, ma l’esito del concorso viene confermato. L’università italiana ha un problema di meritocrazia? «Personalmente preferisco parlare di meritorietà - chiarisce Corsini - Sì, c’è un problema grande come un grattacielo».

giovedì 24 luglio 2014

Η ΑΠΕΛΑΣΗ ΤΩΝ ΕΒΡΑΙΩΝ ΤΗΣ ΡΟΔΟΥ


Το συμπόσιο διοργανώνεται από τα Γενικά Αρχεία του Κράτους, το Πανεπιστήμιο Αιγαίου, το Πανεπιστήμιο του Λίμερικ, και την Ισραηλιτική Κοινότητα Ρόδου, με την ευκαιρία της 70ης επετείου από την απέλαση των Εβραίων της Ρόδου και της Κω, το 1944.
Οι εργασίες του συμποσίου, που διεξάγεται παρουσία αστυνομικών, εξαιτίας των δυσμενών εξελίξεων στη Μέση Ανατολή, θα διαρκέσουν έως τις 24 Ιουλίου.
Η διοργάνωση θα φέρει στο φως στοιχεία από τις έρευνες που έχουν διεξαχθεί από επιστήμονες οι οποίοι ενδιαφέρθηκαν να μάθουν για την τύχη των Εβραίων, που έζησαν στη Ρόδο και την Κω και απομακρύνθηκαν βίαια από τους Γερμανούς.
Δεν είναι τυχαίο που τις εργασίες του συνεδρίου τιμούν 400 Εβραίοι απόγονοι αρκετών ανθρώπων που δοκιμάστηκαν στα στρατόπεδα συγκέντρωσης.
Το παρών δίνουν στο συμπόσιο και Εβραίοι της Ρόδου, που μεταφέρθηκαν στα στρατόπεδα του Άουσβιτς και του Νταχάου και κατάφεραν να επιζήσουν.
Μεταξύ αυτών είναι και η κ. Στέλλα Λεβί, που από τότε που ελευθερώθηκε από το στρατόπεδο συγκέντρωσης, ζει στην Ιταλία. Ήρθε στη Ρόδο για να συμμετάσχει στις εκδηλώσεις για το ολοκαύτωμα και χθες παρακολούθησε τις εργασίες του συμποσίου.
«Με τους Ροδίτες ποτέ δεν είχα προβλήματα. Με ανθρώπους της ηλικίας μου μεγαλώσαμε μαζί, κλάψαμε, γελάσαμε, μοιραστήκαμε τις ζωές μας και τα προβλήματα μας. Διατηρώ ακόμη δεσμούς φιλίας με πολλούς ανθρώπους. Έφυγα από τη Ρόδο όταν ήμουν 20 χρονών. Είναι δύσκολο να περιγράψω τις συνθήκες και όσα έζησα στη Γερμανία. Όταν χάνεις το όνομα σου και γίνεσαι ο αριθμός, που σου χαράζουν στο χέρι, τότε παύεις να υπάρχεις. Παύεις να είσαι άνθρωπος. Τα κατοικίδια είχαν καλύτερη ζωή από εμάς . Αυτά που έζησα εκεί δεν περιγράφονται εύκολα με λόγια. Έμεινα στο στρατόπεδο έντεκα μήνες. Όταν ελευθερώθηκα πήγα στην Ιταλία, όπου και ζω μόνιμα. Δεν παραλείπω να έρχομαι στη Ρόδο », δήλωσε η κ. Λεβί που σήμερα είναι ενενήντα ετών .
Στη διοργάνωση του συμποσίου αναφέρθηκε η προϊσταμένη των Γενικών Αρχείων του Κράτους κ Ειρήνη Τόλιου.
«Το 1944 απελάθηκαν 1661 Εβραίοι, που ζούσαν στη Ρόδο και στην Κω. Μεταφέρθηκαν αρχικά στην Αθήνα και στη συνέχεια στα στρατόπεδα συγκέντρωσης. Έχουμε βρει όλα τα ιστορικά έγγραφα που τεκμηριώνουν όσα έγιναν τότε.Ένα πολύ σημαντικό κομμάτι της ιστορίας της Ρόδου γίνεται γνωστό σε όλο τον κόσμο. Σας θυμίζω πως εικόνες από το συμπόσιο καταγράφει τηλεοπτικό συνεργείο της κρατικής ιταλικής τηλεόρασης Rai due», είπε η κ. Ειρήνη Τόλιου και πρόσθεσε πως η προετοιμασία για το συμπόσιο ξεκίνησε στο τέλος του 2013.
Η κ. Ειρήνη Τόλιου ευχαρίστησε την πρόεδρο της Ισραηλιτικής Κοινότητας Ρόδου κ.Μπέλα Ρέστη και την πρόεδρο της διαχειριστικής επιτροπής κ. Κάρμεν Κόεν για την αμέριστη συμπαράσταση και τη βοήθεια τους για την διοργάνωση του συμποσίου.
Με τη βοήθεια της κρατικής Ιταλικής τηλεόρασης θα ετοιμαστεί και ντοκιμαντέρ που θα προβάλλεται σε όλο τον κόσμο.
Στο συμπόσιο αναφέρθηκε και ο γενικός διευθυντής του Μουσείου το Ολοκαυτώματος στη Νέα Υόρκη κ. Vadim Altskan.
«Είμαστε εδώ για να συνεχίσουμε τη συνεργασία μας με τα Γενικά Αρχεία του Κράτους. Δίνουμε επίσης το παρών στις εκδηλώσεις για την 70η επέτειο του ολοκαυτώματος και στο συμπόσιο. Παρουσίασα στην ομιλία μου στοιχεία για την ψηφιοποίηση των ιστορικών αρχείων που έχουν βρεθεί. Όλα πηγαίνουν καλά χάρη και στην καλή συνεργασία με τις τοπικές αρχές. Έχει υπογραφεί άλλωστε και μνημόνιο συνεργασίας. Έχουμε την ευθύνη για όλα τα αρχεία που έχουν βρεθεί στην Ευρώπη και αφορούν τους Εβραίους», δήλωσε ο κ. Vadim Altskan.
Σε ερώτηση για τις δυσμενείς εξελίξεις στη Μέση Ανατολή, ο κ. Vadim Altskan δήλωσε:
«Είμαι ιστορικός και όχι πολιτικός. Δίνω το παρών σε ένα σημαντικό ιστορικό συμπόσιο. Δεν με χαροποιεί ο πόλεμος. Είμαι εδώ για να δημοσιοποιηθούν οι έρευνες που έχουν γίνει».
Στις εκδηλώσεις που έγιναν ήδη στην Κω, με την ευκαιρία της επετείου του ολοκαυτώματος, αναφέρθηκε πρόεδρος της διαχειριστικής επιτροπής της Ισραηλιτικής Κοινότητας κ. Κάρμεν Κοέν.
«Σήμερα ξεκίνησε το συμπόσιο που έχει ως θέμα το ολοκαύτωμα των Εβραίων της Ρόδου και της Κω. Λαμβάνουν μέρος 25 ομιλητές από αρκετές χώρες του κόσμου. Οι περισσότεροι έχουν διεξάγει ιστορικές έρευνες. Αύριο το πρωί θα γίνει τελετή στο κοιμητήριο μας. Εν συνεχεία θα τελεστεί εκδήλωση στο κτήριο της ΑΣΤΕΡ. Εκεί είχαν φυλακιστεί οι Εβραίοι πριν από την αναχώρηση τους από τη Ρόδο. Οι εκδηλώσεις θα κορυφωθούν την Κυριακή 27 Ιουλίου στη Μεσαιωνική Πόλη», δήλωσε η κ . Κάρμεν Κοέν και πρόσθεσε πως το συμπόσιο είναι η μεγαλύτερη συνάντηση που έχει γίνει ποτέ για το ολοκαύτωμα.
Στο συμπόσιο αναφέρθηκε και ο καθηγητής του τμήματος Μεσογειακών Σπουδών του Πανεπιστημίου Αιγαίου κ. Γιάννης Σακκάς.
«Στόχος μου είναι να διεξάγω έρευνα για τη λειτουργία της εβραϊκής κοινότητας και την τύχη των Εβραίων μετά την μεταφορά τους από τη Ρόδο και την Κω, στα στρατόπεδα συγκέντρωσης. Εξέτασα πως έγιναν οι συλλήψεις, πως αντέδρασαν οι άλλες κοινότητες και κυρίως οι Ιταλοί και οι Έλληνες. Αναλύουμε ακόμη τη στάση των συμμάχών στη μετακίνηση και εξόντωση των Εβραίων», είπε ο κ. Σακκάς.
Χαιρετισμό στο συνέδριο απηύθυναν ο δήμαρχος κ. Στάθης Κουσουρνάς, ο αντιπεριφερειάρχης και νέος δήμαρχος κ. Φώτης Χατζηδιάκος, ο βουλευτής της ΝΔ κ. Βασίλης Υψηλάντης, ο αντιπρύτανης κ. Σπύρος Συρόπουλος και άλλοι.
«Ο ελληνικός λαός είναι ευαισθητοποιημένος σε τέτοια ζητήματα. Οι Δωδεκανήσιοι συμπαραστάθηκαν στην Εβραϊκή Κοινότητα και βοήθησαν για να ξεπεραστούν οι δυσκολίες. Είναι σημαντικό να θυμόμαστε και να τιμούμε αυτούς τους ανθρώπους, που βασανίστηκαν τόσο», δήλωσε ο βουλευτής της ΝΔ κ. Βασίλης Υψηλάντης.
«Χαιρετίζουμε το συμπόσιο. Πρόκειται για μια σημαντική εκδήλωση μνήμης για ένα σημαντικό κομμάτι από το ιστορικό παρελθόν της Ρόδου που ήταν ένα υγιές πολυπολιτισμικό κομμάτι της Νοτιοανατολικής Μεσογείου», τόνισε ο κ. Συρόπουλος.

IL VIAGGIO PIU' LUNGO

SETTANTA ANNI FA, NEANCHE UNA VITA FA, CON LA COMPLICITA' DEGLI ITALIANI, LA WERMACHT ORGANIZZO' LA PiU' GRANDE DEPORTAZIONE DI EBREI DA UN TERRITORIO ITALIANO DURANTE LA SECONDA GUERRA MONDIALE IN UN SOLO GIORNO. IL 23 LUGLIO 1944 FURONO DEPORTATE CIRCA 1850 PERSONE DALLE ISOLE DI RODI E KOS, DESTINAZIONE PIREO, CAMPO DI TRANSITO DI HAIDARI E QUINDI IL CAMPO DI STERMINIO DI AUSCHWITZ-BIRKENAU, DOVE NE SOPRAVVISSE IL 10%. IERI I DISCENDENTI DEI DEPORTATI, DEI SOPRAVVISSUTI E DEGLI ASSASSINATI, SI SONO RITROVATI A RODI PER RICORDARE.

In questi mesi sono stati chiuso dentro il fondo dei Carabinieri Reali, che stiamo inventariando a Rodi, cercando di contribuire a ritrovare un contesto per questa vicenda e un filo che la tenga insieme. Come si vedrà, ne è venuto fuori un quadro scellerato per il comportamento delle autorità della RSI, che tra l'aprile e il maggio del 1944 si sono venduti una comunità che avevano il dovere di proteggere, antica di 5 secoli, contribuendo a distruggerla per sempre. Le ultime due foto sono quelle di due componenti della famiglia Fahn, l'unica non originaria di Rodi ma della Slovacchia, che per una serie di eventi si trovava a Rodi in quei giorni e che fu anch'essa deportata e sterminata.


















giovedì 19 giugno 2014

MA LA DIETROLOGIA NON MUORE

«A via Fani c’eravamo solo noi delle Brigate rosse». Raffaele Fiore smentisce il settimanale “OGGI”

di Marco Clementi e Paolo Persichetti
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L’intervista manipolata
«In via Fani quella mattina del 16 marzo 1978 c’eravamo solo noi delle Brigate rosse e il convoglio di Moro. Punto». Raffaele Fiore al telefono è perentorio. Operaio, dirigente della colonna torinese, era tra i nove che quella mattina neutralizzarono la scorta e rapirono il presidente della Democrazia cristiana, il “partito regime” per una buona parte dell’opinione pubblica di allora. Condannato all’ergastolo, dopo 30 anni di carcere ha ottenuto la liberazione condizionale. Ora lavora in una cooperativa.
Quando gli telefoniamo sta scaricando un furgone: «sentiamoci tra una mezz’oretta – mi dice – che mi siedo in ufficio e parliamo con più calma».
La dietrologia sulla vicenda Moro è tornata alla carica negli ultimi tempi con la storia della moto Honda guidata dai Servizi, della presenza (presunta) del colonnello Guglielmi, ufficiale del Sismi, in via Fani e ancora prima, poco più di un anno fa, con il libro dell’ex giudice istruttore Ferdinando Imposimato che riprendeva le rivelazioni di un ex finanziere sulla mancata liberazione dell’ostaggio in via Montalcini, e subito dopo per le dichiarazioni di un artificiere sul ritrovamento del corpo del presidente democristiano. In questi due ultimi casi è già intervenuta la magistratura che ha fatto chiarezza incriminando per calunnia sia  Giovanni Ladu (l’ex finanziere) che Vitantonio Raso (l’ex artificiere). Nonostante ciò, a riprova della sordità e della separatezza del ceto politico, una nuova commissione d’inchiesta parlamentare è stata appena varata.
Raso indagato
Ora giungono le dichiarazioni (presunte) di Fiore, uno che a via Fani c’era, apparse sul numero di “Oggi” in edicola: un’intervista di tre pagine realizzata da Raffaella Fanelli che raccoglie, come recita l’occhiello, «la clamorosa confessione di un capo delle BR».
Il pezzo riprende un vecchio leit motiv della dietrologia, ossia che le Br in via Fani non erano da sole: «C’erano persone che non conoscevo», avrebbe detto Fiore, «che non dipendevano da noi […] Che erano altri a gestire».
Clamoroso. Se fosse vero andrebbe riscritta almeno la verità giudiziaria [la storia, si sa, è un work in progress]. Ma il problema è che Fiore quelle parole non le ha mai dette. L’intervista è stata “confezionata” in modo da far dire all’ex brigatista proprio quelle parole, che invece si riferivano ad altro, senza retropensieri e sottintesi. Per questo motivo abbiamo chiamato Fiore.
«Raffaele, insomma, ci spieghi cosa è successo con la giornalista? Che cosa vogliono dire quelle frasi?».
Sentiamo che Fiore non è nemmeno arrabbiato, eppure avrebbe tutte le ragioni al mondo per esserlo.
«In via Fani quella mattina eravamo in nove [Fiore non prende in considerazione la staffetta indicata nelle sentenze processuali nella persona di Rita Algranati, condannata all’ergastolo e attualmente in carcere]. Di questi ne conoscevo sei, i regolari: Mario, Barbara, Valerio, Baffino, Prospero e Bruno (1). Gli altri, due irregolari romani, non li conoscevo ed ancora oggi farei fatica ad identificarli. La giornalista mi ha chiesto se i due situati nella parte superiore di via Fani fossero Lojacono e Casimirri. Ho risposto che non li conoscevo. Che i due che stavano sulla parte alta della via erano della colonna romana e dunque erano altri a gestirli».
Se la domanda sul cancelletto superiore manca nel testo, la risposta può assumere qualsiasi senso. Ed è questo il sotterfugio impiegato dalla giornalista che ha fatto l’intervista, l’origine della “rivelazione”, quell’impasto di livore e odio contro chi ha condotto una lotta in armi in questo paese, cotto da sempre nel forno della dietrologia.
Raffaele Fiore ha semplicemente riposto la propria fiducia nella persona sbagliata. Gli ha parlato a viso aperto, tentando di spiegare ragioni e motivazioni del proprio passato e delle proprie azioni, in generale, non solo su via Fani. Conversando, ha anche provato a ragionare su quella complessa vicenda che è stato il rapimento di Moro. Forse pensava di essere a un convegno di storici ma in realtà non era neanche giornalismo.
Note  
1) Mario Moretti, Barbara Balzerani, Valerio Morucci, Franco Bonisoli (Baffino), Prospero Gallinari e Bruno Seghetti.

giovedì 5 giugno 2014

COM'E' TRISTE VENEZIA




Venezia, 28 marzo 1988, casa di Elisabetta.
Diario di Elisabetta

Oggi subito dopo la lezione di ceco ho preso la gondola appena fuori Ca’Foscari e ho attraversato il Canal Grande. Camminavo dimentica e senza meta tra le boutiques, quando le nuvole basse che opprimevano la laguna sono scomparse. Ho attraversato quasi correndo il ponte dell’Accademia e sono giunta velocemente alla Punta della Dogana. Sono rimasta in piedi a osservare San Marco e la Giudecca, cercando di cogliere l’essenza della città. Dalla Dogana ogni giudizio diventa più obiettivo; non sei stordita dalle vetrine, dalle luci e dai turisti; dalla Dogana Venezia riacquista tutta la magia di cui la privano i veneziani così pettegoli, così insopportabilmente allegri, gelosi custodi della loro tristezza di maniera, cinica e ambigua, perché Venezia gioca con l’ambiguo, che adora. Ma dalla Dogana Venezia non può sfuggire, da qui la trapassi con lo sguardo e riesci a penetrare fin dentro il suo ventre. Le Corbusier ha detto che le città sono dei deserti in cui si muore di fame davanti a mille porte chiuse; tu sfuggi a questa definizione; nessun deserto, soltanto acqua, e palazzi, e case che vi affondano e sopra, in superficie, gondole nere che come tanti aghi di bussola impazziti si fermano solo all’apparire della nebbia, la cava nebbia che silenziosamente scivola via e le nasconde come unica alternativa al tempo, di cui ne è l’essenza, di cui ne è la polvere. La nebbia ti protegge dai secoli già indossati ma sciupa le sommità assolate delle sponde cariche di chiese con il suo limpido retaggio oscuro. L’acqua che filtra ovunque è come i vivi che incidono attraverso la solitudine del tempo, è l’archetipo della forza che tende l’arco che sempre avanza e mai decade, come l’anima, la molle forma del corpo, le linee grigie del mare, incise indelebilmente dalle gondole nere che specchiano le loro silhouette contro il cielo in cui è segnata la mappa dell’incontro, attraverso le epoche d’oro, di Oriente e Occidente. Nel Medioevo si immergevano gli insani nell’acqua; un certo Van Helmont credette a tal punto agli effetti benefici di questa operazione, che si mise a tuffare gli alienati ovunque vedesse dell’acqua, mare, lago o fiume che fosse. Acqua fanatica, acqua medica, acqua ambigua, latte sovietico (ma solo nel 1919), adiposa e nera, torbido subconscio  dell’Occidente malato. L’acqua di Venezia non gocciola via, non si separa mai da niente e rimane sempre uguale a se stessa; non diviene, morirà (lo so), si spegnerà un giorno come una candela che si è  rifiutata di trasmettere ad altre la propria vita.
Batterono le due. I raggi del sole si appiattivano sulla superficie del mare che riluceva come fosse ambra ellenica, l’ambra bianca e povera che io amo e che si addice alle forme orientali di questa città. Un poeta ebreo ha paragonato le sue tettoie di zinco e di marmo a un gigantesco servizio da tè rovesciato. Ho visto la mano inguantata di un valletto in livrea gallonata sporgersi sopra la Salute, rovesciarla, porla su di un piatto e versarvi dentro del tè bollente. Salire poi le scale di un palazzo pietroburghese e passare il vassoio a Lizaveta Ivanovna, damigella d’onore, che a sua volta l’avrebbe portato all’amante del barone di Saint-German nel silenzio più assoluto. La principessa avrebbe sorseggiato il tè per un poco fin quando, stanca, non avrebbe posato distrattamente la tazzina vicino a San Geminiano (che aspettava da un secolo), al Redentore, a San Giorgio e a San Francesco. Ben presto di Venezia non sarebbero rimaste che le viscere, le fondamenta, i campi con le edicole, le vetrine e le maschere. Si sarebbero salvati i tre piani delle Procuratie illuminati da un milione di teschi, come un tempo si faceva per Natale...Le grida di una scolaresca di milanesi che saliva dal lato delle Zattere mi hanno interrotto. I ragazzi cercavano di rubare i gelati alle compagne facendo un chiasso rassicurante. S’era alzato un leggero vento e cominciava a fare freddo. Ho preso il vaporetto alla Salute (che strano, c’era ancora) e mentre tornavo a casa per il Canal Grande la mia città di studi non faceva più paura.