lunedì 17 dicembre 2012

IL LODO MORO


“Lodo Moro”: prevenire e vietare in Italia il manifestarsi del sanguinoso conflitto israelo-palestinese

Strage alla stazione di Bolognadi Tommaso Fabbri
Una leggenda metropolitana degna di personaggi neocon statunitensi come Michael Ledeen (il supervisore, fra l’altro, del famoso depistaggio del gennaio 1981 sulla strage di Bologna), a volte ripresa anche da qualche giornalista proveniente dalla sinistra degli anni ’70, racconta che, in grande segreto e per molti anni, l’Italia avrebbe permesso ai palestinesi di trasportare liberamente armi nel territorio italiano in cambio della cessazione degli attentati sanguinari all’interno dei propri confini:
Dal punto di vista dell’effettiva segretezza, il lodo Moro rappresenta un caso per alcuni aspetti unico e paradossale. Tutti sanno della sua esistenza almeno a partire dal 1978 ma tutti fingono di ignorarla per i successivi quarant’anni. Le allusioni all’esistenza di un qualche patto segreto tra Italia e Olp si moltiplicano nel corso dei decenni. Tuttavia l’esistenza del lodo resta formalmente segreta fino al 2008, quando l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga ne parla per la prima volta ufficialmente.
(pagina 122, “Trame. Segreti di Stato e diplomazia occulta della nostra storia repubblicana” di Andrea Colombo, Cairo Publishing, 2012).

Il “lodo Moro”, in realtà, di cui il presidente della Dc Aldo Moro parla nel 1978 ai brigatisti rossi e in alcune sue lettere per evidenziare la necessità di una soluzione del conflitto autoctono (scambio dei prigionieri fra Stato e Br), circostanza squisitamente politica dimenticata o poco sottolineata perfino nel minuzioso studio di Miguel Gotor, non riguarda solo il problema del trasporto di armi nel territorio italiano e i rapporti con i palestinesi; inoltre non è nemmeno in antitesi rispetto al democristiano “lodo De Gasperi” che dal dopoguerra favorisce il Mossad, il famoso servizio segreto israeliano (vedasi “Mossad base Italia” di Eric Salerno, Il Saggiatore, 2010).
Si tratta invece di un accordo riguardante gli apparati diplomatici e i servizi segreti di tre soggetti politici e non certo solo di due. La storia concreta, la logica della politica internazionale e le dichiarazioni dei protagonisti ce lo fanno capire senza ombra di dubbio. È davvero banale dirlo ma finora, almeno dal crollo del “blocco dell’est” in poi, nessuno studioso ne ha fatto il benché minimo cenno in termini chiari ed espliciti. Il vero dramma è che pochi leggono, pochissimi sanno leggere libri e giornali e quasi nessuno studioso è capace di fare della buona ed onnilaterale ricerca storica.
Il “lodo Moro”, al di là delle analisi unilaterali e imprecise diffuse soprattutto sul web, è una tregua che, dopo la strage di Fiumicino del dicembre 1973 e almeno fino ai primi giorni dell’ottobre del 1981, l’Italia ottiene sia dall’OLP che dal Mossad. Quel che accade dopo ce ne offre una conferma implicita.
A Roma, il 9 ottobre 1981, una bomba a tempo piazzata in una camera dell’albergo Flora uccide Majd Abu Sharar, il responsabile del «dipartimento informazione dell’OLP. I servizi segreti italiani sapevano del suo arrivo e del suo passaporto algerino con false generalità.
A quel punto l’indignazione palestinese non si fa attendere. Dal Libano, per bocca di Abu Iyad (nome di battaglia di Salah Mesbah Khalaf), l’OLP minaccia il governo italiano: “se non si trovano i responsabili Roma diventerà terreno di caccia all’uomo” (“Dal Libano l’OLP minaccia l’Italia” di Mimmo Candito, L’Unità, 10 ottobre 1981; in questo articolo Abu Iyad viene chiamato Abu Ayad). Quelle parole, come acutamente sottolinea il giornalista dell’articolo sopra citato, non sono certo una dichiarazione di guerra all’Italia ma presentano “una durezza di tono da considerare con molta attenzione” (ibidem).
Dopo parecchi anni, e per la prima volta in maniera effettiva, i rapporti fra l’Italia e l’Olp sembrano destinati ad un irreversibile deterioramento perché la situazione è più grave di quanto si possa pensare. La Farnesina emette allora una nota di condanna verso l’azione omicida e i “metodi di lotta politica fondati sulla violenza, inaccettabili sul territorio italiano quale che ne sia la provenienza” (“Una missione dell’OLP a Roma per far luce sull’assassinio” di Giancarlo Lannutti, L’Unità, 11 ottobre 1981).
Il giorno dopo, anche se la matrice del delitto risulta chiara in modo inequivocabile, una significativa delegazione dell’OLP è a Roma, per eseguire da vicino le indagini italiane sull’assassinio di Sharar e per conoscere meglio le dinamiche e gli eventuali complici del crimine. Secondo il rappresentante dell’OLP in Italia Nemer Hammad:
L’assassinio di Majed Abu Sharar è un’operazione israeliana, e noi ci aspettiamo che le indagini condotte dalle autorità italiane accertino la verità e abbiamo fiducia che vengano chiarite le responsabilità. (…) Gli israeliani – dice ancora Hammad – hanno violato il -tacito accordo. che aveva tenuto il territorio italiano, dopo la strage di Fiumicino del dicembre 1973, fuori della .”guerra dell”ombra”; né l’Italia né l’OLP hanno interesse a che questa violazione abbia conseguenze più gravi.
(“Una missione dell’OLP a Roma per far luce sull’assassinio” di Giancarlo Lannutti, L’Unità, 11 ottobre 1981).
Rispetto alla vicenda dei missili di Ortona sequestrati il 7 novembre 1979 a tre autonomi romani del collettivo di via dei Volsci, all’imprigionamento di questi ultimi e al successivo arresto del militante del FPLP Abu Saleh (rimasto in carcere solo un paio di anni e poi per qualche tempo agli arresti domiciliari), l’omicidio di Sharar è qualcosa di mille volte più grave perché, oltre a colpire in modo sanguinario e definitivo un importante funzionario dell’OLP, mette in discussione alla radice l’accordo politico del ’73 che stipula con le due parti in conflitto, Israele e palestinesi, l’impegno a non trasferire sul territorio italiano le loro azioni di guerra.
L’OLP ha accusato direttamente i servizi segreti israeliani per l’assassinio, lasciando intendere che nessuna resistenza c’è stata da parte italiana per far rispettare il famoso accordo del ’73 sulla “neutralità” del nostro territorio nelle vicende interne tra israeliani e palestinesi”
(“Chiarita definitivamente la tecnica dell’attentato contro Abu Sharar. Biglie d’acciaio nella bomba”, L’Unità, mercoledì 14 ottobre 1981).
Già nel 1981 – senza attendere il 2008 con le imprecise e ambigue dichiarazioni dell’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga a quel tempo gravemente malato di sindrome bipolare affettiva – quel patto è famoso e ufficiale perché, fra gli altri, ne parla esplicitamente anche Hammed, il rappresentante dell’OLP in Italia.
Non solo. Ad esso fanno riferimento le parole di Francesco Mazzola (sottosegretario alla presidenza del Consiglio dal giorno 8 agosto 1979 al 4 aprile 1980 e poi dal 6 maggio 1980 al 18 ottobre.1980) e un articolo del quotidiano la Stampa:
“Le strutture del Sismi, il servizio militare di controspionaggio, sono rimaste per buona parte le stesse che operavano ai tempi del Sifar di De Lorenzo e del Sid di Piazza Fontana. Le operazioni di “pulizia”, come è successo durante la recente vicenda della “P2″, sono state limitate sempre ed esclusivamente ai vertici. “Con il risultato – dice l’ex sottosegretario democristiano Mazzola, responsabile per i servizi di sicurezza nel governo Cossiga – di sconvolgere delicati equilibri. Gli accordi fra servizi vengono presi in genere dai massimi responsabili e si fondano sulla fiducia ed il rispetto reciproci”.
(“Il Sismi non trova bravi 007 e continua ad assumere parenti” di Ruggero Conteduca, La Stampa, 19 novembre 1981).
Per questo motivo, commenta il giornalista, “dopo anni di tregua seguiti alla strage di Fiumicino” (ibidem), l’Italia e Roma in particolare sembrano ridiventare “terreno di scontri fra arabi e israeliani” (ibidem). Ruggero Conteduca si chiede poi in che senso siano cambiati gli equilibri secondo l’affermazione di Francesco Mazzola – si ricordi il suo ruolo nei governi Cossiga I e II – e giunge a questa conclusione : “Con l’arrivo di Lugaresi al posto di Santovito (incappato nelle liste di Gelli) il Sismi ha fatto un passo indietro privilegiando la linea filo-israeliana, come era sempre avvenuto prima di Miceli” (ibidem).
In Italia la tregua fra israeliani e palestinesi, sia pur indebolita dalla nomina di Lugaresi a direttore del Sismi e dalla sclerotica inefficienza nepotistica esistente nei servizi segreti italiani, viene ripresa anche in seguito all’omicidio di Majd Abu Sharar. Si spezza però in maniera definitiva il 17 giugno 1982, quando a Roma vengono uccisi due palestinesi (Nazyh Mattar, un aderente all’OLP senza alcun incarico particolare, e Yussef Kamal Hussein, vicedirettore dell’ufficio dell’OLP in Italia) e a Beiut le truppe israeliane hanno già circondato la città.
Un paio di mesi dopo i principali dirigenti palestinesi dell’OLP (Arafat e Abu Iyad ad esempio), che vivono in modo diretto e quotidiano le alterne vicende della guerra civile libanese sviluppatasi come conseguenza dei bombardamenti israeliani del 10 luglio 1981, si rifugiano a Tunisi.
In sintesi, alcune cose emergono con un sufficiente grado di certezza: il patto del 1973 durò molti anni e, soprattutto dal punto di vista palestinese, la vera inosservanza suscettibile di spazzarlo via una volta per tutte ci fu il 9 ottobre 1981 con l’omicidio di Majd Abu Sharar. Last but not least, la minaccia all’Italia lanciata da Abu Iyad lo stesso giorno di quel crimine era una conferma di quanto sanno tutti gli esperti della storia dell’OLP. Nella seconda metà del 1981 Abu Iyad restò sempre in Libano, per lo più in una specie bunker sotterraneo che costituiva la sede dell’OLP a Beirut.
Come se non bastasse, il 7 marzo del 1981 sul quotidiano La Stampa si fece riferimento ad un rapporto del Sismi che lo indicava come “collegamento fra le Brigate Rosse e lo Yemen del Sud”, fatto mai provato e perciò significativo del carattere non certo benevolo del Sismi verso il braccio destro di Arafat (“Roma: scoperti piani dell’ultradestra contro la polizia” di Sandra Bonsanti, La Stampa, 7 marzo 1981).
Tale circostanza, a sua volta, induce ad escludere completamente che Abu Iyad possa essere stato il misterioso personaggio che si cela dietro la “A.” di cui si legge nell’”olografo Senzani” (un criptico manoscritto che fu trovato nel 1982 al militante del Partito Guerriglia Giovanni Senzani). Abu Iyad, ucciso poi a Tunisi nella notte fra il 13 e il 14 gennaio 1991 da nemici dell’OLP, nel 1981 sapeva quel che si diceva su di lui in Italia. E, come ogni dirigente dell’OLP, non era uno sciocco e nemmeno un pazzo avventurista.

lunedì 10 dicembre 2012

SGOMBERO A COLLEFERRO






Siamo i ragazzi e le ragazze che dal 2 Maggio a questa parte hanno deciso di utilizzare e restituire alla collettività la casa cantoniera di Colleferro (RM).
Questo luogo, abbandonato da qualche decennio, era diventato un covo degradato pieno di siringhe, metadone e rifiuti ingombranti. Le finestre erano murate, le pareti marce. La struttura è sempre stata ignorata, lasciata a sé, abbandonata.
Pazientemente e con il solo impiego delle nostre forze abbiamo ripulito tutto e avviato, a spese nostre, una serie di lavori per rimettere in sesto il luogo.
Volevamo restituirlo al pubblico per poter organizzare corsi, laboratori, una biblioteca e iniziative di vario genere, il tutto attraverso l’autogestione e l’autorganizzazione di chi lavora e vuole sostenere il progetto.
Dopo ben otto mesi di impegno è venuta a farci visita la polizia per ben tre volte, intimandoci di andare via anche attraverso minacce di non poco conto.

Il 7 dicembre 2012 è avvenuto il vero e proprio sgombero del posto. 5 di noi sono stati denunciati e foto segnalati. Mobili, tavoli, libri e tutto ciò che eravamo riusciti a rimediare è stato murato all’interno dell’edificio. Le sedie addirittura bruciate.
Dopo tanti lavori e tanta fatica, siamo costretti a vedere di nuovo murate porte e finestre, e tutto sembra voler tornare al precedente stato di degrado.
Non possiamo che ipotizzare un’operazione poco lecita, in quanto l’ente preposto alla gestione del luogo non ha sporto denuncia per tutti questi otto mesi. Motivi di ordine pubblico non ce ne sono stati, a meno che rivalorizzare un posto abbandonato non sia un crimine così grave. Da un momento all’altro, l’occupazione di questo stabile, deve essere diventato un problema agli occhi di qualcuno.
Questo accanimento è una violenza per tutti coloro che, in questa città, avrebbero voluto veder nascere qualcosa di diverso dalla desolazione, dalla morte sociale, dalla noia e dall’annichilimento della persona.
Vogliamo che tutti sappiano cosa è successo, perché siamo convinti che un lavoro fatto di buon senso e bei progetti non possa finire così per un’imposizione cieca, violenta e irrispettosa.
Vogliamo continuare questo percorso, nonostante le denuncie, nonostante la cattiveria di chi non vuole capire che di quel luogo ha bisogno un’intera generazione, se non l’intera popolazione dormiente, indifferente o arresa davanti a questo disagiante stato di cose.
Chiediamo il sostegno è la collaborazione di tutti. Non possiamo rassegnarci e lasciarci sopraffare.
RIPULIRE, RIVALORIZZARE, RESTITUIRE SPAZI ABBADONATI ALLA COLLETTIVITA’
NON PUO’ ESSERE UN REATO!
I RAGAZZI E LE RAGAZZE DELLA CASA CANTONIERA

venerdì 7 dicembre 2012

QUATTRO ANNI UN GIORNO




Sono trascorsi quattro anni dall'assassinio di Alexis Grigoropoulos e da quella che in Grecia chiamano "l'ultima dekemvriana" (rivolta di dicembre, con riferimento alla prima, avvenuta tra la fine del 1943 e l'inizio del 1944). Quattro anni nei quali le Grecia è precipitata in una crisi economica fortissima, che sta tagliando fuori dal mondo del lavoro trasversalmente intere generazioni. Si trattò, allora, di una cieca reazione contro lo Stato, o di qualcosa di diverso? Oggi è facile rispondere che, allora, furono i giovanissimi a intuire l'avvicinarsi del peggio. E anche se qualcuno può anche pensare a una risposta piena di demagogia, non per questo dobbiamo smettere di affermarlo. Dal giorno della morte di Alexis la gioventù emarginata dalla politica economica delle multinazionali e della grande finanza ha iniziato a cercare modi per esprimere la propria opposizione a un sistema politico-economico che la stava strangolando, privandola di ogni futuro.
L'iniziale "contro tutti" si è presto convertito in consapevolezza . Tra il 2009 e oggi le iniziative di solidarietà, sul sistema, sul rapporto con la propria storia e l'Europa, in Grecia si sono moltiplicate.  E con l'aggravarsi della situazione economica è scesa in piazza gente che mai lo avrebbe ritenuto possibile.
Non solo. Con loro sono scesi in piazza giovani in tutta Europa per esprimere la loro rabbia per l'omicidio di Alexis e solidarietà al movimento greco e alla sua gente. Come in Grecia, in altri paesi sono cominciati i suicidi a causa della situazione economica; la forma estrema di protesta.

Il capitale ha risposto con una campagna stampa di livello europeo contro la Grecia e i greci: gli ingrati, quelli che non lavorano, quelli che vogliono la pensione facile, che sono nazionalisti e incoscienti. Alimentando involontariamente quello stesso nazionalismo che si stigmatizzava: Alba Dorata, il partito neonazista greco che ora siede addirittura in parlamento, è stata una delle risposte. Risposta che dovrebbe mettere in guardia, ma che sta passando abbastanza in silenzio. Vedremo quando i nazi si accomoderanno anche sulle poltrone del Parlamento Europeo.

Il capitalismo è in crisi. Una crisi economica, politica e sociale. E non c'è guerra, fino ad oggi, che lo aiuti. Non era mai accaduto in passato.
Il suo richiamo non è più così incantatore, il disegno di una ipotesi di benessere collettivo e generalizzato è fallito e in alcuni paesi in forte crescita, o in cerca di nuove strade (dall'America Latina ai paesi arabi), si sperimentano situazioni inedite.

La Grecia deve essere salvata, ha affermato di recente Angela Merkel, perché è un interesse strategico della Germania (e delle sue banche). Ma il gioco è finalmente alla luce del sole.


















ALEXIS

Sono passati quattro anni dall'omicidio di Alexis Grigoropoulos commesso dall'agente speciale Epaminondas Korkoneas, avvenuto ad Atene il  6 dicembre 2008.

Il sito tvsx.gr propone una serie di istantanee di allora, tra cui alcuni inediti.



ALEXIS 
Davanti al parlamento. Ucciso un ragazzo di quindici anni il 6/12
Assassini


La tomba di Alexis

Manifestazione in Turchia





martedì 4 dicembre 2012

"QUASI" SENZA CONSEGUENZE PER PAOLO

Si è risolto tutto, come informa lo stesso Paolo sul suo blog "insorgenze", ma non senza conseguenze.
Perché il carcere ti ricorda sempre che sei suo possesso. Anche se hai ragione.







Carcere e sanzioni disciplinari, un aggiornamento e poi basta

DICEMBRE 4, 2012
Da alcuni giorni arrivano da più parti preoccupate richieste di notizie sulla mia situazione dopo il post del 5 novembre (vedi qui) nel quale raccontavo dei possibili rischi di sanzioni disciplinari per quanto era accaduto il sabato precedente, 3 novembre, durante un surreale incontro con la Direttrice del reparto semiliberi di Rebibbia reclusione.
L’assenza di informazioni aggiornate sulla vicenda e il prolungato silenzio del blog, dovuto a diverse ragioni (sovraccarico di impegni e semi-vita familiare che ho dedicato più del solito a mio figlio), hanno creato un po’ di allarme.
Mi scuso innanzitutto con i compagni, gli amici e i lettori che ringrazio per l’attenzione e la premura dimostratami.
Corro subito ai ripari cercando di spiegare per sommi capi cosa è successo nel frattempo.
La contestazione disciplinareCol senno del poi posso dire che la decisione di raccontare subito quanto accaduto il mattino di quel sabato è stata una scelta lungimirante. Il lunedì successivo (5 novembre), infatti, al rientro serale in carcere l’ispettore di turno mi ha informato della presenza di una contestazione disciplinare mossa a mio carico dalla Direttrice di reparto protagonista dell’episodio.
Il testo, molto lungo e scritto a mano sul registro delle udienze, era di difficile lettura. Al suo interno si forniva un resoconto incompleto e non corrispondente allo svolgimento dei fatti avvenuti, soprattutto si delineava un profilo disciplinare della mia condotta verbale etichettata come «irrispettosa e offensiva».
Nel testo, che sembrava uscito da una pièce di Ionesco, la responsabile di reparto mi attribuiva frasi prive di senso, frutto di palesi equivoci tipici di chi non ha la capacità di ascoltare, come il fatto che io avessi sostenuto di possedere un “contratto di lavoro trimestrale” mentre avevo inutilmente tentato di spiegare che la mia retribuzione era «a cadenza trimestrale».
Nemmeno uno come Totò nei suoi mirabolanti “quiproquo” con Peppino de Filippo era mai arrivato a tanto.
Il testo della contestazione seppure carico di stizza furiosa aveva comunque del sublime, era qualcosa che toccava i vertici del teatro dell’assurdo. Ma purtroppo per me, come per tutti quelli che vivono questi episodi nel quotidiano del carcere, quella non era una messa in scena ma il realismo carnevalesco della punizione.
La Direzione archivia tutto
Preso atto delle contestazioni ho redatto delle note difensive inviate alla Direzione. A quel punto, secondo quanto previsto dalle norme dell’ordinamento e del regolamento penitenziario che regolano i procedimenti disciplinari, entro 10 giorni dalla contestazione avrebbe dovuto svolgersi un’azione disciplinare nel corso della quale si sarebbero dovuti valutare fondatezza ed eventuale portata dei fatti contestati, per poi decidere se erogare, o meno, una sanzione.
In quei giorni di attesa una domanda dominava su tutte le altre: chi sarebbe venuto a presiedere l’azione disciplinare?
La stessa responsabile di reparto, nella tripla veste di accusa, giudice e presunta parte lesa – eventualità ammessa dall’ordinamento penitenziario – oppure, molto più opportunamente, un altro dirigente d’Istituto?
Il dilemma è rimasto tale perché allo scadere dei 10 giorni non è accaduto nulla.
Con molta saggezza chi è gerarchicamente al di sopra della funzionaria che dirige il reparto Semiliberi ha deciso altrimenti, ritenendo evidentemente infondati i rilievi mossi.
La storia poteva dirsi conclusa qui. E invece no, il veleno è sempre nella coda, ci insegna madre natura.
La nota al magistrato in cui si segnalano «atteggiamenti di arroganza, offesa e di insofferenza nei confronti della Istituzione»Il 23 novembre mi viene notificato il rigetto di una licenza, di un solo giorno, che avevo chiesto nel fratempo per stare insieme a mia madre il giorno del suo settantasettesimo compleanno.
Leggendolo con attenzione ho scoperto che il rifiuto aveva valore di sanzione per l’episodio del 3 novembre.
Il provvedimento negativo era desunto da una nota proveniente dal carcere (la fonte non è indicata) allegata alla domanda di licenza, protocollata n° 17159/12, inviata il 7 novembre 2012, dunque due giorni dopo la contestazione disciplinare senza esito, nella quale si riferisce dell’arrivo di una «comunicazione circa comportamenti posti in essere dal Persichetti in data 5/11/12 [c'è un errore di data, Ndr] nei confronti della dottoressa Trapazzo, consistiti in atteggiamenti di arroganza, offesa e di insofferenza nei confronti della Istituzione e della singola persona».
Si riportano anche due frasi virgolettate che dovrebbero rappresenare la prova della condotta verbale incriminata. Frasi che però risultano indecifrabili.
Questo provvedimento di rigetto è ancora oggetto di ricorso presso l’ufficio del magistrato, dunque evito di entrare troppo nei dettagli. Il problema evidentemente non è il giorno di licenza rifiutato ma il merito di una sanzione erogata in assenza, non solo di infrazione disciplinare, ma addirittura della procedura prevista per valutarne il fondamento, dunque per un fatto nullo e non avvenuto. “Il fatto non sussiste” è la formula di rito in uso in questo caso.

ANARCHICI CONTRO ALBA DORATA

I compagni anarchici hanno colpito oggi una sede decentrata di Xrisi Afgi, il partito neonazista greco.
La bomba non era ad alto potenziale e non ha causato danni strutturali alla sede, come si può vedere dalla foto.


Il partito ha emesso un comunicato nel pomeriggio, con il quale condanna, più che l'attentato, il silenzio delle forze politiche al governo.


Comunicato ufficiale del partito Alba Dorata (ore 15)


Noi non sorprende il fatto che dieci ore dopo lo scoppio di un ordigno ad alto potenziale presso gli uffici della locale Organizzazione occidentale Attica di Aspropyrgos nessun partito abbia condannato l'atto terroristico. Tutti sanno come dalle basi anarchiche in tutta la Grecia continueranno le azioni criminali, come in passato anche contro edifici pubblici. Ma nel nostro caso, l'attacco contro la sede e il personale della Federazione di Aspropyrgos ha registrato la tolleranza dello Stato. Quando Samaras toglierà loro il fazzoletto che nasconde le facce dei terroristi. 

E' chiaro che l'unico problema della fatiscente e marcia classe politica è Alba Dorata, altrimenti non si spiega come  ogni volta che abbiamo reso pubblica una dichiarazione considerata "razzista" tutti i partiti politici si sono organizzati in manifestazioni di protesta, senza distinzione. Ma quando gli attacchi terroristici sono contro i nazionalisti greci, allora va tutto bene! Cadono i muri. RESTANO LE IDEE.


Noi siamo contenti che i partiti tacciano. Per una volta non si arrischiano a condannare la violenza. Quella stessa che è divenuta parte della quotidianità greca e nella quale Alba Dorata si trova a proprio agio.