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sabato 5 gennaio 2013

LODO MORO. 3


“Lodo Moro”: per comprenderlo bisogna conoscere chi era Stefano Giovannone, il “Lawrence d’Arabia italiano”

Attentato Romadi Tommaso Fabbri
Secondo un’ipotesi descrittiva del “lodo Moro” fornita da Francesco Cossiga e pubblicata da Valerio Fioravanti, “l’Italia avrebbe lasciato libertà di passaggio ai palestinesi; in cambio, i palestinesi s’impegnavano a non fare altri attentati in Italia, a non dirottare aerei italiani, a non colpire cittadini italiani all’estero. Inoltre, l’Italia s’impegnava ad impedire che i servizi segreti israeliani continuassero a compiere “omicidi mirati” di palestinesi sul suolo italiano”.
(Tratto da http://www.lesenfantsterribles.org/sette-gennaio/nar-in-principio-era-lazione ).
Questa ipotesi è riduttiva ma contiene un punto, l’ultimo, che merita di essere chiarito. Dire che l’Italia s’impegnava ad impedire nel proprio territorio l’esistenza stessa di attività sanguinarie israeliane contro i palestinesi significa che il “lodo Moro” presupponeva il coinvolgimento non solo dell’Olp ma anche dello Stato israeliano. E, com’è ovvio che fosse, comportava qualcosa in cambio non solo ai palestinesi ma pure ad Israele da parte dell’Italia. Il “lodo Moro” era quindi un accordo molto complesso. Ideato da un vero e proprio stratega politico e negoziato da qualche “tecnico”. Non a caso il sibillino ma intelligente ex diplomatico Sergio Romano così ne parla:
“Vi fu probabilmente un accordo, ma negoziato da qualche «tecnico» e composto da silenzi e ammiccamenti più che da clausole precisamente definite. Non è la prima volta comunque che un Paese, per evitare di essere coinvolto in un conflitto o di subirne le conseguenze, fa qualche concessione a uno dei contendenti, se non addirittura, a tutti e due” (“Craxi, Libia e «lodo Moro». Le ragioni dell’Italia”, Corriere della Sera, 15 novembre 2008).

E infatti l’accordo coinvolgeva sia l’Olp che Israele e prevedeva dei favori dell’Italia a tutti e due i contendenti. Il “lodo Moro”, detto in parole più semplici, era un doppia operazione italiana contraddistinta da un accordo di massima approvato in modo separato dalle parti in causa e da due mutevoli sottoaccordi relativamente compartimentati: da un lato con l’Olp e dall’altro con Israele. L’Olp e Israele, come stabiliva l’accordo di massima, non dovevano compiere attentati sanguinari nel territorio italiano. Per il resto, ognuna delle due parti avrebbe ricevuto in cambio qualche specifico favore dall’Italia.
La dimostrazione che quello e non altro era il modus operandi concreto del “lodo Moro” si evince da un lato dall’analisi di cosa fu veramente la “politica filoaraba” della Prima Repubblica e dall’altro dalla vera biografia di Stefano Giovannone, il capocentro del Sismi a Beirut che, fra le varie cose, aveva il compito di garantire l’applicazione del “lodo Moro”.
Leggiamo perciò cosa recentemente ha detto Carlo Mastelloni, attuale Procuratore della Repubblica aggiunto a Venezia, a proposito di questi due lati del problema:
“La politica filoaraba è un atteggiamento che aveva il Potere allora ma noi siamo sempre stati fedeli all’Alleanza Atlantica. Per esempio, quando si trattava di dare armamento a Gheddafi sicuramente l’ambasciata americana dava il suo placet. Anche perché armare significa controllare un paese. Certamente non gli davamo materiale di tecnologia avanzata. Quindi il ragionamento è molto complesso. Tant’è che alla fine di tutto, con Giovannone detenuto, chiuso il verbale lui (Giovannone stesso, ndr) dice: ‘Dottore, io lavoravo per la Cia’”.
(Mastelloni a Radio Rai, 28 ottobre 2012).
Il signor Stefano Giovannone quindi, oltre che per il Sismi, aveva lavorato per la Cia. Di conseguenza, non è per niente strano che proprio lui, “la spia di Moro” come è stata definita da Francesco Grignetti nell’omonimo ebook (e-letta Edizioni Digitali, 2012, euro 9,50), abbia collaborato anche alla difesa strategica di uno Stato alleato degli Usa come quello israeliano.
Quest’ultima vicenda l’ha raccontata, senza timore di smentita, l’ex ammiraglio Fulvio Martini che fu responsabile del Sismi dal 5 maggio 1984 al 26 febbraio 1991:
“La mia amicizia con il Mossad nasce da un episodio particolare, avvenuto nel 1971, ed è proseguita con la missione a Damasco, che ho fatto con il colonnello Giovannone (abbiamo risolto un grosso problema ed Israele era traumatizzato dalla guerra del Kippur). (…) Sono l’uomo che, insieme a Giovannone, nel 1975, fece di persona la ricognizione di tutta la retrovia siriana per il nuovo schieramento radar fornito dai sovietici. E questa non era cosa da poco”.
(Vedasi: Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo; seduta di mercoledì 6 ottobre 1999; Presidenza del Presidente Pellegrino, indi del Vice Presidente Manca)
Nel 1975, partecipando alla missione di Damasco e dando un aiuto di portata strategica al Mossad, Giovannone non tradì la “politica filoaraba” dell’Italia. Lui rispettava i protocolli e gli indirizzi stabiliti dai governanti italiani e avallati dagli Usa. Era uno specchio delle ambiguità, del cinismo affaristico e delle trasformazioni politiche dell’Italia e degli Usa. Favoriva triangolazioni commerciali di armi destinate ai palestinesi, spianava la strada alla conquista italiana di fette del mercato bellico mediorientale, puntava a far mantenere buoni rapporti economici dell’Italia con i paesi arabi produttori di petrolio ma in pari tempo svolgeva delle attività a favore diretto o indiretto del Mossad. E il Mossad non realizzò attentati sanguinari sul territorio italiano dalla fine del 1973 all’inizio di ottobre del 1981.
La storia però non finisce qui. Giovannone morì a metà luglio del 1985, mentre da qualche settimana si trovava agli arresti domiciliari nella sua abitazione di Roma. L’ex spia cessò di vivere nel periodo peggiore di tutta la propria esistenza, tant’è vero che a ricordarlo in modo benevolo, addirittura nei manuali, rimase solo ed esclusivamente un servizio segreto dal nome di per sé significativo: il Mossad.
A farlo sapere pubblicamente, in particolare tramite il libro di memorie intitolato “Nome in codice: Ulisse” (Rizzoli, 1999), fu l’ex ammiraglio Martini, l’unico ex agente dei servizi segreti militari italiani che cercò di far capire chi era davvero Stefano Giovannone, il “Lawrence d’Arabia italiano”.

martedì 18 dicembre 2012

LODO MORO. LA VERSIONE DI COSSIGA


Che cos'è stato il Lodo Moro


Il 3 ottobre 2008 sul quotidiano israeliano Yediot Aharonot fu pubblicata una lunghissima intervista del corrispondente dall’Italia Menachem Ganz a Francesco Cossiga, ex ministro dell’Interno e poi presidente della Repubblica. Un’intervista che ebbe solo una debole eco sui media italiani. Parlando al quotidiano israeliano, Cossiga rivelava che sarebbe stato firmato un accordo segreto tra Italia e terrorismo palestinese quando era presidente del Consiglio Aldo Moro; i servizi segreti avrebbero chiuso gli occhi sulle attività logistiche ed economiche dei terroristi in Italia, in cambio di una sorta di immunità dagli attentati, che non preservava però i cittadini ebrei. Infatti, nel 1982 ci fu l’attacco alla Sinagoga di Roma.
In realtà il cosiddetto “Lodo Moro” era noto da tempo, ma nessun politico italiano aveva ammesso con tanta dovizia di particolari la vicenda. Già nell’estate del 2008, alcune esternazioni di Cossiga a proposito della strage di Bologna del 2 agosto 1980 avevano riaperto la vergognosa pagina di “realpolitik all’italiana”, ma l’intervista offre dettagli inediti.
“Vi abbiamo venduti”, ha dichiarato infatti Cossiga. “Lo chiamavano ‘Accordo Moro’ e la formula era semplice: l’Italia non si intromette negli affari dei palestinesi, che in cambio non toccano obiettivi italiani”. Ma gli ebrei erano esclusi dall’equazione. Cossiga ha anche dichiarato che oggi la situazione è per certi versi analoga: “C’è un accordo con Hezbollah in Libano”. Menachem Gantz riferisce che in casa di Francesco Cossiga, nel cuore del quartiere Prati di Roma, sventolano l’una accanto all’altra tre bandiere: quella dell’Italia, quella della Regione Sardegna e quella di Israele. Ma, nota il corrispondente “Non sempre l’ex presidente della Repubblica italiana è stato un amante di Sion. Negli anni Cinquanta, fu lui a fondare l’Associazione Italia – Palestina. Poi, quando era presidente del Senato, ha persino dato, nel suo Gabinetto, asilo ad Arafat quando era stato emesso un mandato di cattura nei suoi confronti. Ma oggi, a ottant’anni, Cossiga ama Israele”.
Gantz ha chiesto a Cossiga: “Se l’Italia aveva ottenuto l’immunità dal terrorismo palestinese, come mai ebbero luogo nel Paese attentati sanguinosi contro obiettivi ebraici?”. La risposta: “In cambio di ‘mano libera’ in Italia, i palestinesi hanno assicurato la sicurezza del nostro Stato e l’immunità di obiettivi italiani al di fuori del Paese da attentati terroristici, fin tanto che tali obiettivi non collaborassero con il sionismo e con lo Stato d’Israele”. Gli ebrei, ovviamente, sono stati considerati “fiancheggiatori dei sionisti”, quindi esclusi dall’immunità. Questo accordo è costato la vita a Stefano Taché, due anni, nell’attentato alla Sinagoga di Roma del 9 ottobre ’82. Le volanti della polizia di solito presenti davanti al Tempio si allontanarono poco prima dell’attentato. E nel dicembre del 1985, all’aeroporto di Fiumicino, terroristi palestinesi attaccarono con mitra e bombe a mano il banco dell’El Al e quello della compagnia americana TWA. Tredici persone furono uccise e settanta ferite. Una vergogna che peserà per sempre su chi firmò l’accordo, come pure la morte di Leon Klinghoffer sull’Achille Lauro, con il capo dei terroristi lasciato scappare da Bettino Craxi a Sigonella.
“Per evitare problemi, l’Italia assumeva una linea di condotta  tale da non essere disturbata o infastidita”, continua Cossiga nell’intervista del 2008. “Poiché gli arabi erano in grado di disturbare l’Italia più degli americani, l’Italia si arrese ai primi. Posso dire con certezza che anche oggi esiste una simile politica. L’Italia ha un accordo con Hezbollah in Libano per cui le forze UNIFIL chiudono un occhio sul processo di riarmo, purché non siano compiuti attentati contro gli uomini del suo contingente”. Forse lo stesso accordo protesse i soldati italiani in Libano, nel 1983, quando invece, in due diversi attentati con auto-bomba, furono uccisi 241 americani e 58 francesi.
Cossiga ammette di essere rimasto sorpreso per l’indifferenza con cui è stata accolta in Italia la sua rivelazione. “Ero convinto che la notizia pubblicata in agosto avrebbe risvegliato i media, che magistrati avrebbero cominciato ad indagare, che sarebbero cominciati gli interrogatori dei coinvolti. Invece c’è stato il silenzio assoluto”. I rapporti complessi con il meccanismo del terrorismo palestinese, Francesco Cossiga li ha conosciuti per la prima volta alla sua nomina a ministro dell’Interno nel 1976. “Già allora”, continua nella sua intervista a Yediot Aharonot, “mi fecero sapere che gli uomini dell’OLP tenevano armi nei propri appartamenti ed erano protetti da immunità diplomatica. Mi dissero di non preoccuparmi, ma io riuscii a convincerli a rinunciare all’artiglieria pesante ed accontentarsi di armi leggere”. Più tardi, quando era presidente del Consiglio nel 1979-1980, gli divenne sempre più evidente il fatto che esistesse un accordo chiaro tra le parti. “Durante il mio mandato, una pattuglia della polizia aveva fermato un camion nei pressi di Orte per un consueto controllo”, racconta. “I poliziotti rimasero sbigottiti nel trovare un missile terra-aria, che aveva raggiunto il territorio italiano via mare”. Nel giro di alcuni giorni, racconta Cossiga, una sua fonte personale all’interno del SISMI passò al segretario del governo informazioni in base alle quali il missile andava restituito ai palestinesi. “In un telegramma arrivato da Beirut era scritto che secondo l’accordo, il missile non era destinato ad un attentato in Italia, e a me fu chiesto di restituirlo e liberare gli arrestati”. Cossiga stesso, va sottolineato, non era stato mai ufficialmente informato dell’esistenza di questo telegramma. Se non fosse stato per la sua fonte nel SISMI, non sarebbe stato consapevole di tutta questa storia. “Col tempo cominciai a chiedermi che cosa potesse essere questo accordo di cui si parlava nel telegramma. Tutti i miei tentativi di indagare presso i Servizi e presso diplomatici si sono sempre imbattuti in un silenzio tuonante. Fatto sta che Aldo Moro era un mito nell’ambito dei Servizi Segreti”.
A proposito dell’attentato alla Sinagoga di Roma, Cossiga dichiara che l’unico attentatore arrestato, non per mano italiana, è Abd El Osama A-Zumaher. Fu arrestato in Grecia mentre trasportava esplosivo con la sua auto. I greci lo liberarono dopo sei anni, ed egli scappò in Libia. Le autorità italiane non ne hanno mai chiesto l’estradizione. “Oggi”, ammette Cossiga, “non si può più scoprire tutta la verità su quanto accaduto. L’Italia non chiederà mai la sua estradizione e i libici non lo consegneranno”.
Cossiga ha colto però nel sistema Italia una sorta di “reciprocità dell’ignavia”, una “equivicinanza” ante litteram. “L’Italia non si immischia in quanto non la concerne. Anche l’azione del Mossad contro gli assassini degli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco nel 1972 è passata per Roma”, dice. Come noto, Adel Wahid Zuaitar fu ucciso a Roma. “Crede che l’Italia non potesse, a suo tempo, arrestare i due agenti che lo fecero fuori?”.  Yediot Aharonot chiede: “Lei paragona l’eliminazione di un terrorista all’assassinio di un bambino di due anni all’uscita della sinagoga?” “No, assolutamente no. Se avessi saputo che le volanti della polizia erano state istruite ad andarsene quella mattina, nell’ambito di quell’accordo di cui mi hanno sempre negato l’esistenza, forse tutto sarebbe andato diversamente”. La colpa, tuttavia, Cossiga la attribuisce solo ed esclusivamente ad Aldo Moro. E sostiene che la politica di altri Paesi europei era analoga: “La Germania ha liberato il commando dei terroristi che uccisero gli atleti a Monaco di Baviera, e anche la Francia si è comportata in modo simile. Questa era la politica europea. Tranne gli inglesi, ovviamente”. Il magistrato Rosario Priore, membro della Corte di Cassazione di Roma, conferma le dichiarazioni di Cossiga: “L’Accordo Moro è esistito per anni”, ha dichiarato, “l’OLP aveva in territorio italiano uomini, basi ed armi”. Quello che oggi preoccupa di più è la certezza di Cossiga sul fatto che l’Italia abbia un accordo con Hezbollah, che ne consente il riarmo. La minaccia per Israele è grave.

FONTE:
 http://www.mosaico-cem.it/articoli/a-30-anni-dallattacco-alla-sinagoga-di-roma-che-cose-stato-il-lodo-moro

lunedì 17 dicembre 2012

IL LODO MORO


“Lodo Moro”: prevenire e vietare in Italia il manifestarsi del sanguinoso conflitto israelo-palestinese

Strage alla stazione di Bolognadi Tommaso Fabbri
Una leggenda metropolitana degna di personaggi neocon statunitensi come Michael Ledeen (il supervisore, fra l’altro, del famoso depistaggio del gennaio 1981 sulla strage di Bologna), a volte ripresa anche da qualche giornalista proveniente dalla sinistra degli anni ’70, racconta che, in grande segreto e per molti anni, l’Italia avrebbe permesso ai palestinesi di trasportare liberamente armi nel territorio italiano in cambio della cessazione degli attentati sanguinari all’interno dei propri confini:
Dal punto di vista dell’effettiva segretezza, il lodo Moro rappresenta un caso per alcuni aspetti unico e paradossale. Tutti sanno della sua esistenza almeno a partire dal 1978 ma tutti fingono di ignorarla per i successivi quarant’anni. Le allusioni all’esistenza di un qualche patto segreto tra Italia e Olp si moltiplicano nel corso dei decenni. Tuttavia l’esistenza del lodo resta formalmente segreta fino al 2008, quando l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga ne parla per la prima volta ufficialmente.
(pagina 122, “Trame. Segreti di Stato e diplomazia occulta della nostra storia repubblicana” di Andrea Colombo, Cairo Publishing, 2012).

Il “lodo Moro”, in realtà, di cui il presidente della Dc Aldo Moro parla nel 1978 ai brigatisti rossi e in alcune sue lettere per evidenziare la necessità di una soluzione del conflitto autoctono (scambio dei prigionieri fra Stato e Br), circostanza squisitamente politica dimenticata o poco sottolineata perfino nel minuzioso studio di Miguel Gotor, non riguarda solo il problema del trasporto di armi nel territorio italiano e i rapporti con i palestinesi; inoltre non è nemmeno in antitesi rispetto al democristiano “lodo De Gasperi” che dal dopoguerra favorisce il Mossad, il famoso servizio segreto israeliano (vedasi “Mossad base Italia” di Eric Salerno, Il Saggiatore, 2010).
Si tratta invece di un accordo riguardante gli apparati diplomatici e i servizi segreti di tre soggetti politici e non certo solo di due. La storia concreta, la logica della politica internazionale e le dichiarazioni dei protagonisti ce lo fanno capire senza ombra di dubbio. È davvero banale dirlo ma finora, almeno dal crollo del “blocco dell’est” in poi, nessuno studioso ne ha fatto il benché minimo cenno in termini chiari ed espliciti. Il vero dramma è che pochi leggono, pochissimi sanno leggere libri e giornali e quasi nessuno studioso è capace di fare della buona ed onnilaterale ricerca storica.
Il “lodo Moro”, al di là delle analisi unilaterali e imprecise diffuse soprattutto sul web, è una tregua che, dopo la strage di Fiumicino del dicembre 1973 e almeno fino ai primi giorni dell’ottobre del 1981, l’Italia ottiene sia dall’OLP che dal Mossad. Quel che accade dopo ce ne offre una conferma implicita.
A Roma, il 9 ottobre 1981, una bomba a tempo piazzata in una camera dell’albergo Flora uccide Majd Abu Sharar, il responsabile del «dipartimento informazione dell’OLP. I servizi segreti italiani sapevano del suo arrivo e del suo passaporto algerino con false generalità.
A quel punto l’indignazione palestinese non si fa attendere. Dal Libano, per bocca di Abu Iyad (nome di battaglia di Salah Mesbah Khalaf), l’OLP minaccia il governo italiano: “se non si trovano i responsabili Roma diventerà terreno di caccia all’uomo” (“Dal Libano l’OLP minaccia l’Italia” di Mimmo Candito, L’Unità, 10 ottobre 1981; in questo articolo Abu Iyad viene chiamato Abu Ayad). Quelle parole, come acutamente sottolinea il giornalista dell’articolo sopra citato, non sono certo una dichiarazione di guerra all’Italia ma presentano “una durezza di tono da considerare con molta attenzione” (ibidem).
Dopo parecchi anni, e per la prima volta in maniera effettiva, i rapporti fra l’Italia e l’Olp sembrano destinati ad un irreversibile deterioramento perché la situazione è più grave di quanto si possa pensare. La Farnesina emette allora una nota di condanna verso l’azione omicida e i “metodi di lotta politica fondati sulla violenza, inaccettabili sul territorio italiano quale che ne sia la provenienza” (“Una missione dell’OLP a Roma per far luce sull’assassinio” di Giancarlo Lannutti, L’Unità, 11 ottobre 1981).
Il giorno dopo, anche se la matrice del delitto risulta chiara in modo inequivocabile, una significativa delegazione dell’OLP è a Roma, per eseguire da vicino le indagini italiane sull’assassinio di Sharar e per conoscere meglio le dinamiche e gli eventuali complici del crimine. Secondo il rappresentante dell’OLP in Italia Nemer Hammad:
L’assassinio di Majed Abu Sharar è un’operazione israeliana, e noi ci aspettiamo che le indagini condotte dalle autorità italiane accertino la verità e abbiamo fiducia che vengano chiarite le responsabilità. (…) Gli israeliani – dice ancora Hammad – hanno violato il -tacito accordo. che aveva tenuto il territorio italiano, dopo la strage di Fiumicino del dicembre 1973, fuori della .”guerra dell”ombra”; né l’Italia né l’OLP hanno interesse a che questa violazione abbia conseguenze più gravi.
(“Una missione dell’OLP a Roma per far luce sull’assassinio” di Giancarlo Lannutti, L’Unità, 11 ottobre 1981).
Rispetto alla vicenda dei missili di Ortona sequestrati il 7 novembre 1979 a tre autonomi romani del collettivo di via dei Volsci, all’imprigionamento di questi ultimi e al successivo arresto del militante del FPLP Abu Saleh (rimasto in carcere solo un paio di anni e poi per qualche tempo agli arresti domiciliari), l’omicidio di Sharar è qualcosa di mille volte più grave perché, oltre a colpire in modo sanguinario e definitivo un importante funzionario dell’OLP, mette in discussione alla radice l’accordo politico del ’73 che stipula con le due parti in conflitto, Israele e palestinesi, l’impegno a non trasferire sul territorio italiano le loro azioni di guerra.
L’OLP ha accusato direttamente i servizi segreti israeliani per l’assassinio, lasciando intendere che nessuna resistenza c’è stata da parte italiana per far rispettare il famoso accordo del ’73 sulla “neutralità” del nostro territorio nelle vicende interne tra israeliani e palestinesi”
(“Chiarita definitivamente la tecnica dell’attentato contro Abu Sharar. Biglie d’acciaio nella bomba”, L’Unità, mercoledì 14 ottobre 1981).
Già nel 1981 – senza attendere il 2008 con le imprecise e ambigue dichiarazioni dell’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga a quel tempo gravemente malato di sindrome bipolare affettiva – quel patto è famoso e ufficiale perché, fra gli altri, ne parla esplicitamente anche Hammed, il rappresentante dell’OLP in Italia.
Non solo. Ad esso fanno riferimento le parole di Francesco Mazzola (sottosegretario alla presidenza del Consiglio dal giorno 8 agosto 1979 al 4 aprile 1980 e poi dal 6 maggio 1980 al 18 ottobre.1980) e un articolo del quotidiano la Stampa:
“Le strutture del Sismi, il servizio militare di controspionaggio, sono rimaste per buona parte le stesse che operavano ai tempi del Sifar di De Lorenzo e del Sid di Piazza Fontana. Le operazioni di “pulizia”, come è successo durante la recente vicenda della “P2″, sono state limitate sempre ed esclusivamente ai vertici. “Con il risultato – dice l’ex sottosegretario democristiano Mazzola, responsabile per i servizi di sicurezza nel governo Cossiga – di sconvolgere delicati equilibri. Gli accordi fra servizi vengono presi in genere dai massimi responsabili e si fondano sulla fiducia ed il rispetto reciproci”.
(“Il Sismi non trova bravi 007 e continua ad assumere parenti” di Ruggero Conteduca, La Stampa, 19 novembre 1981).
Per questo motivo, commenta il giornalista, “dopo anni di tregua seguiti alla strage di Fiumicino” (ibidem), l’Italia e Roma in particolare sembrano ridiventare “terreno di scontri fra arabi e israeliani” (ibidem). Ruggero Conteduca si chiede poi in che senso siano cambiati gli equilibri secondo l’affermazione di Francesco Mazzola – si ricordi il suo ruolo nei governi Cossiga I e II – e giunge a questa conclusione : “Con l’arrivo di Lugaresi al posto di Santovito (incappato nelle liste di Gelli) il Sismi ha fatto un passo indietro privilegiando la linea filo-israeliana, come era sempre avvenuto prima di Miceli” (ibidem).
In Italia la tregua fra israeliani e palestinesi, sia pur indebolita dalla nomina di Lugaresi a direttore del Sismi e dalla sclerotica inefficienza nepotistica esistente nei servizi segreti italiani, viene ripresa anche in seguito all’omicidio di Majd Abu Sharar. Si spezza però in maniera definitiva il 17 giugno 1982, quando a Roma vengono uccisi due palestinesi (Nazyh Mattar, un aderente all’OLP senza alcun incarico particolare, e Yussef Kamal Hussein, vicedirettore dell’ufficio dell’OLP in Italia) e a Beiut le truppe israeliane hanno già circondato la città.
Un paio di mesi dopo i principali dirigenti palestinesi dell’OLP (Arafat e Abu Iyad ad esempio), che vivono in modo diretto e quotidiano le alterne vicende della guerra civile libanese sviluppatasi come conseguenza dei bombardamenti israeliani del 10 luglio 1981, si rifugiano a Tunisi.
In sintesi, alcune cose emergono con un sufficiente grado di certezza: il patto del 1973 durò molti anni e, soprattutto dal punto di vista palestinese, la vera inosservanza suscettibile di spazzarlo via una volta per tutte ci fu il 9 ottobre 1981 con l’omicidio di Majd Abu Sharar. Last but not least, la minaccia all’Italia lanciata da Abu Iyad lo stesso giorno di quel crimine era una conferma di quanto sanno tutti gli esperti della storia dell’OLP. Nella seconda metà del 1981 Abu Iyad restò sempre in Libano, per lo più in una specie bunker sotterraneo che costituiva la sede dell’OLP a Beirut.
Come se non bastasse, il 7 marzo del 1981 sul quotidiano La Stampa si fece riferimento ad un rapporto del Sismi che lo indicava come “collegamento fra le Brigate Rosse e lo Yemen del Sud”, fatto mai provato e perciò significativo del carattere non certo benevolo del Sismi verso il braccio destro di Arafat (“Roma: scoperti piani dell’ultradestra contro la polizia” di Sandra Bonsanti, La Stampa, 7 marzo 1981).
Tale circostanza, a sua volta, induce ad escludere completamente che Abu Iyad possa essere stato il misterioso personaggio che si cela dietro la “A.” di cui si legge nell’”olografo Senzani” (un criptico manoscritto che fu trovato nel 1982 al militante del Partito Guerriglia Giovanni Senzani). Abu Iyad, ucciso poi a Tunisi nella notte fra il 13 e il 14 gennaio 1991 da nemici dell’OLP, nel 1981 sapeva quel che si diceva su di lui in Italia. E, come ogni dirigente dell’OLP, non era uno sciocco e nemmeno un pazzo avventurista.