Mentre in Turchia i mezzi di informazione tacciono e il leader Erdogan si trova in visita ufficiale, le proteste continuano.
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giovedì 19 settembre 2013
lunedì 9 settembre 2013
FUORI DAL CORO
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| Dopo il Forum. Discussione su cosa fare domani. Besiktas Istanbul, agosto 2013 |
Ecco quanto ha dichiarato, ancora in giugno:
“Per dare un senso agli eventi di Istanbul, e per capire quei coraggiosi che scendono in strada e si scontrano con la polizia soffocando tra i fumi velenosi dei gas lacrimogeni, vorrei cominciare con una storia personale. Nel mio libro di memorie Istanbul, ho scritto su come tutta la mia famiglia abitasse negli appartamenti che componevano il palazzo Pamuk a Nisantasi. Di fronte a questo edificio si trovava un castagno che aveva circa cinquant’anni, che per fortuna è ancora lì. Un giorno, però, nel 1957, il comune decise di tagliare quell’albero per allargare la strada. Burocrati presuntuosi e amministratori autoritari ignoravano l’opposizione del quartiere. Così, il giorno in cui l’albero doveva essere abbattuto, mio zio, mio padre, e tutta la famiglia rimasero in strada giorno e notte, facendo a turno per fare la guardia. In questo modo, abbiamo protetto il nostro albero, ma abbiamo anche creato una memoria condivisa che l’intera famiglia ricorda ancora con piacere, e che ci lega l’un l’altro.
Oggi, piazza Taksim è il castagno di Istanbul e deve continuare a esserlo. Ho vissuto a Istanbul per sessant’anni e non riesco a immaginare che possa esistere una sola persona che viva in questa città e non abbia almeno un ricordo legato in qualche modo a piazza Taksim. Negli anni Trenta, nella vecchia caserma di artiglieria che ora vogliono trasformare in un centro commerciale, c’era un piccolo stadio di calcio che ospitava delle gare ufficiali. Il famoso Gazino di Taksim, che fu il centro della vita notturna di Istanbul pertutti gli anni Quaranta e Cinquanta, sorgeva un tempo in un angolo del parco Gezi. In seguito, tutti quegli edifici vennero abbattuti, gli alberi furono tagliati, piantarono nuovi alberi, e lungo un lato del parco costruirono una serie di negozi e la più famosa galleria d’arte di Istanbul.
Negli anni Sessanta, sognavo di diventare pittore e di poter esporre le mie opere in questa galleria. Negli anni Settanta, la piazza fu sede delle entusiastiche celebrazioni dei sindacati di sinistra e delle Ong per il Primo Maggio e, una volta, partecipai anch’io a una di queste celebrazioni. (Nel 1977, quarantadue persone furono uccise in un’esplosione di violenza provocata e nel caos che ne seguì). Da giovane, assistevo con curiosità e con piacere alle manifestazioni che tutti i partiti politici - partiti di destra e di sinistra, nazionalisti, conservatori, socialisti, socialdemocratici – tenevano a Taksim.
Quest’anno, il governo ha vietato di celebrare in questa piazza la Festa del Lavoro. E in quanto alla caserma che avrebbe dovuto essere ricostruita, a Istanbul tutti sanno che alla fine ci costruiranno un altro centro commerciale al posto dell’ultimo spazio verde rimasto nel centro della città. Il fatto che dei cambiamenti così significativi, in una piazza e in un parco che custodiscono i ricordi di milioni di persone, siano stati progettati e messi in atto, per quanto riguarda la fase dell’abbattimento degli alberi, senza prima consultare gli abitanti di Istanbul, è stato un grave errore per il governo di Erdogan.
Questo atteggiamento insensibile è chiaramente dovuto a una crescente deriva del governo verso l’autoritarismo. (L’ultimo rapporto sui diritti umani in Turchia è il peggiore degli ultimi dieci anni). Mi riempie, tuttavia, di speranza e di fiducia vedere che la gente di Istanbul non rinuncerà né al suo diritto di tenere manifestazioni politiche in piazza Taksim, né ai suoi ricordi, senza combattere”.
Il dissenso di Pamuk è considerato una cosa normale in Turchia. Un intellettuale di primo piano deve prendere posizione su uno scontro sociale di questa portata, ne ha il dovere.
In Italia, però, la cosa non funziona. Tolti Vattimo e Erri De Luca, nessuno degli intellettuali più esposti mediaticamente ha mai osato dire una sola parola, di condanna o di solidarietà, con il corrispondente italiano di Taksim - La Valsusa. Mi interessa meno la valanga di critiche piovuta su Erri (nato 1950) e Gianni (nato 1936) anche dalle colonne di quegli stessi giornali che pubblicarono con grande evidenza le dichiarazioni di Pamuk. Penso, invece, che sotto ai 63 anni (tanti ne ha De Luca), non esista una voce fuori dal coro. Perché il silenzio-assenzo in questo paese paga. Perché l'intellettuale di carriera fa, appunto, una carriera. E con lui il giornalista ormai precarizzato, che è terrorizzato dal sottoscala in cui, forse, lo si potrebbe relegare se provasse a tenere la schiena diritta e cercare di mettere insieme due parole: notav e gentrificazione, che in coppia - per il momento - non sono ancora uscite sui mezzi di comunicazione di massa italiani. A Taksim, tra i giovani che discutono, anche in pieno agosto, di cosa fare adesso, il concetto di gentrificazione è scontato. Ne parlano anche di fronte a persone meno istruite e di altra generazione: si capiscono. Vedremo in un prossimo post la connessione che porta direttamente da Taksim e Tahrir a Damasco, passando per la gentrificazione violenta delle grandi aree urbane. E restando a guardare, ancora di più, gli inutili intellettuali che occupano le sedie dei festival di politica, letteratura e arti per parlare del nulla o, come spesso gli accade, del proprio pisello.
lunedì 17 giugno 2013
TURCHIA 3. COSA FA TAYYIB?
Cosa fa Tayyib?
by Günes Koç, Istanbul
Questa è la
domanda che si presenta a ogni turco oggi. Nel suo discorso di Kazliceme del 16
giugno Erdogan ha dichiarato guerra a quanti sono nell’opposizione e sostengono
la resistenza. Il discorso ha mostrato che l’atteggiamento autoritario di
Erdogan potrebbe essere il preludio a un vero totalitarismo. Il primo ministro
ha annunciato che prenderà provvedimenti contro i mezzi di comunicazione che
hanno mostrato le violenze della polizia nonostante il blackout imposto ai
media, contro gli artisti che sostengono la resistenza, i direttori e gli
insegnanti delle scuole che hanno consentito agli studenti di prendere parte
alle manifestazioni, i medici e gli avvocati impegnati nel movimento, gli
imprenditori come, Koc o Boyner, che sostengono la resistenza. E ha anche
accennato al fatto che saranno arrestate e punite singolarmente tutte le
persone che in qualche modo possono essere ricollegate al movimento. Allo
stesso tempo, Tayyib Erdogan ha dichiarato legittimo ogni atto di forza della
polizia perché la protesta è stata usata da gruppi “marginali” per terrorizzare
la società. Ha quindi ricordato che i paesi sviluppati occidentali permettono
alle proprie forze dell’ordine l’uso delle armi contro quanti provocano danni
durante una manifestazione o minacciano le istituzioni.
Dunque, ancora
una volta i manifestanti sono stati chiamati “gruppi marginali di provocatori e
vandali” scesi in piazza solo per usare violenza contro la polizia; allo stesso
tempo, sono state ripetute le menzogne degli ultimi giorni riguardo
l’atteggiamento dei giovani di piazza Taksim, l’uso di sostanze alcoliche nelle
moschee e i pestaggi di donne con il velo. Vandali senza dio, terroristi pronti
a colpire il nucleo sano della società: queste sarebbero le nuove generazioni della
Turchia, con le quali il governo non dà alcun segnale di voler dialogare. Anzi,
il primo ministro ha sottolineato come in questo momento sia difficile “tenere
a casa” la maggioranza che lo sostiene, che sarebbe pronta a liquidare
l’opposizione con un atto di forza (e di guerra civile).
Erdogan ha
diviso nettamente il popolo turco in due campi: i buoni musulmani, che sono i
suoi elettori e quindi rappresentano la “maggioranza”, e i “senza Dio”, i
terroristi, la minoranza che ha dichiarato guerra alla Turchia appoggiata dai
media internazionali come la BBC, la CNN e la Reuters e che sono strumento di
una non meglio specificata “cospirazione internazionale”. Per risolvere la
grave situazione, il primo ministro ha chiesto i poteri assoluti, respingendo
l’intromissione dell’UE e sottolineando l’importanza per il suo paese di
restare “indipendente”. Il mondo, ha concluso, vedrà ora “il vero presidente”.
In altre parole, Erdogan sembra pronto a scatenare una guerra civile. Ma a che
scopo? Per quale motivo? Per portare a termine – finalmente – la vendetta
storica sul kemalismo, da sostituire con uno stato assolutista e confessionale?
Perché vuole diventare lui il presidente di una nuova Repubblica?
Dopo il suo
discorso, seguaci di Erdogan pattugliano strade con coltelli, bastoni e
spranghe e in alcuni casi hanno già assalito giovani al grido di “Allahuhekber”
e “Siamo tutti soldati di Erdogan”. Istanbul sta vivendo uno stato d’emergenza
non dichiarato. La vita normale è un ricordo. La città non dorme più, c’è sempre
gente in strada. Tutti sono con la mente a Gezi e piazza Taksim e nonostante le
provocazioni del governo, non solo verbali, fino ad oggi i manifestanti sono
rimasti pacifici.
Ma gli arresti
si sono intensificati e molte persone “scompaiono”, come lamentano gli
avvocati, ai quali è impedito per ora ogni contatto con loro. Vi è un triste
stato d’animo tra la gente perché non è chiaro per quanto tempo si potrà andare
avanti. Giri per strada e senti dire: “Nessuno ha più una vera vita sessuale a
casa, nessuno riesce più a rilassarsi. Tutti vogliono stare svegli, allerta.
“Bu Daha Baslangic, mücadeleye devam”, ossia, “Questo è solo l’inizio. La lotta
continua”. E già si dice che Tayyib giocherà la sua ultima battaglia fino allo
strenuo, perché deve dimostrare che non è vero quello che in molti cominciano a
credere. Che la sua fine è prossima.
domenica 16 giugno 2013
DALLA TURCHIA - 2
by Günes Koç (Istanbul, Piazza
Taksim)
Sebbene la polizia abbia disperso
con gas lacrimogeni e cannoni ad acqua il movimento di protesta che da più di
due settimane occupava il Parco Gezi a Istanbul per impedirne la distruzione –
movimento al quale partecipano anche bambini e anziani – la resistenza popolare
si è estesa in altre parti della città e in nuovi centri della Turchia,
prendendo in alcuni casi gli aspetti di una rivolta popolare. Dopo un paio
d’ore dall’inizio dell’operazione del 15 giugno un comunicato stampa del
governatore di Istanbul, Hüseyin Avni Mutlu, affermava che la polizia non aveva
attaccato il Parco e che le persone avevano deciso spontaneamente di porre
termine all’occupazione, liberando la piazza. Con la falsa retorica propria del
partito di Erdogan (il Partito della Giustizia e lo Sviluppo – Adalet ve
Kalkınma Partisi- d’ora in poi AKP), ha poi
dichiarato che gli unici scontri registrati erano quelli con gruppi marginali
di manifestanti e che ormai la polizia aveva assunto il controllo dell’ordine
pubblico, indicando nei media stranieri la fonte di disinformazione per colpire
la Turchia. In breve, ogni parola di Hüseyin Avni Mutlu è stata smentita dalle
notizie che arrivavano direttamente dalla piazza attraverso le numerosi fonti
indipendenti. E si è scoperto che quanto stava accadendo in Turchia il 15 giugno
era la soppressione del maggiore movimento di protesta dagli anni ’70 e per
alcuni politici dell’opposizione e giornalisti di testate non controllate dal
governo, addirittura della più ampia protesta nella storia della Repubblica. A
parte la speculazione politica su quanto grande sia stata la rivolta e forte la
resistenza, una cosa è certa, ossia che il movimento è stato fronteggiato con
un grande spiegamento di forze di polizia, supportate in alcuni luoghi
dall’esercito. Cosa che ci offre l’idea dell’ampiezza e della forza del
movimento e della resistenza incontrata dalle forze repressive. La vastità
della protesta dimostra anche che la resistenza di Parco Gezi ha trovato piena
legittimazione all'interno della popolazione, mentre le menzogne, la disinformazione
e la manipolazione dell’informazione da parte del governo sono uno dei segnali
che indicano il modo in cui il partito di Erdogan ha reagito. Nel suo discorso
del 16 giugno lo stesso primo ministro ha voluto dimostrare la solidità del
proprio elettorato e il sostegno che egli godrebbe all’interno del paese. In
realtà, egli cerca con il brutale uso della forza di sostenere il proprio
potere e la politica di divisione della società in buoni e cattivi cittadini
cominciata dal governo dopo l’occupazione del Parco Gezi il primo giugno.
Nonostante gli
sforzi di Erdogan di mantenere intatto il proprio potere, ormai non si può più
parlare dell’AKP come di una struttura omogenea, perché alcuni ministri sono
pronti alle dimissioni dopo aver espresso, insieme ad altri influenti membri
del partito, forti critiche sull’intervento del 15 giugno. Accanto alla
dirigenza, anche gli elettori sono divisi. Se, per esempio, il conflitto in
atto dovesse degenerare e sfociare in scontri ancora più sanguinosi, Erdogan è
convinto che i suoi elettori – il cosiddetto “50% della Turchia” – darebbe
forza e sostegno al governo, ma tra le conseguenze negative dall’intervento del
15 giugno si registra a caldo un immediato calo di fiducia per Erdogan e la
diffusione dell’idea che sia stato il suo governo a dichiarare guerra al
popolo, e non il contrario. Ciò si deve alla brutalità dell’intervento con cui
è stato sgomberato Parco Gezi. Dopo lo sgombero del Parco Gezi l’opposizione
chiede a gran voce le dimissioni di Erdogan, mentre dal movimento si fa sapere
che “La resistenza continua. Questo è solo l’inizio”. E la resistenza si è
ormai estesa alla parte anatolica di Istanbul, sebbene i tentativi dei
manifestanti di attraversare il grande ponte che unisce i due continenti fino a
ieri (16 giugno) sono stati resi vani dai gas della polizia. Così tutta
Istanbul sta diventando progressivamente una piazza che accoglie la dilagante
protesta. E la resistenza, con il corpo e il cuore spezzati a Gezi
dall’intervento della polizia, si riforma altrove, pronta a gridare a gran
voce: “Sik sik bakalım bakalım, kaskini Cikar, copunu Birak deli kanli kim
bakalım!” (Sparaci pure con il gas e l’acqua ma togliti il casco e posa il
manganello. Lo vedremo allora chi è il più forte, chi è l’uomo”). E ancora: “Ovunque
Taksim, ovunque Resistenza!”
martedì 4 giugno 2013
TURKEY CLASHES
Da Istanbul, assieme a una persona che di quel mondo conosceva moltissimo, assistemmo all'impiccagione di Saddam Hussein. Un incrocio di destini per qualcuno che, con Saddam, aveva avuto rapporti quasi diretti. Lei pianse.
Ecco le ultime notizie
Turkey has been rocked by days of anti-government protests. Travel reporter Angelica Malin was in Istanbul as the unrest spread, enveloping her hotel, and was forced to get the first plane out.
The excitement was contagious. At 14:00 we were standing on Dolmabahce Cadessi, the road leading to Taksim Square, a mere 2km (1.4 miles) away, in our best sandals and sun dresses, watching thousands and thousands of people pour into the streets.
The same repetitive chant, demanding Erdogan's resignation, could be heard all across the city - along with car horns, rioters hitting saucepans, pots and drums.
It was exciting. Tour buses had been taken over, filled to the brim with rioters, and people waved their flags gleefully in the air.
But as we had lunch at a rooftop bar things started to get serious.
We watched in horror as staff pointed out the clouds of tear gas floating our way from Taksim, asking us to move inside the restaurant. Someone told us that the items we had seen being sold on the street earlier - bottles of milk and halves of lemons - were being used to counteract the effects of the gas.
Within hours, everything had descended into chaos. Back at our hotel, we were forced out of the terrace bar as our eyes stung and it felt like we'd swallowed pepper.
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“Start Quote
The gas was too strong and we could not stay in the lounge without weeping”
As soon as we were inside, we realised the full extent of the conflict. Right in front of the lounge bar window, the courtyard was a site of utter chaos - thousands filled the street, as the riot police outside the Shangri-La hotel were violently pushing protesters further into the side streets with tear gas and water cannons.
We watched in horror as men covered in sweat poured lemon into their eyes, women clutched their friends, and some of the bravest of the protesters who had been at the very front, their shirts torn, sat on the floor in fits of coughing.
As night began to fall, it brought with it anarchists and more violent protestors.
The more peace-loving protesters in the lounge next to uscondemned this violence. We witnessed rioters pulling security cameras off the walls and yelping with joy, graffiting the walls, and picking up pavement slabs to throw at the riot police.
At this point, the lounge contained a mix of a Turkish protesters - what we believe were friends and family of hotel staff - and horrified tourists wearing gas masks.
We felt trapped. We had no information - the Turkish news channels seemed to be focusing on other stories, and we could not reach the British Embassy on the phone.
We turned to Twitter as a news source, using the hashtags #direngeziparki or #occupgezi to find the most up-to-date information and posting live reports on social media ourselves.
It was hard to know what was fact - reports that the police were using Agent Orange had us spooked.
But there was a real sense of camaraderie in the hotel, as we all poured around a single TV in the lounge, desperate for information.
The bottom floor had been turned into a make-shift hospital, with the in-house hotel doctor treating the effects of gas.
At one point, when the room service arrived (after five hours, but this was hardly a time to complain), we realised the extent of the damage inside the hotel - the waiter apologised profusely, explaining that it had be hard to prepare the food as the gas had got into the kitchen. His eyes were red and swollen and we gave him our gas masks - the least we could do.
By the early hours of the morning, the hotel had become a conflict zone in its own right as the riot police had managed to push all the protesters up a side street to its right.
We were told to stay away from the windows, as a brick came crashing towards us at one point. The gas was too strong and we could not stay in the lounge without weeping.
A Turkish person informed me that the group we saw protesting was the youngest, most fundamentalist group, known for its violence.
When we left at 04:00, desperate to catch the first plane out of Istanbul - direct flights to the UK were full so we had to go via Paris - the streets were eerily quiet. There were barricades, a few small fires dotted around, and only a handful of protesters still in the streets.
Everything had been scrawled with an "A" for anarchy, and the city we had seen earlier in the day was unrecognisable.
- 03 JUNE 2013, EUROPE
- 02 JUNE 2013, EUROPE
- 03 JUNE 2013, EUROPE
giovedì 28 febbraio 2013
La Società operaia di Istanbul
La Società operaia di Istanbul
Giuseppe Mancini, 22 febbraio 2013
“Chi ama la patria la onori con le opere”. È il motto della Società operaia di mutuo soccorso di Istanbul, fondata il 17 maggio 1863 da 41 operai, con Garibaldi primo presidente effettivo e Mazzini presidente onorario, presto aperta alla partecipazione della comunità italo-levantina nella sua prospera totalità, ancora oggi attiva con circa 40 membri e in attesa di festeggiare il 150° anniversario. Un anniversario speciale. Speciale perché la sede, dopo decenni di abbandono, sta finalmente vivendo una fase di restauro e di rinascita. Me ne ha parlato Sedat Bornovalı, lo storico dell’arte – ex studente del liceo italiano e membro della Società operaia – che coordina il progetto. Si trova proprio nel cuore di Istanbul, in un vicoletto sull’Istiklal Caddesi, già Grande rue de Péra: fuori sventola il tricolore, al piano terra fino all’anno scorso c'era il ristorante Garibaldi. L'edificio, di circa 200 metri quadrati su quattro piani, è stato costruito attorno al 1880 e ha subito un intervento architettonico correttivo già negli anni 1908-1910 per migliorarne la stabilità; il suo teatro ha ospitato per molto tempo spettacoli e balli dell'alta società, e fino al 2011 proiezioni di documentari.
All’interno busti risorgimentali e reali, lapidi che segnano le tappe decisive nella storia della Società e quella che identificava l'abitazione di Garibaldi (a Istanbul tra il 1828 e il 1831), una piccola biblioteca e un archivio che custodisce le minute delle assemblee e i registri dei soci, ampi saloni. Grazie a un mecenate, il presidente dell'Associazione delle agenzie di viaggi turche (Türsab) Başaran Ulusoy, verranno realizzati in tempi brevi degli indispensabili interventi di consolidamento statico e di recupero delle decorazioni dal costo complessivo superiore a mezzo milione di euro. Ma i restauri sono solo la parte preliminare di un più vasto progetto: trasformare la sede della Società operaia di mutuo soccorso in un centro culturale italo-turco. Verrà creato un piccolo museo di documenti e cimeli, uno spazio espositivo verrà aperto ad artisti italiani e turchi, il teatro verrà attrezzato anche per ospitare conferenze. Un teatro realizzato durante l'intervento del 1908-1910 (l'edificio originario è invece opera del celebre architetto levantino Alessandro Vallauri/Alexandre Vallaury), su progetto di Enrico De Nari, a cui l'Istituto di ricerche di Istanbul – a pochi passi dalla sede della Società operaia di muto soccorso – proprio in queste settimane dedica una preziosa mostra.
Una mostra colta e raffinatissima, in programma fino al 20 aprile 2013: la terza della serie sugli architetti e urbanisti che hanno vissuto nella Istanbul cosmopolita a cavallo tra il XIX e il XX secolo, dopo quelle dedicate a Raimondo D’Aronco ed Henri Prost. In effetti, Edoardo De Nari non era ufficialmente né un architetto né un ingegnere e non frequentò mai scuole o apprendistati, pur esercitando apertamente entrambe le professioni ai massimi livelli di visibilità. Era invece un disegnatore e pittore, un tecnico di sala motori nella marina italiana; e non si chiamava neanche De Nari, ma Denari (di origini liguri, trapiantato a Venezia). Arrivò a Istanbul nel 1895, a 21 anni, da imbarcato; aveva un gran talento per la pittura, trovò l’amore – Cristel Mordtmann, figlia di ricco padre tedesco (medico e orientalista) e di madre italiana – e il lavoro, guadagnando poi fama e autorevolezza. Morì nel 1954, nella sua residenza estiva sull’isola di Büyükada, e venne presto dimenticato.
Fino alla casuale scoperta dell’architetto Büke Uras risalente paio di anni fa e avvenuta presso un rigattiere nel quartiere di Çukurcuma (a cui ha dato fama mondiale il Museo dell’innocenza di Pamuk): due bauli con buona parte dei suoi archivi personali, disegni, lettere, il suo diario. Documenti che hanno dato vita alla mostra e che hanno permesso di attribuire proprio a De Nari – cominciò a farsi chiamare così dopo il suo fidanzamento aristocratico – alcuni edifici prima senza autore.
La mostra ripercorre – grazie ai materiali d’archivio e a didascalie molto esaustive, in turco e in inglese – la carriera professionale e politica di De Nari. Si occupò, quasi sempre in équipe, di edifici pubblici e di chiese (anche di quella di Sant’Antonio su Istiklal Caddesi), ma anche di ville private. Nel corso del tempo spaziò tra i vari stili architettonici di volta in volta di moda, mostrando regolarmente uno spiccato interesse per i dettagli e per le soluzioni funzionali e ardite negli interni. Seppe conquistarsi anche un ruolo di grande influenza politica: come leader e rappresentante della comunità italiana, come mediatore tra le autorità ottomane e poi repubblicane e quelle italiane, nelle fasi belliche e poi in materia commerciale. Era apprezzato da tutti, anche da Atatürk, che fu ospite nella residenza privata dell’architetto-non architetto, villa Lydia – dal nome di sua figlia – a Bebek, sul Bosforo.
Chissà quanti altri archivi privati aspettano di essere riscoperti, o sono andati dispersi e distrutti. Proprio per questo motivo, la Società operaia di muto soccorso di Istanbul ha in animo anche di raccogliere e preservare la memoria documentale della comunità italo-levantina, oggi priva di punti di riferimento; così da evitare che il ricordo di una comunità fiorente nella Costantinopoli cosmopolita svanisca del tutto.
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