domenica 16 giugno 2013

DALLA TURCHIA - 2





by Günes Koç (Istanbul, Piazza Taksim)

Sebbene la polizia abbia disperso con gas lacrimogeni e cannoni ad acqua il movimento di protesta che da più di due settimane occupava il Parco Gezi a Istanbul per impedirne la distruzione – movimento al quale partecipano anche bambini e anziani – la resistenza popolare si è estesa in altre parti della città e in nuovi centri della Turchia, prendendo in alcuni casi gli aspetti di una rivolta popolare. Dopo un paio d’ore dall’inizio dell’operazione del 15 giugno un comunicato stampa del governatore di Istanbul, Hüseyin Avni Mutlu, affermava che la polizia non aveva attaccato il Parco e che le persone avevano deciso spontaneamente di porre termine all’occupazione, liberando la piazza. Con la falsa retorica propria del partito di Erdogan (il Partito della Giustizia e lo Sviluppo – Adalet ve Kalkınma Partisi- d’ora in poi AKP), ha poi dichiarato che gli unici scontri registrati erano quelli con gruppi marginali di manifestanti e che ormai la polizia aveva assunto il controllo dell’ordine pubblico, indicando nei media stranieri la fonte di disinformazione per colpire la Turchia. In breve, ogni parola di Hüseyin Avni Mutlu è stata smentita dalle notizie che arrivavano direttamente dalla piazza attraverso le numerosi fonti indipendenti. E si è scoperto che quanto stava accadendo in Turchia il 15 giugno era la soppressione del maggiore movimento di protesta dagli anni ’70 e per alcuni politici dell’opposizione e giornalisti di testate non controllate dal governo, addirittura della più ampia protesta nella storia della Repubblica. A parte la speculazione politica su quanto grande sia stata la rivolta e forte la resistenza, una cosa è certa, ossia che il movimento è stato fronteggiato con un grande spiegamento di forze di polizia, supportate in alcuni luoghi dall’esercito. Cosa che ci offre l’idea dell’ampiezza e della forza del movimento e della resistenza incontrata dalle forze repressive. La vastità della protesta dimostra anche che la resistenza di Parco Gezi ha trovato piena legittimazione all'interno della popolazione, mentre le menzogne, la disinformazione e la manipolazione dell’informazione da parte del governo sono uno dei segnali che indicano il modo in cui il partito di Erdogan ha reagito. Nel suo discorso del 16 giugno lo stesso primo ministro ha voluto dimostrare la solidità del proprio elettorato e il sostegno che egli godrebbe all’interno del paese. In realtà, egli cerca con il brutale uso della forza di sostenere il proprio potere e la politica di divisione della società in buoni e cattivi cittadini cominciata dal governo dopo l’occupazione del Parco Gezi il primo giugno.
Nonostante gli sforzi di Erdogan di mantenere intatto il proprio potere, ormai non si può più parlare dell’AKP come di una struttura omogenea, perché alcuni ministri sono pronti alle dimissioni dopo aver espresso, insieme ad altri influenti membri del partito, forti critiche sull’intervento del 15 giugno. Accanto alla dirigenza, anche gli elettori sono divisi. Se, per esempio, il conflitto in atto dovesse degenerare e sfociare in scontri ancora più sanguinosi, Erdogan è convinto che i suoi elettori – il cosiddetto “50% della Turchia” – darebbe forza e sostegno al governo, ma tra le conseguenze negative dall’intervento del 15 giugno si registra a caldo un immediato calo di fiducia per Erdogan e la diffusione dell’idea che sia stato il suo governo a dichiarare guerra al popolo, e non il contrario. Ciò si deve alla brutalità dell’intervento con cui è stato sgomberato Parco Gezi. Dopo lo sgombero del Parco Gezi l’opposizione chiede a gran voce le dimissioni di Erdogan, mentre dal movimento si fa sapere che “La resistenza continua. Questo è solo l’inizio”. E la resistenza si è ormai estesa alla parte anatolica di Istanbul, sebbene i tentativi dei manifestanti di attraversare il grande ponte che unisce i due continenti fino a ieri (16 giugno) sono stati resi vani dai gas della polizia. Così tutta Istanbul sta diventando progressivamente una piazza che accoglie la dilagante protesta. E la resistenza, con il corpo e il cuore spezzati a Gezi dall’intervento della polizia, si riforma altrove, pronta a gridare a gran voce: “Sik sik bakalım bakalım, kaskini Cikar, copunu Birak deli kanli kim bakalım!” (Sparaci pure con il gas e l’acqua ma togliti il casco e posa il manganello. Lo vedremo allora chi è il più forte, chi è l’uomo”). E ancora: “Ovunque Taksim, ovunque Resistenza!”

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