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lunedì 17 giugno 2013

TURCHIA 3. COSA FA TAYYIB?


Cosa fa Tayyib

by Günes Koç, Istanbul


Questa è la domanda che si presenta a ogni turco oggi. Nel suo discorso di Kazliceme del 16 giugno Erdogan ha dichiarato guerra a quanti sono nell’opposizione e sostengono la resistenza. Il discorso ha mostrato che l’atteggiamento autoritario di Erdogan potrebbe essere il preludio a un vero totalitarismo. Il primo ministro ha annunciato che prenderà provvedimenti contro i mezzi di comunicazione che hanno mostrato le violenze della polizia nonostante il blackout imposto ai media, contro gli artisti che sostengono la resistenza, i direttori e gli insegnanti delle scuole che hanno consentito agli studenti di prendere parte alle manifestazioni, i medici e gli avvocati impegnati nel movimento, gli imprenditori come, Koc o Boyner, che sostengono la resistenza. E ha anche accennato al fatto che saranno arrestate e punite singolarmente tutte le persone che in qualche modo possono essere ricollegate al movimento. Allo stesso tempo, Tayyib Erdogan ha dichiarato legittimo ogni atto di forza della polizia perché la protesta è stata usata da gruppi “marginali” per terrorizzare la società. Ha quindi ricordato che i paesi sviluppati occidentali permettono alle proprie forze dell’ordine l’uso delle armi contro quanti provocano danni durante una manifestazione o minacciano le istituzioni.
Dunque, ancora una volta i manifestanti sono stati chiamati “gruppi marginali di provocatori e vandali” scesi in piazza solo per usare violenza contro la polizia; allo stesso tempo, sono state ripetute le menzogne degli ultimi giorni riguardo l’atteggiamento dei giovani di piazza Taksim, l’uso di sostanze alcoliche nelle moschee e i pestaggi di donne con il velo. Vandali senza dio, terroristi pronti a colpire il nucleo sano della società: queste sarebbero le nuove generazioni della Turchia, con le quali il governo non dà alcun segnale di voler dialogare. Anzi, il primo ministro ha sottolineato come in questo momento sia difficile “tenere a casa” la maggioranza che lo sostiene, che sarebbe pronta a liquidare l’opposizione con un atto di forza (e di guerra civile).
Erdogan ha diviso nettamente il popolo turco in due campi: i buoni musulmani, che sono i suoi elettori e quindi rappresentano la “maggioranza”, e i “senza Dio”, i terroristi, la minoranza che ha dichiarato guerra alla Turchia appoggiata dai media internazionali come la BBC, la CNN e la Reuters e che sono strumento di una non meglio specificata “cospirazione internazionale”. Per risolvere la grave situazione, il primo ministro ha chiesto i poteri assoluti, respingendo l’intromissione dell’UE e sottolineando l’importanza per il suo paese di restare “indipendente”. Il mondo, ha concluso, vedrà ora “il vero presidente”. In altre parole, Erdogan sembra pronto a scatenare una guerra civile. Ma a che scopo? Per quale motivo? Per portare a termine – finalmente – la vendetta storica sul kemalismo, da sostituire con uno stato assolutista e confessionale? Perché vuole diventare lui il presidente di una nuova Repubblica?
Dopo il suo discorso, seguaci di Erdogan pattugliano strade con coltelli, bastoni e spranghe e in alcuni casi hanno già assalito giovani al grido di “Allahuhekber” e “Siamo tutti soldati di Erdogan”. Istanbul sta vivendo uno stato d’emergenza non dichiarato. La vita normale è un ricordo. La città non dorme più, c’è sempre gente in strada. Tutti sono con la mente a Gezi e piazza Taksim e nonostante le provocazioni del governo, non solo verbali, fino ad oggi i manifestanti sono rimasti pacifici.
Ma gli arresti si sono intensificati e molte persone “scompaiono”, come lamentano gli avvocati, ai quali è impedito per ora ogni contatto con loro. Vi è un triste stato d’animo tra la gente perché non è chiaro per quanto tempo si potrà andare avanti. Giri per strada e senti dire: “Nessuno ha più una vera vita sessuale a casa, nessuno riesce più a rilassarsi. Tutti vogliono stare svegli, allerta. “Bu Daha Baslangic, mücadeleye devam”, ossia, “Questo è solo l’inizio. La lotta continua”. E già si dice che Tayyib giocherà la sua ultima battaglia fino allo strenuo, perché deve dimostrare che non è vero quello che in molti cominciano a credere. Che la sua fine è prossima.

domenica 16 giugno 2013

DALLA TURCHIA - 2





by Günes Koç (Istanbul, Piazza Taksim)

Sebbene la polizia abbia disperso con gas lacrimogeni e cannoni ad acqua il movimento di protesta che da più di due settimane occupava il Parco Gezi a Istanbul per impedirne la distruzione – movimento al quale partecipano anche bambini e anziani – la resistenza popolare si è estesa in altre parti della città e in nuovi centri della Turchia, prendendo in alcuni casi gli aspetti di una rivolta popolare. Dopo un paio d’ore dall’inizio dell’operazione del 15 giugno un comunicato stampa del governatore di Istanbul, Hüseyin Avni Mutlu, affermava che la polizia non aveva attaccato il Parco e che le persone avevano deciso spontaneamente di porre termine all’occupazione, liberando la piazza. Con la falsa retorica propria del partito di Erdogan (il Partito della Giustizia e lo Sviluppo – Adalet ve Kalkınma Partisi- d’ora in poi AKP), ha poi dichiarato che gli unici scontri registrati erano quelli con gruppi marginali di manifestanti e che ormai la polizia aveva assunto il controllo dell’ordine pubblico, indicando nei media stranieri la fonte di disinformazione per colpire la Turchia. In breve, ogni parola di Hüseyin Avni Mutlu è stata smentita dalle notizie che arrivavano direttamente dalla piazza attraverso le numerosi fonti indipendenti. E si è scoperto che quanto stava accadendo in Turchia il 15 giugno era la soppressione del maggiore movimento di protesta dagli anni ’70 e per alcuni politici dell’opposizione e giornalisti di testate non controllate dal governo, addirittura della più ampia protesta nella storia della Repubblica. A parte la speculazione politica su quanto grande sia stata la rivolta e forte la resistenza, una cosa è certa, ossia che il movimento è stato fronteggiato con un grande spiegamento di forze di polizia, supportate in alcuni luoghi dall’esercito. Cosa che ci offre l’idea dell’ampiezza e della forza del movimento e della resistenza incontrata dalle forze repressive. La vastità della protesta dimostra anche che la resistenza di Parco Gezi ha trovato piena legittimazione all'interno della popolazione, mentre le menzogne, la disinformazione e la manipolazione dell’informazione da parte del governo sono uno dei segnali che indicano il modo in cui il partito di Erdogan ha reagito. Nel suo discorso del 16 giugno lo stesso primo ministro ha voluto dimostrare la solidità del proprio elettorato e il sostegno che egli godrebbe all’interno del paese. In realtà, egli cerca con il brutale uso della forza di sostenere il proprio potere e la politica di divisione della società in buoni e cattivi cittadini cominciata dal governo dopo l’occupazione del Parco Gezi il primo giugno.
Nonostante gli sforzi di Erdogan di mantenere intatto il proprio potere, ormai non si può più parlare dell’AKP come di una struttura omogenea, perché alcuni ministri sono pronti alle dimissioni dopo aver espresso, insieme ad altri influenti membri del partito, forti critiche sull’intervento del 15 giugno. Accanto alla dirigenza, anche gli elettori sono divisi. Se, per esempio, il conflitto in atto dovesse degenerare e sfociare in scontri ancora più sanguinosi, Erdogan è convinto che i suoi elettori – il cosiddetto “50% della Turchia” – darebbe forza e sostegno al governo, ma tra le conseguenze negative dall’intervento del 15 giugno si registra a caldo un immediato calo di fiducia per Erdogan e la diffusione dell’idea che sia stato il suo governo a dichiarare guerra al popolo, e non il contrario. Ciò si deve alla brutalità dell’intervento con cui è stato sgomberato Parco Gezi. Dopo lo sgombero del Parco Gezi l’opposizione chiede a gran voce le dimissioni di Erdogan, mentre dal movimento si fa sapere che “La resistenza continua. Questo è solo l’inizio”. E la resistenza si è ormai estesa alla parte anatolica di Istanbul, sebbene i tentativi dei manifestanti di attraversare il grande ponte che unisce i due continenti fino a ieri (16 giugno) sono stati resi vani dai gas della polizia. Così tutta Istanbul sta diventando progressivamente una piazza che accoglie la dilagante protesta. E la resistenza, con il corpo e il cuore spezzati a Gezi dall’intervento della polizia, si riforma altrove, pronta a gridare a gran voce: “Sik sik bakalım bakalım, kaskini Cikar, copunu Birak deli kanli kim bakalım!” (Sparaci pure con il gas e l’acqua ma togliti il casco e posa il manganello. Lo vedremo allora chi è il più forte, chi è l’uomo”). E ancora: “Ovunque Taksim, ovunque Resistenza!”

DALLA TURCHIA - 1





by Günes Koç (Istanbul, Piazza Taksim)


Il movimento universalmente noto come #Resistgezi (in turco Direngezi) aveva chiuso da poco la sua seconda settimana di vita, quando nella notte del diciottesimo giorno, il 15 giugno, è stato brutalmente attaccato e disperso con una grande operazione di polizia che ha usato centinaia di  lacrimogeni, idranti e gas chimici. Le strade di Istanbul sono state chiuse, il trasporto pubblico fermato. I manifestanti in fuga sono stati rincorsi fin dentro il grande albergo di Piazza Taksim, l’Hotel Divan, ed è stato attaccato finanche l’ospedale tedesco che sorge nelle vicinanze dove erano stati soccorsi alcuni feriti. Secondo alcune testimonianze, frammista all’acqua sparata dagli idranti ci sarebbe stato anche dell’acido che avrebbe ustionato diversi manifestanti, ma si tratta di una informazione da verificare.
Almeno dall’11 giugno, da quando cioè al Parco Gezi e in altre città della Turchia si sono registrati forti scontri tra polizia e manifestanti, è stato chiaro a tutti che non si poteva avere più fiducia nel governo di Ankara, nelle sue promesse e dichiarazioni.
Il governo, infatti, fin dall’inizio della protesta ha fatto della disinformazione e del silenzio imposto a gran parte della stampa un’arma politica, manipolando le poche notizie che filtravano sui motivi della resistenza. Si tratta di un punto importante sul quale è bene soffermarsi. La manipolazione dell’informazione, infatti, ha ottenuto almeno inizialmente un grande impatto sull’opinione pubblica ed è divenuta una costante nelle strategie comunicative di Erdogan e della sua parte politica, il Partito della Giustizia e lo Sviluppo (Adalet ve Kalkınma Partisi- d’ora in poi AKP). Al punto che l’esecutivo è stato ribattezzato sui social-network e sui principali organi di informazione indipendenti “il governo delle bugie di Erdogan”. Per capire il grado di manipolazione messo in atto dall’AKP attraverso i suoi slogan: “Noi siamo il Partito del Popolo” e “Noi rappresentiamo la maggioranza”, vediamo quali sono state, fino ad oggi, le principali falsità diffuse attraverso i mezzi di comunicazione.
La prima evidente menzogna di Erdogan è stata la dichiarazione che un gruppo di manifestanti, attaccati e feriti durante uno dei primi scontri, rifugiatisi nella moschea di Dolmabahce,  avrebbero portato con sé bevande alcoliche, consumate poi all’interno del luogo sacro. “Questi marginali – recitava uno slogan del governo – sono contro le nostre tradizioni e la nostra religione”. Per compattare la parte conservatrice dell’elettorato e porre in pessima luce i dimostranti, Erdogan ha insistito molto su questo punto, sottolineando più volte che “hanno bevuto alcolici nella nostra moschea”. Una seconda bugia del partito di governo, che ha avuto in grande impatto sulla parte dell’opinione pubblica più nazionalista, è stata quella secondo la quale i manifestanti di Gezi avrebbero bruciato la bandiera turca. Il sindaco di Ankara, Melih Gökcek, ha poi affermato che all’interno delle tende del Parco Gezi “accadeva ogni sconcezza” e che i manifestanti erano persone senza morale. A questa serie di dichiarazioni si è aggiunta la notizia di presunti pestaggi da parte dei manifestanti contro donne con il velo passate casualmente nei pressi del parco. Infine, la menzogna più consistente, riguardante l’attesa del pronunciamento dell’Alta corte di giustizia e l’indizione di un referendum sul destino del Paco Gezi.
La reazione a queste provocazioni è stata forte, anche se i gli occupanti del Parco sono stati costretti sulla difensiva per cercare di dimostrare l’infondatezza delle accuse. Un importante gruppo di donne con il velo ha diffuso un comunicato nel quale affermano di essere parte della resistenza, mentre l’imam della moschea di Dolmabahce ha smentito la notizia sulla profanazione del luogo e ha affermato che lì si è solo proceduto alla cura e alla difesa dei feriti.
Si tratta di pochi esempi, che sono però indicativi di quanto alto sia il livello dello scontro politico e sociale in atto a piazza Taksim. Del resto, la manipolazione dell’informazione si è intensificata in seguito agli attacchi della polizia a partire dall’11 giugno, quando si è parlato di “trattative in corso” tra manifestanti e governo. In realtà, il gruppo di persone che il 12 giugno si è incontrato con il governo non è stato riconosciuto come rappresentativo da Gezi e solo la delegazione del 13 giugno, che aveva aperto nuovi negoziati con il governo, aveva avuto mandato dalla piazza. I negoziati, però, si sono conclusi senza che da parte del governo venissero fatte concessioni accettabili: le richieste del movimento sono state respinte e per questo la delegazione ha deciso di continuare con l’occupazione e la resistenza. Nel suo intervento di sabato 15 giugno, quindi, Erdogan ha bollato come marginali i manifestanti e dichiarato illegittima l’occupazione, lasciando intendere che si prospettava un nuovo intervento della polizia, sebbene non a breve. Fino ad oggi, la sua ultima mezogna.