giovedì 23 ottobre 2014
mercoledì 10 settembre 2014
martedì 9 settembre 2014
DIRITTO ALLA CASA. di SANDRO PADULA
Il contesto e la dinamica della battaglia determinatasi l’8 settembre 1974 a San Basilio non sono facili da spiegare. Alcuni testimoni di quegli eventi sono morti negli anni successivi, ad esempio il mio amico Roberto di cui parlerò qui; altri ricordano soprattutto la nebbia dei lacrimogeni o mettono in connessione lineare, se non addirittura mitologica, il passato col presente; certi sono diventati “pentiti” negli anni Ottanta e altri ancora hanno cercato di abiurare il proprio passato di militanza politica, ad esempio determinati ex dirigenti di Lotta Continua.
Pochi fra i testimoni rimasti in vita ricordano bene gli avvenimenti dell’8 settembre 1974 a San Basilio e i motivi che ne furono alla base. Esistono però alcuni fatti che, da soli, risultano sufficienti ad aprire o a riaprire le porte di una corretta ricostruzione storica. Il 20 febbraio 1973 l’Istituto Autonomo Case Popolari (Iacp) indisse il concorso per l’assegnazione di alloggi a San Basilio, Pietralata e Tiburtino III, tre borgate della periferia sud orientale di Roma, per un totale di 600 appartamenti, ma fra l’estate e l’autunno di quell’anno si capì meglio che le migliaia di famiglie bisognose di un alloggio non potevano farsi molte illusioni.
Come ha correttamente ricordato Massimo Sestili in “sotto un cielo di piombo. La lotta per la casa in una borgata romana. San Basilio settembre 1974″ (saggio pubblicato in Historia magistra, Rivista di storia critica, anno I, n. 1, Franco Angeli editore, 2009) la graduatoria stilata per quel bando pubblico subì una modifica rispetto alla normale prassi seguita in precedenza. A Villa Gordiani e a Tiburtino III dovevano essere demoliti alcuni alloggi dello Iacp e agli abitanti interessati furono assegnati fuori graduatoria più della metà degli appartamenti disponibili. Per concorso furono assegnati “200 alloggi su un totale di 600″.
Il fatto che a Gordiani e a Tiburtino III alcuni alloggi dello Iacp fossero in procinto di demolizione avrebbe dovuto comportare un impegno politico preciso, da parte dello stesso Iacp e del Comune di Roma, per trovare un’alternativa abitativa agli interessati. Il concorso per l’assegnazione di alloggi avrebbe dovuto riguardare solo chi non aveva ancora acquisito il diritto alla casa. Fu invece una truffa di Stato per ottenere il consenso clientelare di 400 famiglie e, nel medesimo tempo, evitare costi aggiuntivi alle casse dello Iacp e del Comune di Roma. Si trattò di una scelta discrezionale in punto di diritto e scellerata in termini politici perché, in pari tempo, costituì una turbativa d’asta e dell’ordine pubblico.
Il fatto che a Gordiani e a Tiburtino III alcuni alloggi dello Iacp fossero in procinto di demolizione avrebbe dovuto comportare un impegno politico preciso, da parte dello stesso Iacp e del Comune di Roma, per trovare un’alternativa abitativa agli interessati. Il concorso per l’assegnazione di alloggi avrebbe dovuto riguardare solo chi non aveva ancora acquisito il diritto alla casa. Fu invece una truffa di Stato per ottenere il consenso clientelare di 400 famiglie e, nel medesimo tempo, evitare costi aggiuntivi alle casse dello Iacp e del Comune di Roma. Si trattò di una scelta discrezionale in punto di diritto e scellerata in termini politici perché, in pari tempo, costituì una turbativa d’asta e dell’ordine pubblico.
In tale scenario, aggravato da un bisogno di case che non riguardava più solo i baraccati come accadeva negli anni Sessanta ma, in modo crescente, anche le famiglie proletarie in coabitazione, 136 abitazioni dello Iacp site a San Basilio in via Montecarotto (in parte nella contigua via Sarnaro) furono occupate nell’estate del 1973. Allora e lì, nonostante l’immediato sgombero e al di là di quel che affermano alcune recenti ricostruzioni, ebbe inizio la lotta per il diritto alla casa a San Basilio.
Quelle stesse case furono poi occupate di nuovo il 5 novembre 1973, sgomberate la mattina di un paio di giorni dopo e, nonostante lo sbarramento di polizia e l’arresto di due persone, rioccupate dalle famiglie nell’immediato pomeriggio. “Le donne, che hanno portato avanti l’occupazione in prima persona, non si sono però allontanate dalle case, ma restando sul posto, hanno formato un loro comitato, che ha presto ottenuto un incontro con un dirigente dell’Iacp. L’incontro è avvenuto il giorno stesso.
Dei 136 appartamenti, ha spiegato il funzionario, 29 erano stati assegnati agli abitanti di Tiburtino III, 21 dei quali le hanno rifiutate perché vogliono andare in quelle costruite, sempre dallo Iacp, ai Monti del Pecoraro. Altre case sono state assegnate ai baraccati di Villa Gordiani. Le rimanenti dovrebbero essere assegnate, in base alla graduatoria e ai «punti», ad altre famiglie bisognose.
È stato insomma il dirigente dello Iacp a confutare, con i dati, la voce secondo la quale gli occupanti avrebbero preso la casa ad altri lavoratori, cui sarebbero state in precedenza assegnate. Dopo l’incontro c’è stata una breve assemblea, in cui gli occupanti hanno fatto le loro proposte: su 136 appartamenti, 60 devono essere assegnati a famiglie bisognose di San Basilio stessa. È la seconda volta, nel giro di pochi mesi, che queste case vengono occupate. ma questa volta i proletari sono stati più decisi ed organizzati” (da pag. 4 del quotidianoLotta Continua, 9 novembre 1973).
Diverse forze politiche e sindacali istituzionali, lungi dal mettere in discussione la logica clientelare dello Iacp e le ipocrisie del Comune di Roma, allora feudi della Democrazia Cristiana, “intervennero per scongiurare un’altra azione della polizia” (pag. 118 di “Ai margini di Roma capitale. Lo sviluppo storico delle periferie. San Basilio come caso di studio” di Gian-Giacomo Fusco, Edizioni Nuova Cultura, 2013) e proposero “di censire le famiglie occupanti al fine di trovare loro un alloggio diverso” (ibidem, pag. 118).
Il Comitato di lotta per la casa, a quel punto, dopo aver precisato di voler escludere dall’iniziativa coloro che avevano già usufruito di una casa popolare, presentò di nuovo allo Iacp una richiesta per l’assegnazione straordinaria di alloggi a tutte le famiglie bisognose di San Basilio. Denunciò le manovre di divisione portate avanti dalla locale sezione del Pci che aveva operato in nome di una “legalità” basata sulla presentazione della domanda al concorso pubblico per l’assegnazione delle case popolari. Infine portò i dati del censimento delle famiglie occupanti dai quali risultava il grado di affollamento da cui esse provenivano: 3,2 persone per vano (vedasi pag. 4 del quotidiano Lotta Continua, 21 novembre 1973).
Qualche tempo dopo il Comitato di lotta organizzò anche l’occupazione di 12 appartamenti dello Iacp a via Fabriano che inizialmente sarebbero dovuti essere utilizzati per insediare a San Basilio un Commissariato di polizia. Da 136 si passò a 148 appartamenti occupati da altrettante famiglie. A quel punto “la situazione cominciò a sedimentarsi; le famiglie ottenevano servizi – allacci sull’acqua, luce, gas e telefono – e si diffuse così l’idea che ormai quelle case erano degli occupanti” (ivi, pag 118 di “Ai margini di Roma capitale. Lo sviluppo storico delle periferie. San Basilio come caso di studio”).
La storia successiva vide il 1974 come l’anno di una grande e diffusa lotta per il diritto alla casa e di una gigantesca repressione poliziesca rispetto a quel bisogno sociale. Ci furono numerosi sgomberi di case occupate – per lo più di proprietà dei pescecani dell’edilizia – tanto che nell’estate di quel medesimo anno a Roma rimasero in piedi solo due occupazioni, quella organizzata alla Magliana dal novembre 1973 e quella gestita dal Comitato di lotta di San Basilio.
I governanti volevano portare un attacco decisivo agli ultimi baluardi della lotta per la casa. I fatti dal 5 all’8 settembre 1974 nacquero in tale contesto. Giovedì 5 settembre 1974, dopo 10 mesi di occupazione, a San Basilio ci fu uno sgombero, ma di sera gli appartamenti furono rioccupati. Venerdì 6 settembre, anche se il Comitato di lotta aveva organizzato una resistenza migliore, si ebbe un altro sgombero. Nella serata, però, le case furono rioccupate dopo una trattativa. Il Comune e l’Istituto Autonomo Case Popolari avrebbero dovuto decidere dove mandare le famiglie occupanti. Sabato 7 settembre sembrava essersi determinata una sorta di tregua, ma nella mattinata di domenica 8 settembre, come seppi con parecchie ore di ritardo, la situazione precipitò.
Fra le 16 e le 17 di quel giorno festivo cercai vanamente la compagneria del collettivo politico nelle strade, nei muretti e nei locali pubblici del mio quartiere. Decisi allora di fare una passeggiata da solo. Andai verso uno spazio verde tagliato da una marana, una striscia d’acqua inquinata dagli scarti della Pirelli di via di Torre Spaccata. Percorsi un viottolo fino a giungere all’ombra di un fico che dava frutti anche a settembre. Volevo assaggiarne alcuni, ma un imprevisto mi bloccò.
“Ehi! Ehi!”, strillò Roberto dal bordo del prato mentre agitava la mano verso la sua faccia per farmi intendere che avrei dovuto raggiungerlo in fretta e furia. Corsi preoccupato.
“Dobbiamo andare a San Basilio”, disse Roberto che ormai avevo di fronte a me.
“Cos’è successo?”, gli chiesi.
“In mattinata c’è stato un altro sgombero delle case occupate. Poi, fino alle 14, gli scontri hanno fatto il resto”, mi rispose.
“La situazione è cambiata per l’ennesima volta”, commentai.
“Sì – riprese la parola il mio amico – e proprio per questo motivo dobbiamo partire subito con la macchina che sta qui vicino. Alle 18 c’è un appuntamento nella piazza centrale. I compagni e le compagne del nostro collettivo politico sono già lì”.
“Dobbiamo andare a San Basilio”, disse Roberto che ormai avevo di fronte a me.
“Cos’è successo?”, gli chiesi.
“In mattinata c’è stato un altro sgombero delle case occupate. Poi, fino alle 14, gli scontri hanno fatto il resto”, mi rispose.
“La situazione è cambiata per l’ennesima volta”, commentai.
“Sì – riprese la parola il mio amico – e proprio per questo motivo dobbiamo partire subito con la macchina che sta qui vicino. Alle 18 c’è un appuntamento nella piazza centrale. I compagni e le compagne del nostro collettivo politico sono già lì”.
Dopo venti minuti lasciammo l’autoveicolo nei pressi di via Tiburtina. I pali della luce abbattuti non permettevano l’ingresso stradale nella borgata. Vi entrammo a piedi attraversando un prato. Alle 18 molti giovani, in parte provenienti da altre zone periferiche della città, si erano concentrati alle spalle di una chiesa, nella piazza principale della borgata.
Nella parte opposta, soprattutto sulle parallele vie Corridonia e Fiuminata e più precisamente nei punti di accesso a via Montecarotto, mille fra carabinieri e poliziotti erano in assetto da guerra ma la battaglia scoppiò dopo circa un’ora, fra le 19 e le 19,30. Ad un certo punto, un plotone avanzò da via Montecarotto su via Corridonia lanciando decine di lacrimogeni ad altezza d’uomo in direzione della piazza affollata; poi, quando si accorse di non avere più altri “fiori bianchi” da regalare, si ritirò in modo caotico.
Alcuni poliziotti ad esempio, invece di tornare indietro, percorsero via Fabriano nel tratto adiacente l’ingresso della chiesa, l’oltrepassarono fino a fare capolino su via Fiuminata e lì ebbero un contatto con due o tre manifestanti che, privi di armi da fuoco, rischiavano di essere arrestati dai tutori dell’ordine. Vedendo quella scena un gruppo di giovani partì di corsa dalla piazza, imboccò via Fiuminata, giunse nei pressi della via adiacente la chiesa e divenne il bersaglio di alcuni colpi di pistola partiti da un altro plotone di poliziotti e carabinieri, distante 25-30 metri, che già operava nella stessa via Fiuminata.
I proiettili, su quella medesima strada, raggiunsero il muro di cinta della chiesa, un palo della luce, un albero e Fabrizio Ceruso. Quest’ultimo, diciannovenne del Comitato Proletario di Tivoli, un organismo dei Comitati Autonomi Operai, fu colpito al petto. Tre giovani lo presero da sotto le ascelle e dai piedi. Da via Fiuminata giunsero nella piazza e da lì ancora più lontano fino a via Corinaldo, dove c’era un piccolo pronto soccorso. In seguito, accertata la gravità delle condizioni fisiche di Ceruso, bloccarono un taxi e vi entrarono portando con sé il ferito.
“Al Policlinico! Al Policlinico!”, urlò uno di loro al tassista.
“Corri! Corri!”, disse un secondo passeggero.
“Hanno ammazzato mio fratello!”, esclamò un altro durante il tragitto verso l’ospedale.
“Corri! Corri!”, disse un secondo passeggero.
“Hanno ammazzato mio fratello!”, esclamò un altro durante il tragitto verso l’ospedale.
I tre giovani non erano parenti, ma compagni di lotta di Ceruso. Così lo sentivano mentre lui non dava più segni di vita. Temevano di essere ficcati nei guai dalla polizia e perciò fuggirono appena il taxi giunse al Policlinico. La notizia della morte di Ceruso si diffuse rapidamente. Venne trasmessa anche dalla televisione e dalla radio. Giunse a noi che restammo a san Basilio anche dopo il tramonto fra barricate, lacrimogeni e sparatorie.
Il giorno successivo, il 9 settembre 1974, il Consiglio della Regione Lazio varò una legge: le famiglie che avevano occupato una casa nel territorio laziale, per autentico bisogno e prima dell’8 settembre di quell’anno, avevano diritto all’assegnazione di un appartamento. Quando poi – giovedì 12 settembre – arrivò la data del funerale, il feretro partì dall’obitorio del Policlinico e fu seguito da un corteo di automobili. Doveva giungere a Tivoli, la cittadina di residenza dei parenti del giovane, ma prima passò a San Basilio. Lì, ad attenderlo, molte persone stavano sui marciapiedi delle principali vie.
Non aveva più il casco rosso che portava in testa quando lo vidi cadere. Non era più a pochi passi da via Fabriano e a dieci metri da me e Roberto che correvamo dietro di lui su via Fiuminata. Eravamo davvero matti a sfidare, in quel momento solo con qualche sasso, i lacrimogeni e le pallottole delle forze dell’ordine. Ma forse erano più matti coloro che componevano il quinto governo Rumor (14 marzo 1974 – 23 novembre 1974), cioè i massimi responsabili politici della morte di Fabrizio Ceruso.
Gettiamo invece un velo pietoso sui dirigenti del Pci e del Sunia (il sindacato inquilini e assegnatari vicino al Pci) che allora intervennero solo a livello di mediazione istituzionale ed esclusivamente a favore della presunta legalità di una miserabile truffa di stato. E che dire della magistratura? Il pubblico ministero Gugliemo Cavallari, pur avendo iniziato immediatamente le indagini, depositò la requisitoria venticinque mesi dopo: l’8 di ottobre del 1976 (vedasi: “Fatti di San Basilio: sotto accusa i metodi usati dalla polizia”, Franco Scottoni, L’Unità, sabato 9 ottobre 1976).
Con essa, “in ordine all’omicidio di Ceruso, al ferimento di 47 militari di Ps e alle violenze a pubblico ufficiale”, si chiese che il giudice istruttore dichiarasse “con sentenza di non doversi procedere per essere ignoti gli autori del reato”. Sul piano giuridico i fatti di San Basilio furono poi archiviati dal giudice istruttore, il dottor Capri, ma la requisitoria del pm Cavallari costituì soprattutto un’accusa politica verso i metodi usati dalla polizia e una critica incontrovertibile alla tesi della questura di Roma secondo cui le forze dell’ordine sarebbero state innocenti rispetto all’omicidio di Fabrizio Ceruso.
Il pm affermò che “furono concentrate presso la Direzione di Artiglieria di Roma le pistole appartenenti alla forza pubblica; fu controllato se le armi in dotazione fossero quelle effettivamente consegnate; furono controllati gli elenchi di servizio e i libretti personali degli agenti” (ibidem, L’Unità, sabato 9 ottobre 1976).
“Da tali verifiche – scrisse il pm – è emerso che la tenuta di alcuni documenti non era regolare: in particolare il registro della scuola di Ps di Caserta presentava pagine tagliate e re iscrizioni a penna su precedenti scritture a matita fatte con grafie diverse. Inoltre l’elenco del I battaglione Celere è risultato redatto dopo il rientro in caserma, sulla base di annotazioni provvisorie”.
Il pm Cavallari precisò che Ceruso fu “raggiunto da un proiettile calibro 7,65 che aveva camiciatura nichelata e tracce di laccatura viola sulla godronatura, caratteristiche comuni a gran parte delle cartucce in dotazione agli agenti operanti a S. Basilio, in via Fiuminata, dove avvenne l’omicidio”. Quel proiettile, sempre secondo la requisitoria del pm, risultò “appartenere ad una fornitura di cartucce di produzione piuttosto remota (non posteriore all’anno 1965) della quale gli agenti avevano un notevolissimo quantitativo in dotazione”. Dal 1960 del governo Tambroni in poi, almeno fino al quinto governo Rumor, la polizia ebbe il monopolio nel possesso di cartucce di quel tipo perché queste ultime erano state “vendute dalla Fiocchi anche a privati ma solo fino al 1960″. I governi erano davvero coi Fiocchi.
C’è qualcuno che oggi ricorda bene queste cose? La memoria di ognuno rischia di essere fallace, altalenante com’è fra un dubbio e l’altro inculcato dai professionisti delle dietrologie e delle menzogne storiche mass-mediate. Serve perciò una memoria collettiva e critica. Fatta pure di singoli e personali ricordi o racconti, ma tutti documentati o documentabili con precisione e senza inutili mitologie.
Nel 1974 la borgata di San Basilio stava diventando un quartiere. La maggioranza degli occupati in qualche lavoro era composta da lavoratori salariati ed era solidale verso il Comitato di lotta per la casa. L’8 settembre 1974 non ci fu nessuna “guerra fra poveri” a San Basilio. Ci fu una linea della fermezza da parte del governo Rumor V – e già sperimentata il 9 maggio 1974 con la strage compiuta nel carcere di Alessandria dalla forza pubblica diretta dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa – che da un lato provocò l’omicidio di Fabrizio Ceruso e dall’altro il ferimento di 47 agenti delle forze dell’ordine.
Se i governanti fossero stati a San Basilio dopo le ore 19 e 30 dell’8 settembre 1974 avrebbero potuto vedere coi propri occhi una rivolta armata di massa. Decine di abitanti facevano sporgere dalle finestre i fucili da caccia o a canne mozze e le pistole. Molti nelle strade avevano con sé biglie, fionde, sassi, bulloni e bottiglie molotov. Un ragazzo si proteggeva la testa con un casco rosso. Somigliava a Fabrizio ma era soltanto un suo fratello di lotta.
A PASSO D'UOMO
Povero cuore
con la mano sul cuore, giuro,
che mai non ti vedrò
accompagnare il male
e voltare la testa
e piegare la schiena
abbassare la testa
e abbandonare la scena.
Povero cuore
come un povero scemo
apro la finestra
e sono qui che fumo
e vivo la mia vita a passo d'uomo
altro passo non conosco
soltanto questo passo d'uomo.
Qualcuno sta aspettando
all'uscita della chiesa
benedici il suo cappello vuoto
la sua lunga attesa
è una vita che si affanna
e cerca e ruba
illumina il suo tempo
insegnagli la strada
Sono solo un operaio
lungo la massicciata
il mio pane sa di polvere
la mia acqua è salata
e lavoro per la ruggine
e respiro il carbone
costruisco per niente
e non ne vedo la fine.
Sono qui che guardo fuori
senza troppo pensare
vedo cadere la cenere
vedo il fumo che sale
e non c'è niente da nascondere
niente da svelare
niente da tenere stretto
non c'è niente da lasciare.
Povero cuore
come uno straniero giro
la mia terra abbandonata
abbandonato e solo
e vado per la vita
a passo d'uomo
altra misura non conosco
altra parola non sono.
giovedì 28 agosto 2014
OSPEDALE AMATRICIANO 1.
Questa estate siamo arrivati sulle prima pagine dei giornali non per la pasta o per le querele del sindaco contro chi usa l'espressione "all'amatriciana", ma per la quesitone dell'ospedale. Si vorrebbe uscire dal Lazio, come soluzione, anziché discutere. Peccato che il consiglio comunale, all'atto di prendere la decisione sul referendum, si è "dimenticato" di votare, tanto che è stato riconvocato d'urgenza il consiglio per il primo settembre, ore 17,30. Qui alcune riflessioni di Marconista, redattore del giornale "Fuori dal Comune", che raccoglie le opinioni della minoranza di centro sinistra.
____________
La
minoranza del Consiglio Comunale di Amatrice appare incompetente. Questo sembra
il giudizio finale, finale nel senso di “definitivo”, che appare sul sito
personale del primo cittadino. In tre successivi post del 13, 21 e 25 agosto,
la minoranza è stata accusata di volere “annullare importanti delibere di
Giunta”, di “mediocrità politica”, di incompetenza, al punto che, si legge
nello scritto del 25 agosto, “per carità di Patria non vado oltre, sarebbe come
sparare sulla Croce Rossa”. Ora, di questi tempi, sparare sulla Croce Rossa non
sembra uno sport affascinante. Non solo perché se si vuole mantenere l’Ospedale
Grifoni, la Croce Rossa è indispensabile, ma anche e soprattutto, perché le guerre
locali che drammaticamente infiammano Europa e Medio Oriente, al punto che il
Pontefice ha recentemente richiamato i fedeli al pericolo di un imminente
scoppio della Terza guerra mondiale, richiedono proprio una Croce Rossa forte,
presente e competente. Ad Amatrice, per fortuna, non c’è la guerra. L’Italia è
ancora un paese a democrazia liberale, dove assieme a una maggioranza i
cittadini eleggono anche una minoranza. Minoranza che non ha meno diritti o
dignità di chi amministra e che, se svolge bene il suo lavoro, deve anche
cercare di bloccare, o modificare, delibere di Giunta che ritiene sbagliate. È
la normalità. È la democrazia. E in una democrazia, dove Amatrice non è il
centro del mondo, può accadere che si prendano decisioni in altre sedi che
incontrino l’opposizione di chi amministra (amministra, non governa) un comune
(un comune, mica uno Stato). Perché dico questo? Perché vorrei riportare tutto
alla sua dimensione. Che si sia andati a finire sui mezzi di informazione
nazionale significa ben poco. A chi scrive, per esempio, è accaduto molte volte
per il suo lavoro, ma non per questo è diventato ministro dell’Istruzione.
Allora, la dimensione di un comune che da qualche tempo ha cominciato a usare
la magistratura come strumento di battaglia politica (per l’espressione
“all’amatriciana”, per la questione dei rifiuti, ora per l’ospedale), è sintomo
di un fatto: questa dimensione sta stretta agli amministratori. Sembra che ci
si stia difendendo da un assedio posto ad Amatrice Comune, ma non si sa da chi,
né da quando. Assedio virtuale? Neanche un po’. Io credo che, parlando in
generale, la magistratura sia entrata già oltre ogni lecita aspettativa nella
vita politica italiana, e credo che sia venuto il tempo di rispedirla a fare il
lavoro per cui è nata: l’amministrazione della giustizia, non delle dispute
politiche. E credo anche, pur non avendo mai votato Berlusconi, che il
personaggio abbia subito una persecuzione inaccettabile in un paese
democratico. Questo per essere chiari. Perché la politica va risolta, appunto,
sul piano politico. Venendo al problema dell’ospedale, vorrei porre una domanda
che fino ad ora non è stata posta: ma siamo certi che l’eliambulanza creata con
finanziamenti regionali non abbia giocato un ruolo nella presunta (ripeto e
sottolineo, PRESUNTA) decisione di trasformare lo status giuridico
dell’ospedale Grifoni? Perché mi viene da pensare: di fronte a una coperta
stretta, com’è il budget regionale per la sanità, se devo fare una scelta di
tagli (e ripeto, SE), vado a vedere chi sta meglio di altri e taglio lì.
Siccome Amatrice è diventato sito di atterraggio per elicotteri, mi chiedo se
l’ospedale non diventi un doppione, visto che comunque tutto porta a Rieti (o
altrove, secondo necessità). Tutti vogliamo che l’ospedale continui a esistere
(anche se poi otto anni fa quando mi ruppi qui il naso mi spedirono a Rieti per
il ricovero), tutti sappiamo, comprendiamo, che Amatrice è, lo sottolineo, una
sede disagiata in territorio montano. Ma siamo certi che il Lazio non ci voglia
più? E siamo certi che sbattere la porta, sperando che il rumore sia percepito
fino a Roma, ma nello stesso tempo ricorrendo al TAR, quindi con l’intento,
immagino, di restare nel Lazio altrimenti che ricorso è?, sia la mossa politica
giusta? Ossia, quella mossa che, oltre a portare Amatrice al TG1, risolva pure
il problema? Perché non è mica assodato tutto questo. Per esempio: Zingaretti è
il presidente della Regione Lazio e la sua giunta è stata democraticamente
eletta. Se sposiamo il ragionamento del primo cittadino di Amatrice, le
importanti decisioni di una giunta democraticamente eletta non si dovrebbero
poter discutere. Secondo: l’opposizione ad Amatrice non credo voglia chiudere
l’ospedale. Però, mi pare di aver capito, non vuole abbandonare il Lazio. Ecco
perché può accettare il ricorso al TAR (a mio giudizio sbagliato per i motivi
che ho detto) e astenersi al voto sul referendum. Non è mica una
contraddizione, anzi, anche se, me ne rendo conto, non è immediato coglierlo.
Terzo: i paragoni sono spesso fuorvianti. Che c’entra Monterotondo con
Amatrice? Da qui conosciamo quella realtà? Sappiamo forse quanto sia difficile
raggiungere Roma e un ospedale facendo quella parte di via Salaria? Da
Monterotondo all’ospedale Umberto Primo si impiega in giorni normali lo stesso
tempo che serve da Amatrice a raggiunger Rieti, Ascoli o l’Aquila, scegliete
voi. Senza contare che lì, di eliambulanza, neanche l’ombra. Siamo messi
meglio, non c’è dubbio. Ma il discorso politico è un altro: con forza si deve
dire alla giunta regionale, fuori da ogni populismo, che Amatrice vuole restare
nel Lazio, ma non è disposta a dismettere l’ospedale, perché a fronte di una
popolazione minima durante l’inverno, in estate diventa una città di media
grandezza per le proporzioni italiane e se l’elicottero può bastare d’inverno,
certamente è insufficiente durante i mesi estivi. Questa è la forza della
politica. La forza della ragione, invocata dal primo cittadino con tanto di
citazione da un film, è già contenuta nel concetto precedente. Perché è il
dialogo, in un mondo come il nostro, che salva l’uomo.
lunedì 18 agosto 2014
CI SBAGLIAMO POCO
Di NERI SERNERI, nominato fama e professore di contemporanea per grazia di Dio e volere della Nazione, avevamo già parlato in questo blog. Non per altro, ma era stato in commissione a un Concorso, sempre a Catania, dove aveva preso parte anche Marocnista. Che il concorso fosse truccato, quello di Marconista, me lo disse un collega dell'Ateneo, di fronte a testimoni. Ma transeat, grazie a questi imbecilli continuo a fare ricerca di alto livello. Ma che si arrivasse anche a questo che segue, non lo sapevo. Lo apprendo con un certo ritardo, cercando altro. E rimando.
(nel frattempo Marconista ha avuto la sua abilitazione, ma preferisce restare nella ricerca pura).
dal sito http://www.linkiesta.it/concorso-truccato
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| Neri Serneri |
È possibile insegnare storia contemporanea dopo essersi laureati in architettura? Sì, se l’università che ti assume è italiana. Meglio se hai in comune alcune pubblicazioni con il presidente della commissione d’esame. Ancora di più se in passato l’ateneo che bandisce il concorso ti ha già assegnato altre cattedre.
La surreale vicenda risale allo scorso dicembre. E riguarda il concorso per ricercatore presso la facoltà di lingue e letterature straniere dell’Università di Catania. A fine dicembre il rettore premia la candidata vincitrice. Ma il primo degli esclusi - un esperto del settore disciplinare bandito - si appella al Tar, che accoglie il ricorso. Risultato? La commissione torna riunirsi e conferma la sua scelta. Per insegnare storia contemporanea è meglio un architetto (anche se le sue pubblicazioni scientifiche sono state valutate la metà dei punti di quelle del secondo classificato).
Meritocrazia all’italiana? Il mistero si infittisce, tanto che qualche settimana fa la storia arriva in Parlamento. A presentare un’interrogazione al ministro dell’Università è il Pd Paolo Corsini, che ripercorre la vicenda. Dal testo del documento si scopre che il concorso finito al centro delle polemiche è stato bandito dall’ateneo di Catania lo scorso 11 agosto. Una selezione pubblica per la stipula di un contratto di lavoro a tempo determinato (per un totale di cinque anni) «per lo svolgimento di attività di ricerca, didattica e didattica integrativa» da assegnarsi mediante concorso pubblico. Settore scientifico disciplinare: storia contemporanea.
Il 4 ottobre successivo viene nominata la commissione esaminatrice. Chiamati a scegliere il miglior candidato sono in tre: Luigi Masella dell’Università di Bari, Alessandra Staderini dell’Università di Firenze e Simone Neri Serneri dell’Università di Siena, che viene nominato presidente. Quando a novembre la commissione inizia a scremare le candidature, si stabiliscono le regole. Si decide che le valutazioni debbano tener conto di titoli, curriculum e produzione scientifica degli aspiranti ricercatori. Trenta punti al massimo per la valutazione dei titoli. Settanta per le pubblicazioni, da classificare in base ai seguenti criteri: originalità, innovatività, importanza. E, sembra ovvio: «congruenza con il settore scientifico-disciplinare per il quale è bandita la procedura».
Passa un mese e la commissione individua i sei candidati più meritevoli, che vengono ammessi alla seconda fase del concorso. A dicembre, gli aspiranti ricercatori vengono chiamati per discutere davanti agli esaminatori i titoli e la produzione scientifica. Il 20 dicembre vengono pubblicati i risultati del concorso. La vincitrice è Melania Nucifora, prima classificata con 89,3 punti. Dietro, Giambattista Scirè, con 86,45 punti. Ma quando il secondo classificato chiede di accedere agli atti delle selezioni, il risultato è sorprendente: dai documenti emergono «profili di illegittimità - così il deputato Corsini - e palesi irregolarità».
Si scopre che la vincitrice del concorso è sì laureata, ma in architettura. Un titolo di studio «non attinente o congruo al settore concorsuale bandito». Una «eccentrica» laurea in architettura, come hanno ammesso gli stessi membri della commissione. Non solo. Stando a quanto denuncia Corsini, Melania Nucifora non è neppure in possesso del titolo di dottorato di ricerca. Un male minore: curiosamente, infatti, la commissione d’esame aveva deciso di abbassare da 7 a 4 il punteggio massimo attribuito al titolo di dottore di ricerca. E il candidato escluso? Laureato in storia contemporanea con il massimo dei voti, un dottorato di ricerca in studi storici per l’età moderna e contemporanea e cinque anni di attività da assegnista di ricerca, sempre in storia contemporanea.
C’è dell’altro. La vincitrice del contratto di lavoro ha già avuto incarichi di docenza presso l’Università di Catania. Dove ha insegnato in almeno due facoltà: Ingegneria e Lettere. A destare qualche perplessità, poi, è il rapporto tra Melania Nucifora e il presidente della commissione esaminatrice. «Tra le pubblicazioni della candidata vincitrice - continua l’interrogazione - si evinceva la presenza di due saggi contenuti rispettivamente in due volumi curati dal presidente stesso della commissione, Neri Serneri». Come se non bastasse, qualche anno fa un volume del presidente della commissione era stato inserito nel programma d’esame del corso di Storia dell’architettura tenuto proprio dalla vincitore del concorso. «Ma su questo - racconta Corsini - non mi permetto di avanzare alcun sospetto».
Curiosa la valutazione delle pubblicazioni scientifiche. Giambattista Scirè ottiene 110 punti (ma deve fermarsi a 70, il limite massimo). Melania Nucifora, la vincitrice, ne totalizza 63. Circa la metà. «A permettere questa evidente penalizzazione - scrive Corsini - è la scelta degli specifici criteri di valutazione della commissione, che attribuiva 20 punti, anziché 10, alle singole monografie». E così lui presenta quattro monografie, lei due (peraltro «di evidente non congruità rispetto al settore del concorso»), ma entrambi ottengono più o meno lo stesso punteggio. Altre stranezze. La commissione decide di attribuire 4,8 punti alla partecipazione a convegni - confermata da un’autocertificazione - da parte della Nucifora, e solamente 1,8 punti ai convegni a cui aveva partecipato Scirè. «Una prospettiva di valutazione quanto meno sui generis».
«Anche io insegno storia moderna - racconta al telefono Paolo Corsini - E devo dire che questo caso va al di là di ogni fantasia. Non riesco a capire come sia stato possibile che un candidato senza dottorato di ricerca e senza studi di storia contemporanea sia potuto passare avanti al secondo classificato, di cui conosco personalmente alcune pubblicazioni». Il confronto tra Scirè e la Nucifora? «Assolutamente improponibile».
Intanto Giambattista Scirè decide di ricorrere al Tar di Catania. Il 22 marzo il tribunale accoglie il ricorso, che «presenta - si legge - consistenti profili di fumus in relazione alla dedotta incongruenza nella valutazione dei titoli della contro interessata». Cinque giorni dopo il rettore dell’Università di Catania convoca la commissione «per il riesame analitico e il conseguente ricalcolo del punteggio». Il 4 aprile scorso Masella, Staderini e Neri Serneri si riuniscono presso l’Università di Roma, ma l’esito del concorso viene confermato. L’università italiana ha un problema di meritocrazia? «Personalmente preferisco parlare di meritorietà - chiarisce Corsini - Sì, c’è un problema grande come un grattacielo».
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