mercoledì 28 novembre 2012

AGENTE STRANIERO







ll 20 novembre è entrata in vigore in Russia una legge, nota con il nome di "Legge sugli agenti stranieri" che qualifica “agenti stranieri” tutte le organizzazioni non commerciali che operano in Russia e ricevono finanziamenti dall’estero. Memorial una di queste e ha rifiutato di ottemperare agli obblighi previsti dal provvedimento, ossia  registrarsi volontariamente presso la pubblica amministrazione come “agenti stranieri”. Stessa posizione è stata assunta dal gruppo Helsinki di Mosca. Tra le conseguenze, nella notte fra il 20 e il 21 novembre è comparsa una scritta bianca con la dicitura “agenti stranieri Schwarzes Herz (Karten) USA” sul muro della sede di Mosca di Memorial. 

Un esaltato? Se sì, ben organizzato, visto che accanto alla targa con il nome dell’associazione è stato attaccato  un adesivo: “agenti stranieri”. 
Memorial
 ha sporto denuncia, ed è in attesa che venga aperta un’inchiesta. Soltanto dopo le scritte potranno essere  rimosse. 


La legge è una follia. Secondo Memorial, “contraria al diritto e amorale”, perché pretende che chiunque riceva donazioni o sostegno economico dall’estero (e vista la situazione russa per molte associazioni umanitarie non c’è altra via), sia un servo al soldo dello straniero, pronto a eseguirne  gli ordini. 

Ecco parte della dichiarazione ufficiale di Memorial:

La legge è contraria al diritto e amorale per la sua stessa sostanza. Contraria al diritto, perché attribuisce al potere esecutivo le competenze di un tribunale. E amorale, perché  presuppone a priori che le organizzazioni che ricevono mezzi dall’estero agiscano secondo gli ordini dei loro sponsor, il che significa proclamare saggezza suprema dello Stato l’aforisma da quattro soldi della malavita “Chi ti offre la cena poi balla con te”.
Secondo questa legge, possono esigere in qualsivoglia momento che Memorial internazionale, così come ogni altra organizzazione civica che riceve donazioni dall’estero, si iscriva sulla lista delle “organizzazioni agenti stranieri” che agiscono sul territorio della Russia. E’ stato messo anche  il corrispettivo marchio sui libri che noi pubblichiamo e sui nostri siti internet. Pretendono, in altri termini, che noi stessi riconosciamo di essere un’organizzazione che agisce negli interessi di una qualche misteriosa forza straniera
Quest’affermazione è una menzogna evidente. Ma non si tratta solo di questo. Memorial, in quanto organizzazione che lavora con la memoria storica,  ha il dovere di ricordare – e di far ricordare alla società – che nella nostra storia non così lontana le campagne sul tema degli “agenti stranieri” hanno fornito, e non una sola volta, la copertura propagandistica per il terrore di Stato e la persecuzione di chi la pensava diversamente. Basti ricordare il 1937-1938, quando a centinaia di miglia di persone venivano estorte confessioni in cui ammettevano di essere “agenti stranieri”. E ricordare che, in tempi a noi più vicini, i critici del regime erano spesso bollati come “al soldo dell’Occidente”. Senza parlare del fatto che pervertire la coscienza nazionale con le leggende dei cechisti sugli “agenti stranieri” è un metodo ben sperimentato per distogliere l’attenzione dai problemi reali che travagliano la società.
Memorial non parteciperà a un’azione rivolta alla distruzione della società e non si metterà a diffondere su se stessa informazioni volutamente menzognere. Se esigeranno da Memorial che iscriva la nostra organizzazione sulla lista degli “agenti stranieri”, ci opporremo a questa decisione, in primo luogo in tribunale. Noi siamo un’organizzazione di difesa dei diritti e faremo tutto per difendere il diritto, basandoci proprio sul diritto.
Noi non affermiamo che questa via sia l’unica possibile. Ogni organizzazione deciderà naturalmente per conto suo come opporsi a questa legge assurda. La forza della società civile si può manifestare non solo nell’unità di azione, ma anche nella sua molteplicità.
E’chiaro che una norma naturale di comportamento resta in tutti i casi la solidarietà reciproca e l’aiuto alle organizzazioni che avranno problemi dopo il 20 novembre.
Siamo sicuri che alla fin fine la calma e la fermezza della società civile russa si riveleranno più forti delle fantasie malate dei nostri legislatori.

Direzione dell’Associazione internazionale Memorial

martedì 27 novembre 2012

SAVIANO INEDITO!




Un grande Marco Zerbino ha scovato la notizia. Di quelle che dici, è uno scoop!


Febbraio del 2000, dodici anni fa. Un anno prima era stato ammazzato dalle Brigate Rosse Massimo D'Antona, giurista e consulente del ministero del Lavoro, all'epoca retto dal napoletano Antonio Bassolino. In un convegno all'Università Federico II di Napoli, organizzato da due associazioni culturali studentesche, “Magna Carta” e “Hic et nunc”, dall'inequivocabile titolo “Terrorismo ieri, oggi, domani?” si confrontano studenti, giornalisti, politici, giuristi e docenti. Tra i relatori vi sono Francesco Barbagallo, ordinario di Storia Contemporanea all'ateneo federiciano; Ferdinando Imposimato già magistrato, politico e avvocato; l'allora procuratore aggiunto della Procura della Repubblica a Roma Italo Ormanni e così via. Il discorso verte sulla genesi storica del terrorismo, sugli scenari futuri, inquietanti visto l'agguato a D'Antona e la successiva rivendicazione brigatista. Quel giorno gli interventi sono registrati da Radio Radicale in audio, sono fruibili anche sullo sterminato archivio web radicale.
Tra gli interventi c'è quello di un giovane napoletano: barba incolta, qualche capello in più rispetto ad oggi, uno sciarpone – ricordano oggi coloro che c'erano – avvolto al collo. Quel giovane si chiama Roberto Saviano, oggi è il più venduto scrittore italiano ma all'epoca ancora non lo sa. Il giovane, classe 1979, ha  21 anni. Chiede di intervenire e gli viene concesso, il suo contributo è breve, nemmeno due minuti. L'abbiamo estrapolato e inserito in un video.
È un Roberto Saviano molto diverso da quello che siamo stati abituati a conoscere: l'intervento è del 2000 e il suo libro più famoso, “Gomorra” sarebbe stato pubblicato soltanto sei anni dopo. Le sue parole sono poco mediate ed egli non è avvezzo come oggi a parlare in pubblico, la voce tremolante tradisce l'emozione. Saviano tenta di spiegare la sua visione dei terroristi italiani: “Erano parte sensibile di un grande mobimento operaio che si sentiva tradito dal Pci… che aveva tradito con la sua scelta socialdemocratica le aspettative rivoluzionarie [...]“. E così – illustra colui  che anni dopo avrebbe preso il posto di Giorgio Bocca all'Espresso – i terroristi “prendono le armi per cercare in qualche modo portare avanti questo progetto che era stato tradito dal Pci”.
Un magistrato, un poliziotto, un politico non fanno qualcosa di più lecito se parliamo di etica di quello che fa un rivoluzionario sparando.
Saviano, come si può ascoltare dall'audio, si riferisce   ad un intervento precedente circa le ‘rivoluzioni pacifiche'. E va giù duro: “Non è possibile. La rivoluzione è – dice – la modificazione dell'attuale stato di cose presenti diceva Marx, quindi si fa col fucile”. In un uditorio piuttosto moderato, composto da docenti, giuristi e studenti, l'affermazione appare piuttosto intensa. E il 21enne  continua: “Io voglio dire… la polizia sparava per le strade, la polizia ha ucciso Francesco Lorusso, la polizia ha ucciso Giorgiana Masi la polizia era armata, chi faceva resistenza doveva armarsi”. Sempre più intenso e duro, continua, dicendo di non credere ad “analisi semplicistiche” su servizio segreto e magistratura deviata. “Il problema – continua – rimane il capitalismo”.
Nei pochi secondi finali a sua disposizione, il futuro scrittore lancia parole pesanti come pietre. È – come già detto – un Roberto Saviano molto diverso rispetto a quello che siamo abituati a sentire. Ma le sue parole, oggi, non possono non sorprendere:
In questi termini bisogna trattare le armi e la decisione tragica di chi prende le armi perché in fondo voglio dire… non è che un magistrato un poliziotto un politico fanno qualcosa di più lecito se parliamo di etica di quella che fa un rivoluzionario sparando, a meno che non guardiamo il contingente… L'industriale non ammazza con la rivoltella i suoi salariati però…come dire… li soffoca con altre modalità. Certo non ho vissuto quegli anni ma non sto certo dalla parte della magistratura non sto certo dalla parte di chi in qualche modo rivendica le radici democratiche di chi ha sconfitto il terrorismo.
Concetti distanti anni luce da quelli espressi qualche anno dopo, recensendo il libro di Benedetta Tobagi, figlia di Walter, il giornalista ucciso da estremisti di sinistra. Allora Saviano scrisse: “Abbiamo capito benissimo cosa hanno fatto questi terroristi che volevano mutare il mondo e l'hanno peggiorato, distratto l'attenzione da quello che combinava la criminalità organizzata e la politica corrotta, ucciso la parte migliore del Paese. I giudici che vengono uccisi non sono quelli reazionari, pesanti con i deboli e deboli con i potenti. Sono i giudici riformisti, democratici, capaci di considerare la giustizia che i terroristi definiscono borghese come uno strumento di miglioramento sociale e di vedere la legge come difesa, sempre di chi non ha strumenti altri di difesa che il diritto”.
Ma forse quando parla a quel convegno il 21enne Roberto Saviano non ha ancora maturato nulla di tutto ciò. Tant'è che chiude il suo intervento così: “Loro (i terroristi ndr.) hanno sbagliato semplicemente forma: la rivoluzione non si fa, si dirige. Loro hanno cercato come piccola cellula di individui isolati di generare un processo rivoluzionario non ancora maturo e quindi anche castrandolo e vorrei soltanto fosse focalizzato il problema sul capitalismo e sulle sue crisi che generano e generaranno frivoluzioni e di nuovo colpi di fucile nel futuro immediato”.

VALENTINO PARLATO. AUTOBIOGRAFIA

Foto di Valentino De Marco



Oggi è il giorno delle autobiografie. Dopo il cenno alla talentuosa autobiografia precoce di Evtushenko, un approfondimento di quella più consueta di Valentino Parlato.

Valentino lo conosco abbastanza. Al punto che so molte cose di lui. Ma anche al punto che sicuramente non si ricorda di me. Succede spesso così. Con quante persone avrà parlato in vita sua, anche più volte, come è capitato con me? E quanti lo hanno visto dopo una certa ora in via Tomacelli nella sua stanza?
Però conosco anche una persona che lo conosce bene e la quale è a sua volta conosciuta da Valentino. Anzi, hanno lavorato insieme. Per anni. Alla stesura di un libro. La sua autobiografia. Contratto firmato, anticipo pagato. Giorni interi passati a parlare a casa di Valentino, appunti presi dal writer (terza persona), stesura di capitoli. Dal 2006 va avanti questa storia. Un tira e molla, un "la scrivo" e "non la scrivo", una cena da amici nella Roma superadicalschick di quelli con tanti tanti soldi e casa stupenda nel centro, quindi l'oblio. Poi, l'uscita con un'altra casa editrice. Senza annuncio, senza rescissione del vecchio contratto e senza restituzione dell'anticipo. Uno, come dire, ci rimane male.

Non è uno scoop. Si tratta di un altro elemento da incasellare nella crisi del manifesto.

(Certo poi il titolo: "La rivoluzione non russa", lascia a bocca aperta. Il sottotitolo promette "quarant'anni di storia del manifesto", ma tutti i passaggi politici importanti, come nel caso della ragazza del secolo scorso, sono bypassati).


Marconista




Evgenij Evtushenko. VORREI


(Evtushenko sapeva di essere Evtushenko quasi da subito. Scrisse una autobiografia "precoce" nel 1963, quando aveva trent'anni).


Vorrei
Vorrei
nascere
in tutti i paesi,
perchè la terra stessa, come anguria,
compartisse per me
il suo segreto,
e essere tutti i pesci
in tutti gli oceani
e tutti i cani
nelle strade del mondo.
Non voglio inchinarmi
davanti a nessun dio,
la parte non voglio recitare
di un hippy ortodosso,
ma vorrei tuffarmi
in profondità del Bajkal
e sbuffando
riemergere
nel Mississippi.
Vorrei
nel mio mondo adorato e maledetto,
essere un misero cardo -
non un curato giacinto,
essere una qualsiasi creatura di dio
sia pure l’ultima jena rognosa,
ma in nessun caso un tiranno
e di un tiranno, nemmeno il gatto -
in nessun caso.
Vorrei essere uomo,
in qualsiasi personificazione:
anche torturato in un carcere del Guatemala,
o randagio nei tuguri di Honk Kong,
o scheletro vivente nel Bangladesh

Foto di Valentina Perniciaro _corno piccolo_

o misero jurodivyj a Lhasa,
o negro a Capetown,
ma non personificazione della feccia.
Vorrei giacere,
sotto il bisturi di tutti i chirurghi del mondo,
essere gobbo, cieco,
provare ogni malattia, ferita, deformità,
raccogliere luride cicche -
purchè in me non s’insinui
il microbo ignobile della superiorità.
Non vorrei far parte dell’elite,
ma di certo neppure del gregge dei vigliacchi,
nè dei cani del gregge,
nè dei pastori che al gregge si conformano,
vorrei essere felicità,
ma non a spese degli infelici,
vorrei essere libertà,
ma non a spese di chi è asservito.

Vorrei amare
tutte le donne del mondo
e vorrei essere donna anch’io -
magari una volta soltanto…
Madre-natura,
l’uomo è stato da te defraudato.
Perchè non dargli
la maternità?
Se in lui, sotto il cuore, un figlio
si facesse sentire così
senza un perchè
certo l’uomo
non sarebbe tanto crudele.
Vorre essere essenziale -
magari una tazza di riso
nelle mani di una vietnamita segnata dal pianto,
o una cipolla
nella brodaglia di un carcere di Haiti,

Foto di Valentina Perniciaro _Damasco e la sua acqua_

o un vino economico
in una trattoria di terz’ordine napoletana
e un tubetto, anche minuscolo, di formaggio
in orbita lunare:
che mi mangino pure
e mi bevano -
purchè nella mia morte
ci sia una utilità.

Vorrei appartenere a tutte le epoche,
far trasecolare la storia tanto
da stordirla
con la mi impudenza:
della gabbia di Pugacev segherei le sbarre
quale Gavroche introdottosi in Russia
condurrei Nefertiti
a Michajlovsloe, sulla trojka di Puskin.
Vorrei cento volte
prolungare la durata di un attimo:
per potere nello stesso istante
bere alcool con i pescatori della Lena,
baciare a Beirut,
danzare in Guinea, al suono del tam-tam,
scioperare alla Renault
correre dietro un pallone con i ragazzi di Copacabana,
vorrei essere onnilingue,
come le acque segrete del sottosuolo.
Fare di colpo tutte le professioni
e ottenere così che
un Evtusenko sia semplicemente poeta,
un altro, un militante clandestino spagnolo,
un terzo, uno studente di Barkeley
e un quarto, un cesellatore di Tbilisi.
Un quinto – scuoterebbe soltanto il sonaglio di una carrozza
e il decimo…
il centesimo…
il milionesimo…
Poco per me essere me stesso-

Foto di Valentina Perniciaro

tutti, fatemi essere!
E per ciascun essere,
in coppia,
come si usa.
Ma dio,
lesinando la carta carbone
mi ha prodotto in un solo esemplare
nel suo bogizdat.
Ma a dio confonderò le carte.
Lo raggirerò!
Avrò mille facce
fino all’ultimo giorno,
affinchè la terra rimbombi per causa mia
e i computers impazziscano
per il mio universale censimento.
Vorrei, umanità,
lottare su tutte le tue barricate,
stringermi ai Pirenei,
coprirmi di sabbia attraverso il Sahara
e accettare la fede
della grande fratellanza umana
e fare proprio
il volto di tutta l’umanità.
E quando morirò -
sensazionale Villon siberiano -
non deponetemi
in terra inglese
o italiana -
ma nella nostra terra russa,
su quella verde,
serena collina,
dove per la prima volta
io
mi sono sentito tutti.
1972

lunedì 26 novembre 2012

OGGI RESTO A CASA E MANIFESTO

Dopo anni di crisi politica, economica ed editoriale, il manifesto implode. Una delle fondatrici e firma da sempre del giornale, Rossana Rossanda, da anni a Parigi dove frequenta il circolo degli emigrati politici italiani degli anni Settanta, lascia il giornale con una lettera che non ammette repliche.
Il manifesto da anni non è più un giornale omogeneo. Le varie redazioni non comunicano e ognuno decide per sé, secondo una logica autodistruttiva che ha portato a questa conclusione inevitabile.
Non vedo un futuro per il giornale. Almeno per quel giornale, che in tanti compravamo ogni mattino, tutti i giorni. Del resto, è stato anche usato da molti giornalisti poi divenuti famosi volti televisivi come momento di passaggio. Uno sfruttamento di saperi e competenze, usate a scopo assolutamente personale. Quello che sembrava un difetto, allora, appare oggi come un miraggio. Non più in grado di valorizzare nessuno, per adesso si contorce in una crisi che l'assemblearismo ha reso cronica. Avanti il prossimo.

PS
Se la ragazza del secolo scorso ci avesse comunque detto di più sui punti politici importanti della sua esperienza oggi saremmo tutti più felici. Non va però dimenticato il suo coraggio dimostrato con Carla Mosca nel libro scritto con Mario Moretti sulle Br. E, infine. Domani un pezzo sul libro di Valentino Parlato che è una specie di simbolo, per come si è concretizzato, dello sfascio. 



Rossana Rossanda lascia il Manifesto. Una delle fondatrici della storica testata della sinistra italiana se ne va, con una lettera (che qui pubblichiamo) in cui accusa la direzione e la redazione di "indisponibilità al dialogo". Lettera che Rossanda ha inviato al giornale affinché venga pubblicata domani.

E' solo l'ultimo degli addii "eccellenti" che il Manifesto ha subito nelle ultime settimane. Prima Vauro, poi Marco D'Eramo (la cui lettera di commiato è stata liquidata con poche sprezzanti righe dalla direzione, ragione per la quale è in corso tra i suoi amici e lettori una raccolta di firme per criticare duramente l'atteggiamento del giornale nei confronti di una delle figure storiche del Manifesto).

E il giornale – fondato nel 1969, che versa in pessime acque finanziarie – continua a perdere pezzi. Dopo l'addio di D'Eramo, anche Joseph Halevi, uno tra i più noti collaboratori del Manifesto, ha deciso di lasciare, e in una lettera inviata al circolo del Manifesto di Bologna usa parole durissime nei confronti della direzione e della redazione: "Non si tratta più di un collettivo ma di un manipolo che per varie ragioni si è appropriato del giornale".

Nella sua lettera d'addio Rossana Rossanda annuncia che un suo commento settimanale uscirà sul sito di Sbilanciamoci (qui il primo).

LA LETTERA DI ROSSANDA

Preso atto della indisponibilità al dialogo della direzione e della redazione del manifesto, non solo con me ma con molti redattori che se ne sono doluti pubblicamente e con i circoli del manifesto che ne hanno sempre sostenuto il finanziamento, ho smesso di collaborare al giornale cui nel 1969 abbiamo dato vita. A partire da oggi (ieri per il giornale), un mio commento settimanale sarà pubblicato, generalmente il venerdì, in collaborazione con Sbilanciamoci e sul suo sito www.sbilanciamoci.info.

Rossana Rossanda

LA LETTERA DI HALEVI

Care compagne e cari compagni
Non so se avete visto l'andazzo del manifesto nelle ultime settimane. E' peggiorato ulteriormente dopo il 4 novembre. Scandalose le linee di commiato a Marco D'Eramo, quelle della redazione non quelle di D'Eramo. Consiglierei di rompere, perché non si tratta più di un collettivo ma di un manipolo che per varie ragioni si è appropriato del giornale. Anch'io me ne vado, senza alcuna lettera. E' inutile.
Un caro saluto,

Joseph Halevi

domenica 25 novembre 2012

COLONIA PENALE N. 6





Le colonie penali russe sono in rivolta. Da sabato sono diverse le prigioni della regione di Chelyabinsk in cui i detenuti hanno rifiutato di rientrare nelle celle. Le foto si riferiscono al carcere di Kopejka, dove circa un migliaio di prigionieri sono saliti su un tetto con striscioni in cui denunciano violenze, torture e violazioni dei diritti civili da parte delle autorità carcerarie. Alcuni di loro sono in sciopero della fame da giorni. Intorno alla prigione si trovano forze dell'ordine, ma anche parenti dei prigionieri e attivisti per i diritti umani. Secondo i quali, i prigionieri ribelli hanno subito in passato punizioni corporali e umiliazioni da parte delle autorità carcerarie per la minima mancanza.
Nei mesi precedenti si sono svolti due processi contro le guardie carcerarie per denunce di percosse e maltrattamenti, che si sono però conclusi con il proscioglimento degli indagati e una nuova accusa di diffamazione per i detenuti querelanti. 


Sul tetto del carcere. Tra l'altro si legge: L'amministrazione ci taglieggia. Siamo in 1500



La scritta rossa dice: ci torturano e umiliano

La strada che conduce alla Colonia Penale N. 6 di Kopejka.




sabato 24 novembre 2012

ALEKSANDR LITVINENKO



23 ноября 2006 года в 21:21 в больнице Юнивёрсити Колледж Лондон (00:21 24 ноября по московскому времени) умер Александр Литвиненко. ему было 43 года.
"Возможно, у вас и получится заставить замолчать одного человека, но протесты по всему миру будут звучать в ваших ушах, господин Путин, до конца вашей жизни.
Пусть Бог простит вас за то, что вы сделали - не только со мной, но и с моей любимой Россией и её народом."
Предсмертное заявление Литвиненко, 21 ноября 2006.




Questo quanto scrivono in Russia. Noi non sappiamo chi abbia ucciso Aleksandr Litvinenko, morto il 23 novembre di sei anni fa a causa di una forte esposizione a materiale radioattivo.
In Italia del caso si è occupata con scarsissima professionalità la "Commissione Mitrokin", presieduta dall'allora senatore del PDL, Paolo Guzzanti. Dalle fonti che possiedo, Guzzanti era in buona fede un anticomunista e un convinto assertore di qualche super-spectre infiltrata dentro gli angoli più bui di Roma. E si affidò a personaggi ambigui e incompetenti, che spesero decine di migliaia di euro per viaggi inutili a Londra e in altri paesi Europei. Alla ricerca di una prova che confermasse un assioma di partenza. Il contrario della scientificità. 

Gli atti della Commissione Mitrokin sono a disposizione di tutti sul sito del Senato. Leggerli fa venire la pelle d'oca. Per la stupidità di alcuni commissari e l'incompetenza di molti.



ps

in moltissimi, tra i politici, confondono ancora la Commissione Mitrokin con la Telekom Serbia. Per non parlare dei giornalisti.