sabato 24 dicembre 2011

Raciti e la sentenza d'appello

Filippo Raciti
Questa settimana il verdetto di primo grado sull'omicidio dell'ispettore di polizia Filippo Raciti è stato modificato dall'appello, che ha dimezzato la pena inflitta in primo grado ad Antonino Speziale: ora dovrà scontare otto anni. La vedova, Marisa Grasso ha commentato la sentenza come "giusta".
La morte dell’ispettore Raciti fu una di quelle morti che pesano, al punto di riuscire, allora, a fermare una delle maggiori industrie italiane, la calcistica, che ha un giro d’affari pari a circa mezzo punto di Pil. Pochi oggi ricordano che una settimana prima, in un oscuro campetto di periferia della periferia d’Italia, la Calabria, era morto un dirigente di una squadra di terza categoria. Aveva pesato meno, non si era fermato il calcio, ma aveva suscitato scalpore e un certo sdegno. Non mi interessa qui “misurare” i due episodi, anche se un certo collegamento ce l’hanno; mi vorrei soffermare sul significato politico del primo e del perché il secondo è apparso subito più leggero. La risposta è ovvia: nel primo caso è morto un servitore dello Stato, nel secondo un cittadino qualunque.
Servitore dello Stato: quante volte si è usata questa locuzione sui media e nei discorsi dei politici? Da Calipari a Dalla Chiesa, da Calabresi a Falcone e Borsellino, si è sempre usata questa espressione per volerne sottolineare una qualità, metterne in evidenza la caratteristica pubblica più evidente, più facilmente comprensibile per l’opinione pubblica. Ma cosa dice davvero questa espressione, che negli anni Settanta veniva addir
ittura storpiata, ma dunque accettata, in servo dello Stato? Cosa cela dentro di sé? Un baco? Se sì, di che tipo?
Ebbene, l’espressione è un ossimoro, un controsenso, un falso. Lo Stato è la mediazione del complesso di molteplici interessi di varia natura. È lo Stato che serve affinché queste contraddittorie tensioni si tengano assieme. Chi lavora per lo Stato, nell’interesse dello Stato, non difende un’idea astratta, ma un preciso patto che serve alla conservazione, al mantenimento e alla proliferazione di un determinato interesse specifico di classe. Carlo Giuliani durante il G8 di Genova stava difendendo, quando venne assassinato, uno specifico interesse di classe opponendosi alla violazione dei diritti civili perpetrata in quel momento più in generale dagli otto governi riuniti nella illegale zona rossa e, in particolare, proprio dalle forze dell’ordine che proditoriamente avevano attaccato una dimostrazione pacifica interrompendo le garanzie costituzionali. In quel momento, in quel dato contesto, se si vuole parlare con le parole di cui si tratta in questo pezzo, essi non erano servitori dello Stato, mentre lo era Carlo. Ma, in realtà, non lo era neppure Carlo, in quanto lo Stato non prevede per sé dei servitori. I servitori sono previsti solo se si parla di potere. Le forze dell’ordine erano, a Genova, servitori del potere in assenza dello Stato. L’espressione servitore dello Stato, in realtà, significa proprio questo: si è servitori di un determinato potere in uno specifico contesto, quando il potere non è più mediazione di interessi diversi ma rappresentazione violenta di un solo interesse particolare. Ed ecco che la differenza tra servitore del potere e servo del potere decade nel senso che il potere vuole solo accoliti.
Morire per una partita di pallone, invece, c’entra poco con il senso del dovere e dello Stato. È una morte inutile, stupida, tragica. È un nuovo tassello di guerra civile, un terminale di questa società che non è tenuta assieme ormai più da niente e che si sgretola in ogni occasione nella quale potrebbe perdere il suo equilibrio. È la rappresentazione dell’altra faccia del potere, ossia dell’assenza dello Stato. Lo si è visto nelle reazioni del dopo Catania. La politica spesso sembra lasciare che si arrivi al parossismo per poi  governare l’emergenza. Nessun progetto per il paese. Totale assenza. Più facile e meglio così.
L’ispettore Raciti faceva parte delle guardie d’onore della famiglia sabauda, quelle che si vedono dentro al Pantheon in un giorno qualsiasi mentre fanno il picchetto sulle tombe dei nostri re. Dove c’è uno Stato questo non è strano. A Istanbul (Turchia) le tombe di alcuni sultani e della loro discendenza sono un monumento nazionale. È il passato, concluso, al quale si è riconoscenti se ha reso prestigioso lo Stato. Da noi, invece, il passato non passa mai. I Savoia non sono morti e far parte del picchetto d’onore a quelle tombe ha un significato politico, perché i Savoia rappresentano ancora un potere, che si contrappone a un altro potere. Che ci fa un poliziotto tra quei volontari? Di chi è servitore, quando incrocia lo sguardo dei turisti accanto alla tomba di Umberto I, ucciso dal compagno Gaetano Bresci nel 1900 a Monza? 










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