martedì 17 ottobre 2017

CRONACHE DALLA RIVOLUZIONE (1)



CRONACHE DALLA RIVOLUZIONE

Dopo 100 anni siamo qui a chiederci cosa resti oggi di attuale della Rivoluzione di Ottobre. Poco, probabilmente quasi niente. Ma noi siamo storici e ci interessa di più cosa cambiò allora, in Russia e nel mondo. Comincia oggi una cronaca di quei giorni, vista attraverso gli occhi dei nostri diplomatici. Si tratta di un lavoro originale preparato per il blog e che sarà pubblicato solo su queste pagine.



Sferragliando, cigolando e stridendo 
cala sopra la Storia della Russia 
una cortina di ferro.
Lo spettacolo è finito
Il pubblico si è alzato.
E’ ora di mettersi la pelliccia e tornare a casa
Ci si guarda intorno. 
Ma non ci sono più né pellicce, né case

Vasilij V. Rozanov, un certo giorno dopo la rivoluzione


La Pietrogrado dell’ottobre del 1917 da un punto di vista iconografico era qualcosa di assolutamente originale se paragonata a quella che era stata la capitale dell’Impero zarista. Su molte statue che ne abbellivano le piazze erano state montate delle bandiere rosse mentre grandi striscioni con le parole d’ordine rivoluzionarie sventolavano dai palazzi del centro; gli stemmi zaristi con le aquile bicefale che ornavano la città erano stati tolti o, a volte, ricoperti con un telo. Dal febbraio la Russia non era più una monarchia sebbene, nell’attesa dell’Assemblea costituente, nessuno ancora poteva dire se sarebbe divenuta una repubblica parlamentare, presidenziale o a sistema misto. La famiglia imperiale era stata inviata a Tobolsk, ma l’esercito continuava a combattere e la burocrazia zarista garantiva con la sua presenza la continuità dello Stato. La Russia, insomma, era cambiata, ma ancora non si vedevano i concreti effetti della trasformazione: all’inizio di luglio i bolscevichi avevano tentato, fallendo, un colpo di mano contro il governo provvisorio e Lenin era stato costretto a riparare in Finlandia, ma le sconfitte militari, che incidevano sempre di più sul morale dei soldati, stanchi e poco propensi a resistere al nemico, e la presenza dei Soviet, che costituivano un vero contropotre  specialmente nei quartieri operai della capitale «Viborskij» e «Nevskij», erano il segnale della possibile ulteriore evoluzione di una situazione fluttuante. In città, poi, la vita cominciava a farsi difficile; la svalutazione del rublo e l’inflazione, unite allo stato di guerra, costringevano le fasce più deboli della popolazione a munirsi di mezzi di sussistenza eccezionali e mentre la povertà generale aumentava, la rete assistenziale zarista crollava, sia per mancanza di fondi, sia per l’impreparazione di fronte alle nuove condizioni create dalla guerra e dalla rivoluzione di febbraio. 
I partiti rivoluzionari che avevano dato vita ai Soviet si erano stabiliti nell’ex collegio dell’Istituto Smol’nyj della capitale, sostituendo nella prestigiosa scuola femminile le figlie dell’aristocrazia con quadri menscevichi, socialisti democratici, bolscevichi, socialisti rivoluzionari e anarco-comunisti. Il 25 ottobre/7novembre si sarebbe aperto il II Congresso panrusso dei Soviet. Per quel giorno i bolscevichi guidati militarmente da Trockij programmarono una nuova insurrezione e se, come si vedrà, l’azione ebbe successo, seguirono anni di guerra civile e torbidi, il sorgere di diversi governi in varie parti dell’ex impero e l’occupazione straniera di vaste regioni, a dimostrazione che il destino della Russia fosse tutt’altro che segnato e che l’impreparazione del governo provvisorio a fronteggiare una situazione rivoluzionaria fosse quantomeno relativa.
In tale caotica temperie le varie missioni diplomatiche dell’Intesa seguirono gli avvenimenti con fatica, nel tentativo di comprenderne la portata, ma la loro opera si rivelò insufficiente al compito richiesto, tanto per motivi oggettivi, come la pessima situazione alimentare, le epidemie, l’isolamento, gli arresti e il terrore, quanto per la miope posizione dei governi rappresentati, interessati, come si vedrà, soprattutto al proseguimento della guerra sul fronte orientale. Per quanto riguarda la missione diplomatica italiana, poi, alle difficoltà generali se ne aggiunsero presto altre peculiari: non solo, infatti, l’ambasciatore Andrea Carlotti era stato assegnato ad altra sede [Madrid], e avrebbe lasciato inspiegabilmente la Russia il 9 novembre nonostante gli accadimenti, ma anche le notizie provenienti dal fronte italiano, riguardanti la sconfitta di Caporetto, avevano già contribuito a creare un certo sconvolgimento nelle fila della diplomazia della penisola e nel novembre 1917 Roma era distolta dagli avvenimenti internazionali in quanto lo shock provocato da Caporetto non era stato superato. Moltissimi erano i profughi provenienti dalle zone invase dagli austriaci e, mentre in Russia il potere passava nelle mani dei comunisti, i muri delle città italiane si riempivano di manifesti, di cui quello apparso a Desio il 14 novembre 1917 ne costituisce un paradigma: «Con una violenza superiore ad ogni previsione, dileggiando ed insultando il nome nostro, il più brutale nemico ha invaso la bella contrada friulana apportandovi ovunque minacce e terrore. Il popolo nostro che già con animoso esempio seppe mostrare nel lungo periodo della guerra come non gli sia grave nessun sacrificio, si mantenne fermo anche nella presente strettezza ed anzi si riaffermò unanime in quel sentimento di nazionalità che fa sacro ogni palmo del suolo della patria, in quel sentimento che sarebbe profondamente ferito ove la minimissima parte d’Italia dovesse cadere sotto il giogo straniero. [...] I barbari saranno ricacciati al di là delle alpi, assicurata una libertà durevole, il mantenimento dell’ordine e dell’esistenza [...] mentre però le provincie occupate dal nemico sono in preda al lutto ed alla desolazione, vada il nostro soccorso a mitigare il loro dolore e ad unirci sempre più in scambievole affetto fraterno». Ancora alla vigilia del 7 novembre l’ambasciata italiana a Pietrogrado era impegnata nel lavoro di propaganda al fine di far passare sui giornali russi le veline che in qualche modo ridimensionassero la catastrofe di Caporetto e gran parte del corpo diplomatico si trovò spiazzata dagli avvenimenti. Quando nel dicembre 1917 giunse a Pietrogrado il nuovo reggente l’ambasciata italiana, Pietro Tommasi della Torretta, egli non poté che adeguarsi all’impostazione generale data al momento dello scoppio della rivoluzione bolscevica di comune accordo da tutte le Potenze e che si può riassumere nella speranza che si trattasse di un passaggio transitorio, un incidente di percorso che nulla avrebbe mutato nel più generale quadro strategico europeo. Mancò, allora, la visione ampia di una situazione assolutamente complicata, il colpo del diplomatico geniale in grado di adeguare azione e previsioni alla realtà così bruscamente rinnovata rispetto ai mesi precedenti. Latitò, insomma, quella libertà intellettuale, unita alla spregiudicatezza, arma necessaria dell’uomo politico, per comprendere che il governo dei soviet, per quanto avverso, fosse davvero l’unico soggetto che avesse una linea politica in grado di poter decidere per la Russia. Né, d’altro canto, rifiutando la realtà si agì in modo aperto, deciso e forte per contrastarla. Insomma, e questa è certamente la critica maggiore che si può fare alle diplomazie occidentali, si tentò di mantenere in vita le motivazioni della guerra del 1914 in un mondo che nel 1917 non era più lo stesso. E se è vero che furono la guerra mondiale e le sconfitte patite dall’impero zarista a preparare il terreno per il colpo di mano bolscevico, si deve chiarire che il mondo mutò non solo per il corso della guerra, ma per il conflitto in sé, che con la sua violenza inaudita in precedenza pose gli uomini di fronte a valori completamente diversi rispetto a quelli che solo tre anni prima ne guidavano le coscienze. Tra i funzionari italiani che ebbero la ventura di seguire in prima persona l’evolversi della situazione in Russia non ci fu una personalità in grado di emergere dal grigiore generale che ben presto divenne caratteristica peculiare dei quadri governativi. Il console di Pietrogrado, Raffaele Pirone, da anni viveva sulle rive della Neva ma era un medico e non un diplomatico di carriera. Conosceva certamente la Russia imperiale empiricamente, ma non dimostrò, né allora né in seguito, di aver colto i bagliori del nuovo che avanzava e le motivazione dei giovani estremisti, bolscevichi o socialisti rivoluzionari, che stavano prendendo il potere. Affrontò con coraggio un destino tragico, ma il risentimento e la collera che si portò dentro, e che esplosero negli anni successivi nel corso della stesura dei suoi ricordi, furono indirizzati più che altro contro gli ebrei russi, indicati come i colpevoli delle sue sofferenze in una visione fideista di un mondo diviso in buoni e giusti e dannati, perché diversi e quindi avversi. 
Lo stesso discorso vale per Cesare Majoni, console italiano a Mosca e, secondo le parole di Vladimir Zabughin, il funzionario italiano di chiare origini russe, «più energico, più americamente indefesso che conobbi all’estero», che profuse un grande impegno e un’energia adeguata alla situazione, ma che rivelò nelle pagine del diario la sua vera natura di uomo avverso per principio agli ebrei, che riteneva la causa di ogni male. Zabughin si differenzia da questi uomini solo perché, originario della Russia, aveva quel paese nel sangue, ma non dimostrò alcuna qualità peculiare e le sue analisi risultano oggi prevedibili, superficiali e distorte dal pregiudizio. 


Il 7 novembre 1917, come detto, era prevista l’apertura del II congresso panrusso dei soviet. Quella data fu scelta da Lenin e dalla direzione del partito comunista russo bolscevico come la più opportuna per rovesciare il governo provvisorio. Si trattò, più che di un’insurrezione di popolo, di un’operazione militare che previde l’uso dei cannoni da sei pollici di cui era munita l’Aurora, alla rada di fronte al Palazzo d’Inverno, mentre altre torpediniere pattugliavano la zona di fiume tra l’isola Vasil’evskij e il Nevskij, in una situazione di assoluta anarchia nella quale i bolscevichi del soviet ebbero buon gioco affermando di difendere la rivoluzione: «Si prepara un colpo di alto tradimento contro il soviet di Pietrogrado», recitava un proclama dello Smol’nyj; «un complotto controrivoluzionario è diretto contro il Congresso panrusso dei Soviet alla vigilia della sua apertura, e contro l’Assemblea costituente, contro il popolo. Il Soviet di Pietrogrado monta la guardia alla rivoluzione».
Pietrogrado fu divisa in settori controllati dalla guardia rossa e verso le due del mattino del 6 novembre cominciarono le operazioni principali. Furono occupate le stazioni, la centrale elettrica, gli arsenali, i depositi dei viveri, alcuni ponti, tra cui quello che collegava la piazza del Palazzo all’Isola Vasil’evskij, la Banca di Stato, la Posta. Tutto accadde in una tale fretta, che Lev Trockij poté affermare anni dopo che «i resoconti sugli episodi di quella notte sono miseri e incolori: sembrano verbali di polizia. Tutti i protagonisti sono presi da una febbre nervosa. Nessuno ha il tempo di osservare e di registrare». Quasi tutto il centro cittadino fu posto sotto il controllo delle forze rivoluzionarie, che organizzarono posti di blocco e il giorno dopo i giornali uscirono con un certo ritardo, così come la città stentava ad animarsi. Verso la fine della mattinata del 7 novembre l’occupazione dei posti chiave fu completata: furono sbarrate molte strade adiacenti a Palazzo Mariinskij, dove i membri del preparlamento erano in procinto di dar vita a una riunione, interrotta prontamente da marinai della guardia rivoluzionaria; le strade intorno al Palazzo d’Inverno, poi, furono pattugliate dai marinai e dai soldati del reggimento Pavloskij, fedeli al soviet. Nel primo pomeriggio il Nevskij cominciò a ripopolarsi: «l’insurrezione?» si chiedeva la gente, «ma questa è un’insurrezione? Si tratta solo di un cambio della guardia tra le sentinelle di febbraio e quelle di ottobre», al punto che in serata la via principale della città era di nuovo affollata e si «concedeva ai bolscevichi tre giorni di vita». Anzi, le truppe della guardia rossa «non facevano più paura» e sebbene attorno al Palazzo d’inverno cominciasse a concentrarsi una certa forza, la gente, secondo le parole di Trockij, non sembrava preoccuparsi più di tanto. Claude Anet, un giornalista francese, «era sinceramente stupito: questi assurdi russi fanno una rivoluzione in modo diverso da quello che raccontano i libri. La ville est tranquille». 
Se la memorialistica vicina ai bolscevichi tese a dipingere la presa del potere del partito di Lenin come un indolore, e quindi «naturale» passaggio tra il vecchio e il nuovo, i più attenti osservatori tra coloro che si trovarono allora a Pietrogrado hanno lasciato molte pagine in cui raccontano, assieme alle proprie vicende, quelle del Paese che li ospitava all’interno di una cornice fatta di impressioni generali e tentativi di spiegazione degli avvenimenti, che offrono la possibilità di ricostruire, accanto a quei frangenti, il retroterra culturale, il retaggio politico che in quegli anni sembrò essere denominatore comune per tutti loro. E ne risulta, intanto, che al città, quel giorno, fosse tutt’altro che «tranquilla». 
Il 7 novembre Raffaele Pirone si trovava nei locali della legazione italiana, di fronte al Conservatorio e al Teatro Mariinskij, relativamente distante dal Palazzo d’Inverno, quando qualcuno lo chiamò al telefono esortandolo a tornare a casa, perché sarebbero stati levati i ponti, tagliando in due la città, mentre presto il coprifuoco e la sospensione della circolazione dei tram avrebbero reso impossibile qualsiasi movimento. Pirone scese immediatamente in strada: «I passanti», raccontò, «si affrettavano tenendosi lungo le case, sicché le vie larghe apparivano anche più deserte; agli angoli del ponte Nicola un po’ di folla era tenuta d’occhio da pattuglie di marinai delle navi da guerra ancorate in mezzo alla Neva; su tutti i volti una preoccupazione, una tristezza, resa anche più cupa da un cielo scuro, e da un vento di tempesta, che urlava come solo sulla Neva sa fare». Secondo il più famoso testimone del colpo di mano bolscevico, John Reed, invece, «i tram correvano sul Nevskij; uomini, donne, fanciulli si aggrappavano a ogni sporgenza. I negozi erano aperti e la folla, nella strada, pareva molto meno inquieta che la vigilia. La notte aveva fatto sbocciare sui muri una nuova fioritura di appelli ai contadini, ai soldati del fronte e agli operai di Pietrogrado contro l’insurrezione». 
Verso la parte alta del Nevskij, dopo il canale Ekaterinskij, si vedevano ancora «la folla, le vetrine illuminate, le réclame elettriche dei cinematografi; la vita continuava come al solito». Tutta la città, anzi, «sembrava essere uscita a passeggiare sul Nevskij. A ogni angolo di strada folle immense si accalcavano attorno a gruppetti che discutevano animatamente. Ai crocicchi, picchetti di soldati con le baionette in canna, uomini anziani avviluppati in pellicce lussuose, tendevano i pugni contro di essi, rossi di furore. Donne eleganti li ingiuriavano». Solo verso l’imbrunire, poco prima che Pirone scendesse in strada, all’angolo tra il Nevskij e la via Morskaja fu sistemata un’autoblinda. Alcune altre sopraggiunsero (portavano i nomi dei primi condottieri kieviani, Oleg, Rjurik, Svjatoslav), mentre i tram smisero di circolare e i passanti si fecero più rari. 
Quel 7 novembre si trovava a Pietrogrado un altro funzionario del governo italiano, F. M. Taliani, inviato in Russia con incarichi speciali, che fu messo al corrente degli eventi in modo analogo a Pirone: «Sono ancora a letto quando una voce che non riconosco mi annunzia per telefono che i bolscevichi hanno assediato il palazzo del Governo. Mi precipito fuori. Nella piazza del Teatro, nelle strade adiacenti non c’è nessun sintomo nuovo. Continuo verso il centro: strade tranquille. All’imbocco della Morskaja un soldato mi viene incontro [...]. Mi dice che non solo il palazzo del Governo ma tutta la città è in mano ai bolscevichi [...]. Soldati appaiono a poco a poco dovunque: sbarrano i ponti e i crocevia, tengono sgombra la Prospettiva Nevskij. Qualche colpo di fucile [...] mi hanno fermato tre volte per chiedermi il passaporto». Taliani provò repentino disprezzo per i primi rappresentanti del nuovo potere; la guardia rossa era composta da «operai di ogni età, facce scavate dalla miseria, occhi bruciati, sventolare di stracci, grida rauche: sono armati di vecchi fucili, di carabine rugginose»; è «un’accozzaglia nella quale sono stati gettati i rifiuti della società». Proseguendo nel suo cammino vide un’autoblinda guidata dagli junker che «ferma all’imbocco di un ponte, lo spazzava con la sua mitragliatrice. Allora dieci guardie rosse strisciando sull’asfalto l’hanno aggirata [...]. Dallo spiraglio hanno scaricato nell’interno i revolver [...]. I quattro junker sono stati tirati fuori che si dibattevano ancora e gettati nella Mojka». Taliani e Pirone si trovarono negli stessi minuti intorno al Palazzo d’Inverno, dove stava per raccogliersi il governo provvisorio per una seduta di emergenza e videro entrambi le prime sparatorie, sempre più fitte finché esse, come ricorda Pirone, «verso le 10 [le 22] si intramezzarono con fuochi di mitraglia nutriti e colpi di cannone sempre più frequenti tirati da vari punti, ma specialmente dalle navi. Noi potevamo vedere i tiri, perché l’incrociatore Aurora si trovava proprio dirimpetto alla nostra casa. Né fu difficile capire che si tirava sul Palazzo Imperiale, la cittadella della resistenza, guardato dalle uniche truppe fedeli al governo provvisorio: i cadetti delle scuole militari. Verso le 4 del mattino l’uragano scemò, i colpi si diradarono e si ebbero le prime notizie. Forti nuclei di bolscevichi dalle caserme, dalle navi, armati come per un vero e proprio assalto […] si erano impadroniti dei punti nodali della città, poi avevano fatto convergere i loro sforzi sul palazzo imperiale, la cui difesa aveva dovuto cedere. Gli assalitori, durante l’attacco, non avevano dimenticato le cantine del palazzo e, nell’ubriachezza, si erano perfino uccisi tra loro. Infine si erano abbattuti sui difensori e ne avevano fatto scempio in un’orgia di sangue, di cui molti più tardi menarono vanto».
Dall’ambasciata italiana partirono immediatamente i primi, confusi rapporti sugli avvenimenti. Il 7 novembre l’ambasciatore Carlotti informò Sonnino che le truppe di Pietrogrado e «masse disordinate e imbelli» passate dalla parte dei bolscevichi, avevano occupato e tenevano sotto controllo alcuni uffici governativi. Di Kerenskij si diceva che avesse abbandonato la città per porsi alla testa delle truppe fedeli al governo provvisorio, con le quali avrebbe presto riconquistato la capitale. Destava, comunque, preoccupazione, il fatto che il governo «avrebbe da tempo potuto padroneggiare situazione ove avesse proceduto con energia contro i perturbatori». Come detto, però, Carlotti non poté dare un ulteriore contributo perché lasciò inspiegabilmente la capitale russa il 9 novembre; la direzione della legazione italiana fu provvisoriamente presa dal  consigliere Giuseppe Catalani, che il 10 novembre scriveva a Roma di aver incontrato il ministro del Belgio Jules Destrée; questi lo aveva rassicurato riguardo alla decisa intenzione dei funzionari statali e degli ufficiali di boicottare il nuovo potere, destinato, quindi, a fallire. Non si escludeva, inoltre, un intervento diretto della Germania al fine di rovesciare i comunisti e occupare Pietrogrado. Sempre in quel giorno Catalani confermava la prossima fine del movimento bolscevico, il ritorno di Kerenskij, ormai a Carskoe Selo, pochi chilometri a sud di Pietrogrado, e la fuga di Lenin e Trockij verso un luogo imprecisato.
Tra i funzionari italiani presenti a Pietrogrado il 7 novembre un posto particolare è occupato dal già ricordato Zabughin, inviato nel maggio 1917 in Russia da Vittorio Scialoja, ministro senza portafoglio per la Propaganda di guerra, con incarichi di propaganda da assolvere a stretto contatto con la diplomazia ufficiale e la missione militare. Giunto Russia, dopo aver lavorato in diverse regioni russe nonché in Romania per tutta l’estate, era rientrato nella zona delle due capitali poco prima del 7 novembre. A Mosca aveva seguito per diversi giorni le manifestazioni che si susseguivano in attesa dell’apertura del congresso dei Soviet a Pietrogrado ed era stato colpito dal discorso «caldo, forte, convincente» di «un avvocato ebreo di Mosca, uno di quegli ebrei che non vollero mai cambiare cognome, come fecero tanti suoi correligionari», a parere del quale, la Russia era in grave pericolo perché i veri Russi, «l’ex razza dominante» sarebbe decaduta «per l’abuso della vodka, per il groviglio di sfacciate bugie onde fu avvelenato l’animo suo e per la sfrenata bestiale ingordigia. Se la Russia sarà salva, lo sarà per opera dei polacchi, degli ebrei, dei piccoli russi, dei fratelli slavi oppressi d’oltre confine: mai per opera della Grande Russia»; «La civilissima Mosca», del resto, «vedeva dilagare un cocainismo e morfinismo epidemico, un’orgia di perversioni più atroci», e neanche la capitale, da cui Zabughin scrisse il 5 novembre, sembrava foriera di novità positive: «Degli umori dell’enorme folla assiepata sulla piazza Kazan’ un osservatore europeo avrebbe potuto indurre la possibilità di un colossale massacro degli ebrei [...]. Mi ricorderò finché avrò vita una donna sulla quarantina [...] che arringava un gruppetto di studenti, di commessi del Gostinnyj Dvor e di impiegatucci: «I maledetti – urlava – non ci lasciano nemmeno pregare! Aspettate ancora, chiuderanno le nostre chiese e vorranno essere pagati per lasciarci entrare [...]. Ci vorranno convertire al giudaismo»». La notte tra il 5 e il 6 novembre Zabughin vide Pietrogrado «percorsa da decine di automobili, blindate ed ordinarie, piene di gente seria, affaccendata, cupa [...]. Sulle vie principali una folla fitta, taciturna, curiosa, stazionava avida di sensazioni e di novità», mentre la sera del 7 novembre registrò le medesime impressioni di Pirone e Taliani: «il fracasso era infernale. Cannonate di medio calibro, mitragliatrici, fucilate. Credevo che al riapparire del giorno almeno mezza Pietrogrado sarebbe [stata] demolita. L’albergo tremava, i vetri tentennavano, il pubblico, benché avvezzo alle più apocalittiche situazioni, s’informava premurosamente delle prossime partenze dei treni. Una notte d’inferno, insonne». Nell’alba leninista, poi, «si ammazzava alla spicciolata», si violentava «alla tedesca», come pure «teutonica fu la sorte riservata agli allievi ufficiali». Gli uomini di Lenin sono definiti senza mezzi termini «agenti turco-teutonici» e «fanatici imbottiti di denaro tedesco», mentre «la storia insegnerà un giorno l’esatta portata dell’aiuto prestato ai cavalieri della Germania [...]. La presenza di ufficiali tedeschi tra le guardie rosse mi viene affermata da buona fonte, né credo che senza un comando straniero codesta plebaglia si sarebbe battuta così bene [...]. Non saranno stati molti: ma bastarono». L’8 novembre Zabughin si recò assieme all’ambasciatore italiano alla vigilia della sua partenza al commissariato agli Esteri e osservò che molte guardie non sapessero bene quale governo servissero: «chiedevano meticolosamente dei lasciapassare, accontentandosi però, come di prammatica, di qualunque carta timbrata», mentre «una folla discreta stazionava dinanzi al Palazzo d’Inverno, il naso per aria, a mirare le impercettibili screpolature della facciata [...]. Manifesti bianchi e gialli ingiungevano al popolo di riprendere le abituali occupazioni, annunziandogli altresì in termini pomposi la caduta del regime borghese e l’avvento dell’era millenaria sotto un Governo operaio e contadino. [...] Tutti aspettavano Kerenskij. Dov’era?». La domenica, quattro giorni dopo il colpo di mano bolscevico, la situazione era tale da far pensare ad una imminente riconquista di Pietrogrado, ma arrivò il lunedì, e «Kerenskij non si faceva ancora vivo». Ormai prossimo alla partenza, Zabughin ebbe un incontro con Trockij allo Smol’nyj, dove si era recato il 14 novembre per ottenere i visti di uscita. La sede del governo sembrava «un festino aristocratico dei più bei tempi dell’impero. Nell’interno era un formicaio operoso [...]. Membri del Soviet che correvano alla seduta; facce convinte della propria alta missione, unti dal Signore, per davvero, seri e composti, soldati, marinai [...]. Trockij [...] è in rendigote, come si conviene a una non eccellenza socialista, e ha l’aria annoiata di colui che aspetta un mondo d’affari, senza che ne venga neppur uno. [...] Il compagno è chiomato, barbuto e molto brizzolato: somiglia vagamente al Černov». Dopo aver ottenuto il permesso di partire Zabughin si recò in un ufficio per la vidimazione del visto: «un estremo lembo porporino fendeva netto le nubi nerissime. Il mio interlocutore era chino sulla tavola, pensoso. Era piccolo, grassoccio, simpatico. Un anno fa doveva appartenere a qualche Lega di Michele Arcangelo per lo stermino degli Ebrei», ma ora tutto era mutato.
Secondo l’analisi di Zabughin, contenuta anche in un rapporto compilato per il ministero romano (e coincidente con il giudizio di Taliani), la rivoluzione bolscevica era non giunta inattesa: «Il suo graduale appressarsi e le misure di precauzione che il governo provvisorio di coalizione [...] era in dovere di adottare, mi tolsero la possibilità di proseguire l’opera mia di propaganda nelle scuole militari e nelle caserme di Pietrogrado». La rivoluzione «la prevedevano tutti sino dal mese di agosto». La «fenomenale illimitata insipienza e debolezza del governo provvisorio, basato sul vuoto e scevro di qualsiasi autorità in provincia, la criminosa condiscendenza del ministro di grazia e giustizia Maljantovič, che man mano rimise in libertà dietro cauzione quasi tutti i capi bolscevichi arrestati dopo i moti di luglio [...] il crescente disagio delle masse popolari, tra le quali la propaganda pro “pane e pace” [...] esercitava l’effetto di una lampada accesa su di uno stuolo di farfalle, tutto insomma cospirava ad affrettare l’avvento al potere di codesti cavalieri dell’Elmo Chiodato». Nessuno, però, si sarebbe aspettato una durata sensibile dei bolscevichi, essendo due settimane il massimo «che si concedeva di governo alla lega tedesco-romanovista-anarchico-ladresca». Infatti Lenin giunse al potere per demerito altrui, sebbene Kerenskij «difficilmente avrebbe potuto agire, nei giorni di martedì 6 e mercoledì 7 novembre diversamente dal come si comportò scappando cioè sotto bandiera americana». Il giudizio sugli uomini della diplomazia occidentale, comunque, in parte responsabili secondo Zabughin di non aver contrastato il colpo di stato bolscevico, è negativo: l’ambasciatore inglese George Buchanan, che è considerato «ostetrico e padrino della prima rivoluzione di marzo», addirittura «aveva perso quella non eccessivamente grande quantità di cervello che tiene in testa. Agevolò indirettamente la defezione dei cosacchi, giacché in un ricevimento solenne [...] li assicurò che l’Inghilterra non li avrebbe mai abbandonati né avrebbe fatto una pace separata a spese della Russia». Ma come Buchanan, neanche gli altri diplomatici, digiuni di cultura e storia russa, potevano comprendere la gravità di quanto stava accadendo. Anche nel rapporto ministeriale, infine, Zabughin tornò sulla presenza tedesca accanto ai bolscevichi: l’assalto al potere «si svolse con un programma prestabilito con un’accuratezza tedesca e con disciplina idem» e la presa stessa del Palazzo d’inverno fu condotta «sembra, sotto il comando di ufficiali germanici». 
Questo, in sintesi, il suo giudizio sulla rivoluzione bolscevica. Come altri suoi colleghi, il funzionario non sembra brillare per equilibrio e si ha la sensazione che ricavasse le impressioni fondendo le voci di strada con l’osservazione empirica, senza un riscontro oggettivo. A cavallo tra la vendetta ebraica e il complotto filotedesco, neanche per lui la rivoluzione di ottobre fu «una storia russa», bensì «anzitutto una Rivoluzione asiatica». Per questo, enfatizzava, «gli alleati non possono abbandonare la Russia al suo triste destino [...]. Essi debbono lottare anche sul teatro orientale per restituire la Russia a se stessa, alle sua forze sane, ai suoi uomini onesti. Unico mezzo è [...] un intervento rapido, energico, compiuto d’accordo tra le potenze dell’intesa, ma soprattutto da forze americane e giapponesi. [...] Se vogliamo, e dobbiamo volerlo a ogni costo, che il mostro teutonico sia schiacciato per sempre, dobbiamo aiutare la parte migliore della Russia a darsi un governo degno di lei e aiutare l’esercito russo a guarire e ricostruirsi. [...] Cosacchi, vecchi credenti, polacchi, romeni, caucasiani - ecco quanto basterebbe per tenere a bada assieme a qualche armata americana e giapponese, le scarsissime forze tedesche sulla fronte russa, anzi, per batterle e togliere a esse parte del frutto delle facili vittorie [...] occorre anche un intenso e continuo apostolato intellettuale».



  












































martedì 9 maggio 2017

MACRON E IL POPULISMO

C'è un errore di fondo nelle analisi mainstream che si leggono in questi giorni e cioè che l'elezione di Macron avrebbe fermato il populismo della Marine Le Pen e contribuito a salvare l'Europa. Non credo che con Marine presidente della Repubblica Francese l'Europa sarebbe stata fritta in qualche festa di partito: non ci sono dichiarazioni al riguardo da parte della donna politica, né la cosa appare così semplice da realizzare, visto anche quello che sta accadendo in Gran Bretagna dove la May, ovviamente per considerazioni solo elettorali (si vota tra poco), sta resistendo all'applicazione delle regole. Ma il discorso va oltre, nel campo più concreto dello sviluppo politico reale e immediato. Tralascio la questione del banchiere perché ci porterebbe a parlare per slogan, cosa che in questo momento non serve a nessuno, e mi soffermo brevemente su due punti: la distruzione del passato e le analogie con gli Stati Uniti d'America.
Macron ha "finalmente" realizzato quello che da due decenni si va dicendo in lungo e in largo, ossia che non esistono più la destra e la sinistra e che i partiti tradizionali sono superati. E' accaduto proprio questo: ha sbaragliato i partiti tradizionali, infischiandone del passato e guardando giustamente avanti, come un neanche quarantenne può a ben diritto fare. In Italia abbiamo assistito a un fenomeno simile con i 5S con la differenza che non sono riusciti a vincere le elezioni per governare il paese. Inoltre, essendo il loro leader un ultrasessantenne, non guardano avanti ma indietro: vogliono distruggere i partiti tradizionali, meno pensano a un programma di governo.
Negli Stati Uniti e in Francia si sono scontrati un uomo e una donna e in entrambi i casi ha vinto l'uomo. A Washington si è parlato della predisposizione del nuovo presidente per le gonne fuori dal matrimonio; in Francia per il rapporto con una donna ben più grande di lui. In nessun caso la nostra presidente della Camera ha preso cappello indignata perché le due società si sono apertamente dimostrate maschiliste, relegando le donne al ruolo di perdenti. Ancora, forse, negli Usa il rammarico per la non elezione della Clinton è stato quasi sincero, ma in Francia la Le Pen, essendo di destra, perde proprio la connotazione femminile e diventa un ibrido asessuato.
Macron non è una rottura del trend del 2017; lo sarebbe stata l'elezione di Marine. Macron è la continuazione di una linea politico-sociale che è partita in sordina con Berlusconi in Italia (sempre all'avanguardia per le deformazioni politiche), ha raggiunto l'apogeo con Trump (passando per esempi minori in Asia) e si conferma con Macron. L'alta finanza del mondo globalizzato in un sistema capitalistico in crisi ha necessità del controllo diretto delle leve politiche. Diretto, non mediato dai partiti che più o meno la rappresentano e che oggi non servono più, perché non rappresentano più. Le classi subalterne sono istericizzate dalla presenza dell'immigrato e non si accorgono che quella guerra che costringe i fratelli africani e asiatici a scappare riguarda anche loro; le classi dirigenti sono povere di spirito, di cultura politica e di prospettiva, impegnate in una rincorsa affannosa di una gestione del potere che si fa sempre più lontana e complicata. Hanno perduto il passo nel 2008 e adesso devono lasciare la strada al nuovo corso del capitale.
Triste dirlo, ma Marine è stata un'occasione persa. Il populismo, come vedete, non c'entra niente. Anzi, è solo fantasia.













venerdì 10 marzo 2017

CRITICA DELLA RAGION DIETROLOGICA PARTE SECONDA

L'onorevole Gero Grassi, componente della Commissione parlamentare di inchiesta sul caso Moro, si è risentito dell'articolo di Annachiara Valle ed ha scritto a "Famiglia Cristiana". Riportiamo la sua lettera e la coraggiosa risposta della giornalista e scrittrice. Per la prima volta il fronte giornalistico è rotto con decisione e sono poste le giuste domande alla Commissione, fino ad oggi francamente poco utile alla comprensione di quegli avvenimenti se si escludono poche audizioni di storici, magistrati e uomini delle forze dell'Ordine. 


Ecco la lettera che ci ha inviato l'onorevole Gero Grassi:

Ho letto sconcertato un articolo sulla testata on line di Famiglia Cristiana secondo il quale cambia poco sapere se il presidente della Dc sia stato ucciso da seduto o da sdraiato. Non volevo credere ai miei occhi. La questione nasce dalla perizia sulla dinamica dell’ uccisione di Aldo Moro chiesta dalla Commissione guidata da Giuseppe Fioroni al Reparto investigativo dei Carabinieri. Durante una lunga audizione il colonnello Luigi Ripani e il tenente colonnello Paolo Fratini hanno esposto gli esiti del loro lavoro – non sono stati ‘tirati di qua e di là dalle domande dei membri della Commissione’ , come si scrive nell’ articolo, semplicemente gli abbiamo chiesto chiarimenti – mostrando le evidenze scientifiche fin qui, paradossalmente, mai notate, in base alle quali Aldo Moro fu colpito da davanti: la versione brigatista delle ultime ore di vita di Moro è dunque fatta a pezzi.

Il Ris non dice, come di nuovo sostiene l’ articolo, evidentemente scritto senza aver seguito con attenzione i nostri lavori, che la «scena del crimine» è “certamente” la Renault 4 dove il corpo di Aldo Moro fu ritrovato la mattina del 9 maggio. Niente affatto. Il colonnello Ripani ha anzi detto il contrario, cioè che in base alla loro perizia l’ ipotesi che tutto sia avvenuto in un garage è alquanto improbabile. Proprio a tal fine svolgeremo un incidente probatorio in via Montalcini, per escludere definitivamente che quello sia stato il luogo dell’ uccisione.

Se il principale settimanale italiano, uno tra i pochissimi ormai autorevoli, propone ai propri lettori una versione così superficiale e falsa dei nostri lavori, dobbiamo preoccuparci oltre che rammaricarci. Noi, infatti, pensiamo che la verità del caso Moro sia un dovere, oltre che un contributo alla buona politica dell’ oggi. Per questo siamo impegnati a capire: perché l’ allora capo della Digos Spinella arrivò troppo presto in via Fani, chi sparò da destra, visto che i membri noti del commando stavano tutti su un lato, se i trafficanti d’ armi e gli ‘ndranghitisti che si incontravano nel bar Olivetti, proprio di fronte al luogo dell’ agguato, hanno contribuito all’ operazione, chi fossero coloro che hanno ospitato un covo brigatista nell’ elegante palazzina dello Ior di via Licinio Calvo, perché i brigatisti hanno detto così tante bugie e perché gli investigatori se le sono bevute … e tanti altri nodi critici.

Riusciremo a ricomporre il puzzle? E’ molto difficile, noi ci proviamo, auspicando che proprio Famiglia Cristiana non si sottragga all’ esigenza di un impegno per la verità e non si unisca al coro del qualunquisti.      

Gero Grassi, componente della Commissione parlamentare di inchiesta


LA RISPOSTA DI FAMIGLIA CRISTIANA

Gentile onorevole Grassi,

l’ articolo pubblicato ha avuto, come ben potrà comprendere, i più ampi riscontri prima di essere messo online. In particolare sono state attentamente ascoltate le audizioni ed è stata attentamente vagliata la perizia presentata dal Ris. Non riscontriamo invece la stessa precisione nelle sue affermazioni. In particolare sottolineiamo tre affermazioni quantomeno superficiali della sua lettera. Laddove afferma che «Il Ris non dice, come di nuovo sostiene l’ articolo, evidentemente scritto senza aver seguito con attenzione i nostri lavori, che la «scena del crimine» è “certamente” la Renault 4 dove il corpo di Aldo Moro fu ritrovato la mattina del 9 maggio», rileviamo, invece che dall’ audizione del colonnello Ripani del 23 marzo (il cui resoconto stenografico è stato pubblicato nel sito della Camera, si desume proprio quanto da noi pubblicato.

Dice il colonnello dei Ris:  «…Questa attività è stata svolta per ricercare elementi oggettivi desumibili: dal sopralluogo e dal repertamento sia sulla scena del crimine (sicuramente la Renault 4) sia anche dagli atti a disposizione della Commissione (parlo dei verbali di sopralluogo della Polizia scientifica all'epoca dei fatti); dalle analisi scientifiche delle tracce e dei reperti disponibili, che abbiamo svolto in laboratorio; dagli esami medico-legali eseguiti sul corpo e accertamenti balistici...». Su un’ altra delle sue affermazioni, quella in base alla quale il garage di via Montalcini non sarebbe stato il luogo in cui l’ onorevole Moro è stato ucciso, rileviamo che nella stessa audizione del 23 marzo il colonnello Ripani si limita a illustrare i dati della perizia e non dice mai che sia improbabile che il luogo dell’ omicidio sia il garage di via Montalcini. Tra l’ altro - questo del luogo dell’ omicidio - non era neppure tra i quesiti posti al Ris.

È il presidente Fioroni che, alla fine della seduta, esprime il suo personale punto di vista, non suffragato dalle parole del colonnello Ripani che anzi dichiara: «…I primi 3 colpi potrebbero essere stati esplosi in un luogo magari non tanto distante (adesso poi vi dico perché), ma in un locale, un garage, e la macchina fuori o la macchina dentro, ma non ne ho la più pallida idea e non voglio avanzare ipotesi». È invece il presidente Fioroni che, al termine della audizione e senza che ci sia alcuna prova a sostegno del suo pensiero, dice: «Credo che non sfugga a nessuno che, silenziatore o non silenziatore, nel garage di via Montalcini è difficile ipotizzare questa sicurezza di movimenti. Poi il bossolo fa rumore, fa rumore sulla porta chiusa, fa rumore sul soffitto, fa rumore dappertutto, e con gragnuola di dieci colpi magari non fa rumore il silenziatore, ma fa rumore tutto il resto. Il bossolo da qualche parte ha battuto e stiamo parlando di 12 colpi, non di uno o di due». Opinioni, fin qui, del tutto personali che non hanno trovato riscontro in prove scientificamente inoppugnabili. Ci chiediamo inoltre perché, di fronte a chiare dichiarazioni, per esempio la polizia scientifica (dottor Boffi) che nell’ audizione del 10 giugno 2015 dichiara «Non c’ è alcuna possibilità, per l'assenza totale di impatti di proiettili provenienti dalla destra, che il maresciallo sia stato colpito da colpi esplosi da destra. …. Di nuovo, noi non abbiamo alcuna evidenza di colpi esplosi dalla destra, perché non abbiamo alcun impatto all'interno e all'esterno dell'autovettura. Abbiamo impatti provenienti da sinistra che hanno certamente attinto il maresciallo», la Commissione continua a ritenere che in via Fani si sia sparato immediatamente anche da destra. Ci fermiamo qui per non alimentare ulteriormente la polemica.

Le chiediamo però perché la Commissione non riesce ad andare oltre una sistematica volontà di demolire quanto già ampiamente accertato dalla magistratura. Perché non aggiunge i tasselli mancanti, piuttosto che cercare di contestare gli elementi che sono già stati accertati e collocati al loro posto? A chi giova far finta che nulla si sappia, ignorare i riscontri, le indagini, le perizie, le testimonianze? A chi giova dare interpretazioni distorte di perizie e audizioni? Cercare di far chiarezza alzando polveroni piuttosto che analizzando con oggettività i fatti non è certo un buon metodo per cercare la verità.

Cordiali saluti

Annachiara Valle

martedì 7 marzo 2017

ANNACHIARA VALLE: CRITICA DELLA RAGION DIETROLOGICA

Siamo messi così. Un articolo che non mi esalta sul Caso Moro è comunque un passo enorme in avanti rispetto alla Commissione di inchiesta.

Di Annachiara Valle, 3 marzo 2017, Famiglia Cristiana



Sul caso Moro tutto da rifare? Così dicono i commenti sui lavori della Commissione presieduta da Giuseppe Fioroni. In realtà che sia tutto da rifare il Ris non lo dice. Non lo dice la perizia effettuata dagli uomini del colonnello Luigi Ripani e non lo dicono neppure, in audizione, lo stesso comandante del Reparto investigazioni scientifiche di Roma e il suo tenente colonnello Paolo Fratini. Seppur tirati di qua e di là dalle domande dei membri della Commissione Moro, i due carabinieri si limitano a mostrare le evidenze scientifiche e a formulare due ipotesi di cui una definita, «sulla base degli elementi oggettivi raccolti», la  «più probabile».

La «scena del crimine», per i Ris, è certamente la Renault 4 dove il corpo di Aldo Moro fu ritrovato la mattina del 9 maggio. Rispetto alla ricostruzione degli ultimi momenti del presidente fatta da Germano Maccari nell’ udienza presso la Corte d’ assise di Roma, il 19 giugno 1996, la differenza è sulla posizione di Moro al momento dei primi colpi sparatigli – già sdraiato secondo il brigatista, seduto sul pianale dell’ automobile secondo il Ris -, mentre gli altri proiettili lo hanno raggiunto nella posizione indicata dai brigatisti.
Non è la prima volta che la Commissione crea scoop e nuovi scenari sul caso Moro. I lettori ricorderanno anche la vicenda delle cassette di via Gradoli sulle quali nel 2015 – anche lì eravamo in prossimità dell’ anniversario della strage di via Fani – Gero Grassi, uno dei componenti della Commissione, aveva dichiarato: «Le cassette sono state ritrovate tra i reperti del covo brigatista di via Gradoli grazie al lavoro della dottoressa Antonia Giammaria, magistrato distaccato presso l'organismo parlamentare. Da quel che si conosce dagli atti erano 18 le cassette registrate ritrovate nel covo e mai ascoltate: ad oggi ne manca dunque una. Per il momento le cassette sono nella cassaforte della Commissione». Peccato però che, proprio sulle quelle audiocassette «mai ascoltate»» ci fosse tanto di verbale dell’ epoca della Digos con il contenuto dettagliato di ciascuna.

Il vero quesito allora è sugli obiettivi della Commissione e sul perché non si riesca ad allargare lo sguardo su quanto successe nel nostro Paese in quegli anni soprattutto sul fronte dello stragismo, dei depistaggi e dei rapporti tra settori deviati dello Stato e terrorismo. Sul rapimento e l'assassinio di Aldo Moro, lo avevamo già scritto fin dal nascere della Commissione, si sa tanto. Quello che manca è un quadro in cui collocare tutta la vicenda e quello che accadde dopo. Manca di sapere se e quanto si sapesse su terrorismo di destra e di sinistra, sul se e sul quanto si lasciò fare (perché ad esempio, una volta individuato il covo di via Montalcini si lascia che la Braghetti traslochi senza arrestarla e lasciando così che possa uccidere due anni dopo Bachelet?), sul se e quanto i brigatisti furono “usati”, loro malgrado, anche da pezzi dello Stato, sul se e quanto lo stragismo di destra fosse funzionale a una svolta autoritaria nel Paese…

E mentre i dietrologi del caso Moro giocano ai piccoli detective quasi fossimo in un episodio della serie televisiva Csi, sulle questioni vere che hanno cambiato la storia del nostro Paese si continua a tacere.

Perciò ci permettiamo noi di porre un quesito alla Commissione, nella convinzione che la nostra domanda sia anche quella di tanti italiani: perché non si indaga, finalmente e fino in fondo, sulle implicazioni e i coinvolgimenti delle istituzioni e degli apparati dello Stato in questa vicenda?

lunedì 6 marzo 2017

¿HABLA ESPAÑOL?


Oggi sono stato convocato a Milano alle ore 11.30 all'Università IULM per una verifica di conoscenza di lingue straniere: inglese e spagnolo. Si trattava di una decisione assunta dalla Commissione di un concorso per professore associato in Storia Contemporanea, al quale avevo fatto domanda. Mi sono presentato ed ho consegnato alla Commissione la seguente dichiarazione: 


Dichiarazione

Il candidato Marco Clementi in data 6 marzo 2017, chiede che venga messa a verbale la presente dichiarazione alla Commissione per la procedura di selezione e valutazione per la copertura di 1 posto di professore universitario di ruolo di seconda fascia per il settore concorsuale 11/A3 - Storia Contemporanea, settore scientifico disciplinare M-STO/04 - Storia Contemporanea, decretato con DR 17627 del 29 novembre 2016 dal Rettore prof. Mario Negri dell’Università IULM:


Visto che il DR 17627 sopra citato all’art. 12, Adempimenti della Commissione NON prevede alcuna prova linguistica per i candidati ma solo la possibilità dell’espletamento di “una prova didattica pubblica”;
Considerato che la riforma Gelmini ha istituito l’abilitazione scientifica nazionale e che il candidato Marco Clementi ha ottenuto l’Abilitazione Scientifica Nazionale a professore associato di Storia Contemporanea nel dicembre 2013;
Considerato che per un posto analogo presso l’Università di Verona, Dipartimento Culture e Civiltà, pubblicato su G.U. n. 2 del 08/01/2016, la Commissione giudicatrice ha individuato in Marco Clementi uno dei candidati da proporre al Dipartimento citato per la eventuale chiamata;
Considerato che il candidato ha svolto ricerche in tutto il mondo in una decina di lingue straniere, come dimostrano il curriculum e le sue pubblicazioni, partecipando a convegni internazionali e tenendo conferenze in diversi paesi come Stati Uniti, Repubblica Federale Russa, Grecia, nelle lingue locali, nonché insegnando all’estero e intervenendo in Università straniere sempre in lingua locale;
Considerato che la Commissione non ha ritenuto altrettanto importante una discussione sui titoli e le pubblicazioni con i candidati;

Rifiuta di sottoporsi a un accertamento linguistico che ritiene degradante e umiliante per il suo profilo di studioso.

Tenendo conto che la Commissione nella seduta preliminare del 15 febbraio 2017 ha inserito come criterio di valutazione dell’attività didattica “la continuità dell’eventuale attività didattica all’interno dell’Università IULM”, dichiara di considerare lo stesso criterio un atto discriminante. 


Milano, 6 marzo 2017


firmato leggibile

venerdì 3 febbraio 2017

ROMEO, GIULIA, CARLO E IL PRIMO MINISTRO. OVVERO: IL GIORNO SENZA REATO

Ho ancora addosso gli occhietti furbi di Francesco. 
Non di quel Francesco che lavora al giornale. Figurati se non siano intelligenti anche quelli. Mi riferisco a quel letterato, gran bel tipo, una figlia, mai vista, E se la rideva. Miserere trombetta, non lui, non Francesco. Un altro. Mi dico. Guardava, guardava il Francesco, e se la rideva proprio. Avrà pensato: questo è scimunito. Anche il Mario e la moglie, freschi da una lunga presentazione tra le palme di villaborghese reagirono con incredulità. Perché avevo confuso il galoppatoio, intendo via del galoppatoio, con capannelle. E mi ero perso l’evento. Assente assensio, volevo dire loro. Assente colto da un leggero vomito. Ma loro non conoscevano ancora la notizia del giorno, sicché in un certo qual modo mi sentivo meno scimunito di quanto andavano sostenendo. Loro. Loro no. Io sì. E la notizia era di quelle che ci inzuppi il biscotto, se sei del mestiere, per almeno sei mesi. Dunque: 
il primo ministro aveva dichiarato, stabilito direi, stabilito. Che in “occasione care cittadine e cari cittadini del quarto anniversario della storica sconfitta del comunismo italiano alle elezioni politiche del 2001, dichiaro con solennità il 12 maggio “Giorno senza Reato”
Minchia, mi dissi. Facci sentire meglio radiosferico dottor pinzette, facci sentire meglio. Perché questo dottore radiofonico le giustifica tutte le cose della casa liberale e quando uno nomina il primo ministro che diventa innominabile, e quindi innominato, tronca la conversazione (konversazia). È uno di quelli che sparano sicuro. E mi ha convinto. Il giorno senza reato mi è piaciuto. Lo hanno spiegato in televisione, mi sintonizzo dal mio palmare, cari mariuccio, franceschino e direttoreditorialometro. Io il palmare, che voi non sapete neanche cos’è, l’ho comprato. Io. E mi sintonizzo. Sdon. Anzi: SDON! (fa così il sintonizzatore). E il palmare raffica visi e parole sulla mia mano. Lo spiegano, il giorno senza reato, come quelle ventiquattrore durante le quali sono aboliti i codici. Quindi non si può essere processati, indagati o altro. Per reati, MA QUALI REATI!, commessi, MA QUALI COMMESSI, durante proprio quelle precise ventiquattroore 
(chepossaspaccarsintrelamiaanimadigessosenonèvero). 
Ma te lo figuri, giovani redactors, ve lo figurate, nodico, noDICO, NoDicO, VELOFIGURATECHE, quale goduria, quale incanto, ovvero, seduzione. (Seduzia)?  
Insomma, teoricamente, compagni, aaaaaapoi io sono per il primo ministro, intendiamoci, dicevo, compagni se posso esprimere il mio punto di vista, teoreticamente si possono rapinare tre quattro cinque banche e se riesci a strappare il denaro dalle tasche degli italiani in quelle, che so, ventiquattrore, buon per te. Ma come. Rapinare banche. Che mi viene in mente. Per me, mica per il movimento. Insomma, li tenevo, tak skazat’, per le palle a: mario, claudio e francesco. Il giorno senza reato dicevo e loro giù incredulità e io, che avevo il palmare, come dire, Lo sapevo che era vero. E me la godevo come un maiale. 
Vi rimetto a posto le cose. Ne abbiamo bisogno tutti. 
Le categorie romane, in prima istanza. Poi quelle leghiste. Poi quelle dei figli del puzzone. Poi quelle dei partigiani. Poi la resistenza girotondarola. Poi noi, ribelli. Vi rimetto in ordine le cose, dalla vigilia di quella sera al giorno senza reato. *** 
Ero ubriaco alla vigilia. Si parlava, con i compagni, di letteratura verità, del primo ministro, di organizzare una manifestazione di protesta contro questo governo, di quelle che devono però riuscire, di come evitare le legnate seriali da nemicointestino e, se possibile, non dico dargliele, ma fargli capire chegenova nonera mortainvano. Si parlò anche del Quirinale. 
“deve diventare un museo” sostenevo. 
“forse che il presidente francese vive a Versailles, quello austriaco a Schoenbrunn o quello russo al palazzo d’inverno? Allora perché il nostro deve starsene nell’ex residenza dei papi e dei re? Che diventi un museo e sia in tal modo restituito alla società civile”. 
Il discorso non faceva una piega, mi rendevo conto, anche perché gli altri tacevano. Poi, però, l’ebbrezza di quel vino ungherese, “bikovar” si chiamava, ebbe il sopravvento: 
“Mi dichiaro prigioniero politico” 
“Ma lo sentite, oh compagni, quale musicalità acquistano queste parole, se pronunciate con enfasi, scandendo ogni sillaba, quasi mordendosi il labbro superiore e trattenendo il respiro, d’un fiato: mi dichia roprigionieropolitico. Midich iaro progioniero politico”. 
“Notate lo stile terso? È una di quelle frasi, ce ne sono poche, a dire il vero, che non permette replica, di nessun tipo. Mi dichiaro prigioniero politico. Voi, potete pure schiattare. Non dico che sia una frase vittoriosa, ma evita una sconfitta repentina”. 
I compagni mi guardavano. 
“Un difetto? È un po’ moralista, ma siamo noi perfetti?” 
Cambiai discorso, perché non mi davano corda. 
“Come si chiama l’oggetto del mio amore?” 
“Ha mai un nome questa donna che osservo impallidire?” 
“L’amore materno compie il suo corso. Ossessivo, a volte. Da noi occidentali addirittura che supera tempo e barriere”. “Compagni: vi annuncio che: 
Cleopatra è Giulietta! Nessuno lo sa, nessuno lo saprà mai, e io mentirò tra due sassi turistici ai piedi del mantello della torre della notte che cade ma non cade e si dimentica dell’esistenza nostra e di quanto ci siamo voluti bene nel corso dei secoli! 
Cleopatra è Giulietta, ma nessuno lo saprà mai, e
io
io 
ci godo”. 

“Lo lasciamo qui”, disse un compagno

“No. Dobbiamo riprendercelo”, rispose un’eco

“Lo lasciamo qui”, disse il primo

“Io dico che dobbiamo riprendercelo”, riprese l’eco

“E io dico che è troppo ubriaco. Dobbiamo lasciarlo qui”. Si stavano prendendo gioco. Li incalzai: 
“Avete voi il coraggio della conoscenza? Avete voi il coraggio di dire: Io so? 
Io so. 
e poi
Negli ultimi giorni ho voluto spesso intrecciare le mie parole con il leggero battito del cuore di una cedranella” 
“Una cedranella gialla” 
“E una cedranella nera” 
“Papel, palel, polpot è un traditore” 
“Torniamo alla partenza. La pupa con chi si intreccerà? 
Si intreccerà di notte con le criniere dei cavalli e fabbricherà sogni che non esistono, sogni da cui il sonno ci sveglia e realtà, da cui nessun sogno ci può liberare, anima di piombo, che luce alla notte non sa fare. 
Per questo vi dico che Cleopatra essere Giulietta inreality” (;
“E ti senti il cuore flaccido...” 
“...come il nucleo cellulare di un’ameba. Anzi, guardatemi bene. Io sono un eliozoo” 
“Direi più lo scheletro silicio di un radiolario” 
“Una discomedusa” 
“Un gasteropode terrestro” 
“Hai un carattere grottesco” 
“Io ho un carattere egiziano
J’ave’ une cendiglia dans la sciue que me fa parle avec un’aksent franse. [Jeztz gebe ich sie weg]. Visto, parlo normale. E vi dico che io non sono più Romeo, ma l’altra parte di lui. Io sono Amleto e, se volete arrivare fino a Romeo, dovrete prima passare sul mio corpo. Cos’è in fondo un nome, se non la mediocre soluzione del ricco business del comunicare?”[:-)] 
“Romeo fa sul serio”@ 
“Romeo fa sul serio”.++  
“Possiamo allora riporre intatti gli strumenti, non è l’ora di suonare questa”°° 

***

!Questo era il tono di quella conversazione. Glissammo sui celerini, sulle mazzate dietro alla nuca, sulle pistolettate dentro gli occhi che ti sparano i carabinieri. Glissammo anche su Ustica, perché era troppo facile. E perché ero ubriaco e neanche gli altri avevano tempo da perdere. Provai, in un momento di cocente ritorno mentale, un accenno a quel letterato osannato sulle classifiche di vendita dei quotidiani. Perché ho sempre visto un traditore nello scrittore amico della società (e per stare su quelle pp. forse si deve essere molto amichevoli). Perché per definizione lo scrittore è un esule, uno che vede il morto nel matrimonio, il diavolo nel battesimo, la bellezza nella chiesa di Roma, la democrazia nel partito del primo ministro, idee chiare in questa nostra disgraziata sinistra. La verità, o menzogna, del letterato, non è né l’una né l’altra. Anzi. Maggiore è il grado di menzogna, maggiore sarà la sua alienazione, dunque la sua vena artistica. Insomma, dirò della veritàmenzogna! Farò della verità-menzogna! !Questa è la missione del letterato, se mai ne sia esistita una! 
Poi mi misi a dormire. 

La mattina dopo, fatidica, dovevo prepararmi per l’intervento con i tre di cui sopra sopra. Ma ero sempre ubriaco. Dunque mi sdraiai sul letto, bevvi un sorso molto lungo di birra e ripresi a sognare Cleopatra. O Giulia. Giulia. fu durante quel sogno che confusi capannelle con villa borghese e quando me ne accorsi ero già dentro a un concerto che non mi apparteneva. allora, per chiamare i tre, accesi il mio palmare e seppi del giorno senza reato. Così andarono le cose, 

Mi cominciarono a prendere sul serio quei tre lì. 
Il piano era già pronto. E lo sciolsi, proprio di fronte a loro, sotto a una porta che dà su via Vittorio Veneto. 
Si doveva organizzare una manifestazione di protesta contro il decreto. Per l’11 maggio. La manifestazione doveva essere ovviamente non autorizzata, nel senso che non avremmo richiesto il permesso. Lo scopo, evidente anche ai tre che se la ridacchiavano accaldati, era “fare saltare il giorno senza reati”. 

SECONTAIM. 

“Non noi abbiamo la verità, ma la verità ha noi”. 

Era una frase che dissi guardando negli occhi una bella cica comunista e fece il suo effetto durante la riunione preparativa della grande manifestazione di protesta. I tre di cui sopra avevano dato il loro spontaneo accordo e si erano infiltrati in mezzo movimento, su al nord. Io, siccome sono del sud, ero sceso nella sovversiva Calabria, da dove, sentendomi un po’ come un comandante, speravo di fare proprio una gran bella figura, specialmente agli occhi di quelle splendide sorelle che sono le compagne calabre. Correvano già diverse voci riguardo al 12 maggio. Si diceva, per esempio, che i mafiosi lo avrebbero trascorso a regolare questioni lasciate da troppo tempo irrisolte e si stavano attrezzando per gambizzazioni, ferimenti all’addome e uccisioni. Siccome la maggioranza di queste pistolettate se la sarebbero tirata fra di loro, alcune assemblee spontanee di normali cittadini avevano deliberato (si trattava di una richiesta, nulla più) che almeno i signori delimitassero da prima il territorio, in modo da non girare in quelle ore con i bambini, alcuni involontari rappresentanti dei quali, nel lontano occidente italiano, non una volta ci avevano già rimesso la vita. 

A Cosenza rividi la mia bella Giulia, una compagna della quale ero segretamente innamorato da più di un anno senza che mi venisse il coraggio per dichiararmi. L’unica possibilità. No, una bella possibilità era quella di farmi bello davanti a lei recitando la parte del capo. Salii di ruolo ed esposi il mio piano davanti alla Calabria rivoluzionaria: una parte, segreta, era questa: nado sozdat’ vse vozmozhnie predposyl’ky dlja vosstanija imenno odinocotogo kvetna, no kak tol’ka nastupit dvenadcotoe - rasschodimsja po domam. Quella pubblica, invece, prevedeva la nostra partenza per Roma tra il 5 e il 9 maggio, alla chetichella, l’ospitalità dei compagni della capitale (io avrei ospitato Giulia e qualche altra amica) e il ritrovo alla stazione termini, l’undici maggio mattina, alle sei, con quanti erano scesi dal nord. Quindi organizzare in fretta il corteo e partire verso Palazzo Chigi con lo scopo di oltrepassarne la soglia, simbolicamente. A quell’ora nessuno si aspetta un assalto del genere, quindi avremmo avuto ottime possibilità di arrivare molto vicino. Poi ce la saremmo giocata. 

***

I treni e le stazioni sono sorvegliati. Agenti scendono e salgono in continuazione dai treni. Vogliono sapere chi sei, chiedono i documenti, registrano, chiamano, vogliono sapere. Statodipoliziastatodipoliziastatodipolizia. Serve lamentarsi? No. 

***

Roma, 11 maggio 2004. Ore 19.34. Piazza di Spagna.  

Il ticchettio della folla si lascia respirare. La ragazza con i capelli rossi ha cominciato a prendersela con i celerini li provoca li prende a parolacce poi li spinge per lo scudo e questi reagiscono con le manganellate mi butto in mezzo perché si trova a pochi metri e loro si tirano sopra di noi e volano le telecamere come posso mi addento su uno scudo e spingo accanto alle mie mani volano manganellate e vorrei tanto tirarmi dentro una celerina ma non ho il tempo di pensare intanto arrivano i rinforzi e sono tanti noi pochi ma reagiamo ancora e picchiamo come ossessi ma loro pure e noi abbiamo la peggio poi loro si calmano finalmente. Con cautela indietreggiamo ma io sono avanguardia disarmata. Non ci seguono e mangiamo subito la foglia. Loro non possono avanzare. Per ora hanno la consegna di non superare le transenne. E noi gliele vogliamo buttare giù. Questi trecento caschi li ho contati non potrebbero contenerci sarebbe una bella battaglia perché i violenti dentro capiscono solo la violenza che viene da fuori. La tonica e la dominante di una società sono separate dal più grande intervallo esistente: quello del potere del questore. Sai celerino che posso leggere sul tuo volto quanto ti resta da vivere? È una tecnica della grande madrerussia. Uno ti guarda e zac, ti dice quanti anni ancora. Pare dipenda dagli emisferi. Quando diventano uguali stai all’erta perché vuol dire che ci siamo. Fisiognomica. Ma datemi un paio di molotov e regoliamo la faccenda. Non temo la lotta mi puoi pure dare tre manganellate dritte in fronte se ti riesce ma non provare ad arrestarmi. Comincio a diventare serio. non ne posso più di tenermi queste scarpe strette ne devo comperare delle nuove speriamo di non pagarle troppo e non ne posso più di questa pelata agitata che ho accanto e che cerca di provocare i celerini; il cielo è blu acciaio e tira un vento gelido che alza violente stoffe di polvere. Guarda quella che ha perduto la lente da un occhiale legato con uno spago dietro alla nuca. mi chiedo se giungerà un nuovo colpo a spezzare definitivamente la strada sotto le scarpe dei celerini che vanno alla ricerca dei discorsi rimasti sospesi sopra le cento rotondità del mondo pronti a rubarceli come noi da bambini si rubavano le zucche negli orti !animo giornalisti animo! Giulia? 
Movimento di gente. Si parte per una manifestazione spontanea. Lontano dall’abbraccio della celere. Andiamo a bloccare questa città. Intorno a me la prima fila dei diciottenni dell’anarchia e dei centri sociali. C’è un rumore assordante di chiavi e fischietti. Non so quanti siamo, in quanti ci seguono, ma non mi interessa, urliamo a tutte le macchine ferme che ci guardano sgomente. Suona Suona! E i guidatori suonano il clacson magari per paura e noi applaudiamo come tanti bimbi felici. La polizia è presa di sorpresa perché non si aspettava questo movimento. Ci comincia a seguire. Tutti gridano Resistenza. Resistenza. Gli anarchici saltano sopra i tetti delle macchine e mentre gli automobilisti li osservano impauriti la polizia comincia la carica. Ce li ho a un palmo. Sparo un calcio e indietreggio. Si urla. Rantola la folla. Altri pula sono raggruppati a venti metri da me. Qualcuno svuota sulle loro teste, dall’alto di una casa, due buste piene d’acqua. Si defilano. Qui è stretto, stretto. Ce li ho intorno, li sento. Spaccano una testa a manganellate dietro di me. Scappo sopra una macchina. Ce li ho di lato, troppi, scalcio come posso e tiro una stecca sopra un casco e la mano mi duole. Correre via. Strappiamo rami e ne facciamo bastoni e meniamo randellate nel vuoto in direzione dei celeri. Che faranno pure il proprio lavoro ma lo fanno male. È tutto il gruppo di anarchici e di blackblok. E me. Vado avanti a intervalli, come posso, cercando di sfiorarne uno ogni tanto. Hanno sparato un lacrimogeno. C’è fumo. Attacco da terga. Hanno anche l’idrante che ci becca pieno. Ora sono passati decisamente al contrattacco. Siamo presi nel mezzo e scappiamo in ogni direzione. Le fiamme indomabili sono quelle accese con i cuori degli uomini immersi nell’acqua. Sento il sangue caldo in bocca. Gli occhi mi si riempiono di lacrime di rabbia e cerco di menare sodo come posso ma questi sono davvero in tanti si sono riorganizzati. Sono come dei pendoli che colpiscono e tornano indietro. Mi devo costruire una fionda. E colpirli da lontano. Da domani. Allora sarò perfetto. Perché i celerini sono come la luna. Mostrano sempre la stessa faccia. La materia s’è fatta sorda e tenebrosa e nella rete nessuno raccoglie le lettere. I celerini hanno formato due file compatte, la prima a due metri dal cancello. Dentro al cortile le truppe motorizzate, l’autoblindo con l’idrante sul tetto, altri celerini intorno. Arriviamo a un metro dai primi. Il fragore è enorme, io non vedo quasi nulla per via delle fotoelettriche e del fumo, ma ormai c’è poco da vedere. Siamo messi male perché ci siamo lasciati chiudere tra questi che mi stanno sulla punta del naso e i celerini in coda. Ci massacreranno, anche se adesso sono in attesa. Io lo so, ma forse gli autonomi e gli anarchici, no. O non gli importa. Un paio di minuti di tensione che lievitano e sembrano venti. Qualche chiave agitata, i tamburi, lontani. noi, i nostri nasi e i manganelli della celere. Dietro, nuovamente un muro di folla. Il pensiero che sulle barricate muoiano sempre i poeti mi agita un poco. E non ho un piano per non restare schiacciato durante gli scontri. Riecco l’uomo col megafono. Parla. Dice che la televisione di Stato mente. Ci allarghiamo per far passare quelli con i tamburi, che si posizionano tra noi e la celere. Mi calmo un po’. Il rumore sale e davanti ai miei occhi passano altri tamburi, un sassofono, una tromba e qualche barile di vernice rivoltato. I celerini sono pronti a colpire le nostre parole d’oro. Li fisso. I loro volti muliebri ben nascosti dietro alle visiere hanno ormai acquistato le sembianze del brusio costante che ne ha evocato la venuta: amore, verginità e morte sono sul punto di confondersi dentro alla gabbia della più grande protesta popolare contro un governo di Stato nella storia della seconda repubblica italiana. 
Poi la lancetta lunga compie l’ultimo giro e scatta la mezzanotte. L’undici maggio lascia il posto al dodici e noi, come d’accordo, voltiamo le spalle ai celerini e ce ne torniamo alle nostre case, lasciandoli increduli. La giornata dell’undici maggio, scriveremo se sopravviveremo al dodici, è stata dedicata al ricordo di tutti i martiri italiani morti sulle strade e nelle piazze a partire dal 1859, uccisi dalle forze dell’ordine del nostro Stato mentre manifestavano per rivendicare un diritto, civile, economico o politico. Se la memoria non mi inganna, l’ultimo in una piazza vicino al mare. 

martedì 31 gennaio 2017

COL TERREMOTO SI DEVE CONVIVERE


Mi sembrano tra le parole più di buon senso lette in questi mesi


ALESSANDRO BIANCHI


Tra le innumerevoli domande su “come vorresti il 2017”, credo che quella che riguarda le persone colpite dai terremoti di agosto e ottobre dello scorso anno sia una tra le più difficili a cui rispondere, perché quello che un terremoto porta con sé è il repentino sconvolgimento di tutto ciò che attiene all’esistenza stessa delle persone.
Non è solo una vicenda di crolli e distruzioni di case, edifici, spazi pubblici, luoghi di lavoro, ambienti di vita. È che in un istante si vedono scomparire familiari, amici, conoscenti, concittadini; si tranciano i fili di storie singole e collettive; si perde ogni riferimento ad una comunità. Sicché ha ragione Papa Francesco a chiedere di “ricostruire non solo le case ma anche i cuori”.
Ma è l’operazione più difficile da fare ed è certamente al di fuori della portata di chi è in grado di dire qualcosa solo per quel che riguarda il soccorso alle persone, la ricostruzione del patrimonio fisico e la difesa preventiva del territorio.

È dunque su questi tre aspetti che provo a dire come vorrei che fosse il 2017.
Vorrei, anzitutto, che la macchina dei soccorsi – che sta già dando buona prova di sé – continui ad essere migliorata nella dotazione di mezzi, nel numero e nell’addestramento delle persone e nella disponibilità di risorse economiche adeguate. Se pensiamo a quanto accaduto in occasione di eventi precedenti, quando agli effetti disastrosi del sisma si sono sommati ritardi, imperizia, carenza di uomini e mezzi, i miglioramenti sono stati notevoli. Ma siccome parliamo, sopra ogni altra cosa, della vita delle persone, quello che si fa non è mai abbastanza.
Quindi “vorrei” che la Protezione Civile e tutte gli altri organismi preposti diventassero sempre più pronti ed efficienti.
Vorrei, poi, che la questione della ricostruzione venisse affrontata in modo serio sia sul piano tecnico-scientifico che su quello politico-amministrativo, cominciando dall’evitare banalità del tipo “ricostruiremo tutto come era e dove era”.

Non solo non sarà possibile ricostruire tutto com’era e dov’era, ma in moltissimi casi non sarà corretto farlo: perché si è costruito male all’inizio; perché si è modificato-aggiunto-trasformato in modo tecnicamente sbagliato e in spregio alle regole; perché si è costruito dove non si doveva; perché nel tempo sono entrate in vigore nuove norme che devono essere applicate (sulla sicurezza, sull’isolamento termico, sull’efficienza energetica).

Per tutte queste ragioni è un cattivo messaggio quello di far credere che, ad esempio, Amatrice tornerà uguale a prima del terremoto.
Ma bisognerà anche stare attenti alle farneticazioni degli apprendisti stregoni, quelli che vogliono costruire (vedi L’Aquila) delle new-towns, termine di cui ignorano il significato oltre a non conoscerne le storiche realizzazioni, e anche a quelli che pensano che la soluzione migliore sia il trasferimento altrove, che è come dire accettare il taglio delle radici.
Poi, qualunque cosa si faccia, bisognerà impedire che la ricostruzione diventi un campo libero per la corruzione e l’affarismo. Non c’è reato più disgustoso di quello commesso sulle disgrazie altrui e, quindi, va represso nel modo più deciso laddove si annidano corrotti, corruttori e affaristi: nelle amministrazioni centrali e locali, nelle grandi imprese e nei piccoli sub-appaltatori, tra le archistar e tra i tecnici di paese.
Dunque quello che “vorrei” è che ci si dedicasse alla rigenerazione, che vuol dire sì ricostruzione del patrimonio fisico, ma vuol dire anche ricomposizione del tessuto sociale, e vuol dire ancora virtuosità dei comportamenti.

Vorrei, infine, che il terremoto venisse finalmente affrontato per quello che è: un fenomeno inevitabile e non prevedibile, che continuerà a ripetersi ovunque nel nostro Paese perché è un fenomeno endemico.

Anche considerando solamente gli ultimi cinquanta anni, abbiamo avuto nove terremoti distruttivi – nel Belice (1968), nel Friuli (1976), in Irpinia (1980), in Umbria (1997), nel Molise (2002), a L’Aquila (2009), in Emilia (2012), ad Amatrice e a Norcia (2016) – che hanno causato quasi 5000 vittime, un numero imprecisato di feriti e hanno comportato una spesa per le ricostruzioni stimabile in circa 130 miliardi di euro.
Di fronte a questo quadro drammatico, quello che ci dobbiamo chiedere è se possiamo continuare a porci nei confronti dei terremoti solo in termini di soccorsi e ricostruzioni. Detto in altri termini ci dobbiamo rassegnare a vedere crolli, distruzioni e vittime ed intervenire solamente dopo per proteggere chi è stato colpito e per tentare di ricostruire con costi enormi quello che i terremoti hanno distrutto?
La risposta è no; non dobbiamo affatto rassegnarci perché sappiamo esattamente cosa fare: dobbiamo mettere in sicurezza il territorio contro gli effetti dei terremoti, quindi prima che questi si verifichino. Dobbiamo fare in modo che le case, le scuole, i presidi sanitari, i municipi, le chiese, le aziende, il patrimonio artistico siano in grado di resistere ai terremoti.

È possibile? Le conoscenze scientifiche e tecniche, che negli anni più recenti si sono notevolmente affinate, ci dicono di sì; ci dicono che sappiamo cosa fare e che abbiamo gli strumenti tecnici per farlo. Lo sanno i sismologi, i geologi, gli ingegneri, gli architetti, gli urbanisti, gli storici, gli economisti, gli imprenditori.
Allora cosa manca? Le risorse economiche, come spesso si sente ripetere? No perché è facile dimostrare che quanto si è speso e si continuerà a spendere per “ripristinare” le distruzioni è di gran lunga superiore a quanto si spenderebbe per “impedire” le distruzioni.

In realtà quello che manca è la volontà politica di intraprendere la strada della prevenzione, probabilmente perché nelle sedi decisionali – a partire dal Parlamento e dal Governo – manca la capacità di comprendere il nocciolo della “questione terremoto” e di ragionare su come affrontarla nei tempi lunghi.
Quello che occorre è un “Piano di rigenerazione preventiva”, vale a dire un piano che abbracci l’intero territorio nazionale, che stabilisca le azioni da intraprendere, che fissi un orizzonte temporale e le priorità, che costruisca le procedure adeguate, che reperisca le risorse necessarie.
Per elaborare e realizzare un simile Piano occorrerà mettere al lavoro un esercito di studiosi, tecnici, amministratori e imprenditori, serviranno 100 miliardi o forse più e ci vorranno 20-25 anni per vederne l’attuazione. Ma è quello che si deve fare e che “vorrei” fosse fatto a partire dal 2017.
*Professore ordinario di urbanistica, Rettore dell’Università Telematica Pegaso, già Ministro dei Trasporti nel secondo governo Prodi