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giovedì 24 gennaio 2013

BENEDETTA TOBAGI E UN FUNERALE



Nel giro di pochi giorni la Repubblica e, in particolare, Benedetta Tobagi, torna sui funerali di Prospero Gallinari. La Tobagi oggi li affronta concentrandosi su due problemi: la pietas e il terrorismo.
Sul primo problema sono d'accordo con lei. La pietas non c'entra. Quelli di Gallinari sono stati funerali politici. Se qualcuno che vi ha partecipato ha poi giustificato la sua presenza appellandosi a un sentimento personale, o fa finta di non capire la valenza di quel gesto, o proprio non la comprende (che forse è peggio).
E però, la stragrande maggioranza delle persone che hanno accompagnato Gallinari non erano a Coviolo per pietas, ma per riaffermare un'idea. Certo, erano vecchie, come sempre ricorda la figlia del giornalista ucciso nel 1980 da un gruppo armato di estrema sinistra, ma anche ergastolani. Vecchi ergastolani, sarebbe l'espressione corretta. Gli ex-Br sono tutti passati per la galera e alcuni ci stanno ancora oggi, a distanza di trent'anni dai fatti. Ciò vuol dire due cose, almeno: la prima - che giustizia è stata fatta. La seconda, che i brigatisti erano giovani. Esattamente, tra i 17 e i 32 anni. E chi aveva 32 anni era considerato già un vecchio. Lo scrive anche Valerio Morucci, che nelle Br ha transitato e che le conosce bene: la peggio "gioventù", dice.
Dunque, giovani. Una generazione. Quella generazione. Terroristi? Come ha ricordato Tonino Loris Paroli durante la commemorazione per Gallinari, le Br avevano la possibilità di far saltare treni, ferrovie, autostrade. Dividere in due l'Italia. Lo confermo. Avevano a disposizione esplosivo e armi di una certa pesantezza. Non l'hanno mai fatto, però. Terrorizzare, significa spaventare la popolazione civile attraverso azioniche colpiscono in modo indiscriminato. La generazione che impugnò le armi all'inizio degli anni Settanta, e in particolare l'organizzazione Brigate Rosse, non fecero morti casuali. Giovani, presero le armi perché qualcuno aveva dichiarato loro guerra. Presero le armi per difendersi. Il 12 dicembre 1969 decise le sorti dell'Italia per il decennio successivo. Se non si capisce questo, non si coglie la valenza della lotta armata. La strage di Piazza Fontana costrinse il sindacato dei metalmeccanici a chiudere una vertenza che si protraeva da mesi. E nelle fabbriche nacquero le Brigate Rosse. Ma guarda un po'. Per combattere quella generazione il nostro Stato mutò se stesso. Emanò leggi speciali, inventò reati associativi, torturò quei giovani. Non trattò per la vita di Moro, aprì carceri speciali, condannò senza prove, ma sulla base dell'assunzione collettiva di responsabilità politica. E non sono, i brigatisti, prigionieri politici? Se il reato che si contesta loro non è più "comune", come si possono definire i condannati "criminali comuni"?
Perché, dovrebbe chiedersi la Tobagi, paesi come la Francia, ma anche come il Brasile, rifiutano da decenni di concedere l'estradizione per giovani ormai divenuti vecchi, condannati allora in contumacia? La Francia ha ceduto una sola volta, e forse se ne sta ancora pentendo.



























lunedì 21 gennaio 2013

EZIO MAURO e l'OBLIO

"Non è un problema di partecipare ai funerali, ma all'elemento simbolico che i funerali rappresentano e non sentire la necessità umana di separarsi da quei simboli che quei funerali rappresentano. Non è possibile aver ripudiato il terrorismo, aver fatto una scelta di difendere lo Stato e la democrazia, uno Stato che non ci piaceva e difendeva le stragi, ma che andava cambiato. Nascondere tutto ciò dietro la parola umanità è improprio. E' vero che i morti meritano compassione tutti ed è chiaro che di fronte alle persone sconfitte si guarda alla parabola della loro vita, ma l'umanità deve cominciare prima di tutto dalle vittime. La cui vita è stata spezzata per un disegno ideologico folle, che sembrava già folle allora, ripudiato dalla classe operaia alla quale ci si rivolgeva. Come si fa a parlare di umanità senza dimostrare umanità per le vittime. E' grave che esistano queste scorie nella sinistra italiana. Che significato ha? Come se non fosse la cosa più vile di questo mondo sparare a una persona disarmata che crede di vivere in democrazia in tempo di pace perché si mima una guerra che non esiste e che è stata dichiarata da una parte sola?
Com'è possibile a tanti anni di distanza a dare dei giudici ancora così ambigui? Fortunatamente la grandissima maggioranza della sinistra i conti li ha fatti, salvando la democrazia italiana come hanno fatto la Democrazia Cristiana e il Pci durante il sequestro Moro."


Queste le parole di Ezio Mauro oggi in redazione a Repubblica. Le ho trascritte in fretta, qualche passaggio è omesso, ma la sostanza è questa.

Io mi chiedo, e ce lo chiediamo in molti: ma come si fa ad avere ancora paura di una rivoluzione che come giustamente dice Mauro, è stata sconfitta? Cosa c'entrano le vittime? Non è mica morta una vittima delle Br. E' morto ed è stato accompagnato nel suo ultimo viaggio un dirigente delle Br. Uno dei più famosi. Di cui la stampa, che avrebbe preferito tacere, è costretta a parlare.  La memoria di Prospero fa paura, perché ci sono donne e uomini che lo ricordano. E che non pensano a una guerra dichiarata unilateralmente, guardando a quegli anni. Credono che la lotta armata fu una risposta alla reazione della classe dirigente italiana, alla ristrutturazione capitalistica, ai licenziamenti e alla controffensiva reazionaria, dopo lo scatto in avanti rappresentato dagli anni Sessanta. Fu la risposta alle bombe di Milano, alla strategia della tensione che insanguinò il Paese fino al 1974. Fu il tentativo, unico nella sua originalità, di portare in Italia uno scontro sociale armato, di armare il proletariato, di attaccare lo Stato, la Democrazia Cristiana. E di processarla. Quel processo che non poteva avvenire né in Parlamento, né nelle piazze, avvenne in un appartamento della periferia romana. E i partiti se ne disinteressarono. Che Mauro ci spieghi in che modo sarebbe andata a malora la Repubblica, ripeto, la Repubblica, lo Stato, se i partiti avessero trattato la liberazione di Moro? Se avessero scelto di liberare un solo prigioniero politico. Uno solo. Avrebbero salvato Moro. Lo hanno lasciato morire, senza assumersene la responsabilità politica. E di questa memoria che non si può e non si deve parlare in Italia. Del fatto che un gruppo consistentissimo di proletari si siano armati e abbiano sparato al capitale e ai suoi rappresentanti. E del fatto che questa storia sia durata non meno di quindici anni. E si sia conclusa, da un punto di vista giudiziario, con l'assunzione piena di responsabilità da parte degli imputati. Responsabilità politica, per la quale sono stati condannati a decine di ergastoli persone che non hanno mai sparato. E per la quale, dopo 32 anni, molti sono ancora in carcere.
Cosa vuole Mauro? Una solo parola: l'Oblio. Caro Mauro, non l'avrai mai.

















LAVORO, CASA, DIGNITA', UGUAGLIANZA.





A casa di Prospero ho trascorso il Primo Maggio del 2005. Stavo insieme a Francesco Piccioni e su incarico della Casa Editrice "Odradek" si doveva parlare del libro "Un contadino nella metropoli", uscito l'anno dopo con Bompiani.
Devo dire che quel titolo non mi convinceva. Come un contadino? I contadini sono sempre stati dalla parte della reazione, alla fine. Sono i piccolo borghesi doc, quelli che dalla terra ricavano più redditi con un solo lavoro, che quando ottengono la terra - rivoluzione ti saluto.
Ma nella metropoli si proletarizza, rispondeva Prospero, e acquista coscienza di classe. Sul titolo nulla, un muro. Non mi convinceva neanche il resto, però. Non perché l'avrei buttato via. Ma mi sembravano necessari alcuni passaggi politici che erano stati omessi. Perché? Perché, gli dicevo, sei stato uno dei massimi dirigenti delle Br. Discutemmo per ore. Registrai pure qualcosa, che avrò messo chissà dove, ma alla fine non si spostò di una riga. Non ci fu verso (e Piccioni era dalla mia parte allora) di convincerlo a spostare nulla. A malincuore "Odradek" decise di non pubblicare il libro. Quando poi uscì, l'anno seguente, inseguito da stroncature su tutti i maggiori quotidiani, il titolare della casa editrice romana alzò le sopracciglia. Come a dire: non mi ero sbagliato.
Nel frattempo sentivo Prospero, ma solo per telefono. Era malato, Prospero, molto malato. Già allora, già da decenni.
Reggio Emilia fa impressione. Te la ricordi una delle città della provincia italiana più ricca, e invece la crisi miete anche qui. La stazione e le strade intorno sono una piccola "Termini" dei tempi peggiori. Solo le centinaia di biciclette ammassate su un lato sono un segno. Si prende il 4 e si va verso Coviolo, la frazione dove abitava Prospero. Attraversi il centro mentre continuano a salire adolescenti che escono dalle superiori e vanno a casa. Tutti a Coviolo, fermata più, fermata meno. L'autobus è pieno. La neve intorno copre tutto.
Scendiamo di fronte al cimitero. Un breve tratto a piedi e sei dal fioraio. Prendiamo quattro garofani rossi, che metteremo sopra la bara di Prospero, già avvolta in quella bandiera con falce e martello e stella a cinque punte. Pare ci sia la Digos, ma neanche la vedo. Sto attento ai volti dei compagni e delle compagne, abbraccio Giava, stringo la mano a Piccioni, poi arriva Salvo, Baruda, vedo Tinino, Giorgione di Bologna, e Sante, che ha preso in mano l'organizzazione. Dentro la camera mortuaria, mentre depongo i garofani, un giornalista mi chiede se può scattare una foto, così, dice, non ci sono solo vecchi. Premuroso. Qualche ragazzino, in realtà, c'è. Magari è intimorito e non entra. Ci si sposta dentro la sala per le commemorazioni, ma ci stiamo solo in minima parte. Sante propone di fare la commemorazione fuori, sotto la neve, ma almeno le mille persone intervenute possono partecipare.
Comincia Seghetti, che ricorda i nomi degli assenti. Poi la parola passa Tonino Paroli, che difende la storia delle Br e come Cossiga, sottolinea che non fu terrorismo. Sante legge sue poesie, quindi prende la parola Oreste per un'omelia sentita ed emozionante. Aveva già fischiettato l'internazionale nella camera ardente. Ora la riprende, poi la canta, in italiano e francese. Pugni chiusi. Lunghi applausi. Prospero è vivo e lotta insieme a noi, le nostre idee non moriranno mai.
Chi ha qualcosa da dire lo faccia, insiste Giava. Prendono la parola due giovani, viene letta una pagina del libro di Prospero.
Ancora un applauso, quindi Sante e Tonino portano del vino. C'è anche Renato. Brindiamo intorno al feretro.
Le persone muoiono. Il funerale successivo, fortunatamente programmato molto dopo quello di Prospero, dovrebbe iniziare. Si sta avvicinando un piccolo corteo di gente, che si vedrebbe venire intorno quello che i giornali hanno definito "lo stato maggiore delle Br". Se solo lo riconoscessero.

Ma perché un morto a uno stato maggiore che non è mai esistito nella realtà allora, figuriamoci oggi che sono tutti ultrasessantenni ma segnati da decenni di carcere, perché tutto ciò fa ancora tanta paura in questo paese? Perché un gruppo consistente di persone che sono venute sotto  la neve da tutta Italia non può accompagnare un proprio morto con un pugno chiuso sollevato verso il cielo? Perché deve essere etichettato, segnato, violato come allora (si parlava di rivendicazioni deliranti) come "nostalgici"? E mica stiamo a Predappio. Mica si vuole restaurare un regime. Mica vogliamo Curcio presidente del Consiglio. Volevamo soltanto salutare un compagno che ha dato tanto, ha dato la vita a vederla bene, per la causa della rivoluzione proletaria. Per i più deboli, gli emarginati, quelli senza casa e senza lavoro. E basta così. Non c'è bisogno di retorica.
Ma sono quelle, proprio quelle le idee che fanno paura. Non siamo noi. Se volessero in cinque minuti ci sbattono dentro e ci lasciano marcire per un po' in carcere.  Le idee. Quanto è strano. Davvero quelle non le ingabbi. E se lo fai, le alimenti. Loro, che lo sanno bene, se la prendono allora con le persone, fanno scoppiare una ridicola querelle addirittura dentro Rifondazione, che appoggia una lista di giustizialisti. E di quelle idee non vogliono parlare. Uguaglianza, dignità, rispetto, lavoro, casa.
Sono più di 150 anni che il conflitto di classe si basa su queste. Eppure Prospero, in questa Italia ormai post-belusconiana, fa ancora paura. Un uomo. Un contadino. Una coscienza di classe. Un morto. Di Reggio Emilia.