martedì 28 gennaio 2014

AMNESIE

Francesco, figlio dell'ex ministro Luigi Gui, è stato professore di Storia dell'Europa Orientale. Nella commissione nazionale di cui è membro (Storia Moderna), per i candidati di Storia dell'Europa Orientale, però, ha chiesto un "parere vertiate" a un esterno, Gaetano Platania, che negli ultimi dieci anni ha gestito parecchi concorsi del settore. Amnesia improvvisa in Europa Orientale? 



Francesco Gui, nato a Padova il 15 giugno 1950, insegna “Storia dell’Europa” presso la facoltà di Scienze umanistiche dell’Università di Roma “La Sapienza”. È professore straordinario per il settore di Storia dell’Europa orientale. E’ stato allievo di Ruggero Moscati e Rosario Villari.
La sua attività didattica e scientifica è stata prevalentemente dedicata alla storia politico–istituzionale dell’Europa, sia in età moderna, sia contemporanea. Per quanto attiene all’età moderna, le sue ricerche hanno avuto per oggetto la politica della Chiesa romana nel corso di importanti momenti di trasformazione degli equilibri complessivi dell’Europa occidentale, dall’epoca del Concilio di Trento alla fase boema della guerra dei Trent’anni. Per quanto riguarda l’età contemporanea, ha rivolto inizialmente la propria attenzione allo studio del sistema politico italiano e alla riforma della legge elettorale alla fine della prima guerra mondiale. Successivamente si è dedicato a singoli temi e figure della storia dell’unificazione europea, con una particolare attenzione al pensiero e all’azione di Altiero Spinelli. Ha curato la pubblicazione di una introduzione alla storia dell’Europa nei suoi profili unitari.
Ha tenuto corsi presso l’Università di Malta in Roma, la Scuola di Specializzazione per l’Istruzione Superiore del Lazio, il Centro Nazionale di Documentazione Europea, la Scuola Superiore dell’Amministrazione dell’Interno, l’Istituto Superiore di Formazione. Partecipa inoltre alle attività del Polo interuniversitario “Jean Monnet”, costituito presso la Facoltà di Economia de “La Sapienza”.
Giornalista pubblicista, è stato per alcuni anni collaboratore ex art. 2 del settimanale Panorama, occupandosi di tematiche economiche e comunitarie. Ha condotto una serie di trasmissioni televisive sull’Unione europea presso la rete tv Europa 7. Collabora al giornale Europa e a “Gli Stati Uniti d’Europa”, supplemento di Critica liberale.
Ha promosso numerose iniziative di pubblicizzazione dei temi europei, sia come docente che come aderente al Movimento federalista europeo. E’ stato fra i promotori della legge di iniziativa popolare che ha reso possibile il referendum di indirizzo sull’Europa tenutosi in Italia nel 1989.

lunedì 27 gennaio 2014

CONTRO IL GIORNO DELLA MEMORIA. ELENA LOEWENTHAL


Alla vigilia del Giorno della Memoria, ha aperto un vero e proprio dibattito il pamphlet di Elena Loewenthal Contro il Giorno della memoria (addEditore), appena uscito.
Come scrive il direttore Fiona Diwan nell’editoriale del numero di febbraio delBollettino attualmente in pubblicazione, il libro -politicamente molto scorretto, scritto tutto in soggettiva da una scrittrice che da anni riflette sul tema e che si dichiara da sempre “ossessionata dalla Shoah” – prende le mosse da un grappolo di domande: che cosa sta diventando il 27 gennaio? Un contenitore vuoto, una cerimonia stanca, una finta riflessione che approda a uno sterile rituale, uno spazio da addobbare con la retorica?
E la memoria, prima ancora che degli ebrei, non dovrebbe essere dell’Europa intera?, elaborata e fatta propria e non invece museificata e imbalsamata come accade oggi? Secondo Loewenthal, questa giornata è un grande errore collettivo, l’errore di chi vuole provare, un giorno all’anno, ad addolcire la coscienza civile e alleggerire il senso di colpa. L’errore sta nel considerarla come un tributo, un simbolico risarcimento agli ebrei e non invece qualcosa che appartiene a tutti.
La scrittrice pone delle domande che sono un sasso gettato nello stagno del conformismo e degli stereotipi. Il 27 gennaio si sta trasformando nello spettacolo della memoria, scrive, nella venerazione di un idolo, l’idolo del ricordo, nella ricerca di qualcosa di sempre “nuovo” e colorato da esibire al pubblico che accorre a eventi sempre più numerosi e ridondanti. Col rischio di generare un senso di vuoto, di troppo, di insensatezza, una stucchevolezza che ogni celebrazione porta con sè. E certamente, a Loewenthal va il merito di estremizzare quello che molti di noi, qualche volta, hanno pensato e sentito senza mai osare dirlo.
Ma allora, ha senso ricordare così? ” Non lo so – dice Fiona Diwan nell’editoriale -. Non so nemmeno quale altra strada si possa seguire e se invocare il silenzio e l’oblio, come raccomanda Loewenthal, sia la cosa giusta. Il Giorno della memoria è, in fondo, un progetto educativo, un tributo di civiltà alla sterminata innocenza sacrificata nei campi. C’è modo di immedesimarsi e spartire l’esperienza della Shoah? Ricordare serve a colmare la distanza, a condividere il trauma, il dolore? Credo di no. Tuttavia, guardando film come Il pianista, leggendo i libri di Aaron Appelfeld, quello molto bello di Edith Bruck (Quanta stella c’è in cielo, da cui è tratto il film di Roberto Faenza in copertina del Bollettino), o ascoltando le parole di sopravvissuti come Nedo Fiano o Liliana Segre, l’emozione e l’immedesimazione scattano immediati. Ecco perché credo che, in fondo, non ci possa essere alternativa a un momento pubblico, se non nella ricerca di un tono più meditativo, raccolto e sommesso. E non più così tonitruante e spettacolarizzato”.
Sul testo della Loewenthal si sono espressi in tanti. Sul Corriere della Sera del 20 gennaio Pierluigi Battista lo definisce “Un’analisi impietosa dell’assunto che sta alla base di una iniziativa lodevole e nata con le migliori intenzioni: l’assunto secondo il quale il ricordo pubblico, mentre i sopravvissuti se ne vanno e svanisce fatalmente l’esperienza di una memoria diretta dello sterminio, possa fare da antidoto alla ricaduta nella barbarie”. Mentre Sul Fatto quotidiano dello stesso giorno Furio Colombo, ideatore del Giorno della Memoria, ricorda “Quando, proponendo alla Camera la legge che istituisce il Giorno della Memoria, ho dovuto affrontare la forte spinta di varie parti politiche, ovvero ricordare insieme gli orrori della Storia (Shoah ma anche gulag ma anche foibe) non mi sono illuso di fare accettare l’immensa e tragica unicità dell’evento ma ho proposto un dato di esperienza e di realtà. In quell’aula e in ciascuno dei posti in cui noi deputati sedevamo, le leggi “per la difesa della razza italiana” erano state votate all’unanimità. Ho chiesto ai miei colleghi di riconoscere che la Shoah è un delitto italiano. È solo un simbolo, il Giorno della Memoria. Ma è il voto è stato unanime”.

giovedì 16 gennaio 2014

IL PAESE DEL FINE PENA MAI


(fonte, il fatto quotidiano)

Preferisce l’eutanasia alla morte in carcere. Vincenzo Di Sarno ha 35 anni e un tumore che in cella, sostiene, non gli può essere curato come si deve. Da oltre quattro è recluso nel carcere di Poggioreale a Napoli per una condannato a 16 anni per omicidio. In una lettera, ha chiesto al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano di concedergli l’eutanasia, dopo che più volte ha chiesto la grazia. “Mio figlio non ce la fa più a vivere in queste condizioni, – spiega Maria Cacace, la madre che lancia un ultimo appello a Napolitano: “Gli conceda la grazia prima che sia troppo tardi”.
Di Sarno è stato ritenuto colpevole di omicidio. Un assassinio maturato durante una lite con un extracomunitario, scoppiata nei pressi della stazione di piazza Garibaldi, a Napoli, mentre aspettava un pullman che lo avrebbe portato a casa, nel Vesuviano. La condanna è stata confermata dalla Corte di Appello: ora si attendono le decisioni della Cassazione a cui la famiglia Di Sarno si è rivolta lo scorso mese di novembre.
Il giovane è affetto da un tumore cervico-midollare che lo sta consumando e che, per la sua gravità, richiede controlli e cure assidue. Ha già subito due interventi chirurgici (alla testa e alla colonna vertebrale) che, però, non hanno debellato il male. “Era un ragazzone da 115 kg, alto 1,85, – fa sapere Maria – adesso ne pesa solo 53. Le cure di cui ha bisogno non gli possono essere praticate in carcere. Da madre disperata chiedo al presidente di concedergli la grazia, prima che faccia la stessa fine di Federico Perna (il 34enne morto a Poggioreale lo scorso mese di novembre,ndr)“. “Napolitano – aggiunge Maria Cacace – conosce le condizioni di mio figlio, sa come l’ha ridotto la malattia, l’ha visto durante una sua visita a Napoli. Vincenzo non può restare in carcere, ha bisogno continuamente di cure”.
Circa 15 giorni fa è stato trasferito nel padiglione San Paolo del carcere, dove gli possono praticare le cure in maniera più agevole. Ma, secondo Maria, questo non basta. Anzi, da allora, le sue condizioni di salute addirittura sono peggiorate“Non sta più mangiando, – dice ancora Maria – sono molto preoccupata per la sua sorte perché non so se stia rifiutando il cibo per protesta o se, come temo, per l’inappetenza determinata dalla malattia. Bisogna fare presto, altrimenti morirà”

mercoledì 15 gennaio 2014

CARIOTI SU INTELLETTUALI E ISRAELE




Antonio Carioti sul sito del Corriere. Importanti segnalazioni e una materiale di discussione.


La questione ebraica resta aperta, più viva che mai, controversa quanto i giudizi che abbiamo udito in occasione della morte di Ariel Sharon. E la complessità di questi temi può dare adito a indebite semplificazioni, anche da parte di studiosi attenti e raffinati. Enzo Traverso, nel saggio La fine della modernità ebraica (Feltrinelli), coglie e deplora una svolta conservatrice nell’orientamento prevalente degli intellettuali ebrei: un tempo, scrive, erano «la coscienza critica» dell’Occidente, ne illuminavano il lato oscuro; oggi, allineati in maggioranza al sionismo e all’impero americano, ne sorreggono «il dispositivo di dominio». Invece lo storico israeliano Shlomo Sand, nel libro Come ho smesso di essere ebreo (Rizzoli), afferma che «non esiste un retaggio culturale specificamente ebraico all’infuori di quello religioso», contestando quindi la stessa ragion d’essere dello Stato in cui vive, dipinto come una «etnocrazia» sedicente laica, ma retta su un’impalcatura confessionale.
Insomma, Traverso rimpiange un ebraismo (ateo e progressista) che secondo Sand non è mai esistito in quanto tale. I due autori condividono però la critica radicale a Israele, di cui denunciano l’atteggiamento oppressivo verso i palestinesi e l’uso strumentale della Shoah. Posizioni simili a quelle espresse da Moni Ovadia e Judith Butler nello speciale che l’ultimo numero della rivista «MicroMega» dedica al sionismo. Eppure Traverso ammette «la vitalità della nazione israeliana odierna». E Sand riconosce che l’identità culturale plasmata dal sionismo «si è consolidata con una rapidità stupefacente», cogliendo un successo che «non ha precedenti nella storia». Ma se l’impresa è stata titanica, si può davvero pensare che le sue fondamenta siano così fragili e malsane?
Popoli e nazioni sono in realtà creature politiche assai più che culturali. E alle origini dell’attuale identità ebraica, a parte il vincolo religioso, troviamo appunto due giganteschi fattori storico-politici. Da un lato la memoria di una persecuzione sterminatrice su basi razziali, che prendeva ugualmente a bersaglio l’osservante più ortodosso e il miscredente più secolarizzato; dall’altro il persistente rifiuto arabo nei riguardi d’Israele, in parte comprensibile, ma certo destinato a suscitare nella controparte una non meno comprensibile mentalità da fortezza assediata. Addebitare tutte le responsabilità del conflitto al «pregiudizio coloniale» dei sionisti, fino al paragone abnorme con il Sudafrica dell’apartheid, evocato da Traverso come da Sand, significa sbilanciare il giudizio in modo inaccettabile.
Quanto alla svolta occidentalista del pensiero ebraico, lo stesso Traverso ne illustra una delle ragioni, osservando che la cultura politica anglosassone «fondata sull’esaltazione del diritto e delle libertà individuali» ha offerto agli intellettuali israeliti (già nell’Inghilterra vittoriana, ma poi soprattutto negli Stati Uniti) opportunità d’integrazione sconosciute altrove. Ma c’è un altro elemento, che Traverso non cita: la violenta repressione antisemita scatenata nel dopoguerra da Stalin, con il pretesto della lotta al sionismo, e proseguita in forme meno cruente dai successori del despota sovietico. La rottura con il comunismo divenne così per molti ebrei inevitabile, anzi doverosa.
Ben consapevole di tali precedenti si mostra Fabio Nicolucci, che nel libro Sinistra e Israele (Salerno) esorta le forze progressiste europee a perseguire «una identificazione politica e culturale» con lo Stato ebraico, riscoprendo la radici socialiste del sionismo. A suo parere esiste un’alternativa forte all’indirizzo neoconservatore del premier Benjamin Netanyahu, che danneggia «gli interessi nazionali di Israele di più lungo periodo». Nell’ambito del sionismo, sostiene Nicolucci, una linea di maggiore apertura verso i palestinesi «riflette il consenso maggioritario degli apparati di sicurezza». E la sinistra dovrebbe adoperarsi, in sintonia con l’amministrazione americana, per renderla vincente. Non tutto persuade in questa analisi: piuttosto rituali e forzati appaiono per esempio i richiami di Nicolucci agli scritti di Antonio Gramsci. Ma almeno qui siamo sul terreno della politica, comunque preferibile alle fughe nella nostalgia o nell’utopia proposte dai libri di Traverso e di Sand.
Enzo Traverso, La fine della modernità ebraica. Dalla critica al potere, Feltrinelli 2013, pagine 191, € 19
Shlomo Sand, Come ho smesso di essere ebreo, traduzione di Francesco Peri, Rizzoli 2013, pagine 153, € 15
Fabio Nicolucci, Sinistra e Israele. La frontiera morale dell’Occidente, Salerno 2013, pagine 280, € 12,90
Sionismo/antisionismo, dossier con interventi di Gianni Vattimo, Furio Colombo, Moni Ovadia, Judit Butler, Avishai Margalit, in «MicroMega», n. 9/2013

lunedì 13 gennaio 2014

QUEL GIORNO

Quel giorno di un anno fa, il 14 gennaio, la morte di Prospero Gallinari ha avuto una forza dirompente. Una forza rara in grado di cambiare prospettiva e senso di sé, capace di travolgere  e stravolgere progressivamente, accumulando giorno dopo giorno, sopra il ricordo, la consapevolezza di quanta storia sia passata per Coviolo durante i funerali. Storia passata per rimanere. Storia di questo paese,. Che sia accettata o meno da chi lo dirige, da chi prenota le fiction surreali che, al contrario, tramonteranno prestissimo in un oblio neanche stentato. 
Ci siamo mischiati, quel giorno a Coviolo,  ognuno per come poteva e per chi poteva. Quel giorno abbiamo testimoniato che il terrorismo è una invenzione. Eravamo lì con nome e cognome, il volto scoperto, i figli accanto, la Digos all'ingresso. I nostalgici? I nostalgici. I reduci di una guerra persa? Forse. Ma quanto carcere c'era, quel giorno a Coviolo. E quanto carcere è rimasto a casa, quel giorno. Perché per questo Stato quella guerra, dopo 35 anni, non è ancora finita. Non voglio parlare, oggi, di libri e dietrologie. Durante l'ultimo anno (e non solo) gli abbiamo dato ripetuti colpi. 
Voglio ricordare una stretta di mano, tra un settantenne e una non ancora diciassettenne. Sotto i miei occhi. E di un regista che ci ha ripreso tutti e tutte, e messo in un film.