sabato 10 dicembre 2011

Elezioni in Russia, Il Partito Comunista e Memorial


La sede del parlamento russo, bombardata nel settembre
1992 dalle forze militari fedeli all'allora presidente Boris
Eltsin
Le elezioni per la Duma di Stato che si sono appena svolte in Russia hanno dimostrato che il partito del presidente, Russia Unita, è in caduta libera. Da quando Putin, nell'ottobre scorso, ha annunciato che si sarebbe candidato per le elezioni presidenziali del marzo 2012, ha perso quasi il 20% dei consensi. Perché Putin è già stato presidente per otto anni e con la modifica della costituzione, potrebbe esserlo per altri 12. La Russia però, vuole guardare avanti. Putin rappresenta, a modo suo, il passato; un modo di fare politica che non ha più il fascino della novità, il carisma dell'uomo forte, la legittima voglia di superare l'era eltsiniana, fatta di corruzione e grave danno per la statura internazionale del paese. E' vero, in questi giorni si sono riviste insieme le bandiere sovietiche e dell'impero zarista marciare insieme intorno al Cremlino con l'opposizione unita che chiedeva di ripetere le elezioni, a suo dire falsificate nel risultato; però sono una minoranza. La maggioranza è fatta di giovani che vogliono un paese in cui il parlamento funzioni come garanzia democratica e il presidente non sia il doppione di se stesso. Altri dodici anni di Putin la Russia non potrà reggerli. Il 10 dicembre, intanto, la maggiore ONG Russa, più volte candidata al premio Nobel per la Pace e già vincitrice del Premio Sacharov del Parlamento Europeo, Memorial, ha diffuso questa nota, che riportiamo: 
"La Società Memorial di San Pietroburgo ritiene che le elezioni per la Duma di Stato della Repubblica Federale Russa e quelle per il Parlamento Federale di San Pietroburgo, che si sono svolte il 4 dicembre 2011, sono state falsificate e che quindi il loro risultato non sia legittimo. Inoltre, ritiene che siano state compiute delle violazioni dal profilo penale nei confronti di persone trattenute dalla polizia mentre manifestavano pacificamente il proprio disaccordo con la gestione delle elezioni da parte della Commissione elettorale centrale. Chiede che vengano rilasciati tutti i cittadini trattenuti illegalmente e che siano denunciati i responsabili di tale attività. Chiede che vengano immediatamente indette nuove 
elezioni gestite da nuove Commissioni elettorali, a tutti i libelli. Chiede il pieno controllo dello 
svolgimento delle elezioni da parte dei cittadini durante tutte le tappe, dalla campagna elettorale agli 
scrutini finali" 
Secondo dati non ufficiali, il primo partito in Russia oggi sarebbe il partito comunista, con più del 24% dei voti. Il partito del presidente, Russia Unita, non supererebbe il 20%. Ricordiamo che già nel 1996 le elezioni per la presidenza della repubblica furono vinte dal candidato comunista Zjuganov, ma il risultato fu alterato e diede nuovamente la vittoria a Eltsin.

mercoledì 7 dicembre 2011

Fiorello e Benigni

La comparsata di Benigni al programma di Fiorello è stata giudicata "moscia" da molti giornalisti.
Fiorello aveva chiamato il premio oscar toscano, ricordandogli che si trattava del suo show e che sul palco sarebbero rimasti in due.
A poche ore dall'inizio della trasmissione il manager di Benigni avvertiva che il suo assistito avrebbe svolto un monologo, senza Fiorello.
Ne è seguita una furibonda litigata tra i due che si è protratta fino a pochi minuti prima dell'inizio del programma. Fiorello non ha ceduto, ma Benigni lo ha ripagato con una prestazione sottotono.
La notizia viene dal "Corriere", ma non l'ha pubblicata.
Non chiedetemi perché.




mercoledì 30 novembre 2011

LA SISSCo si indigna per de Mattei

Con ritardo commento il seguente comunicato della SISSCo, società privata per lo studio della Storia Contemporanea


La Sissco esprime una positiva considerazione per premi e riconoscimenti attribuiti ad opere storiche, che segnalano i lavori più meritevoli e incoraggiano le ricerche in questo campo. Guarda però con preoccupazione ad influenze politiche ed ideologiche che orientano talvolta l’assegnazione di tali premi, invece della considerazione per la loro qualità culturale e scientifica e per la loro rilevanza sul piano storiografico, anche perché è obbligatorio per legge tenerne conto nelle procedure di valutazione comparativa. Esprime perciò apprezzamento per le questioni sollevate da Guido Pescosolido a proposito del Premio Acqui Storia e si augura che i responsabili di tutti i riconoscimenti di questo tipo si attengano sempre a criteri culturali e scientifici nella loro assegnazione.
5 ottobre 2011
Cos'è accaduto? E' successo che il premio Acqui Storia 2011, sezione scientifica, sia andato a Roberto de Mattei con il libro "Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta". Il presidente della giuria, Guido Pescosolido, si è dimesso in segno di protesta.
E' noto che Pescosolido non votò, in giugno quando si scelsero le cinquine dei finalisti, per de Mattei, ma concordò sulle motivazioni degli altri giurati, che dicevano: 
«il volume di de Mattei costituisce una originale e completa ricostruzione del Concilio Vaticano II, in una prospettiva storiografica attenta anche al contesto generale dell’epoca e non solo alle vicende ecclesiali e teologiche, queste ultime per altro trattate con grande competenza e rigore scientifico. Basata su un’ampia letteratura e su accurate ricerche d’archivio, l’opera si colloca in maniera originale nel dibattito sulla continuità o rottura rappresentata dal Concilio»
Al di là di queste considerazioni, che riguardano solo Pescosolido, sarebbe il caso di chiedere alla SISSCo quante volte si è indignata per i concorsi universitari taroccati, quante volte non ha stigmatizzato il comportamento di commissari che avrebbero dovuto dimettersi, ma non lo hanno fatto, accettando supinamente le scelte localistiche e mafiosette dei capi bastone in commissione.
Simone Neri Serneri
Ordinario di Storia Contemporanea e membro
della SISSCo
Si indigna oggi, perché de Mattei propugna una lettura della storia diversa, evidentemente, da quella che piacerebbe ai membri della SISSCo. Che, invece,  essere rallegrarsi che qualcuno la pensi diversamente da loro, che non esiste in Italia un pensiero unico e che un rappresentante della minoranza cattolica vinca un premio di prestigio. De Mattei è una figura di storico quanto mai conosciuta. Wikipedia dice che

"Tra gli incarichi accademici ricoperti figura la cattedra di Storia Moderna presso la Facoltà di Lettere dell'Università di Cassino; è attualmente docente di Storia Moderna e Storia del Cristianesimo presso l'Università Europea di Roma, istituto dei legionari di Cristo, dove è anche coordinatore del corso di laurea in Scienze Storiche.
Dal febbraio 2002 al maggio 2006 ha avuto l’incarico di Consigliere per le questioni internazionali del Governo Berlusconi II e III
Tra il 2004 e il 2007, e di nuovo a partire dal 2008 fino al 2011, è stato vicepresidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche, con delega per il settore delle scienze umane.
È inoltre presidente della Fondazione Lepanto, membro dei consigli direttivi dell'Istituto Storico Italiano per l'Età Moderna e Contemporanea e della Società Geografica Italiana. Collabora inoltre con il Pontificio Comitato di Scienze Storiche. È direttore della rivista di storia contemporanea Nova Historica, del mensile Radici Cristiane e del settimanale Corrispondenza Romana".
Insomma, si tratta di una figura di livello internazionale (non fosse altro che c'è di mezzo il Vaticano) ma che male si confà con il profilo radical-chic, snob, della SISSCo. 








giovedì 24 novembre 2011

Concorsi universitari e Baronie della mano

Marco Lanzetta
Come spesso si afferma, i veri baroni dell'Università italiana stanno nelle facoltà di medicina. Propria in una di queste, presso l'Ateneo varesino dell'Insurbia, si è consumato uno degli scandali più grandi del sistema di cui la nostra accademia vive. Il più grande chirurgo della mano italiano, il giovanissimo Marco Lanzetta, noto in tutto il mondo per le sue capacità e chiamato addirittura dall'Università di Canberra, in Australia, è da dieci anni professore associato in Italia, essendo stato bocciato a un concorso universitario per professore di prima fascia indetto nel 2002. Autore di importantissime pubblicazioni su autorevoli riviste, soprattutto straniere, Lanzetta è ricorso una prima volta al Tar. Avendo ottenuto ragione dal Tribunale regionale, il Rettore dell'Insurbia e i due vincitori ricorsero al Consiglio di Stato, perdendo. Il concorso venne ripetuto con un nuovo presidente di commissione e il risultato fu lo stesso. Lanzetta bocciato. Nuovo ricorso al Tar, nuova vittoria, nuovo controricorso al Consiglio di Stato e nuova sconfitta per la cricca baronale. Il Consiglio di Stato è entrato nel merito del concorso, affermando che, pur riconoscendo ampia autonomia alle commissioni, qualora risultino storture "al di fuori dell'ambito dell'opinabilità", il magistrato può intervenire. Bene. Tutto chiaro, Lanzetta vince il concorso. Neanche un po'. Nel 2010 si ripete la procedura con una commissione interamente nuova e il chirurgo della mano perde di nuovo. Nuovo ricorso in tribunale, con il ministero dell'Università che prende le parti dell'Ateneo. Nuova vittoria per Lanzetta, con richiesta di annullare i risultati del terzo concorso. Orecchie da asino da parte dell'Ateneo.
Giuseppe (Uccio) Barone, preside di Scienze Politiche
Università degli studi di Catania e presidente della
Fondazione Grimaldi
Tutto inutile, o quasi, quindi. Lanzetta ha dichiarato di aver chiuso con l'Università italiana, ma che si batte perché questo sistema non colpisca altri giovani di valore. La demeritocrazia, però, continua la sua strada, salda e forte come non mai. Per fortuna la riforma Gelmini ha liquidato le Facoltà, ma l'unica consolazione sarà quella di non aver a che fare con i loro presidi.

lunedì 21 novembre 2011

Geometrica Potenza


Alle origini di un'espressione

L'espressione "geometrica potenza", che Franco Piperno usò sul giornale "Metropolis" nel tentativo di fare delle Brigate Rosse il braccio armato dell'Autonomia Operaia (la frase originale era: «combinare la geometrica potenza delle Brigate Rosse alla straodinaria bellezza del 12 marzo») ha un padre, che non è il noto esponente di Potere Operaio. Prima di svelarne il nome, però, osserviamo che nel corso degli anni quel tentativo, che nel 1978 si era concretizzato con due incontri tra Piperno e Moretti, alla fine dei quali le BR respinsero le offerte degli autonomi, ha subito mutazioni e oblio, diventando qualcosa di più digeribile per il nostro paese. Dimenticando l'originale, Piperno spiega in un'intervista rilasciata per il Blog "Vuoto a Perdere" che con quell'espressione voleva intendere quanto segue: 
«C’è un elemento propriamente spettacolare in tutti i tirannicidi e in tutti gli agguati. Il fatto di avere limitato i morti al numero strettamente necessario, di non aver per esempio colpito il fioraio che stava lì all’angolo al quale la notte prima erano state tagliate le gomme… Questa efficienza propriamente geometrica perchè è fatta di misura nelle azioni e nelle loro conseguenze, che aveva un aspetto bello e terribile come accade quando in mezzo c’è la morte».
Al di là della "splendida bellezza" di certe trasformazioni, che nella storia d'Italia avvengono con una semplicità che ha del genio in seno, la fonte dell'espressione va cercata lontano nel tempo. Il duce, Benito Mussolini, aprì la riunione del 29 maggio 1940 a Palazzo Venezia alla presenza di Badoglio, Graziani e dei capi di Stato Maggiore di Marina e Aeronautica come segue: «Vi ho convocati questa mattina per comunicarvi che nel mio memoriale del 31 marzo ho spiegato con una logica che la Maestà il Re ha trovato "geometrica", che non possiamo assolutamente evitare la guerra».
Vittorio Emanuele III, dunque, è il padrino della locuzione usata nel 1978. Allora, nel 1940, la guerra fu dichiarata. Nel 1978, visto anche l'appannaggio del proponente, non certamente paragonabile a quello del re, le BR declinarono con un "no, grazie"

Lo straniero Marchionne


Lo Straniero


Competitività
. Su questa parola gli impiegati della FIAT, i nipotini dei quarantamila che marciarono nel 1980, si stracciano le vesti e rivendicano la dignità del proprio voto a Mirafiori. "Io, impiegato alla carrozzeria, non sono un lavoratore di serie B", grida dalle pagine del "Corriere" del 17 gennaio 2011 Silvio Francesco Oliva, perché, afferma, il suo lavoro sarebbe complementare a quella dell'operaio che senza l'attività organizzativa non saprebbe da dove cominciare il montaggio. Secondo lui tutto ciò che è successo è normale, non ci sono perdite di diritti (a parte, sottolinea, "il turno di notte"). Dimentica il ricatto sotto cui si sono espletate le formalità di voto, la minaccia di chiudere e portare la produzione altrove. Dimentica la cassa integrazione pagata dallo Stato, cioè dai contribuenti, l'ennesima con cui viene premiata un'azienda fallimentare che non sa produrre un'auto in grado di suscitare l'interesse degli automobilisti. 

Piggi Battista
, sullo stesso numero del giornale di via Solferino, si indigna per un titolo de "Il Fatto quotidiano": Uomini e no, con riferimento al coraggio di chi, nonostante il ricatto, ha votato no. Si indigna, ma non perché il governo e finanche il capo dello Stato hanno preso posizione in una vertenza sindacale a favore del padronato, anziché tacere e restare terzi. No. Anche Battista vuole difendere la dignità dei 1386 operai che, sotto ricatto, hanno votato sì all'accordo, avendo come opzione il lavoro così come pensato dallo Straniero, o il non lavoro. Né accetta che la vittoria dei sì sia stata, nonostante tutto, "risicata", quando, afferma, una percentuale inferiore dei sì al montaggio è stata esaltata da più parti. Rivendica anche lui la dignità per chi si vede negare il diritto di compiere una scelta, "giusta o sbagliata" dei 421 impiegati che non faranno il turno di notte.  Ed ora si pensa già di estendere l'accordo a Melfi e agli altri stabilimenti che la FIAT ancora conserva in Italia. 

Trent'anni, da quel marzo del 1980, per chiudere il conto e per fare dello Straniero il capo indiscusso della svolta reazionaria del capitale. La sinistra socialdemocratica, che tanto aveva esaltato la globalizzazione, oggi tace e raccoglie i pezzi di anni di chiacchiere a vuoto e di politiche (politiche?) sbagliate. La globalizzazione mostra il suo volto definitivo e nel centocinquantesimo anniversario dell'unità italiana battezza una nuova dialettica: o si fa come dice lo Straniero, o non ci sarà lavoro. La porta dei diritti è in frantumi, e non conta quanto, poco o tanto, si sia perso con il voto di Mirafiori. Sarà sempre peggio e l'operaio perderà progressivamente ogni capacità di contrattazione della propria forza lavoro. Siamo ritornati indietro al 1848, all'Italia preunitaria, altro che centocinquantenario. Siamo in attesa della prossima mossa dello Straniero, dei nuovi ricatti e delle nuove prese di posizione di un governo amico di padroni e di un capo dello Stato che ha tradito la propria storia. Un operaio di Melfi del primo turno sta fuori casa undici ore, oggi. Si sveglia alle 4, esce alle 5, attacca alle 6, torna a casa con il buio. Trascorre il turno alla filiera e fa un lavoro ripetitivo e alienante, non si può prendere cura dei figli, tutto per 1200 euro mensili. Presto si vedrà ridurre la pausa, si vedrà chiedere di aumentare la produttività e pur di non far saltare i conti del mutuo sarà costretto ad accettare ogni ricatto, con la benevolenza dei sindacati gialli, ormai tutti gialli, tranne la FIOM. Chi sono gli eroi in questa storia e chi i traditori della propria classe proprio non viene in mente a Battista, che non ha neanche la scusante di essere parte in causa, come il colletto bianco Silvio Francesco Oliva. E' questo il mondo che ci attende. Peggiore di quello che conosciamo. In mano allo Straniero e agli azionisti di un'azienda che ha fatto il male dell'Italia unita da quando è nata, cominciando presto con il finanziamento dei crediti di guerra già nel corso del primo conflitto mondiale. Ha avuto solo una luce nella sua tetra storia: la fabbrica di Togliattigrad, in Unione Sovietica. Una sola luce, spenta ora che un nuovo spettacolo sta per cominciare. 


Questo scrivevamo nel gennaio 2011. A dieci mesi di distanza Marchionne ha finalmente scoperto il suo gioco. La Fiat disdice tutti gli accordi sindacali a partire dal primo gennaio 2012 e cancella anche ogni altro impegno derivante da prassi collettive, dopo essere uscito da Confindustria. 
Lo straniero è il nemico della classe operaia e la Fiat un'associazione eversiva. La facoltà di Scienze politiche dell'Università della Calabria un paio di anni fa voleva conferirgli una Laurea ad Honorem. E' stata fermata in tempo. E nemmeno ci ha ringraziato della brutta figura evitata in extremis. 


sabato 12 novembre 2011

I MORTI DI CEFALONIA

VERONA, 21 settembre 2012. Commemorazione del 69 anniversario dell'eccidio di Cefalonia
E' uscito per il Mulino un libro a firma di Elena Aga Rossi e Maria Teresa Giusti intitolato Una guerra a parte. Si tratta di un lavoro interessante per molti aspetti. La recensione di Antonio Carioti sul Corriere appare appassionata e positiva. Ricorda, tra le altre cose, che il volume rimette in ordine i numeri riguardanti le vittime di Cefalonia. Ne sono lieto. Da anni persone come Massimo Filippini (che perse il padre in quell'occasione), Gianfranco Ianni e Filippo Manduchi insistono sul ridimensinoamento dell'eccidio, documenti alla mano.
Filippini ha un sito. Ianni ha recentemente pubblicato un bellissimo libro su quegli accadimenti (Rapporto Cefalonia, Edizioni Solfanelli), mentre Filippo Manduchi ml aveva inviato un breve riassunto della documentazione in suo possesso. Era il 2 febbraio 2011. Non ero ancora stato epurato da Odradek. e il suo post ando' a finire su quel blog.
Lo riporto integralmente, con il commento di Filippini.


Colgo l'occasione per salutare Gianni Delle Fave, un amico di Cefalonia, figlio di quella guerra, che visse sull'isola fino al terremoto del 1953, per poi raggiungere il padre, finanziere, in Campania. E' scomparso prematuramente pochi giorni fa, lasciando in tutti un grande vuoto. 

Marconista




Cefalonia

Siamo convinti che la Storia la si scrive e la si legge con l'aiuto delle carte geografiche ma anche di una calcolatrice, per contare i morti, certo. Per avere cioè cognizione dell'ordine di grandezza dei fenomeni, ma anche per poterli attribuire a una parte o all'altra sulla base di documenti e testimonianze, e sul loro controllo incrociato. Una condizione necessaria, anche se non sufficiente. Col risultato di dissacrare la storiografia dei piaggiatori o dei pugilatori a pagamento. Si tratti di Cefalonia o delle Foibe. 
Cefalonia 1943. Dati raccolti e curati dal Capitano di Fregata (c.p.) Filippo Manduchi, di Rimini, negli archivi dello Stato Maggiore dell’Esercito e della Marina. 

Caduti nel corso di tutto il secondo conflitto mondiale della Divisione Acqui e relativi reparti di supporto: 4.836 (escluse le camicie nere, che hanno patito, fino al 25 luglio 1943, 106 caduti).
Morti accertati a Cefalonia in combattimenti o fucilati dai tedeschi dall’8 al 28 settembre 1943: 1679 militari. Di questi, gli ufficiali uccisi furono 314, di cui 136 fucilati alla “Casetta Rossa”.
Nei 1679 caduti sono compresi anche 29 carabinieri (3 ufficiali), 21 guardie di Finanza (3 ufficiali) e 33 marinai (8 ufficiali).
Dopo la resa avvenuta il 22 settembre e le ultime fucilazioni del 25, rimasero in mano tedesca circa 8000 prigionieri, mentre qualche centinaio di soldati italiani si diede alla macchia; alcuni di loro passeranno nella file dell’ELAS, altri si rifugeranno nel continente greco aiutati da pescatori locali.
Dal 28 settembre iniziarono le partenze dei prigionieri per i campi di lavoro in Europa. Su 8 navi da trasporto, fatiscenti e sovraccariche, partirono 6418 prigionieri italiani. Di queste, ne giunsero a destinazione solo 5, mentre 3 affondarono.
Il 28 settembre la prima di queste, il piroscafo tedesco “Ardena” che aveva a bordo 840 soldati italiani, affonda dopo aver urtato una mina. Morirono in 720, più 59 dei 120 soldati tedeschi.
Il 13 ottobre un sommergibile britannico, il Trooper” silura e affonda il piroscafo italiano “Maria Amalia”, già francese con il nome di “Marguerite”, con 900 prigionieri a bordo. Ne morirono 544, mentre non sono noti i numeri riguardanti i tedeschi.
Il 22 novembre viene silurata dal sommergibile britannico “Torbay” la motovedetta italiana “Alma”. Sui 200 prigionieri trasportati ne morirono la metà.
Nei tre naufragi morirono 1364 italiani.
Nel novembre del 1943 rimasero a Cefalonia circa 1600 prigionieri, con 20 ufficiali, che fino al settembre del 1944 collaborarono in varie forme con i tedeschi. Nel dicembre del 1943 due compagnie con tre ufficiali (il Postal, Tommasi e Farina), furono spostate nel continente greco ad Agrignon in campi di lavoro.
Dopo la partenza dei tedeschi da Cefalonia, nell’ottobre del 1944, 1286 italiani reduci dall’isola sbarcarono a Taranto il 13 novembre 1944.
Filippo Manduchi
La verità è nota da tempo. Secondo l’Ufficio ALBO D' ORO del Ministero Difesa sito in via Sforza n. 4/b, Roma, i Caduti furono 1.639. Della vicenda, invece, è stato fatto un uso strumentale, che la rende l’altra faccia della medaglia delle Foibe. In entrambe gli italiani sono le vittime, mentre i carnefici sono da una parte i nazisti, dall’altra i comunisti, i due totalitarismi del ‘900. Pur di consolidare l’immagine di un paese martire agli occhi dell’opinione pubblica, la politica italiana ha gonfiato a dismisura le cifre di entrambe le vicende, dichiarando addirittura “Giornata del Ricordo” delle vittime delle Foibe il 10 febbraio, proprio il giorno in cui è stato firmato il trattato di pace nel 1947. Non può trattarsi, ovviamente, di una coincidenza. Si tratta di rimozione storica più che di revisionismo, di rovesciamento dei fatti e di ricerca di una vittima (un gruppo di vittime) presentabili per la ferocia subita, o il loro eroismo. Cefalonia come primo atto della Resistenza? In realtà quegli italiani, tutti, dagli uccisi ai deportati, fino ai collaborazionisti, avevano un solo desiderio dopo l’8 settembre: tornare a casa e porre termine alla guerra. Si divisero sul come raggiungere questo obiettivo.

Commento di Massimo Filippini, · http://www.cefalonia.it

Quando per circa 70 anni le Autorità Politiche (Capi dello Stato compresi) dicono che la div. Acqui 'SCELSE' DI COMBATTERE e non che ricevette l'ORDINE DI COMBATTERE, quando le Autorità Militari - per nascondere una Verità da cui l'Esercito sarebbe uscito con l'immagine compromessa - 'secretarono' per 50 anni - fino al 1998 - la Relazione del t. col. Picozzi che nel 1948 esse avevano mandato a Cefalonia per fare chiarezza sui fatti e lui l'aveva fatta - eccome! - e quando le stesse - depositarie dei documenti che smentiscono i colossali dati numerici delle Vittime - si uniscono alle commemorazioni di 10.000 militari uccisi dai tedeschi (di cui oltre la metà fucilati in un solo giorno !!) orchestrata da Associazioni - come la 'Acqui' e la 'Mediterraneo' - sostenitrici della ricostruzione in chiave ideologico-resistenziale della Sinistra da cui, per giunta, i nostri Soldati vengono trasformati in Partigiani ansiosi di morire pur di resistere ai tedeschi con cui erano alleati fino a poche ore prima, a questo punto l'impresa di smentire tali falsità poteva - un tempo - apparire titanica ma oggi non lo sembra più grazie ANCHE a Filippo Manduchi che ringrazio ed abbraccio fraternamente.
Lasciamo agli altri di sostenere le loro falsità storiche giocando con i morti: noi li rispettiamo.
Massimo Filippini.




Allego anche un commento di Massimo Filippini alla trasmissione Porta a Porta dedicata alla Resistenza  

fonte: http://www.politicamentecorretto.com/index.php?news=22808

   Ho visto la puntata di ‘Porta a Porta’ andata in onda il 21 aprile (La Resistenza sconosciuta) in cui largo spazio era riservato al libro LA RESISTENZA TRICOLORE di A. Petacco e G. Mazzuca -giustamente diretto a rivalutare la resistenza delle FFAA o ‘tricolore’ contrapposta a quella ‘partigiana’ - ma poco dopo l’inizio mi sono cadute le braccia nel vedere il consesso di ‘esperti’ presente -tra cui addirittura il Ministro della Difesa- non battere ciglio mentre l’ineffabile Bruno Vespa ‘dava i numeri’ sulla resistenza di Cefalonia che -stante il titolo della trasmissione- potremmo anche definire ‘Resistenza Porta a Porta’.
  Dico questo senza alcuna intenzione di essere irriverente sulla tragedia che si consumò in quella maledetta isola e di cui restò vittima anche mio Padre, ma solo perché di fronte all’ennesimo scempio della verità storica compiuto questa volta da Vespa reiterando il solito FALSO dei 9.646 (NOVEMILASEICENTOQUARANTASEI) Morti a Cefalonia di cui 6.000 (!) nei combattimenti e il resto Fucilati dopo la resa, l’ineffabile Ministro della Difesa anziché annuire compunto avrebbe dovuto alzarsi e dire al conduttore che era un mentitore o un ignorante.
  Mi chiedo infatti se, a fronte di DOCUMENTI esistenti negli Archivi dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito il cui contenuto è confermato da quelli custoditi nell’ Ufficio “Albo d’Oro dei Caduti” del Ministero Difesa -TUTTI DA ME CONSULTATI- sia normale che il Ministro della Difesa e non un Pinco Pallino qualsiasi stia ad ascoltare, senza reagire ma anzi annuendo, le balle snocciolate da un tizio interessato, per di più, a dare un taglio spettacolare alla vicenda ricorrendo al solito stantìo ritornello dei ‘novemila e rotti morti’ ormai smentito da studiosi e ricercatori ‘onesti’ –e sottolineo ‘onesti’- tra cui io fui il primo, soprattutto in base alla DOCUMENTAZIONE ESISTENTE NEGLI UFFICI del Dicastero di cui egli è addirittura…MINISTRO (!).
  Si potrà obiettare –come ormai sono usi fare coloro che ho colto in castagna- che anche un numero di Caduti inferiore di molto a quello contrabbandato per vero è pur sempre indice della barbarie di cui i nazisti fecero sfoggio nella 2^ G. M. acuita per di più -a Cefalonia- dal fatto di essersi sentiti traditi, purtroppo non senza ragione, dall’armistizio concluso alla chetichella da Badoglio.
  Sono pienamente d’accordo con tale considerazione e non perdonerò mai ai tedeschi l’infame comportamento tenuto nei confronti dei nostri Ufficiali, ‘rei’ di aver obbedito ad un ORDINE (infame) del loro Comando Supremo, i quali, dopo la resa della div. Acqui  furono gli UNICI sui quali si indirizzò la loro vendetta che ne vide 129 il 24 settembre e 7 il 25 –tra cui il Padre di chi scrive- fucilati a Capo S. Teodoro nel cortile della tristemente nota ‘Casetta Rossa’ ivi esistente: ma proprio per tal motivo non è più giustificabile continuare a parlare dell’eccidio di 9/10.000 uomini ormai smentito documentalmente oltre che da me, ne ‘I CADUTI DI CEFALONIA: FINE DI UN MITO’, anche da altri tra i quali il defunto ricercatore tedesco H. F. Meyer che nel suo ‘Bluetiges Edelweiss’ documentò che i morti italiani furono ‘circa 2.000’ fino alla recente CTU del prof. Carlo Gentile, Perito nominato dalla Procura Militare di Roma nel processo a carico dell’ex s. ten. tedesco Muhlhauser, estinto lo scorso anno per morte dell’imputato, dove a pagina 30 è scritto che le Vittime furono ‘circa 2.300’ cifra ben lontana quindi dalle cretinaggini sparate con disinvoltura da Bruno Vespa tra il tacito consenso degli avventori di ‘Porta a Porta’.
  Ho qualificato di proposito ‘avventori’ i presenti alla trasmissione perché –absit iniuria verbis- di fronte alle sciocchezze dette con sicumera da Vespa essi sembravano a cominciare dagli autori del libro (Petacco e Mazzuca) i clienti di un’osteria dediti -dopo aver alzato il gomito- a dare in generosa confusione i ‘ numeri’ più disparati e comunque ‘astronomici’ sui Caduti di Cefalonia come è avvenuto l’altra sera.
   E dire che avevo perfino scritto qualche giorno prima al  deputato PDL Giancarlo Mazzuca autore con Petacco de ‘La Resistenza Tricolore’ presentato da Vespa, la seguente mail:
“Egr. on. le
ho letto il libro anche da lei scritto La Resistenza Tricolore e pur condividendo il tema di ridare visibilità alla Resistenza dei Militari oscurata dalla Sinistra debbo però rilevare che su Cefalonia -dove venne fucilato mio Padre magg. Federico Filippini- è riportato un numero di Caduti (9646) smentito dai DOCUMENTI esistenti all'Uff. Storico EI e all'Albo d'oro Caduti del Min. Difesa.
Essi furono 1300 circa -morti nei combattimenti- e SOLO 350 circa -in gran parte UFFICIALI- che furono fucilati come capi di partigiani o franchi tiratori a norma delle Convenzioni Internazionali che lo autorizzavano poichè non c'era stata alcune DICHIARAZIONE DI GUERRA AI TEDESCHI che avvenne solo il 13 ottobre successivo.
L'ho detto anche a Petacco ed ora a lei per opportuna conoscenza e a  ciò aggiungo il link che segue  con un rimprovero amichevole per l'errore commesso di cui  spero vi rendiate conto correggendolo in seguito.
Distinti saluti
Avv. Massimo Filippini.