domenica 9 febbraio 2014
LA STORIA CHE TORNA INDIETRO
(o magari va avanti).
Il 10 febbraio 1945, a soli 36 anni, moriva a Dachau Giovanni Palatucci, riconosciuto Giusto tra le nazioni nel 1990 da Israele, ex questore reggente della polizia di Fiume quando la zona entrò a far parte della Zona d'operazioni tedesche del Litorale adriatico o OZAK (acronimo di Operationszone Adriatisches Küstenland), che comprendeva le provincie italiane di Udine, Gorizia, Trieste, Pola, Fiume e Liubiana. Secondo quella che sembrava una storia consolidata, Palatucci avrebbe cominciato a salvare già nel 1939 centinaia di profughi ebrei europei in fuga dall'Europa Centrale, che a Fiume cercavano di imbarcarsi, in molti casi per la Palestina. In diverse occasioni, in tempi più recenti, è stata messa in discussione tutta la sua opera di salvataggio, fino a quando nel 2013 le ricerche del Centro Primo Levi di New York hanno dimostrato la mancanza di sostegno documentale alla sua attività.
Il 10 febbraio 1945, a soli 36 anni, moriva a Dachau Giovanni Palatucci, riconosciuto Giusto tra le nazioni nel 1990 da Israele, ex questore reggente della polizia di Fiume quando la zona entrò a far parte della Zona d'operazioni tedesche del Litorale adriatico o OZAK (acronimo di Operationszone Adriatisches Küstenland), che comprendeva le provincie italiane di Udine, Gorizia, Trieste, Pola, Fiume e Liubiana. Secondo quella che sembrava una storia consolidata, Palatucci avrebbe cominciato a salvare già nel 1939 centinaia di profughi ebrei europei in fuga dall'Europa Centrale, che a Fiume cercavano di imbarcarsi, in molti casi per la Palestina. In diverse occasioni, in tempi più recenti, è stata messa in discussione tutta la sua opera di salvataggio, fino a quando nel 2013 le ricerche del Centro Primo Levi di New York hanno dimostrato la mancanza di sostegno documentale alla sua attività.
Queste ricerche, condotte da un gruppo di storici americani, italiani e croati coordinati dal Centro, hanno riaperto il caso, provocando un ampio dibattito sui giornali italiani e, in particolare, sul Corriere della Sera e Avvenire, trovatisi su posizioni opposte. Alcuni errori concettuali sono stati compiuti dal Centro Primo Levi, come insistere sulla conta degli ebrei fiumiani, mai superiori ai mille quando a Palatucci si sono attribuite più di 5000 vite salvate, senza tenere in conto proprio il fatto che Fiume era un porto attraverso il quale passarono migliaia di ebrei in quegli anni. Ebrei difficilmente "contabilizzabili". Debole appare anche una biografia dello stesso Palatucci scritta da uno degli storici di riferimento del Centro, che contiene parecchi errori fattuali. Ciò detto, il merito è stato indubbiamente quello di mettere a confronto la vulgata con la ricerca di archivio (e il numero degli archivi consultati dall'equipe è stato davvero alto), una ricerca coraggiosa, controcorrente e portata avanti con metodo.
Oggi su Wikipedia la biografia di Palatucci, dal 1995 anche medaglia d'oro al merito civile (sebbene fosse un militare nel 1945, mah!), riporta la dicitura "senza fonte" accanto a ogni accenno a imprese umanitarie. E afferma:
Stando alla ricerca del Centro Primo Levi, in base all'esame di circa 700 documenti finora inediti, Palatucci andrebbe descritto come uno zelante esecutore della deportazione di almeno 412 dei circa 500 ebrei presenti a Fiume, nel suo incarico di responsabile dell'applicazione delle leggi razziali fasciste. La sua deportazione e morte a Dachau sarebbe stata dovuta non al suo aiuto agli ebrei, ma all'aver mantenuto contatti col servizio informativo nemico, per aver passato agli inglesi i piani per l'indipendenza di Fiume
Come si può vedere, si tratta di una storia ancora da scrivere o da riscrivere, dai molteplici risvolti e di grande possibile interesse anche per un pubblico giovane che abbia voglia di capire i meccanismi della ricerca, dell'affermazione e diffusione di leggende metropolitane, della loro (se è questo il caso), istituzionalizzazione, anche a livelli altissimi. In altre parole, appare non secondario ricostruire la disputa nel suo complesso, metterne in evidenza i le contraddizioni e i le ambiguità, i punti fermi e quelli meno dimostrabili. Da ambo le parti.
Per quanto riguarda la documentazione del Centro Primo Levi di New York, oltre al sito del Centro segnalo questa intervista (e relativi commenti, non meno interessanti) di Laura Brazzo alla presidente, Natalia Indrimi.
mercoledì 5 febbraio 2014
domenica 2 febbraio 2014
COSA HANNO FATTO I MARO'
Così le agenzie il 16 febbraio 2012. E' opportuno ricordare prima dell'udienza di domani. E segnatevi i nomi, le circostanze, il fatto che le petroliere navigano sotto scorta armata, ecc. ecc.
Rischia di trasformarsi in un incidente diplomatico tra India e Italia l’uccisione di due indiani a bordo di un peschereccio al largo delle coste del Kerala. Ad aprire il fuoco sono stati i marò, i fucilieri di marina del battaglione San Marco, che si trovavano a bordo della petroliera Enrica Lexie in navigazione nell’Oceano Indiano. Si tratta di uomini opportunamente addestrati ed equipaggiati per intervenire in caso di attacco pirata. Il governo indiano ha definito l’incidente in cui militari italiani hanno ucciso due pescatori indiani un “episodio grave e deplorevole” ma la Marina militare italiana si è difesa spiegando che gli uomini a bordo del peschereccio avevano “l’atteggiamento ostile tipico dei pirati”.
L’incidente è avvenuto mercoledì scorso a 30 miglia dalla costa indiana. Adesso la petroliera italiana Enrica Lexie è stata intercettata e fatta attraccare nel porto di Kochi, dove l’equipaggio viene interrogato e dove si è recato il console generale italiano. “La nave non è ancora in stato di fermo, su questo si deciderà solo dopo l’interrogatorio dell’equipaggio”, ha precisato un ufficiale. New Delhi ha convocato l’ambasciatore italiano, Giacomo Sanfelice di Monteforte, esprimendogli preoccupazione per l’accaduto e chiedendogli che il capitano della nave collabori alle indagini.
Mercoledì la Marina militare italiana aveva reso noto che i fucilieri del Battaglione San Marco, imbarcati come nucleo di protezione militare sui mercantili italiani in navigazione in zone a rischio, avevano sventato un arrembaggio alla Enrica Lexie, esplodendo tre serie di colpi di arma da fuoco a scopo dissuasivo. Una versione ribadita in una nota dell’ambasciata e dalla stessa Marina, per la quale “la dinamica dei fatti è ancora tutta da verificare”.
“Al momento – spiega una nota la Marina – si può dire che l’equipaggio ci ha riferito che l’atteggiamento del peschereccio era stato giudicato chiaramente ostile, tipico dei pirati. Le modalità di avvicinamento erano le stesse già seguite in operazione di abbordaggio, caratteristiche di quei mari. Un esempio su tutti: non hanno risposto ai segnali di avvertimento”.
A bordo del peschereccio c’erano 11 marinai imbarcatisi il 7 febbraio per la pesca del tonno. Le vittime sono un uomo di 25 anni (tale Pinku) e un altro di 45 (Jalastin), entrambi originari del sud dell’India. Il governo del Kerala ha deciso di indennizzare i familiari dei due pescatori con 300mila rupie (oltre 4.600 euro). Il Golfo del Bengala, davanti alla costa meridionale dell’India, è stato teatro di numerosi attacchi di pirati nelle ultimi mesi, anche se meno violenti rispetto al Golfo di Aden.
Il ministro della Difesa, Arackaparambil Kuryan Antony, ha definito quanto è accaduto un “episodio grave e deplorevole”. “La polizia di Kerala e gli ufficiali della Guardia costiera stanno interrogando le persone coinvolte”, ha aggiunto Antony, le cui dichiarazioni sono riportate dal Times of India. “Allo stato delle cose, possiamo dire che quanto avvenuto non è stato molto regolare, ma voglio che le cose seguano il giusto corso della legge”.
martedì 28 gennaio 2014
AMNESIE
Francesco, figlio dell'ex ministro Luigi Gui, è stato professore di Storia dell'Europa Orientale. Nella commissione nazionale di cui è membro (Storia Moderna), per i candidati di Storia dell'Europa Orientale, però, ha chiesto un "parere vertiate" a un esterno, Gaetano Platania, che negli ultimi dieci anni ha gestito parecchi concorsi del settore. Amnesia improvvisa in Europa Orientale?
Francesco Gui, nato a Padova il 15 giugno 1950, insegna “Storia dell’Europa” presso la facoltà di Scienze umanistiche dell’Università di Roma “La Sapienza”. È professore straordinario per il settore di Storia dell’Europa orientale. E’ stato allievo di Ruggero Moscati e Rosario Villari.
La sua attività didattica e scientifica è stata prevalentemente dedicata alla storia politico–istituzionale dell’Europa, sia in età moderna, sia contemporanea. Per quanto attiene all’età moderna, le sue ricerche hanno avuto per oggetto la politica della Chiesa romana nel corso di importanti momenti di trasformazione degli equilibri complessivi dell’Europa occidentale, dall’epoca del Concilio di Trento alla fase boema della guerra dei Trent’anni. Per quanto riguarda l’età contemporanea, ha rivolto inizialmente la propria attenzione allo studio del sistema politico italiano e alla riforma della legge elettorale alla fine della prima guerra mondiale. Successivamente si è dedicato a singoli temi e figure della storia dell’unificazione europea, con una particolare attenzione al pensiero e all’azione di Altiero Spinelli. Ha curato la pubblicazione di una introduzione alla storia dell’Europa nei suoi profili unitari.
Ha tenuto corsi presso l’Università di Malta in Roma, la Scuola di Specializzazione per l’Istruzione Superiore del Lazio, il Centro Nazionale di Documentazione Europea, la Scuola Superiore dell’Amministrazione dell’Interno, l’Istituto Superiore di Formazione. Partecipa inoltre alle attività del Polo interuniversitario “Jean Monnet”, costituito presso la Facoltà di Economia de “La Sapienza”.
Giornalista pubblicista, è stato per alcuni anni collaboratore ex art. 2 del settimanale Panorama, occupandosi di tematiche economiche e comunitarie. Ha condotto una serie di trasmissioni televisive sull’Unione europea presso la rete tv Europa 7. Collabora al giornale Europa e a “Gli Stati Uniti d’Europa”, supplemento di Critica liberale.
Ha promosso numerose iniziative di pubblicizzazione dei temi europei, sia come docente che come aderente al Movimento federalista europeo. E’ stato fra i promotori della legge di iniziativa popolare che ha reso possibile il referendum di indirizzo sull’Europa tenutosi in Italia nel 1989.
lunedì 27 gennaio 2014
CONTRO IL GIORNO DELLA MEMORIA. ELENA LOEWENTHAL
Leggo e pubblico questa riflessione presa dal sito http://www.mosaico-cem.it/articoli/che-cosa-e-diventato-il-giorno-della-memoria-il-dibattito
Come scrive il direttore Fiona Diwan nell’editoriale del numero di febbraio delBollettino attualmente in pubblicazione, il libro -politicamente molto scorretto, scritto tutto in soggettiva da una scrittrice che da anni riflette sul tema e che si dichiara da sempre “ossessionata dalla Shoah” – prende le mosse da un grappolo di domande: che cosa sta diventando il 27 gennaio? Un contenitore vuoto, una cerimonia stanca, una finta riflessione che approda a uno sterile rituale, uno spazio da addobbare con la retorica?
E la memoria, prima ancora che degli ebrei, non dovrebbe essere dell’Europa intera?, elaborata e fatta propria e non invece museificata e imbalsamata come accade oggi? Secondo Loewenthal, questa giornata è un grande errore collettivo, l’errore di chi vuole provare, un giorno all’anno, ad addolcire la coscienza civile e alleggerire il senso di colpa. L’errore sta nel considerarla come un tributo, un simbolico risarcimento agli ebrei e non invece qualcosa che appartiene a tutti.
La scrittrice pone delle domande che sono un sasso gettato nello stagno del conformismo e degli stereotipi. Il 27 gennaio si sta trasformando nello spettacolo della memoria, scrive, nella venerazione di un idolo, l’idolo del ricordo, nella ricerca di qualcosa di sempre “nuovo” e colorato da esibire al pubblico che accorre a eventi sempre più numerosi e ridondanti. Col rischio di generare un senso di vuoto, di troppo, di insensatezza, una stucchevolezza che ogni celebrazione porta con sè. E certamente, a Loewenthal va il merito di estremizzare quello che molti di noi, qualche volta, hanno pensato e sentito senza mai osare dirlo.
Ma allora, ha senso ricordare così? ” Non lo so – dice Fiona Diwan nell’editoriale -. Non so nemmeno quale altra strada si possa seguire e se invocare il silenzio e l’oblio, come raccomanda Loewenthal, sia la cosa giusta. Il Giorno della memoria è, in fondo, un progetto educativo, un tributo di civiltà alla sterminata innocenza sacrificata nei campi. C’è modo di immedesimarsi e spartire l’esperienza della Shoah? Ricordare serve a colmare la distanza, a condividere il trauma, il dolore? Credo di no. Tuttavia, guardando film come Il pianista, leggendo i libri di Aaron Appelfeld, quello molto bello di Edith Bruck (Quanta stella c’è in cielo, da cui è tratto il film di Roberto Faenza in copertina del Bollettino), o ascoltando le parole di sopravvissuti come Nedo Fiano o Liliana Segre, l’emozione e l’immedesimazione scattano immediati. Ecco perché credo che, in fondo, non ci possa essere alternativa a un momento pubblico, se non nella ricerca di un tono più meditativo, raccolto e sommesso. E non più così tonitruante e spettacolarizzato”.
Sul testo della Loewenthal si sono espressi in tanti. Sul Corriere della Sera del 20 gennaio Pierluigi Battista lo definisce “Un’analisi impietosa dell’assunto che sta alla base di una iniziativa lodevole e nata con le migliori intenzioni: l’assunto secondo il quale il ricordo pubblico, mentre i sopravvissuti se ne vanno e svanisce fatalmente l’esperienza di una memoria diretta dello sterminio, possa fare da antidoto alla ricaduta nella barbarie”. Mentre Sul Fatto quotidiano dello stesso giorno Furio Colombo, ideatore del Giorno della Memoria, ricorda “Quando, proponendo alla Camera la legge che istituisce il Giorno della Memoria, ho dovuto affrontare la forte spinta di varie parti politiche, ovvero ricordare insieme gli orrori della Storia (Shoah ma anche gulag ma anche foibe) non mi sono illuso di fare accettare l’immensa e tragica unicità dell’evento ma ho proposto un dato di esperienza e di realtà. In quell’aula e in ciascuno dei posti in cui noi deputati sedevamo, le leggi “per la difesa della razza italiana” erano state votate all’unanimità. Ho chiesto ai miei colleghi di riconoscere che la Shoah è un delitto italiano. È solo un simbolo, il Giorno della Memoria. Ma è il voto è stato unanime”.
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