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venerdì 19 luglio 2013

EUROCOMUNISMO


L’aeroporto di Nicosia, la capitale di Cipro, non funziona dal 1974, anno dell’invasione greca e poi turca – operazione Attila – che ha diviso il paese. Atterriamo quindi nel nuovo e grazioso aeroporto di Larnaca per poi proseguire in autobus. L’autostrada è gratuita e con guida a sinistra. Gira la testa all’inizio, poi ci si abitua. È che non te l’aspetti qui. Entriamo nella capitale. La crisi c’è ma si nasconde. L’allarme dell’inizio di quest’anno è rientrato e la vita scorre con la normalità innaturale di un paese diviso da una “green line” controllata da forze Onu. Molti i negozi chiusi, poche le scritte anti-trojka. I prezzi sono alti più di quelli di Atene, con cui mi viene da fare il paragone in modo naturale. Ma lo sono anche gli stipendi degli statali che, nonostante i tagli, si mantengono ben oltre i mille euro. Si, o li mantengono? L’isola è strategica. Quando gli inglesi finalmente le concessero la libertà, nel 1960, ottennero in cambio due basi navali e un sistema speciale di scambi commerciali. Forse Cipro non è un porto franco, come ha affermato il governo in febbraio, ma “non ci sono limiti al trasporto di tabacco e liquori nel Regno Unito” e “confronta i prezzi: EU e Cipro”, con tagli di più del 50% su prodotti dei monopoli. Questo si legge in aeroporto. Nicosia non toglie il respiro per la sua bellezza. Si è candidata a capitale europea della cultura per il 2017 e la piazza principale è sprofondata dentro un cantiere di cui non si vede il progetto da nessun lato: sabbia e mezzi pesanti. A poche centinaia di metri, un campo di calcio enorme in pozzolana. Conto i passi. Ci si può giocare tranquillamente quindici contro quindici. Farebbe la gioia di molti amici che si accapigliano la domenica mattina in una villa romana per un posto (chi prima arriva gioca), ma qui che ci faranno mai? Poi con questo caldo. Nicosia si chiama Lefkosia in greco e Lefkosa in turco. Perché esiste la metà turca, che raggiungi attraversando il check-point centrale, alla fine dei negozi griffati. Molti dei quali, però, non hanno più il servizio per il pagamento bancomat o con carta di credito. Sono le restrizioni del dopo-crisi. La Banca di Cipro vive e lotta. Bene. Di importazione, direttamente dalla Grecia, vedo solo bandiere: ovunque sventolano accanto a quella cipriota, europea e, in alcuni angoli, delle Nazioni Unite. Che qui non mandano in estasi la popolazione, che ne ha un giudizio negativo. Vedono bighellonare i componenti della missione di Peace keeping tra caffé e sesso a pagamento. Da un parte capiscono i giovani soldati stranieri che si ritrovano a mantenere la pace dove in effetti non c’è guerra. Dall’altra, però, il ricordo dell’invasione e di qualche incidente, come l’uccisione di Solomos Solomou da parte di una guardia di frontiera turca, avvenuta il 14 agosto 1996 mentre tentava di ammainare la bandiera della Repubblica turca di Cipro del Nord, non riescono (e come potrebbero) ad andare in pensione. Solomos stava partecipando a una marcia di protesta contro l’uccisione, avvenuta tre giorni prima, del cugino Tassos Isaac, finito sotto i manganelli turchi mentre tentava di passare illegalmente la green line. Poi, improvvisamente, ha tentato di salire sul pennone di frontiera, ed è stato abbattuto. Il video si trova ancora su youtube. Due morti dal 1974. Se ci si pensa, cinicamente, in fondo non sono tanti, vista la tensione. Ben maggiori – mi fanno notare gli stessi greco-ciprioti – sono state i regolamenti di conti nella parte greca da parte della malavita locale, che controlla una parte dei traffici illegali del Mediterraneo. Di russi, dato che siamo in tema, non se ne vedono. Secondo l’ultimo censimento del 2011, i residenti provenienti da Mosca erano 10.520 su una popolazione ufficiale totale di 838,897 (la stimata è di 1,117,000 includendo la parte turca). Potrei cogliere una parola russa in qualsiasi momento mentre incrocio una coppia o un gruppo di gente, ma niente. Staranno tutti a Pafos, al mare. Hanno perso un po’ dei loro depositi ma, in fondo, ci guadagnano lo stesso a tenere i soldi qui, lontano dai controlli dell’Agenzia delle entrate di Mosca. E con loro inglesi, francesi, tedeschi e, soprattutto a partire dagli ultimi anni, insospettabili uomini d’affari cinesi, che stanno comprando proprietà immobiliari nelle zone più esclusive. Non più i negozi a “un euro tutto” ai quali ci hanno abituati, ma ville con piscina e alberghi. Pronti, forse, a organizzare la base di partenza per tentare il grande passo verso la conquista dei mercati europei. Nel mio girovagare per l’isola trovo solo un negozio con una scritta in ebraico, segno che dalla vicina Israele c’è un minimo di turismo: si trova nel centro di Kirenia (Girna), parte occidentale di competenza turca. Un bel paradosso. Decifro le lettere ma non capisco. E passo oltre. Cipro ha una strana storia politica, oltre che sociale, militare e finanziaria. Per anni il paese è stato guidato da un raggruppamento che è parte dell’archeologia storica, il Partito progressista dei lavoratori (KKK), un partito comunista che basa la sua ideologia sulla formula dell’eurocomunismo. Sono morti tutti i leader comunisti degli anni Settanta, è caduto il Muro di Berlino, ma il KKK ha perso le elezioni solo nel 2011, lasciando il governo al Raggruppamento Democratico di Nikos Anastasiades, che si è trovato a gestire una crisi economica che ha, evidentemente, radici ben più profonde. Scuoto la testa e controllo si wikipedia. Tutto vero. Il pregio principale dei ciprioti, forse, è che non ti raccontano balle. (continua)



martedì 26 giugno 2012

Combinazione due pezzi dal "Secolo XIX". 1 - Dalaj Lama


Il Dalai Lama? Tramava con la Cia
di Claudio Guidi – Il Secolo XIX, 9 giugno 2012

BERLINO - Pregare a mani giunte per la pace in ogni angolo del mondo, davanti a migliaia di persone e sempre sotto l’occhio attento delle telecamere, fomentando sotto banco con l’aiuto della Cia la guerriglia per strappare il Tibet alla Cina.
Con un clamoroso scoop la Süddeutsche Zeitung rivela che proprio questo avrebbe fatto per anni il Dalai Lama all’insaputa del mondo intero, guadagnandosi anche il Nobel per la pace.
Nelle prime righe del suo lunghissimo articolo il giornale progressista ha posto un titolo feroce per la sua ambivalenza, “Heiliger Schein”, santa apparenza, alludendo al fatto che questa può spesso ingannare. A parlare dagli Stati Uniti di tutta questa incredibile vicenda è uno che la sa lunga, John Kenneth Knaus, un ex agente della Cia di 89 anni, che incontrò il Dalai Lama nel 1964 nel suo esilio indiano di Dharamsala: «Per lui ero l’anello di collegamento con la violenza, che come buddhista non poteva approvare», ha spiegato Knaus che nel frattempo ha concesso un’intervista anche alla regista americana Lisa Catheyper il suo film “La Cia in Tibet”, destinato a uscire entro l’anno. La Süddeutsche scrive che il film documenterà “una guerra estremamente sanguinosa e da tempo dimenticata, condotta in Tibet dal 1955 fino agli inizi degli Anni ’70 e in Nepal a partire dal 1959”.
Nel film Lisa Cathey rivela anche che suo padre fu uno degli istruttori militari dei guerriglieri tibetani in un campo situato nelle Montagne Rocciose del Colorado, una zona a tremila metri di altezza e coperta di neve, molto simile all’altopiano dell’Himalaya. Il giornale tedesco scrive che la Cia “addestrò i guerriglieri tibetani, rifornendoli con tonnellate di armi per la lotta contro il nemico comune, la Cina comunista”, versando annualmente 180 mila dollari come “aiuti finanziari al Dalai Lama”. Sarebbe anche dimostrato che due fratelli maggiori del Dalai Lama “avevano presto allacciato contatti con la Cia, diventata poi lo sponsor della guerriglia in Tibet”.
L’articolo con le clamorose rivelazioni è anche corredato da una foto particolarmente imbarazzante, scattata nel 1972, che ritrae il Dalai Lama mentre su una jeep passa in rassegna unità speciali tibetane dell’esercito indiano a Chakrala, nel Punjab.
Da un memorandum della Cia del 1968 emerge che “il programma per il Tibet è basato sugli impegni che il governo americano aveva assunto con il Dalai Lama dal 1951 al 1956”, l’anno in cui la Cia lanciò l’operazione “ST Circus”, che in codice stava per “Circo Tibet”.
L’obiettivo era di “mantenere in vita la concezione politica di un Tibet autonomo”, dopo l’occupazione da parte della Cina nel 1950, oltre all’impegno di creare “un potenziale di resistenza contro possibili evoluzioni politiche nella Cina comunista”.
A partire da quel momento, su un’isola dei Mari del Sud “la Cia addestrò i guerriglieri a sparare, uccidere, minare e costruire bombe”, con un fratello del Dalai Lama che fungeva da interprete. “Un bombardiere B-17 senza segni di riconoscimento, guidato da un pilota polacco e con un tecnico ceco lanciò subito dopo con il paracadute i primi combattenti sul Tibet”. Si trattava di miliziani che portavano al collo “un amuleto con l’immagine del Dalai Lama e una capsula di cianuro”, con cui suicidarsi nel caso fossero stati catturati dai cinesi.
Il giornale rivela che “accompagnato da guerriglieri addestrati dalla Cia, il Dalai Lama nella primavera del 1959 fuggì attraverso le montagne per cercare asilo in India, dove annunciò una rivolta non violenta”, ma “durante la fuga i suoi accompagnatori erano in contatto radio permanente con gli agenti della Cia”.
Il quotidiano tedesco aggiunge un’altra rivelazione. Nel Tibet meridionale, scrive ancora il giornalista “erano attivi ottantacinquemila guerriglieri, che con il nome di Chushi Grangdrug, quattro fiumi e sette montagne, operavano in piccole unità per attaccare la supremazia militare cinese, cooperando strettamente con la Cia”.
In una documentazione della Bbc citata dal giornale, un ex combattente tibetano fa addirittura un racconto allucinante per la sua truculenza, quando spiega che “abbiamo ammazzato più che potevamo. Quando uccidevamo un animale dicevamo una preghiera, ma quando ammazzavamo un cinese nemmeno una preghiera è uscita dalle nostre labbra”.
In un memorandum segreto della Cia è scritto che “la guida tibetana considera la truppa come il braccio paramilitare del governo in esilio”.
Le attività militari di guerriglia si conclusero negli anni ’70, dopo una visita segreta a Pechino dell’allora Segretario di Stato Herny Kissinger, mentre per la Cia il Dalai Lama continuava a rimanere “finanziariamente e politicamente del tutto dipendente dagli americani”. Terminata l’avventura militare, il capo religioso dei tibetani poté dedicarsi anima e corpo a diffondere nel mondo il suo messaggio pacifista.