venerdì 19 dicembre 2014
mercoledì 10 dicembre 2014
NIKOS ROMANOS
Di Nikos Romanos ci siamo occupati su questo blog quando venne picchiato e arrestato. Ora da Atene giunge una nuova notizia, che riprendiamo con le parole di Flavio Boffi.
Il ragazzo sta morendo. È questa la tragica notizia che proviene dall’ospedale Gennimatas, ad Atene, dove il ragazzo è ricoverato a seguito dello sciopero della fame iniziato circa tre settimane fa nel carcere di Koridallos, dov’è detenuto prigioniero.
La storia
Rileggendo la storia di Nikos, sembra di rivivere le esperienze di Alekos Panagulis, rivoluzionario e poeta greco, descritto e raccontato – anche nei suoi aspetti più privati – da Oriana Fallaci, sua compagna di vita, nel libro Un Uomo. Anche Nikos, infatti, combatte una sorta di dittatura: un regime moderno, orchestrato non da tiranni, ma da un più subdolo network di forze ostili, che vanno dagli organi di polizia – sempre meno controllati perché unica forza in grado di tenere a bada un popolo affamato - al governo, all’Europa.
Sì, perché in questa storia si intrecciano più fattori che vanno oltre il singolo fatto; maandiamo ad analizzarli nel dettaglio.
Sì, perché in questa storia si intrecciano più fattori che vanno oltre il singolo fatto; maandiamo ad analizzarli nel dettaglio.
Il 6 dicembre del 2008, Nikos Romanos esce di casa per partecipare alla festa di compleanno di un suo amico, nel quartiere Exarchia. Con lui c’è anche Alexis Grigoropoulos, conosciuto qualche tempo prima tra i banchi di scuola e da allora divenuto suo amico per la pelle. I due – appena quindicenni – passano e lanciano alcune battute agli uomini in divisa presenti a Exarchia; niente di straordinario, visto anche il quartiere – da sempre problematico –, ma la reazione della polizia è immediata e sproporzionata: gli agenti inveiscono contro i due ragazzi e cominciano a sparare ad altezza uomo. Un proiettile raggiunge Alexis, che cade a terra, esalando l’ultimo respiro ai piedi del suo amico – Nikos.
È qui che comincia la storia di Romanos, è da quel sangue sulle mani che la vita del ragazzo prende una strada completamente diversa da quella che avrebbe potuto essere. In Nikos, ragazzo di buona famiglia, cresciuto in ambienti definibili “borghesi”, in quel momento si accende una rabbia incontenibile: contro la polizia, contro la magistratura, contro il "sistema" in generale. Partecipa ad un attacco dinamitardo, poi al rapimento di un dentista di Velvendòs e a due rapine - per finanziare la lotta anarchica - contro due banche, a causa delle quali viene arrestato e portato in carcere. Pur smentendo di essere un membro dell’organizzazione terroristica “Cospirazione delle Cellule di Fuoco” – e anche i giudici confermeranno la sua estraneità - non si sottrae alle sue responsabilità e, anche quando viene brutalmente pestato dagli agenti penitenziari e le sue foto fanno il giro del paese, non chiede punizioni per gli uomini che lo hanno ridotto a una maschera di sangue. Semplicemente perché lui, combattendo il sistema, non può chiederne l'aiuto. Si dichiara quindi “prigioniero politico” e diffonde un comunicato in cui scrive: “Vorrei che i maltrattamenti che ho subito sensibilizzassero l’opinione pubblica”. Stop. Da buon capo rivoluzionario – a soli vent'anni – sa che l’unico modo per combattere il sistema è scuotere la popolazione dal torpore quotidiano. E allora cominciano lettere dal carcere, poesie e comunicati. Nikos diventa una leggenda e la sua storia fa il giro del mondo, proprio come accaduto con Panagulis al tempo dei colonnelli.
Nikos, però, intende anche studiare e laurearsi. Passa i test d’ammissione e s’iscrive alla facoltà di Amministrazione delle Aziende Sanitarie di Atene. Le istituzioni, allora, cercano di far vedere che lo Stato è buono e si prende cura dei suoi prigionieri: il Presidente della Repubblica gli rivolge i più vivi complimenti e il ministro della Giustizia gli assegna un premio di 500 euro; tutto respinto al mittente, senza alcuna esitazione.
Il suo rifiuto, in coerenza con le sue scelte, ha però la conseguenza d’irritare le istituzioni. E così, le autorità carcerarie e il ministero di Giustizia non gli concedono la possibilità di poter frequentare l’università, adducendo il pericolo di fuga.
Il suo rifiuto, in coerenza con le sue scelte, ha però la conseguenza d’irritare le istituzioni. E così, le autorità carcerarie e il ministero di Giustizia non gli concedono la possibilità di poter frequentare l’università, adducendo il pericolo di fuga.
Lo sciopero
E arriviamo alle ultime settimane: in seguito al diniego delle autorità, Nikos comincia uno sciopero della fame, spiegando il perché in un lungo comunicato dal titolo “Soffocare per un soffio di libertà”. Alla sua protesta, aderiscono anche gli altri due complici della rapina a cui partecipò Romanos. Sono ormai più di 25 giorni che Nikos porta avanti questo sciopero e le sue condizioni di salute sono tali per cui è stato ordinato il suo trasferimento all’ospedale Gennimatas di Atene.
In decine di città greche sono stati organizzati cortei, presidi di solidarietà, occupazioni di edifici pubblici. Il 1° dicembre, gli studenti del Politecnico di Atene hanno occupato l’università per sostenere le rivendicazioni di Nikos. Il giorno successivo, uno dei più grandi cortei degli ultimi due anni ha avuto luogo nelle strade della capitale greca: più di10mila persone hanno dimostrato la loro solidarietà e il loro sostegno al prigioniero politico, e anche in questa occasione sono avvenuti pesanti scontri tra forze di polizia e manifestanti.
E non è bastato che il ministro della Giustizia proponesse l’istituzione di corsi universitari a distanza – a cui poter accedere tramite webcam – per placare la protesta. Al contrario, è montata l’indignazione in tutto il paese e, il 6 dicembre - anniversario dell’omicidio di Alexis Grigoropoulos – migliaia di studenti sono scesi ad Atene, a Salonicco e a Patrasso: come si temeva, la polizia non ha esitato a usare il manganello contro i manifestanti e diverse foto e video lo dimostrano. Lo stesso giorno, la famiglia ha accettato l'invito del presidente Samaras ad incontrarsi per “trovare una soluzione”; Nikos si è subito dissociato da tale iniziativa: “Dichiaro in tutti i modi possibili che la richiesta dei miei genitori di incontrarsi con Samaràs mi trova assolutamente contrario. Capisco ovviamente la loro ansia, visto che rischiano di perdere il proprio figlio. Samaràs però ha un'immagine chiara dei fatti e non serve alcun incontro per informarsi di fatti che conosce ed approva pienamente".
Ora, la domanda che tutti si pongono è: il governo lascerà morire Nikos? E’ evidente come vi sia una guerra aperta tra la Grecia e Romanos, ma perché arrivare a un punto di non ritorno e non mostrare un po’ di benevolenza verso un ragazzo accusato di rapina, non di terrorismo? E perché l’Europa lascia che un suo paese membro violi così palesemente i diritti umani? Il diritto allo studio non è forse per tutti? Probabilmente, la risposta risiede nelle idee che il ragazzo trasmette. E nel simbolo che Nikos ormai incarna, da vivo come da morto.
sabato 6 dicembre 2014
domenica 30 novembre 2014
sabato 29 novembre 2014
venerdì 28 novembre 2014
La "buona" scuola
Chiamarla
riforma è un'autentica bestialità. Perché non dà una forma nuova,
non cambia pedagogicamente proprio nulla, rispetto ai danni già
apportati, s'intende. Perché non è altro che l'attuazione di un dovere da
parte dello stato di garantire ai suoi cittadini il lavoro, come
previsto dalla Costituzione. Peccato che questo dovere se lo siano
dimenticato e che oggi venga imposto sottoforma di sanzione
dall'Unione Europea.
Dunque
ora, nero su bianco, sono obbligati ad assumere definitivamente poco
meno di 150 mila persone. La legge prevede che le assunzioni siano
per il 50% dalle graduatorie permanenti, nelle quali, è bene
ricordarlo, gli insegnanti stazionano da almeno 15 anni, e per il 50%
dalle nuove graduatorie formatesi dopo il concorso del 2012. Siccome
però la sentenza dell'Unione Europea impone di assumere chi già
abilitato da molti anni si è visto rinnovare il contratto senza
essere mai assunto definitivamente, la legge va cambiata per poter
immettere in ruolo il 90% di chi è iscritto nelle graduatorie
permanenti. Olé.
150
mila docenti non sono pochi. Ci saranno cattedre sufficienti per
tutti? Il governo, che si è fatto due conti, ipotizza che circa 43
mila rinunceranno volontariamente all'assunzione dato che
negli ultimi 3 anni non hanno accettato supplenze (pag 27). Come è
possibile che 43 mila persone coi tempi che corrono rinuncino
a un lavoro fisso?! Devono essere pazzi. No. Per capire perché
probabilmente in molti rinunceranno, cerchiamo di spiegare come si
intende immettere in ruolo e cosa succederà nella scuola e ai
docenti. Analizziamo parte delle 136 pagine che il governo si è
affrettato a pubblicare ai primi di settembre, molto in anticipo
sulla scontata sanzione europea, tanto per dimostrare che gli
italiani sono di buona volontà. Quanto è stato scritto lascia spazio a diversi dubbi ed incertezze, ma si può evincere che la
chiamata sarà su scala nazionale e che non necessariamente sarà
nella classe di concorso per la quale si è abilitati e nella quale
già si lavora: bisogna essere flessibili e venire incontro alle
esigenze geografiche e didattiche della penisola (pag 27). Vuol dire
che, una volta esauriti i candidati iscritti in una provincia (non è
scritto a chiare lettere, ma si spera che dimostrino buon senso e
partano da lì), si passa ad offrire la cattedra con tutta probabilità, ma neanche su questo non ci sono indicazioni certe, al primo col
punteggio più alto sul territorio nazionale. Ricordo ancora che la
stragrande maggioranza dei docenti in questo paese è costituita da
donne (andate a vedere i grafici che lo stesso governo pubblica a pag
18), che nei 15 anni di precariato hanno, come penso molti colleghi maschi, probabilmente formato una
famiglia, avuto dei figli, magari hanno la fortuna di avere un marito
che lavora, magari hanno avuto l'ardire di comprare casa. Poniamo che
l'insegnante viva a Terni, insegni matematica in un liceo (ha
l'abilitazione solo per insegnare matematica alle superiori), nella
sua provincia non ci sono più posti disponibili, le offrono una
cattedra a Torino. Può capitare che la nomina non sia in un istituto
superiore, ma alle medie (perché lì c'è bisogno), dove mai avrebbe
voluto insegnare, perché coi ragazzini non ci sa stare, non li
capisce, perché i contenuti della materia sono molto meno stimolanti per lei. Ora che fa? Accetta e
lascia i figli “soli” 6 giorni su 7 (perché avere il sabato
libero è una chimera per l'ultimo arrivato)? Li sradica da scuola e
amici? Chiede al marito di cercarsi un lavoro in Piemonte? Rinuncia e
butta via laurea e abilitazione, anni di aspettative, anni in cui ha
investito le sue energie creative, le sue passioni per far crescere i
figli degli altri? Ma è un problema suo, lo stato le offre il
lavoro, se poi rinuncia...
Certamente
altri rinunceranno perché magari lavorano in una paritaria o in una
privata o hanno effettivamente cambiato lavoro. E beati loro a questo
punto.
Ma
anche così non ci saranno posti per tutti, neppure accorpando
spezzoni, neppure reintroducendo, in minimissima parte,ore di
insegnamenti eliminate dalla ristrutturazione degli indirizzi,
eliminazione che ha portato a sopprimere cattedre non più
necessarie. Dunque come risolvere? Creando una figura nuova: il
docente organico funzionale. Questi insegnanti assunti a tempo
indeterminato non avranno una loro cattedra, ma: “saranno a
disposizione delle scuole, o delle reti di scuole, sia per svolgere
gli altri compiti legati all'autonomia e all'ampliamento dell'offerta
formativia (insegnamenti extra-curricolari, predisposizione di
contenuti innovativi per la didattica [contenuti qui significa uso lo
strumento tablet piuttosto che fotocopie, non pensiate ai contenuti
in termini di conoscenze, ricordatevi che da anni i programmi
nazionali come li abbiamo conosciuti sono stati aboliti, ora ci sono
le indicazioni nazionali che fissano gli obiettivi da raggiungere,
che cosa tu ci metta dentro, ma meglio se non ci metti molto, sono
fatti tuoi], progettualità di vario tipo, affiancamento ai
tirocinanti, ecc.); sia, anche in questo caso, per coprire le
supplenze brevi.”, le quali “non apportano infatti molto dal
punto di vista della didattica e dell'apprendimento”.(pag 24) Già
perchè si tratta al massimo di poche settimane e naturalmente è
impossibile programmare qualunque cosa. È evidente che l'organico
funzionale è manodopera: oggi in quella scuola a tot chilometri
manca il prof. vacci tu, domani in quell'altra manca il tale vai
sempre tu, quell'istituto (nel quale mai hai lavorato) avrebbe
bisogno di un progettino: tu che sei bravetta pensane uno, e via di
seguito. Ma il governo si rende conto di quanto potrebbe essere
frustrante per un insegnante essere assunto e fare tutto fuorché
insegnare e pensa bene di creare mobilità interna: chi ha la
catterdra può passare ad organico funzionale e viceversa. Geniale
vero?
Come
geniale è rivedere lo status giuridico degli insegnanti (e i
sindacati firmeranno, ve lo assicuro!) per introdurre i crediti
didattici, formativi, professionali al fine di valutarli e farli
progredire nella carriera. Progredire nella carriera qui significa un
aumento di stipendio che si ottiene ancora una volta facendo molto
altro oltre che insegnare. Ma pare che entusiasmo e motivazione
derivino unicamente da incentivi di natura economica, così almeno è
ripetuto più volte ne “La buona scuola”.
E “La
buona scuola” prevede che i dirigenti tornino ad occuparsi di
scelte educative (però!), possano “scegliere i docenti che
coordinano attività di innovazione didattica, valutazione,
orientamento e premiarne, anche economicamente, l'impegno”.( pag
64) Si sta introducendo una sorta di chiamata diretta, anche se non
ancora per l'attività di didattica in aula, che potrebbe avere un
suo senso, se non fossimo in Italia, dove gli insegnanti saranno una
volta di più alla mercè del più forte. (pag 68)
Inoltre:
siccome gli organi colleggiali non devono esistere per porre veti ed
intralciare il lavoro del dirigente come oggi spesso ahimè accade,
vanno riformati (pag 71). Qui però il governo va cauto e si limita
ad una proposta.
Meno
male che puntano sulla scuola come risorsa per il futuro, per la
democrazia, che hanno a cuore gli insegnanti, che li vogliono
formati, entusiasti, felici e pagati, altrimenti chissà dove
andremmo a finire.
Ci
sarebbe ancora molto molto da dire, ma mi fermo: sono certa che il
governo in carica o chi per esso mi darà modo di scrivere ancora.
A.Z.
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