venerdì 6 gennaio 2012
mercoledì 4 gennaio 2012
Technicolor licenzia e chiude?
![]() |
| Gli stabilimenti Technicolor di Roma |
Così, dopo la chiusura degli stabilimenti americani, tedeschi e inglesi, sta per giungere il turno di quello italiano, che si trova a Roma, sulla Tiburtina, a poche centiaia di metri dal GRA.
Già prima dell'estate sono stati licenziati o non rinnovati 90 posti di lavoro. Adesso rischiano il posto altri 80 lavoratori. Lo stabilimento dovrebbe chiudere, il terreno dovrebbe essere messo in vendita e la produzione del digitale, che richiede spazi minori e meno mano d'opera, concentrata in città in alcuni studi già parte del gruppo.
Si tratta del risultato di un accordo a livello mondiale, per il quale una sola casa di produzione principale si occuperà della pellicola nei prossimi anni.
La lettera è giunta inaspettata poco prima di natale. I sindacati hanno cominciato una trattativa che non si sa dove porterà. I giornali, per ora, tacciono.
Nei primi anni Settanta del secolo scorso esistevano due Technicolor in Italia: oltre quella romana, infatti, era attiva una sede a Milano. Che chiuse, però, verso la fine del decennio. In via Tiburtina, invece, si resistette. I lavoratori occuparono più volte lo stabilimento e riuscirono a non farlo chiudere, superando la crisi del cinema negli anni Ottanta. Nel decennio successivo, e fino a pochi anni fa, si registrò una fase di espansione, che portò nuovi posti di lavoro. Oggi, tutto questo rischia di essere bruciato da una gestione insufficiente del patrimonio, umano e tecnologico, che hanno svolto i proprietari della multinazionale.
martedì 3 gennaio 2012
Bando Corso Stragismo
Pubblichiamo il Bando per il Corso di Giornalismo sullo Stragismo in Italia organizzato nel 2011 dalla Fondazione Basso e dall'Associazione Scrivi di Diritto Scuola di Giornalismo.
La domanda è: verrà ripetuto anche quest'anno?
Corso di Approfondimento
“Lo stragismo in Italia da Piazza Fontana a Via
d'Amelio”
La violenza politica come nodo interpretativo
della vicenda repubblicana
L'Associazione Scrivi di
Diritto - Scuola di Giornalismo della Fondazione Internazionale Lelio Basso
insieme alla Fondazione Basso - Sezione Internazionale promuove il Corso di
Approfondimento “Lo stragismo in Italia: da Piazza Fontana a Via d'Amelio”.
Il ciclo di seminari avrà luogo
da marzo ad aprile il venerdì pomeriggio e il sabato mattina.
Sulla base dei documenti, delle
indagini della magistratura e delle commissioni parlamentari e delle inchieste
giornalistiche il corso presenta interventi di storici, presidenti e membri
delle commissioni d'inchiesta, giornalisti e magistrati, che forniranno una
chiave interpretativa del fenomeno stragista sviluppatosi in Italia come
“strategia della tensione”alla fine degli anni sessanta e riemerso (caso unico
in Europa) in tutta la sua drammaticità dopo la fine della guerra fredda ad
inizio anni novanta. Attraverso la rivisitazione, l'analisi e la comparazione
delle fasi 1969-1974 (prima fase della strategia della tensione), 1980-1981
(strage di Bologna e scoperta della P2), 1992-1993 (stragi di Capaci e via
D'Amelio), l'obiettivo che il corso si propone è quello di fornire dati e
conoscenze in grado di misurare l'incidenza sulla società italiana del fenomeno
stragista, le risultanti politiche configuratesi con la sua comparsa e gli
sviluppi determinatisi all'interno della complessa transizione italiana nel
quadro politico nazionale ed internazionale.
Nel quadro dell'analisi del
fenomeno della violenza politica come nodo interpretativo della vicenda
repubblicana sarà affrontata anche la vicenda del sequestro e dell'uccisione di
Aldo Moro.
Verranno distribuiti ai partecipanti documenti giudiziari relativi
ai processi per strage e tentativi eversivi; documenti delle commissioni
d'inchiesta parlamentare sulle stragi, sul rapimento e l'assassinio di Aldo
Moro, perizie storiche redatte da consulenti delle procure e delle commissioni parlamentari
relative a strutture parallele, organizzazioni eversive e attività politiche
illegali.
Programma del corso:
4 marzo “Il contesto
storico-politico e la dimensione pubblica dello stragismo 1969-1974”
Relatore: Davide Conti, orario:
16-18
5 marzo “Il contesto
storico-politico e la dimensione pubblica dello stragismo 1992-1993”
Relatore: Maurizio Torrealta,
orario: 10-12
11 marzo “Da Piazza Fontana a
Piazza della Loggia la prima fase della “strategia della tensione”
Relatore: Davide Conti (I° Parte), orario: 16-18
12 marzo“Da Piazza Fontana a
Piazza della Loggia la prima fase della “strategia della tensione”
Relatore: Davide Conti (II°
Parte), orario: 10-12
19 marzo “Il rapimento Moro”
Relatore: Giuseppe De Lutiis (I°
Parte), orario: 10-12
21 marzo “Il rapimento Moro”
Relatore: Giuseppe De Lutiis
(II°Parte), orario: 16-18
26 marzo “Il memoriale di Aldo
Moro ed il sommerso della Repubblica”
Relatore: Francesco Maria Biscione, orario: 10-12
1 aprile: “La P2 nella storia
dell'Italia repubblicana”
Relatore: Sergio Flamigni,
orario: 16-18
2 aprile: “La stagione
delle stragi e la trattativa 1992-1993”
Relatore: Maurizio Torrealta,
orario: 10-12
8 aprile: “Le strutture
occulte: il Noto Servizio”
Relatore: Stefania Limiti,
orario: 16-18
9 aprile: “La stagione delle
stragi e la trattativa 1992-1993”
Relatore: Maurizio Torrealta,
orario: 10-12
15 aprile: “Dalla
strage come fatto politico alla politica delle stragi” (Tavola rotonda)
Relatori: Giovanni Pellegrino,
Giuseppe De Lutiis, Francesco Maria Biscione.
Modera Davide Conti. orario:
16-19
Condizioni per la partecipazione al corso:
1.I candidati debbono
compilare il modulo di iscrizione, presentare un curriculum vitae e due foto
tessera. La quota di partecipazione per tutto il corso è di Euro 150,00 da versare
sul conto corrente della Associazione Scrivi di Diritto-Scuola di Giornalismo
della Fondazione Internazionale Lelio Basso presso la Banca Popolare Etica Ag.
Roma Via Parigi IBAN
IT59N0501803200000000110852, entro il 3 marzo 2011. Causale: Iscrizione Corso
stragismo 2011.
L’Ente promotore si riserva la
facoltà di annullare il corso entro una settimana dall’avvio qualora non si
raggiungesse il numero minimo di partecipanti, in tal caso ci si impegna a
restituire le quote versate.
2. Alla fine del corso verrà
rilasciato un certificato di frequenza a coloro che non hanno perso più di una
lezione.
3. Le lezioni si terranno il
venerdì dalle 16 alle 18, il sabato dalle 10 alle 12 con l'eccezione del lunedì
21 marzo dalle 16 alle 18. Alla fine di ogni intervento sarà previsto uno
spazio di dibattito. Verrà richiesta una firma in entrata e in uscita per
verificare l’effettiva presenza per tutta la durata degli incontri.
L'organizzazione si riserva di comunicare tempestivamente eventuali variazioni
di data.
4. Le iscrizioni sono aperte
dal 24 gennaio 2011 al 3 marzo 2011 presso la sede della Fondazione Basso –
Sezione Internazionale. Si considera effettiva l’iscrizione al momento del
pagamento della quota di partecipazione. Le domande possono essere consegnate a
mano, a mezzo fax al numero 06-97611036 o a mezzo posta prioritaria. Farà fede
il timbro postale. Sulla domanda si autorizza il ricevente al trattamento dei
propri dati personali ai sensi della L. 196/2003, i dati verranno comunque
utilizzati ai soli fini didattici.
Per tutte le informazioni sul
corso e sulle modalità d'iscrizione contattare la Segreteria della Associazione
Scrivi di Diritto- scuola di giornalismo della Fondazione internazionale Basso,
via della Dogana Vecchia 5 - 00186 Roma
Web: www.internazionaleleliobasso.it
Roma, 24 gennaio 2011
Maurizio Torrealta, Giovanni
Tognoni,
Direttore
della Scuola di giornalismo Legale Rappresentante dell'Associazione Scrivi di Diritto
martedì 27 dicembre 2011
Ricordo di Vaclav Havel
![]() |
| Havel |
Václav Havel, scomparso il 18 dicembre
scorso, è ricordato come il primo presidente della Cecoslovacchia non
comunista, artefice della caduta del Muro, l’uomo di Charta 77 e della
rivoluzione di velluto. Fu qualcosa di più, e di diverso. Nato a Praga il 5 ottobre
1936 in ambiente intellettuale, cominciò a scrivere e comporre giovanissimo. La
sua prima opera è del 1959 (Tutta la vita davanti), seguita da Metamorfosi, nel 1961. In breve si affermò come
drammaturgo e poeta ed entrò a far parte dell’Unione degli Scrittori. Scioccato
dall’esito della Primavera di Praga, definì la restaurazione portata dai carri
armati come “il regime dell’oblio”. E quando Jan Palach, Jan Zajic e Ezven
Plocek si diedero fuoco per protestare contro la passività del proprio popolo, Havel affermò che la società aveva compreso. Ognuno
capiva la necessità di fare qualcosa di estremo: Palach e gli altri lo avevano
fatto per tutti. Ci si rese conto allora, che quel socialismo illiberale e
post-totalitario era davvero il socialismo, e che tutte le altre possibili alternative, pur in quello stesso
ambito ideale, fossero definitivamente decadute.
Nell’aprile del 1975, dopo aver fondato le edizioni
«Expedice», Havel scrisse una famosa lettera aperta all’allora capo del partito
comunista, Gustáv Husák, nella quale parlava della crisi morale e spirituale
che stava vivendo la società; denunciava l’auto alienazione, la dissimulazione
e la fuga nel privato.
Secondo Havel, gli uomini della reazione avevano
capito la minaccia che pendeva sopra l’esistenza del regime il quale, per
conservarsi, doveva privarsi di ogni spinta rinnovatrice. Da quel momento, e
per venti anni, fino alla rivoluzione di velluto del 1989, tutti i meccanismi
della manipolazione, diretta e indiretta, della vita si svilupparono creando un
sistema che Havel chiamò “totalitarismo maturo e avanzato”. La rivoluzione e il
terrore lasciarono il posto all’immobilità, all’omologazione, all’anonima
burocrazia stereotipata. Dalla caduta di Dubček fino alla rivoluzione di
velluto si sarebbe formato all’interno della società cecoslovacca un dualismo
che comprendeva la verità ufficiale e quella ufficiosa e condivisa, che
escludeva la prima. Il grado di tolleranza del sistema si misurò nella forza
dell’opinione informale di imporsi come generale. Il nascente dissenso e la
nascita di Charta ‘77, cercarono di costringere il regime al rispetto delle sue
stesse leggi. Dopo gli accordi di Helsinki, infatti, il partito comunista fu
costretto a misurare l’uso della repressione contro gli oppositori.
L’epoca grigia di rassegnata apatia, però, continuò:
mentre piccoli centri focali di resistenza venivano scoperti e repressi, la
comunità faceva finta di non. Il regime ottenne come risultato più visibile del
suo operato la fuga della gente comune dalla realtà quotidiana, dai problemi
sociali e dalla politica. Alcuni argomenti diventarono proibiti e la storia fu
sostituita da una pseudostoria
celebrativa. Havel ricorda i primi anni Settanta come l’epoca della sospensione
della storia. Era come se il divenire avesse perso la sua cadenza naturale, la
direzione e il mistero, per trasformarsi in automanifestazione e
autocelebrazione unilaterale di un unico soggetto, centro di verità e di
potere. Dato che il tempo umano può essere esperito solo attraverso gli
avvenimenti, iniziò a scomparire l’esperienza stessa del tempo, che cominciò a
girare in tondo. Gli accadimenti si alternavano attraverso un prima e un dopo
assolutamente simili, tanto che diventava difficile distinguere un anno
dall’altro, mentre una serie di celebrazioni scandivano l’anno, dal Primo maggio alla Liberazione,
dall’8 Marzo all’Insurrezione nazionale slovacca, dalla Festa dell’esercito al
Febbraio vittorioso.
Assumendo la riflessione di Edmund Husserl sulla
realtà del mondo immanente come il solo luogo in grado di misurare la morale,
Havel tornò sul concetto della Lebenswelt come del mondo nel quale tutti viviamo, luogo che nutre la condizione
di vivere nella verità. La parte
secondaria di tutti i fenomeni e le entità distinte nel mondo che noi possiamo
osservare, annunciare o esperire esistenzialmente in vari modi, è qualche cosa
che possiamo definire come un «ordine generale dell’Essere». Tale Essere è
compartecipe di tutte e in tutte le culture le quali, pur essendosi
diversificate migliaia di anni fa, assumono ancora nel presente i medesimi
archetipi di base, che non sono mai stati abiurati. La storia intera del cosmo,
e specialmente della vita, è registrata quindi nel lavorio interno di tutti gli
esseri umani e dopo migliaia di anni persone di epoche diverse e di culture
lontane sono unite come parti dello stesso Essere; tutte le culture presumono
l’esistenza di qualche cosa che Havel chiama «Memoria di Essere», nella quale
viene continuamente registrato ogni aspetto della vita; le garanzie della
libertà umana e della responsabilità personale si ritrovano non già nei
programmi politici o nei sistemi di pensiero, bensì nella relazione tra l’uomo
e il trascendente, di cui egli è parte integrante.
Partendo da queste riflessioni, Havel individuò nella
Primavera di Praga l’ultimo atto, la proiezione esteriore di un dramma condotto
nell’ambito dello spirito e della coscienza della società. La primavera di
Praga come l’esito ultimo della società socialista, non come un suo risveglio,
che sarebbe avvenuto solo venti anni dopo, con la fine del comunismo e la sua,
involontaria ma necessaria, salita al Castello.
lunedì 26 dicembre 2011
La svolta di Salerno secondo Silvio Pons, direttore del Gramsci
![]() |
| Silvio Pons al microfono |
"La politica sovietica presentò infatti sin dalla Conferenza di Mosca dell'ottobre 1943 due diverse opzioni circa l'atteggiamento da tenere verso il governo Badoglio, l'una intransigente che prevedeva la richiesta di una sua liquidazione, sostenuta da Molotov alla vigilia dei lavori, l'altra conciliante che suggeriva una "riorganizzazione" del governo e che si affermò nel corso della conferenza come formula di compromesso con le posizione sostenute dagli occidentali. Quest'ultima posizione si integrava di fatto con le istanze di moderazione nel frattempo avanzate da Togliatti nella sua corrispondenza con Dimitrov. La missione di Vyshnskij in Italia del gennaio 1944, tuttavia, spostò l'ago della bilancia verso l'opzione intransigente: presumibilmente, ciò fu la conseguenza sia della constatazione dell'ormai consumata emarginazione sovietica dal regime di occupazione, sia dell'influenza esercitata dalle posizioni antimonarchiche dei comunisti italiani e della maggioranza delle altre forze antifasciste. E' in questa luce che diviene comprensibile la conversione di Dimitrov e di Togliati all'opzione intransigente nel gennaio-febbraio 1944, che venne realizzata sulla scorta dei rapporti compiuti da Vyshinskij. Ma l'opzione conciliante non venne davvero abbandonata a Mosca. Assai probabilmente, questa fu una conseguenza delle aperture compiute dallo stesso governo Badoglio all'indirizzo dei sovietici. Quando Stalin decise la mossa del riconoscimento unilaterale, il logico corollario fu il recupero dell'opzione moderata per i comunisti italiani. In altre parole, la svolta di Salerno venne originata a Mosca da un difficile processo decisionale, nel quale si manifestò un'evidente interdipendenza tra la politica estera sovietica e la formulazione della politica comunista. Stalin scelse alla fine tra opzioni contrastanti che furono avanzate, in momenti diversi e secondo priorità diverse, dai suoi diplomatici e da Togliatti. Queste opzioni non vennero però chiaramente presentate come alternative politiche e l'intero processo decisionale rilevò un elevato grado di incertezza e improvvisazione."
Così come l'analisi, mi viene da commentare, a meno che non si creda all'azione dello spirito santo.
sabato 24 dicembre 2011
Oriana Fallaci. Una biografia di prossima pubblicazione
Una casa editrice milanese sta lavorando a una biografia di Oriana Fallaci. Uscirà nel 2012.
Oriana Fallaci ha costituito uno dei maggiori casi letterari che l'Italia abbia avuto negli ultimi decenni e che dopo la sua morte è destinato probabilmente a rinnovarsi; io stesso, che mi ero fermato a "Un uomo", forse finirò per leggere qualcosa di più rabbioso e orgoglioso.
Si conosceva bene la giornalista. Essa aveva un ego ragguardevolmente ipertrofico che le imponeva di dividere con la sua scrittura. Talentuosa, scrupolosa, concepiva la sua professione come una missione e si era convinta, specialmente negli ultimi anni di vita, di essere nel giusto. Prigioniera di questa sua convinzione, la Fallaci ha prodotto molti danni e ha contribuito alla polarizzazione dell'opinione pubblica italiana in un momento nel quale sarebbe servito soprattutto ragionare. Si considerava, peraltro, una storica e non apprezzava gli storici di professione - gli studiosi, insomma - in quanto, diceva, essi arrivavano a occuparsi di un avvenimento due o trecento anni dopo e pretendevano di ritrovare la verità leggendo fonti scritte da così tanto tempo e probabilmente manipolate da altri interventi. Il giornalista, invece, che osserva direttamente i fatti che descrive, è l'unico portatore di verità e, dunque, non si deve dubitare di ciò che ci viene detto quando si ascolta la Tv o si legge la stampa.
Si tratta di una grave mistificazione della realtà. Il giornalista che racconta un fatto crea nel migliore dei casi una "Cronaca" (o parte di essa). Quello che intervista un uomo politico ecc., o compie un'inchiesta, crea un documento. Sia la Cronaca che l'intervista o l'inchiesta diventano delle fonti e possono essere usate dallo storico, che si differenzia dal giornalista e dal cronista proprio per la possibilità che egli ha, e offre agli altri, di controllare le fonti non solo in quel momento, ma sempre, anche a distanza di cento anni da uno storico di un'altra epoca. Quando non è possibile fare ciò, si esce dall'ambito scientifico e si entra altrove. Ciò è dirimente, in quanto è proprio la possibilità di controllare le fonti (che corrisponde in fisica a quella di ripetere un esperimento in laboratorio), a fare della storia una scienza, a differenza del giornalismo, che è una professione.
I danni provocati dall'esaltazione di certe argomentazioni della Fallaci, proveniente del resto essenzialmente da suoi colleghi, contribuisce alla mancanza di chiarezza che contraddistingue le pagine dei giornali italiani negli ultimi anni sulle quali, troppo spesso, si parla sempre di "altro". Da storico ritaglio e conservo i quotidiani, o li fotografo, ostinandomi a non dare retta a Kraus, per il quale il giornale del giorno prima era buono solo per incartare il pesce. Ma forse aveva ragione lui.
Oriana Fallaci ha costituito uno dei maggiori casi letterari che l'Italia abbia avuto negli ultimi decenni e che dopo la sua morte è destinato probabilmente a rinnovarsi; io stesso, che mi ero fermato a "Un uomo", forse finirò per leggere qualcosa di più rabbioso e orgoglioso.
Si conosceva bene la giornalista. Essa aveva un ego ragguardevolmente ipertrofico che le imponeva di dividere con la sua scrittura. Talentuosa, scrupolosa, concepiva la sua professione come una missione e si era convinta, specialmente negli ultimi anni di vita, di essere nel giusto. Prigioniera di questa sua convinzione, la Fallaci ha prodotto molti danni e ha contribuito alla polarizzazione dell'opinione pubblica italiana in un momento nel quale sarebbe servito soprattutto ragionare. Si considerava, peraltro, una storica e non apprezzava gli storici di professione - gli studiosi, insomma - in quanto, diceva, essi arrivavano a occuparsi di un avvenimento due o trecento anni dopo e pretendevano di ritrovare la verità leggendo fonti scritte da così tanto tempo e probabilmente manipolate da altri interventi. Il giornalista, invece, che osserva direttamente i fatti che descrive, è l'unico portatore di verità e, dunque, non si deve dubitare di ciò che ci viene detto quando si ascolta la Tv o si legge la stampa.
Si tratta di una grave mistificazione della realtà. Il giornalista che racconta un fatto crea nel migliore dei casi una "Cronaca" (o parte di essa). Quello che intervista un uomo politico ecc., o compie un'inchiesta, crea un documento. Sia la Cronaca che l'intervista o l'inchiesta diventano delle fonti e possono essere usate dallo storico, che si differenzia dal giornalista e dal cronista proprio per la possibilità che egli ha, e offre agli altri, di controllare le fonti non solo in quel momento, ma sempre, anche a distanza di cento anni da uno storico di un'altra epoca. Quando non è possibile fare ciò, si esce dall'ambito scientifico e si entra altrove. Ciò è dirimente, in quanto è proprio la possibilità di controllare le fonti (che corrisponde in fisica a quella di ripetere un esperimento in laboratorio), a fare della storia una scienza, a differenza del giornalismo, che è una professione.
I danni provocati dall'esaltazione di certe argomentazioni della Fallaci, proveniente del resto essenzialmente da suoi colleghi, contribuisce alla mancanza di chiarezza che contraddistingue le pagine dei giornali italiani negli ultimi anni sulle quali, troppo spesso, si parla sempre di "altro". Da storico ritaglio e conservo i quotidiani, o li fotografo, ostinandomi a non dare retta a Kraus, per il quale il giornale del giorno prima era buono solo per incartare il pesce. Ma forse aveva ragione lui.
Iscriviti a:
Post (Atom)


